venerdì 30 aprile 2010

Louisiana, il disastro del Delta del Mississippi

Onda dopo onda la marea nera della Bp è arrivata a lambire le coste della Louisiana: i primi tentacoli di petrolio, le propaggini avanzate della gigantesca macchia di greggio fuoriuscita da un pozzo sottomarino del colosso britannico dell'energia, sono state avvistate al tramonto di ieri sulle coste del Delta del Mississippi in Louisiana. Il governo americano ha dichiarato lo stato di catastrofe nazionale. Per fronteggiare la crisi il governatore della Florida Bobby Jindal ha chiesto all'amministrazione Usa di stanziare fondi per l'impiego di 6.000 soldati della Guardia Nazionale.

LACRIME E SANGUE SOTTO IL PARTENONE

Atene - Licenziamenti a catena, aziende e negozi chiusi, scioperi e manifestazioni, ma soprattutto rabbia e rancore. Perché – questo è il sentire comune - mentre i cittadini devono accettare il piano di austerità, i mercati continuano a speculare. La Grecia è sull’orlo del baratro e i greci devono attenersi alle regole imposte dall’emergenza.
E' un paese che sembra schiacciato da due sentimenti: rabbia e rassegnazione. Una fotografia di Thanassis Stavrakis, un reporter dell'Associated Press che è andato in giro a fotografarli, immortala un signore che passa, a testa china, davanti a una saracinesca abbassata su cui campeggia la scritta malamente scritta a spruzzo: “Io non voglio pagare. Non passeranno”. Si riferisce ai draconiani piani di un governo in seria difficoltà di consenso e che rimandano a uno slogan, caro anche a molti movimenti giovanili italiani e ormai tradotto in molte lingue: “Noi la crisi non la paghiamo!”. Kathimerini, giornale che ha anche un'edizione inglese, ha scelto una satira omerica, con una vignetta (in alto nell'immagine) che raffigura il primo ministro George Papandreou che gira nello spazio in motorino: incontra un alieno e gli chiede la strada per Itaca...

giovedì 29 aprile 2010

Il salvataggio greco e il precipizio spagnolo


Una crisi di insolvenza della Grecia avrebbe un impatto "incalcolabile" sui mercati finanziari e sugli altri stati, sostiene il presidente della Bundesbank, Axel Weber sulla Bild. "Nella situazione attuale - dice Weber - l'impatto sul mercati finanziari e sugli altri stati sarebbe incalcolabile. La migliore soluzione e' quella di un aiuto finanziario legato a rigide condizioni". Su questo si è creato l'asse Barack Obama e Angela Merkel. I due capi di Stato  si sono detti d'accordo sulla necessita' di assicurare alla Grecia un "aiuto tempestivo". La Casa Bianca ha riferito che il presidente americano ha avuto ieri un colloquio telefonico con il cancelliere tedesco. I due leader, e' spiegato in un comunicato, "hanno discusso l'importanza di un'azione risoluta e di un aiuto tempestivo delll'Fmi e dell'Europa".

Il ruolo delle grandi imprese nello sviluppo delle tecnologie energetiche alternative


Le grandi imprese potrebbero svolgere un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell’industria delle nuove tecnologie energetiche. Queste imprese vengono comunemente definite “public utilities”, ossia imprese di pubblica utilità che erogano servizi fondamentali ai cittadini. In realtà si tratta di imprese che in alcuni casi estraggono e in generale comprano, trasformano e rivendono energia - elettricità, olio combustibile, benzina, gas per usi industriali e civili - e che quindi possono essere considerate analogamente alle imprese della trasformazione industriale. Oggi nel settore energetico vi è una tendenza verso la concentrazione delle imprese, come dimostrano i processi di fusione e di aggregazione, le scalate e le acquisizioni in atto[1]. In tal modo si viene a ridurre il numero delle aziende mentre ne aumenta la dimensione. Così, le imprese energetiche accrescono il loro potere di mercato e possono determinare i prezzi finali dell’energia secondo i criteri tipici dei mercati oligopolistici  (Sylos Labini, P., 1956[2])

Referendum per l’acqua pubblica Tre SI per ribadire: fuori l’acqua dal mercato! Fuori i profitti dall’acqua!



Uno strumento per dire una volta per tutte:
“Adesso basta. Sull’acqua decidiamo noi!”
Perché si scrive acqua ma si legge democrazia
L'avvio è stato straordinario: centomila firme raccolte in due giorni sui quesiti referendari. Questo significa almeno quattro cose: esistono grandi temi sui quali è possibile mobilitare le persone; la disaffezione per la politica è l'effetto di una politica drammaticamente impoverita; è possibile modificare l'agenda politica con iniziative mirate e fondate sull'azione collettiva; la leadership, pure nel tempo dell'immagine trionfante, non si identifica necessariamente con la personalizzazione o con il carisma, vero o presunto che sia.

mercoledì 28 aprile 2010

Il capitalismo è condannato dalla scienza

Quando si parla della crisi attuale si dicono un sacco di sciocchezze, ma numerose voci cominciano ora a porsi il problema di un sistema economico strutturalmente irrecuperabile che spinge l'umanità alla catastrofe, che, come avevo già sottolineato, non è se non il riflesso di noi stessi secondo la legge della potenza (legge di Pareto) e dei frattali. 

A trionfare sono dunque i peggiori (non i migliori), quelli che non hanno scrupoli e il cui ego è più sviluppato, i superpredatori; indipendentemente dal sistema all'opera (comunismo o capitalismo che sia), s'impone la legge della potenza e dei frattali. Non dimentichiamo che la legge di Pareto è esponenziale; una curva, in altri termini, che tende all'infinito, cosa impossibile nel nostro mondo finito, la biosfera. 

Atene e l'infezione delle banche

Lungi dall'essere risolta, la crisi greca ha messo a nudo tutte le debolezze della costruzione monetaria europea. Una volta messo in moto, il processo di integrazione comporta una serie di costi, oltre che di importanti benefici. Ma tornare indietro sarebbe molto rischioso e costoso. Meglio dunque andare avanti fino a quando l'Europa sarà un vero stato federale. Solo allora si potrà considerare la Grecia alla stregua di Los Angeles, che non ha banche né depositanti da salvare, ma solo un bilancio da sanare.
Dopo mesi di discussione, lo scorso 11 aprile i ministri finanziari dei paesi dell’area euro hanno definito i contorni di un piano di salvataggio per la Grecia, che le autorità elleniche sembrano, alla fine, decise ad accettare. Imercati, tuttavia, guardano con scetticismo alla vicenda, che ha messo a nudo tutte le debolezze della costruzione monetaria europea.

