domenica 28 febbraio 2010

Di Girolamo, la testa di legno dei boss in Parlamento


E' uno scandalo pieno di precedenti quello del senatore Nicola Di Girolamo. Non certo il primo ad essere eletto grazie ai voti della criminalità organizzata, non certo l'ultimo che dopo la conquista del seggio è stato chiamato a restituire il “favore”. E a non dimenticare mai le proprie “origini” e quelle di chi lo ha “costruito”.
Per Gennaro Mokbel, trait d'union tra ambienti politico-mafiosi, massoneria, servizi segreti ed eversione nera, il senatore del Pdl era “una creatura sua e dei suoi amici della 'Ndrangheta”.
Modellato su misura per soddisfare le necessità di un'organizzazione fatta di criminali e colletti bianchi uniti dall'obiettivo comune di riciclare i proventi di quella che il gip di Roma, nelle 1800 pagine di ordinanza di custodia cautelare sfociata negli arresti di martedì, definisce la “più colossale truffa del secolo”. Uno dei più grandi business nella remunerativa galassia del riciclaggio che secondo il Fondo Monetario Internazionale varrebbe, solo in Italia, non meno di 118 miliardi di Euro e nelle economie occidentali assorbirebbe tra il 5 e il 10% del Pil.
Cifre immense che in fede al sacrosanto principio del “Pecunia non olet” rendono sempre più labile il confine tra criminalità e imprenditoria e finanza e politica e servizi di sicurezza.
“Gli affari si fanno meglio in Parlamento” erano sicuri gli organizzatori della maxi-truffa che di nuovo sta portando sul banco degli imputati i vertici di compagnie telefoniche, questa volta Fastweb e Telecom Italia Sparkle. E quando nel 2008, caduto il governo Prodi, c'era bisogno di un referente politico preferibilmente eletto in Europa la scelta era caduta su di lui: già organico all'associazione e già dimostratosi affidabile in quanto “organizzatore di società di comodo” e “consulente legale e finanziario dell'associazione criminale per conto della quale aveva effettuato viaggi all'estero per operare su diversi conti correnti accesi presso istituti di credito internazionali”.
Mokbel aveva così proposto la candidatura di Di Girolamo al senatore Marcello Dell'Utri, che aveva poi declinato l'offerta, ma si era preso qualche giorno per pensarci. Perché il braccio destro di Silvio Berlusconi Mokbel lo conosceva, e non lo nega. Così come mai, negli anni passati, ha negato di essersi sentito al telefono con Aldo Micciché, il faccendiere legato ai capi della potente cosca calabrese dei Piromalli. Che secondo un'indagine si sarebbe attivata per raccogliere in America Latina i voti da dirottare al Pdl utilizzando lo stesso metodo delle schede bianche e facendo guadagnare al partito più di 50 mila consensi. Un gioco da ragazzi per il Micciché, che dal senatore avrebbe ricevuto anche la richiesta di impegnarsi pure per il voto in Calabria sentendosi rispondere: “Nessun problema”.
Su Di Girolamo Dell'Utri non se la sarebbe però sentita di puntare e Mokbel, uomo dalle mille conoscenze - risultato anche in contatto con personaggi dei servizi segreti, con “finanzieri affittati”, con appartenenti al Nucleo di Polizia valutaria - si sarebbe rivolto altrove. Più precisamente all'avvocato Paolo Colosimo, difensore di alcuni boss” della famiglia Arena di Isola di Capo Rizzuto e poi a Stefano Indrieri, ex segretario del ministro Tremaglia che avrebbe fatto ottenere al nuovo “cavallo” dell'organizzazione una falsa residenza a Bruxelles, necessaria per la candidatura nella circoscrizione Estero-Europa. La falsa residenza, si legge nel documento, “sarà l'abitazione in uso a un giovane borsista pugliese presso il Parlamento europeo, amico di Andrini”. Per quanto riguarda i voti ci avrebbero pensato le conoscenze dell'avvocato Colosimo. E in particolare il boss Franco Pugliese, amante delle barche (che in cambio avrebbe preteso che fosse individuata una persona fisica o giuridica alla quale intestare un'imbarcazione che lo stesso stava acquistando), che in Germania risulterebbe proprietario di 146 ristoranti e che avrebbe dimostrato di avere un controllo capillare, insieme alla cosca Arena, anche di larghe fette di territorio estero.
La banda di Mokbel, aggiungono i giudici, utilizzava anche alcuni poliziotti come autisti e ad altri veniva affidata la sicurezza della gioielleria romana in via Chelini, dove venivano venduti diamanti”, una delle attività utilizzate per riciclare i proventi illeciti.
Mentre il faccendiere romano sarebbe stato in contatto anche con Gianfranco Fini. “Fratello mio, tutto a posto – si sente dire nel corso di un colloquio telefonico intercorso tra lo stesso Mokbel e il boss Pugliese -, ma tu non sai... poi ti spiego. Mo ha chiamato Fini, Gianfranco Fini”, che “ha chiamato Nicola (Di Girolamo) e l'ha convocato non se sa quando esce questo e io sto qui come un cojone. Ma nun te preoccupà ogni promessa è debito”.
E infatti la promessa sarà esaudita e il politico verrà eletto in quota An nelle fila del Popolo della Libertà a garantire gli interessi del sodalizio.
Anche per questo il gip Aldo Morgigni ha chiesto che Di Girolamo venga arrestato, e perché, ha spiegato, “sussiste il rischio concreto che fruendo dell'immunità propria di tale carica egli possa fuggire all'estero, dove dispone di un patrimonio illecito di notevolissima entità”. In parte confermato anche dal commercialista Fabrizio Rubini che avrebbe parlato di “somme rilevanti” versate in favore del senatore.
Ieri, in conferenza stampa, Di Girolamo si è difeso: “Non c'entro non questi personaggi”, “mai conosciuti”. Ma a smentirlo c'è la prova delle prove: una foto che lo ritrae mentre festeggia la vittoria elettorale proprio con il boss Pugliese.
E mentre al Governo si parla di nuovi disegni di legge contro la corruzione, i personaggi come Di Girolamo, nelle aule del ParlamenDi girolamoto e del Senato sembrano essere sempre più in buona compagnia.

