martedì 9 febbraio 2010

Fra scontri di potere e indecisionismo nelle stanze del Vaticano


Santa Maria Goretti, contadina uccisa dodicenne nel 1902 dopo un tentativo respinto di stupro, incolpevolmente, o forse per diretta volontà dello Spirito Santo, ha fatto pullulare i sopiti complotti ecclesiali che ormai da mesi scuotono nel profondo la Chiesa romana, monarchia assoluta di tipo elettivo, nella quale "ci si morde e ci si divora", come senza perifrasi ha lamentato il papa Benedetto XVI. Fu il 6 luglio scorso alla Ferriera di Latina che Mariano Crociata, classe '53, nato a Castelvetrano, ex arciprete di Marsala e vescovo di Noto, intrattenne i fedeli sul "libertinaggio gaio e irresponsabile che non è un affare privato".

Monsignor Crociata parlò di un libertinaggio che "invera la parola lussuria e manifesta disprezzo nei confronti di tutto ciò che dice pudore, sobrietà e autocontrollo". Tanto più grave quando i comportamenti "coinvolgono minori". Parole rilanciate in diretta sul network cattolico Sat 2000. Crociata non è un prete di campagna, dal 20 ottobre 2008 è il segretario della Conferenza episcopale italiana, l'assemblea permanente degli oltre 200 vescovi che, tra l'altro, gestisce il quasi miliardo di euro dell'8 per mille dell'Irpef che gli italiani destinano nella dichiarazione dei redditi alla chiesa cattolica. Tra loro ci sono molti pesi massimi, come Angelo Scola, quarantasettesimo patriarca di Venezia, Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, Agostino Vallini, vicario della diocesi di Roma. E poi Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, Crescenzio Sepe, di Napoli, Paolo Romeo, di Palermo, la pattuglia considerata più "di sinistra". Che per bocca di Tettamanzi ha messo agli atti: "In politica la vera questione per i cattolici non riguarda quale schieramento seguire, ma di avere ogni giorno decisioni e comportamenti coerenti con il Vangelo. La moralità, soprattutto per chi è al servizio della polis, non ammette separazione tra pubblico e privato". Era il primo segno, quel 6 luglio 2009, che la Chiesa, pressata dalla base, come dimostravano le mille lettere di protesta al quotidiano della Cei Avvenire, non poteva più tacere sulle rivelazioni che emergevano di giorno in giorno circa le scorribande sessuali e il libertinaggio esibito dal presidente del Consiglio, nonostante il patto di ferro siglato in altri tempi tra la Curia di Santa Romana Chiesa e l'onorevole Silvio Berlusconi, generoso interprete legislativo delle necessità ecclesiali, vuoi di ordine etico-morale, vuoi di interesse secolare, tramite i preziosi uffici del Gentiluomo di Sua Santità, don Gianni Letta.

Nessuno poteva allora immaginare che il pur doloroso buffetto etico di monsignor Crociata sulla nuca neochiomata del presidente del Consiglio, che pure certificò la fine della sua presunta illibatezza, potesse aprire una voragine di cui ancora non s'intravede il fondo e che via via rivela le lotte di potere, il carrierismo mondano e i complotti orditi nelle pie ombre dei sacri palazzi, oscurando persino il libertinaggio gaio e irresponsabile perpetrato abitualmente nelle residenze di palazzo Grazioli, di Villa Certosa, sugli aerei di Stato e in ogni luogo in cui dovrebbe invece preservarsi come un bene prezioso la dignità istituzionale.

Filtrano ora all'esterno dei sacri palazzi i venefici fumi occultati del post-ruinismo, gli strascichi dell'instancabile interventismo politico del cardinale Camillo Ruini. Per tre lustri presidente dei vescovi e portatore di un grande "progetto culturale cristianamente orientato" per riportare il mondo cattolico al centro della scena sociale e politica del Paese, una "sfida educativa" orientata non solo alla famiglia, alla scuola e alla chiesa, ma all'intera società, dal lavoro all'impresa, dai consumi ai mass-media fino allo spettacolo e allo sport, con un modello sempre sul punto di sconfinare nelle logiche di una lobby di potere, Camillo Ruini, lasciato l'incarico, continua a far politica. Fu lui a ricevere in casa Berlusconi e Letta al culmine della pornoestate di Noemi e poi, dopo, a garantire la ricucitura impetrata da Gianni Letta. Come se al suo successore Angelo Bagnasco spettasse soltanto la ratifica della "politica delle crostate", che egli, come Letta, continua a servire nella ormai sperimentata tradizione vatican-lettiana.