Obama e i suoi missili

Ci sono dei miti mediatici difficili da cancellare: uno di questi è che negli Usa i presidenti democratici siano tendenzialmente più pacifisti di quelli repubblicani. Questa opinione, divenuta un leit motiv per quanto riguarda John F. Kennedy, sembra destinata a investire anche la presidenza Obama: si dimentica però che fu proprio Kennedy ad autorizzare il fallimentare attacco della Baia dei Porci contro Cuba e a sviluppare l'impegno militare diretto degli Usa in Vietnam, attivando operazioni delle forze speciali americane. 

martedì 27 aprile 2010

Un presidente antinucleare. Quello americano o quello iraniano?


"Gli Stati che possiedono l'arma nucleare, quelli che l'hanno utilizzata, quelli che minacciano di utilizzarla, devono essere banditi dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica". Non sono le perentorie affermazioni di Barack Obama, il leader del mondo occidentale contro la proliferazione nucleare, ma del suo più acerrimo avversario, il presidente nuclearista, dell'Iran "canaglia", Mahmoud Ahmadinejad.
Col discorso di inaugurazione della conferenza di Teheran sulla non-proliferazione nucleare del 17 aprile (in chiara risposta provocatoria alla Conferenza sulla sicurezza atomica svoltasi appena pochi giorni prima a Washington) Ahmadinejad si è voluto mostrare come uno dei leader di spicco dell'emisfero antagonista e terzomondista. Ha proposto la nascita di un "organo internazionale indipendente che disponga di pieni poteri delegati dall'Assemblea generale dell'ONU" che possa supervisionare il processo di disarmo dei paesi nucleari.
Inoltre ha auspicato una riforma del Trattato di Non-Proliferazione ad opera "dei paesi indipendenti che non possiedono armi nucleari. La presenza dei paesi nucleari, in particolare degli Stati Uniti, impedisce l'elaborazione di un trattato equo". Allo stesso modo il diritto di veto delle cinque potenze che siedono al Consiglio di Sicurezza dell'Onu è da considerarsi "antidemocratico, ingiusto, inumano" e come tale "dovrebbe essere o annullato, o se taluni lo volessero conservare, esteso a taluni paesi dell'America latina, dell'Asia, dell'Europa, al fine di ridurne gli effetti negativi".
Alla conferenza hanno partecipato i ministri degli esteri di alcuni paesi della regione mediorentale (in particolare di Iraq, Siria, Libano) inviati speciali di Russia, Cina, Onu, Aiea, ed il presidente della Organizzazione per la Conferenza Islamica, il turco Ekmeleddin Ihsanoglu.
Lo scontro, anche ideologico, tra la visione occidentale e quella iraniana sulla tematica nucleare non potrebbe essere più netto. La Guida Suprema Khamenei usa ogni occasione pubblica sull'argomento per ribadire che "l'utilizzazione delle armi nucleari è vietata dalla dottrina islamica («haram»)" mentre proprio in occasione della conferenza di Teheran ha sottolineato come "solo il governo americano ha commesso un crimine nucleare. Il solo criminale atomico del mondo mente quando presenta sé stesso come un oppositore della proliferazione quando non ha preso alcuna misura seria in questo campo", mentre in una precedente occasione, commentando i recenti mutamenti nella dottrina nucleare americana voluti da Obama, aveva accusato il presidente statunitense di "aver implicitamente minacciato l'Iran con le armi atomiche".

E proprio Barack Obama è apparso nelle ultime settimane come il leader più attivo sullo spinoso tema della sicurezza nucleare. All'inizio di aprile, in un documento di 80 pagine (Nuclear Posture Review) stilato con il segretario della Difesa Robert Gates, il segretario di Stato Hillary Clinton, il capo di stato maggiore Michael Mullen, il segretario dell'Energia Steven Chou, ha parzialmente rivoluzionato la dottrina strategica americana sul nucleare militare, prevista da George W. Bush nel 2002, prevedendo la restrizione delle condizioni nelle quali sarebbe ammesso l'uso dell'atomica.
Gli Stati Uniti si impegnano unilateralmente (come del resto era unilaterale la precedente dottrina) a non utilizzare mai l'arma nucleare contro un avversario che non la possiede e che rispetti il Trattato di Non-proliferazione, ma, ha precisato Obama al New York Times, "gli Stati come Iran e Corea del Nord sono esclusi da questa nuova regola". Allo stesso modo gli americani non risponderanno col nucleare ad attacchi chimici, battereologici, cibernetici, purché non si tratti di minacce dalla portata "devastante". Ed in ogni caso si "continueranno a preservare tutti gli strumenti necessari a garantire la sicurezza del popolo americano".

In previsione di un 2030 senza armi atomiche, Obama ha quindi accelerato per un accordo e una nuova edizione del Trattato Start con l'altra grande potenza atomica globale, la Russia. Il testo, ratificato a Praga l'8 aprile dallo stesso presidente Obama e dall'omologo Dimitri Medvedev, prevede una riduzione di circa il 30% delle ogive detenute dai due paesi, dalle attuali 2.200 a 1.500. Il numero di vettori (missili intercontinentali e a bordo di sommergibili e bombardieri) sarà ridotto della metà, dagli attuali 1.600 a 800. L'accordo prevede inoltre verifiche sul posto delle installazioni nucleari, scambi di dati, reciproche notifiche sugli armamenti offensivi.
L'intesa arriva a conclusione di sei mesi di serrate trattative e suggella la distensione tra Washington e Mosca messa a dura prova negli ultimi anni. Le conseguenze geopolitiche appaiono subito importanti. Il Cremlino ha fatto sapere che il nuovo Start "riflette l'equilibrio degli interessi ed eleva il livello delle relazioni russo-americane", lasciando prevedere che la collaborazione potrà estendersi anche sull'approccio al problema iraniano.