di Monica Centofante

sabato 27 febbraio 2010

La Corte Costituzionale boccia i tagli sul sostegno


LA CONSULTA rischia di fare saltare i tagli di Tremonti sulla scuola: per gli alunni disabili gravi non si possono mettere limiti al numero di insegnanti di sostegno. E' il parere della Corte costituzionale che considera non in linea con i principi della Carta due commi (il 413 e il 414) dell'articolo 2 della Finanziaria per il 2008. In poche parole, i tagli intervenuti l'anno scorso e due anni fa sull'organico di sostegno sono incostituzionali. Per le associazioni di alunni disabili, in piazza anche tre giorni fa, si tratta di una vittoria.

"La politica condanna i disabili", dicono quelli di Tutti a scuola. Secondo l'associazione che riunisce i genitori di portatori di handicap, la politica condanna i diversamente abili a "non avere insegnanti di sostegno, alla mancanza di continuità didattica, ad avere dirigenti scolastici e insegnanti incompetenti e non aggiornati, alle barriere architettoniche che impediscono di frequentare la scuola, a non avere l'assistenza igienica necessaria, all'assenza di strutture in cui crescere e vivere e ad essere dimenticato". Una denuncia forte che ora può contare dell'importantissima sentenza dello scorso 22 febbraio.

Il pronunciamento, a questo punto, potrebbe riaprire le porte delle aule scolastiche ad un numero considerevole di docenti di sostegno, variabile fra le 10 e le 20 mila unità. Ipotesi che farebbe saltare completamente i conti di Tremonti, deciso a tagliare 87 mila cattedre, e 8 miliardi di euro, in tre anni. La vicenda inizia due anni fa. Il governo Prodi, visto il continuo ricambio di docenti di sostegno per effetto della precarietà degli stessi, decide di stabilizzarne l'organico. Dalle 45 mila, in tre anni, l'organico di diritto salirà a 60 mila unità. Ma, contemporaneamente, stabilisce che gli uffici scolastici regionali non potranno più assegnare posti in deroga ai soggetti gravi: la norma, prevista dalla legge sulla tutela dei disabili, che obbliga ad assegnare un docente di sostegno ad ogni disabile con gravi patologie ma che, non essendo controllabile, fa saltare tutti i conti sul personale.