Il cardinal Bagnasco, generale di corpo d'armata, ex ordinario militare, insegnante di "metafisica e ateismo contemporaneo", arcivescovo di Genova che alla guida della Cei fu preferito a Scola e Tettamanzi, si è formato alla scuola del cardinale Giuseppe Siri, grande protagonista conservatore della storia ecclesiastica di mezzo secolo. Stesse genovesi umili origini, stessa eleganza e stile oratorio ricercato, Bagnasco non è tuttavia accreditato della principesca autorevolezza della grande eminenza scelta a modello. Quello trattava con i grandi leader della Prima Repubblica, questo, al massimo, s'intratteneva con Claudio Scajola, democristiano ligure di quarta. Si dice, anzi, che fu scelto alla Cei con un patto tra Ruini e Tarcisio Bertone proprio come uomo tranquillo e fidato per delimitare l'interventismo politico dell'episcopato, a favore del ruolo della Segreteria di Stato, aspirante all'esclusiva cabina di regia politica. Ma, pur in una prospettiva ecclesiastica che non considera il locale e il contingente, ma l'orbe terracqueo e l'eternità, non è andata proprio così.

I vescovi hanno molte teste e molte voci, non si rassegnano a far parte di una "struttura burocratica", come la immaginava papa Ratzinger. E Bagnasco, ex ordinario militare, non ha del tutto sopito il suo spirito guerriero. Il malumore per la realpolitik ultraconcordataria della Segreteria di Stato, che sembra ancora scommettere sulla durata di Berlusconi e sui benefici che ne può ricavare nella legislazione sui temi etici e nelle concretezze finanziarie, en attendant Pier Ferdinando Casini e il centrismo cattolico in politica, non è del resto un caso solo italiano.

Sandro Magister, autorevole vaticanista e titolare di un blog internazionale molto seguito, non si stanca di raccontarci che le medesime divergenze si manifestano in molti altri episcopati nazionali, come quello americano. Lì almeno ottanta vescovi su 250, guidati dal cardinale di Chicago Francis George, attaccano Barack Obama per le sue posizioni sull'aborto e la bioetica e hanno pesantemente criticato la Segreteria di Stato romana per la celebrazione positiva fatta dall'Osservatore romano in occasione dei primi cento giorni del presidente americano.

Situazione simile in Cina, dove alle cineserie diplomatiche vaticane nei confronti del governo si oppone una pattuglia guidata dal cardinale Zen, vescovo emerito di Hong Kong. O in Vietnam dove, di fronte alla repressione di manifestazioni cattoliche di piazza, il cardinal Bertone ha reagito invitando le gerarchie locali semplicemente "a stare buone", come ha riassunto un indignato vescovo locale.

Ex segretario della Dottrina della fede guidata da Joseph Ratzinger ed ex arcivescovo anche lui di Genova, il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato dal 2006, forse il primo o uno dei pochi non proveniente dalla Scuola diplomatica del Vaticano, chiarì subito con una lettera nei giorni in cui Bagnasco veniva chiamato a sostituire Ruini, che ogni rapporto con la politica era avocato a sé, trascurando di specificare - ammesso che lo prevedesse - che il ruolo di Ruini e del suo "progetto" avrebbe continuato a essere gestito dalle sacre stanze ruiniane, con incontri politici di ogni natura. Era il tentativo di mettere una pietra sopra all'interventismo politico dei vescovi, con un sostanziale trasferimento di sede del potere ruiniano negli appartamenti privati del cardinale. Una centralizzazione senz'anima? Salesiano, adoratore di don Bosco e del santo Eusebio da Vercelli, dove fu vescovo, Bertone crede, col suo grande santo di riferimento, che "sarà sempre una bella giornata quando vi riesce di vincere coi benefici un nemico e farvi un amico". Ma "guai a chi lavora aspettando le lodi del mondo", perché, come diceva don Bosco, "il mondo è un cattivo pagatore e paga sempre con l'ingratitudine".