Alla conferenza di Washington sulla Sicurezza nucleare del 12-13 aprile, con l'intervento di 47 leaders di tutti i maggiori paesi del mondo, si sono registrate presenze piuttosto silenziose (come quella estremamente cauta del presidente cinese Hu Jintao) ed assenze particolarmente rumorose. Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, paese che detiene, secondo alcune stime, un arsenale con circa 200 ordigni atomici senza aver mai sottoscritto, al contrario dell'Iran, il Trattato di Non-Proliferazione, ha disertato all'ultimo momento l'incontro per evitare, secondo fonti diplomatiche, di essere posto sul banco degli accusati da alcuni paesi islamici, in particolare la Turchia, il cui premier Erdogan aveva dichiarato essere Israele "la principale minaccia contro la pace" in Medio Oriente.
Il vertice si è comunque svolto con un innegabile successo di immagine per il gran cerimoniere, il presidente premio Nobel Barack Obama, il quale ha potuto rinverdire l'immagine di leader del mondo libero occidentale. Il pensiero di fondo di tutta la conferenza ha riguardato la terribile eventualità che organizzazioni terroristiche possano entrare in possesso di ordigni atomici.
"Una bomba nucleare di 10 kilotoni a Times Square potrebbe provocare milioni di morti" aveva dichiarato con enfasi Hillary Clinton, mentre Obama assicurava "abbiamo notizie certe che organizzazioni come Al Qaeda stanno cercando di ottenere in tutti i modi una arma nucleare, una arma di distruzione di massa che non avrebbero alcun scrupolo ad utilizzare".
In effetti, in una intervista al Time del 1998, Osama bin Laden aveva sostenuto che "acquistare armi di distruzione di massa per la difesa dei musulmani è un dovere religioso". Appare però estremamente improbabile che se Al Qaeda non è riuscita nell'intento durante i turbolenti anni '90, nel momento di maggior disordine dopo il crollo dell'Urss, con gli arsenali e i tecnici di diverse repubbliche ex-sovietiche (quindi non solo della Russia) a rischio di terminare sul mercato nero, possa riuscirci ora.
Gli esperti dell'anti-terrorismo ritengono l'eventualità remota. La fabbricazione e l'utilizzo di un congegno nucleare restano sottoposti ad esigenze tecniche difficili da padroneggiare. "Non si fabbrica una bomba nucleare in una grotta o nella cantina di casa propria. Bisogna mantenere una temperatura costante, evitare fughe radioattive, assemblare il materiale e il detonatore... necessitano dai 300 ai 500 tecnici professionali per fabbricare una bomba" dichiara François Géré, direttore dell'Istituto francese di analisi strategica (1).
Il retro pensiero che ha attraversato i lavori di Washington, almeno come apparso mediaticamente, è stato dunque che possano essere alcuni paesi a rifornire proditoriamente i terroristi. Stati come il Pakistan, alle prese col radicalismo islamico, la Corea del Nord, sempre più isolata nel contesto internazionale, e ovviamente l'Iran, paese canaglia per eccellenza con una dirigenza minacciosa e fuori controllo. Dimenticando tuttavia che, in quest'ultimo caso, il regime degli ayatollah è storicamente uno dei più vigorosi nemici del terrorismo sunnita wahabita di Al Qaeda ed il suo programma nucleare è costantemente monitorato dalla Aiea, per cui la sottrazione occulta di materiale fissile è praticamente impossibile.

A parole, sia il presidente statunitense che quello iraniano si mostrano fieri avversari di un pianeta che possa correre sul filo del rischio atomico militare. Eppure i due mondi sembrano sempre più destinati allo scontro frontale. A quale dei due possiamo imputare una maggiore carica propagandistica nelle loro dichiarazioni e visioni?
Il New York Times ha rivelato l'esistenza di un memorandum segreto risalente a gennaio, dunque precedente l'offensiva diplomatica di Obama sul tema nucleare di questo mese di aprile, in cui il ministro della Difesa Robert Gates allertava il consigliere per la Sicurezza degli Usa, l'ex generale della Nato James Jones, sulla inefficacia dell'attuale strategia americana contro l'Iran e sulla necessità di predisporre nuovi scenari.
Secondo il quotidiano americano il memorandum ha segnato "un campanello d'allarme" all'interno dell'Amministrazione poiché "le nuove opzioni" includerebbero anche nuovi piani militari nel caso in cui il progetto di sanzioni non decollasse o risultasse inefficace. Del resto il capo di stato maggiore Mullen ha avuto modo di ribadire: "Se il presidente dovesse orientarsi per una opzione militare dobbiamo avere queste opzioni pronte e disponibili", mentre un funzionario della Casa Bianca citato ancora dal NYT è stato perentorio: "esiste una linea che gli Stati Uniti non consentiranno mai all'Iran di attraversare". Quale sia questa linea da non far oltrepassare è facile da immaginare. E purtroppo anche il come.


(1) "Se Al Qaeda avesse la bomba nucleare..." Le Figaro, 13 aprile 2010.

di Simone Santini

Fonte: Clarissa.it

lunedì 26 aprile 2010

GAZA, 22 aprile 2010: CRONACA DI UN'INVASIONE

Questa, sorridente al centro della foto era Bianca giusto ieri


Questa la sua gamba adesso

Bianca Zammit, sorella dell'ISM

maciullata dopo che un cecchino israeliano ha freddamente adempiuto al suo dovere

dimostrare ancora a quanti non hanno occhi per vedere cosa è Israele in termini di fascismo e oppressione

Oltre a Bianca mia compagna dell’International Solidarity Movement altri due ragazzi palestinesi sono stati centrati dal fuoco dei soldati quest’oggi ad Al Maghazi nel centro della Striscia di Gaza. Questi due video che vi propongo invece sono stati da me girati due giorni fa ad Al Faraheen, est di Khan Younis


E raccontano quello che i media di massa nostrani dissimulano

La quotidianità da queste parti

la prassi di azioni terroristiche israeliane (in questo caso compiuta con carri armati e bulldozers) col solo scopo di incutere paura e disintegrare le ultime risorse di sussistenza ancora esistenti in una Gaza strangolata da piu’ di 3 anni di assedio

Blindati appoggiati da caccia F16 invadono la Striscia per distruggere ettari di campi coltivati.