Dopo pochi mesi, il governo Prodi cadde e il suo successore, nonostante cominciasse a mostrare i suoi limiti, si guardò bene dal modificare la norma. E quest'anno, a fronte di una aumento di oltre 5 mila alunni disabili, l'organico è calato di oltre 400 posti: passando da 90.882 a 90.469 posti. Risultato: parecchi alunni disabili, anche in grave situazione, hanno visto calare le ore dedicate loro dall'insegnante di sostegno. A sollevare la questione di legittimità costituzionale è stato il, Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia, al quale si erano rivolti i genitori di una bambina di scuola materna affetta da "ritardo psicomotorio e crisi convulsive da encefalopatia grave" alla quale le ore di sostegno furono addirittura dimezzate.

Le nove pagine di provvedimento fanno il lungo elenco dei principi costituzionali violati dalla norma, che costringeranno per il prossimo anno la coppia Gelmini-Tremonti a rivedere la circolare sugli organici di prossima emanazione. Sono ben 8 gli articoli disattesi dalla norma che pone un tetto ai prof di sostegno. Da tali violazioni deriverebbero "l'impossibilità per il disabile grave di conseguire il livello di istruzione obbligatoria prevista, quello superiore e l'avviamento professionale propedeutico per l'inserimento nel mondo del lavoro", sono "in contrasto con i valori di solidarietà collettiva nei confronti dei disabili gravi", ne impediscono "il pieno sviluppo, la loro effettiva partecipazione alla vita politica, economica e sociale del Paese" e introducono "un regime discriminatorio illogico e irrazionale che non tiene conto del diverso grado di disabilità di tali persone, incidendo così sul nucleo minimo dei loro diritti".

di Salvo Intravaia

giovedì 25 febbraio 2010

Cina e Usa la battaglia dei giganti


Che scemo. Pensavo che i leader mondiali volessero impedire il collasso delle proprie nazioni. Di sicuro sono intenti a lavorare sodo per evitare il collasso della valuta, il collasso del sistema finanziario, il collasso del sistema alimentare, il collasso sociale, il collasso ambientale e l’insorgenza di una miseria generale e travolgente… Giusto? No. L’evidenza ci suggerisce tutt’altro. Sempre di più, sono costretto a concludere che lo scopo del gioco giocato dai leader del mondo in realtà è non evitare il collasso; ovvero, ritardarlo per un po’, in modo che la propria nazione sia l’ultima ad affondare e la propria parte abbia l’opportunità di depredare le carcasse altrui prima di andare incontro allo stesso destino.

Lo so, suona insopportabilmente cinico. Ed infatti è possibile che questa non sia una descrizione accurata dell’atteggiamento conscio dei leader delle nazioni più piccole. Ma per gli U.S.A. e la Cina – i due Paesi che più probabilmente apriranno strada al resto del mondo – le azioni parlano più forte delle parole. (Avviso per la sanità mentale dei lettori: chi ha scarsa tolleranza alle cattive notizie dovrebbero fermarsi ora; ci sono un sacco di articoli più allegri su internet; potrebbe essere un buon momento per trovarne uno e goderselo.)



> Per queste due nazioni, evitare il collasso richiederebbe la risoluzione di una serie di problemi enormi, di cui almeno quattro sono non negoziabili: il cambiamento climatico, il picco dei combustibili fossili (stagnazione e, presto, declino degli approvvigionamenti energetici), l’inerente instabilità di sistemi finanziari basati sulla crescita, e la vulnerabilità dei sistemi alimentari rispetto a fattori quali la scarsità di acqua dolce e l’erosione del suolo (in aggiunta al riscaldamento globale e alla scarsità di combustibile). Se non si riesce a risolvere anche uno solo di questi problemi, il collasso societale sarà inevitabile, di sicuro nel giro di qualche decennio, ma forse anche solo entro pochi anni.