Oggi, dopo il caso Boffo, Bertone di lodi non ne riscuote soverchie. Già prima dello scandalo, in piena bufera lefebvriana, quando il papa revocò la scomunica al vescovo Richard Williamson, presule negazionista della Shoah, i vescovi tedeschi, austriaci, ungheresi e svizzeri chiesero di fatto le dimissioni di Bertone. E in un pranzo col papa a Castelgandolfo i cardinali Bagnasco, Ruini, Scola e Schonborn discussero delle difficoltà di gestione della Segreteria di Stato e, per l'appunto, persino delle possibili dimissioni di Bertone dopo le plurime gaffe.
Compiuti in dicembre i 75 anni, il cardinale Segretario di Stato sarebbe pensionabile, insieme ad altri cinque porporati: il prefetto dei vescovi Giovan Battista Re, il prefetto del Clero Claudio Hummes, il presidente del Pontificio consiglio per l'unità dei cristiani Walter Kasper, il prefetto dei religiosi Franc Rodé e l'archivista bibliotecario di Santa Romana Chiesa, cardinale Raffaele Farina. Il papa aveva deciso, in deroga alla regola stabilita da Paolo VI, di mantenere "in servizio" il cardinal Bertone. Donec aliter provideatur.

Ma che accadrà adesso se davvero Benedetto XVI compulserà il dossier che si è fatto consegnare sul caso Boffo, che rivelerà probabilmente il volto di una Chiesa combattuta, come sempre nella storia, tra il bene dell'umanità e il carrierismo, tra i diseredati e i fasti del potere terreno? Cadranno delle teste? Sopire o non sopire? Il segretario papale, il cinquantatreenne bavarese Georg Gaenswein, che sembra una reincarnazione di Suor Pasqualina di Pio XII ma meno "politica", il quale protestò per la sua imitazione fatta da Fiorello e per quella del papa di Crozza, fa scudo come una badante a un papa che si dice lavori ormai poche ore al giorno e soprattutto dedito a gratificare la sua vocazione "omeleta", tutto preso dalle omelie più che agli intrecci periclitanti di potere che percorrono i sacri palazzi e vanno giù giù nelle partite di potere fino a quelle per il rinnovo nella carica di rettore dell'Università Cattolica di Milano del professore ruiniano Lorenzo Ornaghi.

I salesiani, da cui studiarono il premier Berlusconi e la sua anima raziocinante Fedele Confalonieri, sono inseguiti da una boutade ecclesistica tra le più feroci: "Ci sono due cose che Dio non conosce: cosa pensano i gesuiti e dove prendono i soldi i salesiani". Di salesiani Bertone ha riempito la Curia. Ai gradini più alti della piramide vaticana ha posto tra gli altri, come ha documentato Il Foglio di Giuliano Ferrara, organo ufficiale degli "atei devoti", Raffaele Farina, ex sottosegretario del Pontificio consiglio della Cultura ed ex prefetto della Biblioteca Apostolica, e Angelo Amato, specialista in Cristologia ed Ecumenismo, tra gli estensori della "Dominus Iesus", la dichiarazione sull'unicità e l'universalità salvifica di Cristo e della Chiesa.

Resta sospeso nei veleni di borgiana memoria il grande interrogativo su chi comandi veramente oggi nella chiesa di Benedetto XVI. Il sociologo cattolico Giuseppe De Rita è convinto che il papa abbia deciso di scrivere libri e col suo indecisionismo dia l'idea di aver soltanto deciso di non comandare. Il vaticanista Benny Lai conferma che da un pontificato in cui a governare era il cardinale Angelo Sodano siamo passati a uno in cui il pontefice governa poco e chi ha attorno non lo aiuta. Mentre per l'altro grande vaticanista Giancarlo Zizola i nuovi leader che il papa ha fatto affluire nei ranghi centrali della struttura monarchica si stanno sostanzialmente consumando in "spartizioni di potere".

"Il demonio ha paura della gente allegra", avvertiva don Bosco. Il Vaticano, contrariamente a tutti noi, pensa in secoli e guarda all'eterno. Ma dietro il portone di bronzo il diavolo, neanche nella celebrazione del sacrificio virginale di Santa Maria Goretti, incontra oggi molta gente allegra.

di Alberto Statera

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