Negli occhi di questi vecchi bambini c’è più prosa che in qualsiasi racconto potrei proporvi

Come in quelli di Bianca che ho incrociato appena un istante dopo essere stata gambizzata e che vado a riaccarrezzare con le mia lunghe ciglia tumide di dolore all’ospedale Al Awada di Jabilia

Il dolore nella consapevolezza di essere dimenticati, nella fierezza di morire della parte dei Giusti

Andiamo avanti

Restiamo Umani


Vittorio Arrigoni da Gaza city

FONTE:GuerrillaRadio

domenica 25 aprile 2010

ECONOMIA: E' tornata di moda la favola della formica e della cicala...MA LE FORMICHE NON CRESCONO


E' tornata di moda la favola della formica e della cicala. Gli italiani sarebbero le virtuose formiche e gli americani sarebbero le cicale che hanno cantato per un'estate sola. Ecco un aneddoto che spiega perché la favola potrebbe essere falsa. Spende e si indebita chi è ottimista sul futuro, risparmia chi ha paura. Il risparmio ci ha forse preservato da guai peggiori nella crisi. Ma è l'incrollabile ottimismo che farà ripartire la locomotiva americana.

IL FATTO

Sabato pomeriggio 18 aprile alle quattro del pomeriggio, Bruxelles, Gare Central. Sono il terz’ultimo in una fila di duecento persone in coda alla biglietteria che vende biglietti per l’estero. Spunta Brian, un americano di Seattle, che nella sua lingua va in giro a chiedere a tutti: “Qualcuno vuole dividere il costo di un autista per andare a Milano?”. Alzo la mano e chiedo: “Quando andresti? Quanto costa?” Risposta di Brian: “Partiamo tra un’ora. Il costo della macchina con l’autista è 1600 euro”. Legge sulla mia faccia un “800 euro è troppo”. E allora aggiunge: “Ho già un altro oltre a te. Se tu ci stai e trovo ancora un altro, mi date 250 euro a testa e io metto il resto dei 1600. Voglio tornare a casa da mia figlia e mia moglie a Seattle”. Affare fatto. Il biglietto del treno per Milano sarebbe un po’ meno di 200 euro, ma chissà se c’è ancora posto quando arrivo in fondo alla coda. Torno in albergo a chiudere la borsa e fare il check-out e ritorno da Brian. Alle cinque e mezza in punto saliamo su una grossa Mercedes, guidata dal nostro autista turco Iossef, assieme a Nicola, ex-studente di scienze politiche ora alla Commissione europea, e Helena, una greca che viene a Milano come tappa intermedia verso Ancona, Patrasso e Atene. Dopo una volata notturna giù per Germania - dove l’autostrada non si paga e non ci sono limiti di velocità - e Svizzera, eccomi a casa a Milano alle tre di notte. Con la sensazione di avere vinto la lotteria. Grazie a Brian.

BRIAN E GIOVANNA

Chi è, cosa fa Brian? Fa il portfolio manager. Per conto della sua azienda, si occupa di collocare titoli di paesi emergenti presso importanti clienti istituzionali come i fondi pensione. Per lavoro si fa 250 mila miglia in un anno. Nei giorni prima dell’eruzione in Islanda era stato in Lussemburgo, Olanda e Regno Unito. È a Londra che il vulcano l’ha sorpreso. Allora ha preso un treno per Bruxelles sperando di sfuggire alla nuvola e, già che c’era, anche per incontrare qualche altro cliente. Durante la volata in Germania e Svizzera, ricarica il suo Blackberry nel quarto d’ora di una sosta in un Autogrill mentre mangia una quiche. Poi, avendo capito che anche i cieli di Milano sono chiusi, sposta nuovamente la prenotazione del suo volo da lunedì a giovedì mattina. Per ora. Fino alla partenza, sarà in un albergo milanese nel suo ufficio digitale a occuparsi dei suoi clienti. Nel tempo libero, proseguirà il suo allenamento in piscina e sul tapis roulant in vista della prova da “iron man” che lo aspetta il prossimo ottobre, una prova che prevede in sequenza due miglia e mezza di nuoto, 180 chilometri in bicicletta e una maratona (sì, una maratona!). Ci tiene perché è stato così “fortunato” da essere estratto tra i 150 americani “normali” che parteciperanno alla competizione degli iron man insieme con centinaia di atleti professionisti. Uno come Brian non si fa fermare da un’eruzione vulcanica.
Nel mondo lasciato a piedi dal vulcano c’è un’altra storia che, invece, dice qualcosa sull'Italia. La figlia di Giovanna doveva andare in gita scolastica a Parigi martedì in aereo assieme alle sue compagne di scuola. Invece, tutto cancellato, a causa del vulcano. Giovanna propone agli altri genitori: andiamo in treno, per non perdere i soldi dell'albergo già pagato in anticipo. Ci voleva però il consenso di tutti. Due genitori-formichine, preoccupati di non sprecare i loro soldi e malgrado la virtuale certezza del rimborso dei soldi dell’aereo, si sono opposti. Così tutti i ragazzi perderanno i soldi della gita. E a Mauro Moretti, l’amministratore delegato di Trenitalia, non rimane che da rammaricarsi perché il treno speciale organizzato in tutta fretta per far fronte alle cancellazioni aeree per Parigi non ha avuto prenotazioni sufficienti per partire.

È LA PAURA DEL FUTURO CHE FA CRESCERE POCO L’ITALIA

Si può provare a trarre una lezione dalle storie di Brian e dei genitori italiani. Se l'America uscirà per prima dalla crisi (e lo sta già facendo), è perché gli americani non si perdono d'animo. Mai. Quando Giulio Tremonti, Marco Fortis e Joseph Stiglitz sostengono che il boom americano era figlio di un'economia di carta dimenticano di considerare che l'America non produce solo i Richard Fuld e i Lloyd Blankfein, avidi Ceo di Lehman Brothers e Goldman Sachs, ma anche e soprattutto tanti Brian che fanno 250 mila miglia all'anno per cercare affari e visitare clienti, risolvendo tutti i tipi di problemi negli alberghi di tutto il mondo. Dietro alla volontà di spesa (e al debito privato) degli americani c'è un'incrollabile fiducia nel futuro. Fiducia che, evidentemente, manca alle formichine italiane, tanto spaventate dal futuro da essere spinte addirittura a risparmiare individualmente in modo miope anche i pochi soldi di un treno, a rischio di mettere a repentaglio la gita scolastica, cioè l’investimento collettivo. Il risparmio ci avrà anche preservato da guai peggiori nella crisi. Ma è l’incrollabile ottimismo che farà ripartire la locomotiva americana, mentre è la paura del futuro a frenare la crescita dell’Italia.

di Francesco Daveri

Fonte: lavoce.info

sabato 24 aprile 2010

Mosca processa i neonazisti


Comincia oggi a Mosca il processo contro la più importante organizzazione ultranazionalista russa: Slavianskiy Soyuz (Unione slava). Il gruppo di estrema destra, il cui ideologo è Dmitry Demushkin, è accusato di estremismo e istigazione all'odio. La corte dovrà decidere se Slavianskiy Soyuz ha il diritto di esistere e di propagandare la propria ideologia attraverso marce e comunicati sul suo sito web (www.demushkin.com). Il processo si terrà a porte chiuse.