Allora, come vanno le cose per i nostri due concorrenti? Non molto viene detto a proposito del clima, solo vaghe promesse di azioni future. Quindi, è evidente che la strategia in questo campo è ritardare (attenzione, non ritardare gli impatti, ma piuttosto gli sforzi per affrontare il problema).

Allo stesso modo, sono poche le azioni concrete intraprese a riguardo dei sistemi alimentari: l’assunto sembra essere che l’agricoltura industriale convenzionale – responsabile della maggior parte delle enormi e crescenti vulnerabilità del sistema alimentare globale – in qualche modo si accollerà il compito di nutrire da sette a nove miliardi di essere umani. Basta continuare a fare ciò che stiamo già facendo, ma su scala più grande e utilizzando un maggior numero di coltivazioni geneticamente modificate.

Quanto al picco di energia, esso non è riconosciuto ufficialmente, quindi la strategia adottata è la negazione del problema. Vedremo con che risultati.

E che dire del caos finanziario? Per questo aspetto, la situazione diversissima di U.S.A. e Cina giustifica una trattazione più estesa.

La Cina sale al comando!

Gli U.S.A. sono indebitati fino al collo e, per salvare banche “troppo grandi per fallire”, hanno ipotecato il salario delle generazioni future, più o meno fino a quando l’inferno non si sarà congelato. Al contrario, la Cina ha pile e pile di danaro liquido (risultato dei suoi enormi surplus commerciali) e, per evitare che la valuta dei suo principale cliente perdesse valore, si è comprata una bella fetta del debito statunitense. In questo ambito, sembra proprio che una nazione sia sul punto di scemare, mentre l’altra è pronta fare un balzo per raggiungere il primo posto come superpotenza economica mondiale.

Si dà il caso che questo sia un giudizio convenzionale sull’argomento. Non è difficile trovare commentatori che affermino che gli Stati Uniti, per diverse ragioni, sono una potenza del passato. Oltre all’enorme fardello del debito, soffrono di una progressiva riduzione della base manifatturiera, di un notevole disavanzo commerciale, dell’erosione della qualità dell’educazione, e di una politica estera che, mentre serve gli interessi dei produttori di armamenti, mina gli interessi a lungo termine di tutta la nazione. A questo proposito, un sondaggio di opinione condotto da World Public Opinion nel 2006 ha evidenziato che, in quattro importanti nazioni alleate (Egitto, Marocco, Pakistan e Indonesia) che insieme rappresentano un terzo dei musulmani del mondo, la maggior parte della popolazione ritiene che gli U.S.A. siano decisi ad insidiare o distruggere l’Islam. In questi Paesi, la maggioranza degli intervistati appoggia eventuali attacchi a bersagli americani. E si dà il caso che la maggior parte dei futuri approvvigionamenti di petrolio proverrà da nazioni musulmane. Fantastico.

Al contrario, la Cina sta vivendo una primavera anfetaminica. Attualmente è il maggiore produttore di automobili del mondo. E, secondo quanto affermato daStuart Staniford in un recente articolo zeppo di dati, “se continuano i trend attuali, entro un paio d’anni il sistema di autostrade cinesi probabilmente sarà più vasto del sistema di strade interstatali degli Stati Uniti, mentre il numero di automobili in Cina supererà quello degli U.S.A. entro il 2017”. Oggi, nel 2010, la Cina è il maggiore produttore di energia idroelettrica e solare ed entro il 2011 sarà anche il maggiore produttore di energia eolica. L’intelligente rete di investimenti della Cina fa apparire insignificante quella statunitense, con un rapporto di 200 a 1. I Cinesi stanno investendo pesantemente anche nell’energia nucleare. Staniford prosegue scrivendo: “Semplificando moltissimo, è come se gli U.S.A. avessero preso a prestito una montagna di soldi dalla Cina per combattere una guerra il cui scopo era liberare il petrolio iracheno in modo che la Cina potesse diventare la più grande potenza industriale che il mondo abbia mai visto”.