Dieci giorni fa il giudice Eduart Chuvasov, noto per aver presieduto la corte federale in una serie di processi per omicidi di alto profilo imputati a skinhead, è stato ucciso a sangue freddo nella sua abitazione. La sua morte è solo l'ultima, in un'ondata di violenza ultranazionalista e neo-nazista che negli ultimi anni è cresciuta esponenzialmente a Mosca e in tutta la Russia. Secondo il gruppo di monitoraggio antirazzista 'Sova', nel 2009 71 persone sono state uccise e 300 ferite nei cosiddetti 'reati d'odio'.

L'espansione del nazionalismo russo ha trovato numerosi sostenitori anche in rappresentanti politici dei diversi schieramenti, mentre il governo ha spesso chiuso un occhio sugli omicidi, le minacce e le attività di queste organizzazioni. In molti, infatti, hanno denunciato i tentativi - talvolta riusciti - delle autorità russe di utilizzare tali movimenti per condurre le loro battaglie contro le opposizioni democratiche che operano al di fuori del sistema politico russo.

Chuvasov partecipò al caso del processo contro il razzista Artur Ryno, condannato a dieci anni di lavori forzati per l'omicidio di 19 persone. Uno dei commenti più pertinenti seguiti all'uccisione del giudice fu proprio quello del leader di Slavianskiy Soyuz, Dmitry Demushkin: "Una nuova generazione sta rimpiazzando le grandi organizzazioni di nazionalisti, una generazione di gruppi disparati di giovani autonomi che commettono i crimini più seri e violenti". Lamentando la richiesta di messa al bando della sua organizzazione da parte delle autorità russe, Demushkin ha prefigurato una minaccia diretta al governo: "L'ondata di attacchi di gruppi nazionalisti fuorilegge si intensificherà. Molti giovani senza alternative cominceranno a diventare più aggressivi".

Per lungo tempo il governo russo non ha considerato le forze ultranazionaliste come una minaccia al suo potere o alla stabilità del Paese, ma come strumento per rilanciare la retorica della madrepatria. Solo di recente, il Cremlino ha gradualmente iniziato a comprendere il pericolo di tali gruppi. Il processo contro Slaviansky Soyuz, e il capo d'accusa di 'odio a sfondo razziale' anziché il più generico 'teppismo' del passato, rappresentano un passo storico verso il riconoscimento del potenziale eversivo dei gruppi neonazisti, inclini sempre più a strutturarsi come una vera e propria organizzazione criminale sganciata da ogni controllo.

di Luca Galassi

Fonte: PeaceReporter


Sudan, elezioni inquietanti


Alla vigilia di quella che sembrerebbe essere la conferma ufficiale di Omar al-Bashir alla presidenza del Sudan un caso inquietante ha sconvolto il processo elettorale attualmente in corso nello Stato più esteso dell'Africa. Edmond Yakani, del Sudanese Network for Democratic Elections (Sunde) sarebbe stato rapito e malmenato da agenti di sicurezza vicino la città di Wau, nel sud del Paese. Secondo quanto dichiarato da Yakani ai microfoni della Bbc un gruppo di uomini, riconosciuti dall'uomo come agenti di polizia, gli avrebbe prima offerto un passaggio in automobile e, dopo essersi accertati che fosse un osservatore elettorale in forza al Sunde, l'avrebbero bendato, condotto in un luogo segreto e colpito ripetute volte.

Irregolarità accertate. Oltre ogni considerazione logica sull'andamento del voto, che al 35 percento delle sezioni scrutinate, vedrebbero la scontata rielezione di al-Bashir con una forbice plebiscitaria oscillante fra il 75 e il 90 percento, i dubbi sulla regolarità delle elezioni sono state sollevate sia dall'Unione Europea che dal Carter Center, entrambi presenti in Sudan in qualità osservatori. Proprio Jimmy Carter, ex presidente statunitense e fondatore dell'omonima organizzazione per la difesa dei diritti umani, ha commentato l'attuale spoglio sostenendo: "È troppo presto per esprimere un giudizio definitivo, è evidente che queste elezioni sono state al di sotto degli standard internazionali" . Il trentanovesimo inquilino della Casa Bianca ha inoltre denunciato una gravissima violazione del diritto di voto aggiungendo: "Spesso i molti elettori analfabeti che sono venuti si sono trovati davanti funzionari di seggio che, alla presenza dei nostri osservatori, hanno cercato di convincerli a votare per un candidato di loro scelta. Questa - ha concluso Carter - è per noi una manifesta violazione delle norme elettorali". Alla condanna pronunciata da Carter si è aggiunta quella di Veronique de Keyser, capo della missione d'osservazione elettorale dell'Unione Europea, che ha sostenuto: "Si è lavorato duramente per raggiungere gli standard internazionali ma non sono riusciti a farlo. Ci sono state- ha poi aggiunto la dirigente -significanti carenze come i problemi logistici e le intimidazioni" .

Sud in fermento. Dall'ormai certa riconferma di al-Bashir dipendono le sorti del più importante appuntamento per lo Stato: il referendum del prossimo anno con il quale si deciderà sull'indipendenza del Sud del Paese. Il presidente non ha mai nascosto la propria avversione all'idea di permettere la secessione della regione meridionale che, tra l'altro, custodisce al suo interno ingenti capitali petroliferi. Oggi è estremamente difficile pensare che il Sudan People Liberation Movement (Splm) accetti di permettere che risorse come QuesAbyei e i Monti Nuba vengano fatti ricadere, in caso di vittoria, all'interno dei confini settentrionali del Paese. E proprio al-Bashir, contro cui i sudisti hanno rinunciato a competere per non compromettere le consultazioni referendarie del prossimo anno, sarà chiamato a una moderazione inedita in 24 anni di potere. Il presidente dovrà necessariamente confrontarsi con i fatti. E i fatti sono che al sud la popolazione animista-cattolica aspetta pazientemente dal 2005, anno degli accordi globali di pace firmati a Nairobi, di poter esprimere la propria volontà sull'indipendenza completa di Juba da Khartoum. Per non compromettere questo sogno l'Splm ha rinunciato alla lotta armata perfino dopo la morte, avvenuta in seguito a un controverso incidente aereo, del suo leader John Garang.
Parrebbe quanto mai sconsiderato da parte di al-Bashir non considerare questa serie di presupposti socio-politici se dovesse essere riconfermato.

Dopo oltre vent'anni di guerra civile sembra giunto il momento per il vecchio leader di godere degli ultimi stralci di sovranità e permettere la probabile divisione per raggiungere una definitiva pace nazionale.

di Antonio Marafioti

Pechino copia il fiore all'occhiello dell'aviazione militare russa


Quando le superpotenze contribuirono a sostenere l'industria della difesa dei loro alleati durante la Guerra Fredda, non immaginavano che, qualche decade dopo, le conseguenze di tale sostegno avrebbero contribuito a indebolire in modo massiccio la loro economia bellica.

Molti Paesi hanno creato copie perfette di armi, sono diventati militarmente evoluti e oggi offrono sul mercato le stesse armi clonate. Il caso più eclatante è quello del fucile mitragliatore sovietico Kalashnikov. Ai Paesi del Patto di Varsavia (tra cui Cuba, Cina, Libia, Egitto e Finlandia) venne garantita la licenza per la sua produzione. Oggi, nonostante tale licenza sia scaduta, il kalashnikov viene prodotto ancora in Ungheria, Polonia, Croazia, Slovacchia. Ma copie perfette sono realizzate in gran parte dei Paesi in cui infuriano guerre. Nonostante sia l'unica nazione che ha ottenuto una nuova licenza per la produzione del Kalashnikov, la Cina basa gran parte della sua economia sul furto di tecnologie.

Lo scorso anno, le vendite di caccia russi nel mondo hanno raggiunto i tre milioni di dollari. Mosca è al secondo posto nel mondo, dopo gli Stati Uniti, nel mercato dell'aviazione militare. Oggi la Cina reclama una fetta di questo mercato. Attraverso la copia del fiore all'occhiello dei velivoli russi: il Sukhoi Su-27. Pechino ha ottenuto i piani di costruzione del jet nel 1995, quando promise di acquistare 200 kit e assemblarli in patria. Dopo i primi 100 aerei, i cinesi dissero che non 'rispondevano' ai requisiti. L'aeroplano uscì comunque, versione clonata Made in China.

La minaccia cinese è reale, e per l'industria aerea russa sarà difficile mantenere ancora a lungo la posizione di vantaggio, a meno che non protegga la sua proprietà intellettuale con la forza. La controversia tra i due Paesi è mitigata dal fatto che gli esperti di aeronautica militare sostengono che la copia del Sukhoi, il J11B cinese, non abbia le evoluzioni tecniche apportate negli anni dai russi, e che non avrà nessuno spazio nel mercato internazionale. Anche se molti, come Maksim Pyadushkin, del Centro per l'analisi strategica e tecnologica di Mosca, ritengono che "il problema maggiore per la Russia è che vive da troppo tempo sugli allori dell'ex Unione Sovietica, e la sua tecnologia potrebbe presto non essere più tra le migliori del mondo".

di Luca Galassi

Fonte: PeaceReporter

La lunga mano del Cremlino dietro il cambio di vertice in Kirghizistan


Putin compra dovunque energia apparentemente per rivenderla, ma in realtà per farne uso strategico. I poteri globali e regionali continuano a gestire le aree di propria influenza istituzionalizzando e legittimando l’interventismo. Il cambio di vertice in Kirghizistan.

È più che evidente che dietro il cambio di vertice in Kirghizistan ci sia la lunga mano del Cremlino. Lo dimostrano il fido di 150 milioni di dollari elargito subito da Putin a favore dei nuovi governanti Kirghizi i quali parlano già delle basi militari Usa “ non giustificate ”. Il presidente Medvedev senza preoccuparsi nemmeno formalmente della sovranità nazionale del Kirghizistan invita il presidente destituito K. Bakiev a lasciare prima possibile il paese per evitare un altro Afghanistan. Ciò mentre la Bielorussia, stretta alleata di Mosca, offre asilo al presidente destituito che ovviamente rifiuta. Secondo le fonti russe – come secondo un copione - la famiglia Bakiev già durante il cambio di vertice si era trasferita negli Usa.

Solo cinque anni separano la rivolta in Kirghizistan dalla rivoluzione colorata che in linea con le rivoluzioni cromatiche in Ucraina e Georgia aveva portato al potere K.Bakiev il quale protetto dall’establishment Usa non era riuscito a costruire nemmeno una democrazia formale. Le rivoluzioni colorate erano sostenute da un occidente che sfruttando il crollo del sistema ex sovietico e la conseguente crisi, non si era presentato con i valori di una reale democrazia e libertà ma con il desiderio di una maggiore penetrazione, con un occhio alle risorse per allargare i mercati ed abbattere le barriere nazionali e doganali, ottenere le basi per combattere il dilagante talebanismo.

In Kirghizistan anche questa volta come la volta precedente è cambiato tutto al vertice per non cambiare nulla negli equilibri sociali. Il potere nelle repubbliche ex sovietiche rimane saldamente in mano alle vecchie gerarchie degli ex partiti comunisti, trasformate nella nuova borghesia con forti legami con gli eredi dell’ex Kgb e il Cremlino. I nuovi poteri centroasiatici emersi dalle ceneri dell’Urss basandosi sulle strutture di sicurezza - espressione di istanze di gruppo, clan e l’uomo forte (khan) -, ripristinando la tradizione storica applicano i metodi spietati del khan più forte.

Sono nate le parvenze delle istituzioni democratiche come parlamento, partiti politici, sindacati, etc... Ma lo spirito del potere è rimasto saldamente in mano agli ambienti tradizionali delle famiglie e di gruppi che, agendo nel quadro di vecchie e nuove corruzioni, gestiscono l’economia legale e vari traffici illeciti. In questo quadro le masse di diseredati privi di diritti democratici si rifugiano nei movimenti di stampo confessionale. Nel quadro di questo confessionalismo vari taleban in linea o organici con al-Qaida, chiedendo obbedienza organica, promettono la salvezza almeno per l’aldilà.

Nessuno si sarebbe accorto del cambio al vertice in questo piccolo e povero paese se, non fosse per le risorse quasi vergini dell’Asia Centrale, per la posizione geografica nel cuore del continente eurasiatico, per essere alle porte della Russia e suo ex-feudo, nelle vicinanze della Cina e dell’Iran e dell’Afghanistan e per le basi militari costruite o in via di costruzione per gli Usa o per la Russia.

Basi come Manas che servono per coprire le operazioni degli Usa e della Nato in Afghanistan e al Cremlino per il riemergere e lanciarsi alla riconquista - almeno - dei territori e degli spazi dell’ex Unione Sovietica. Infatti l’elemento più importante della vicenda kirghiza consiste nell’ulteriore passo che la nuova Russia compie nel suo riemergere come potenza extranazionale. Una tendenza apparsa già con l'intervento nel Caucaso in sostegno agli ossettini e contro la Georgia dell’ingenuo avventuriero Saakashvili.

Medvedev il presidente indicato da Putin ed eletto dal popolo, afferma senza mezzi termini che il caso del Kirghizistan potrebbe ripetersi anche altrove. Questa affermazione è la dimostrazione della ferrea volontà russa di riprendere il controllo delle aree extranazionali dove è possibile. La Russia in crisi, che aveva accettato l’arrivo e la presenza degli Usa e degli europei (in ordine sparso) fa capire di rivolere i territori perduti. La Russia che nell’ambito dell’ex Urss composto da popoli uguali e fratelli come il grande fratello, come la più uguale tra gli uguali, controllava tutto e tutti ed è intenzionata a riavere tutto il perduto.

Il riemergere della Russia nelle intenzioni e nelle politiche e soprattutto nella volontà di Putin erano ben evidenti. Putin dopo esser stato nominato dal barcollante Yeltsin, sfruttando il terrorismo ceceno di origine indipendentista e di dubbio operato (colpisce puntuale quando Putin è in difficoltà) si è impossessato del potere in tutti i sensi, ricostruendo la burocrazia di stato risuscitando l’anima di Ivan il Terribile. Putin dopo aver eliminato le resistenze della società civile (Anna Politkovskaja è solo uno dei nomi) ha eliminato tutti gli oppositori da Dubai a Londra con pallottole e i veleni di propria competenza.

Putin con l’esclusione dei gerarchi è diventato il gerarca unico e il maggior azionista di Gazprom (uguale alla Russia) e nell’ambito di un potere addomesticato come zar incontrastato è divenuto l’origine di ogni legge. Allora Putin come architetto di quel sistema in cui l’anima è la burocrazia di stato, nelle elezioni secondo ricetta ha fatto eleggere Medvedev presidente. Cosi Putin lo zar dagli occhi di ghiaccio, trasformando l’energia in materia strategica e rinnovando puntualmente anche l'arsenale bellico, ha istituzionalizzato il neozarismo, e mostra l’ansia di metterlo in atto con l’espansionismo verso il Caucaso e Asia Centrale per avere il controllo delle materie prime soprattutto quelle energetiche.

La Russia di Putin - Medvedev comincia a fare accordi e costruire oleodotti. “ North Stream “ sotto il Baltico (via Gerard Schroder) per il Nord Europa che bypassa eurorientali come la Polonia che seguono più la politica di Washington che quella di Brusselles, e “South Stream” per il sud Europa. La Russia fa sapere ai governanti del turkmenistan (30% delle risorse mondiali di gas) di essere disposta a comprare il gas turkmeno al di sopra dei prezzi di mercato. Quando i turkmeni si mostrano disponibili per vendere una percentuale i russi fanno sapere che vogliono comprare il totale.

Potrebbero i turkmeni chiudere gli occhi sulle vicende della vicina Kirghizistan e non vendere?

Putin compra dovunque dall’Algeria al Turkmenistan energia apparentemente per rivenderla, ma in realtà per farne uso strategico. Lo fa capire con la solita bolletta Ucraina non pagata per chiudere i rubinetti dell’energia all’Europa negli inverni gelidi. La Russia con la Gazprom entra nel mercato iraniano dell’energia e devia l’energia iraniana verso l’area indocinese, per tenerla lontana dal Nabucco e mercati europei. Putin aveva già affermato durante la propria presidenza alla Duma: "Il rublo deve diventare un mezzo più diffuso per le transazioni internazionali" ha detto Putin. "A questo punto, abbiamo bisogno di aprire una borsa in Russia per il commercio di petrolio, gas ed altri beni da pagare in rubli."

Ciò vuol dire escludere il dollaro dai circuiti di questa borsa. Anche Teheran e Caracas intendono convergere sul progetto della borsa petrolifera ed escludere il dollaro. Sommando questa esclusione con il fatto che la metà del debito Usa è finanziato dalla Cina e altre banche centrali asiatiche, ciò vorrebbe dire il crollo del sistema basato sul dollaro (oramai senza copertura aurifera) come moneta con la quale si compra energia.

La Russia come pieno membro della Sco (Shanghai Cooperation Organization) diviene più attiva nel mondo islamico attraverso la Conferenza Islamica, mentre trasforma un suo annoso problema del passato come l’Afghanistan in un problema degli Usa e della Nato e dopo la campagna irachena dell’amministrazione Bush avvenuta nel quadro delle logiche Neo-Con, con una politica di comprensione verso Teheran si affaccia anche sul Golfo Persico, un fatto storicamente senza precedenti. Di qui non solo l'impopolarità (che alimenta ulteriormente traffici illeciti e danneggia i ceti meno abbienti) delle sanzioni ma anche la pericolosità di far cadere l’Iran in mano russo-cinese.

Mentre Putin basandosi sulla burocrazia di stato e sulle varie strutture di sicurezza pianifica le linee strategiche della nuova Russia, il Presidente Medvedev dopo aver ammonito e punito l’ avventuriero Saakashvili arriva a consigliare Bakiev di consegnare l’ex feudo a gente di sua fiducia.

I poteri globali e regionali continuano a gestire le aree di propria influenza istituzionalizzando e legittimando l’interventismo, dimenticando che qualcuno potrebbe pensare a legittimare anche il terrorismo. I poteri gestiscono tutto secondo le logiche geopolitiche e spesso dimenticano che esistono milioni di esseri umani che hanno bisogno di sicurezza, di leggi e rispettivi diritti. La mancanza di sicurezza è una epidemia che facilmente potrebbe trasformarsi in pandemia.

di Amir Madani
Fonte: liMes

I bucanieri del Terzo millennio


I bucanieri del Terzo Millennio sono una minaccia per l'ambiente, la sicurezza e la neutralità del mare internazionale. Autodifesa dei singoli Stati o risposta della Comunità Internazionale? I quesiti del mare libero.

Vengono definite «acque internazionali», Ugo Grozio, che ne fu uno dei principali teorizzatori, le chiamava «mare libero», sono i grandi spazi marini al di fuori delle acque territoriali dei singoli Stati nei quali vige la libertà di navigazione di ciascun Paese. Tale principio è stato ripreso dalle più importanti convenzioni internazionali che si sono preoccupate per lo più di regolarne l’utilizzazione e una equa spartizione delle risorse ittiche e del sottosuolo. Ma oggi la neutralità/libertà degli oceani è compromessa da minacce globali, prime fra tutte quelle ambientali come le immense isole di plastica galleggiante (v. Nicolò Carnimeo, Oceani di plastica, in Limes n. Il clima del G2) o quelle relative alla sicurezza, terrorismo e pirateria.

I bucanieri del Terzo millennio hanno compreso la fragilità del nostro sistema economico legato ai trasporti marittimi e di fatto sono divenuti padroni del «mare libero», (Golfo di Aden e grandi porzioni dell’Oceano Indiano) senza che le flotte dei singoli Paesi – anche in collaborazione tra loro - possano riuscire ad arginare efficacemente il fenomeno. Ma le recenti dichiarazioni all’agenzia Reuters dell’Ammiraglio Mark Fitzgerald, comandante in capo della flotta statunitense per l’Europa e l’Africa assomigliano quasi ad una dichiarazione di resa.

Egli ritiene che se anche l’impegno navale dovesse duplicare, e senza considerare le enormi spese a cui si andrebbe incontro, non si potrebbe garantire la sicurezza della flotta mercantile mondiale. Le conclusioni sono che ogni nave o armatore deve attrezzarsi per difendersi autonomamente. Gli oceani rischiano così di trasformarsi in un nuovo Far West dove più che quello di libertà vige il principio di autodifesa. Viene raccomandato l’utilizzo di guardie private a bordo. Né si può pretendere, conclude l’Ammiraglio che gli Stati Uniti possano farsi carico da soli di questo problema visto che sono già impegnati su altri fronti.

L’International Maritime Bureau (istituzione diretta emanazione della Camera di Commercio Internazionale) è da sempre contrario alla militarizzazione di cargo e tanker, le statistiche dimostrano che vi sono conseguenze, soprattutto in termini di vite umane. Una posizione simile ha anche la Confitarma ribadita in più occasioni pubbliche. Sono, però, stati presentati nel nostro Parlamento alcuni disegni di legge l’ultimo il 14 aprile (a firma dei deputati del Pdl Scandroglio, Cassinelli, Berruti, Nola) i quali prevedono la possibilità di utilizzare guardie armate sui mercantili.

L’Italia seguirebbe così l’esempio della Spagna che ha previsto la presenza di guardie armate a bordo della sua flotta tonniera di pescherecci che opera al largo delle Seychelles, soluzione adottata anche dalla Francia che, però, ha preferito inviare truppe speciali della propria Marina.

La presenza di uomini armati sui pescherecci (vale bene ribadire soluzione adottata solo per Seychelles) in diverse occasioni ha portato dei buoni risultati, ma il rischio è sempre quello che si aumenti l’intensità del conflitto, lo dimostrano le recenti dichiarazioni di Vicente de la Cruz, presidente dell’associazione spagnola Ases (Spanish Association of Escorts) il quale riferisce che negli ultimi attacchi i pirati somali hanno utilizzato armi pesanti provenienti dall’ex Unione Sovietica (Kpv 14.5) che consentono di fare fuoco su una nave a due miglia di distanza e sono facilmente rintracciabili nel mercato nero delle armi in Somalia.

De la Cruz prevede di negoziare con le autorità governative delle Seychelles l’uso a bordo di pescherecci di armi simili, indica il 1270 Browning. A cosa potrà portare questa corsa agli armamenti? E cosa accadrebbe se i provvedimenti dovessero estendersi all’intera flotta mercantile e non solo a quella peschereccia? E in ultima istanza chi deve farsi carico della difesa dei mercantili, che sono «pezzi» naviganti dello Stato a cui appartengono?

Non è facile rispondere a questi quesiti specialmente nelle more di una emergenza quale è la pirateria, ma si può affermare che oggi l’intera comunità internazionale in un principio di leale, necessaria, collaborazione dividendo gli oneri debba avere nuova considerazione e farsi carico del «mare libero» perché esso rappresenta patrimonio e spazio di libertà dell’intera umanità. Chissà che il mare ancora una volta non ci indichi la giusta rotta.


Nicolò Carnimeo è giornalista e scrittore. Insegna Diritto della navigazione all'Università di Bari. E' autore del libro
Nei mari dei pirati” (Longanesi) sul fenomeno della pirateria a livello mondiale e che narra delle sue ricerche a bordo di cargo petroliere e barche da diporto.

L’idea di questa nuova rubrica di Limesonline non risiede solo nell’attualità dell’argomento, ma nel convincimento che gli episodi di moderna pirateria risultino essere una straordinaria chiave di lettura delle attuali dinamiche geopolitiche. Queste pagine potranno alimentarsi anche grazie ad uno scambio di esperienze e informazioni di chiunque vada per mare o si occupi dell’argomento e che è invitato sin d’ora a scrivere all'autore (nicolocarnimeo@gmail.com)

di Nicolò Carnimeo
Fonte: liMes

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