La politica estera della Cina consiste principalmente nel comprarsi gli amici acquistando diritti su petrolio, gas, carbone e altre risorse (in Canada, Australia, Venezuela, Iraq, Kazakistan e nell’Africa intera); gli U.S.A., invece, spendono denaro che non hanno per estirpare furfanti e, nel mentre, si fanno nuovi nemici.

In una conferenza tenuta nell’ottobre 2009, George Soros ha ostentato un candore rincuorante circa la gravità della crisi finanziaria globale in corso: “La differenza [tra la recente crisi economica] e la Grande Depressione è che questa volta al sistema finanziario non è stato permesso di collassare, e lo si è messo in cura intensiva. Infatti [comunque] il problema del credito e dell’indebitamento che abbiamo oggi è di entità persino maggiore che negli anni Trenta”. Soros poi ha proseguito parlando delle rispettive posizioni di U.S.A. e Cina:

“Tutti i Paesi, nel breve termine, hanno subito conseguenze negative, ma, nel lungo termine, ci saranno vincitori e vinti. (…) Per dirla senza mezzi termini, gli U.S.A. soffriranno la perdita maggiore mentre la Cina è sul punto di emergere come il principale vincitore. (…) La Cina è stata la principale beneficiaria della globalizzazione e si è trovata in larga misura isolata rispetto alla crisi finanziaria. Per l’Occidente – e per gli U.S.A. in particolare – la crisi è stata un evento che si è generato all’interno portando al collasso del sistema finanziario. Per la Cina, invece, si è trattato di un urto proveniente dall’esterno, che, pur avendo danneggiato le esportazioni, ha lasciato incolume il sistema finanziario, politico ed economico”.

La Cina incespica!

Ma ricordate: se non si trovano soluzioni al cambiamento climatico, al picco energetico e all’incombente crisi alimentare, vincere la gara finanziaria sarà solo un’effimera consolazione. Prendiamo in considerazione anche solo l’enigma dell’energia: la Cina è in grado di costruire centrali nucleari e generatori eoloelettrici, ma non potrà mantenere a lungo un tasso di crescita annuale dell’8% se l’energia derivante dal carbone rimane invariata o diminuisce. Sommando i progetti di Cina e India, i due Paesi hanno attualmente in programma di costruire ben 800 centrali elettriche a carbone entro il 2020. Ma dove reperiranno il combustibile? La produzione domestica di entrambi i Paesi è già deficitaria e le importazioni sono già cominciate. Ma i Paesi esportatori di carbone non saranno in grado di tenere il passo con la crescente domanda di Cina e India.

Inoltre, esiste una scuola di pensiero secondo cui l’apparentemente irrefrenabile miracolo economico della Cina non è che una bolla che sta per scoppiare. Il mercato dei beni immobili di Beijing è surriscaldato, come quello di Las Vegas attorno al 2006. L’anno scorso, il PIL cinese è cresciuto del 9%… sulla carta. Ma per raggiungere quell’obiettivo, il governo e le banche hanno dovuto concedere prestiti per un importo pari al 30% del PIL (il tasso di crescita nei prestiti è accelerato nell’ultima parte dell’anno; ai tassi registrati alla fine dell’anno, le banche avrebbero dato a prestito una somma pari all’intero PIL nazionale previsto per il 2010). In ogni caso, probabilmente molta parte di tale crescita si è verificata attraverso speculazioni su beni immobili e azioni dubbie.

In generale, la Cina è ad uno stadio di sviluppo economico da selvaggio West: è un’accozzaglia di influenti basi di potere capitalistico locali che non devono rendere conto a nessuno, tutte intente a destreggiarsi per creare e inflazionare patrimoni e credito. Di recente, il governo centrale ha esercitato un certo controllo sulle banche, ma la sua abilità di fermare gli schemi Ponzi a livello locale è ancora limitata.

In gennaio, la commissione regolatoria bancaria cinese ha tentato di mettere un freno ai prestiti per rallentare il rapido incremento di valore dei beni immobili e del mercato delle azioni. (C’è da dire però che nello stesso mese il gabinetto cinese ha deciso di permettere operazioni di margin trading e vendite allo scoperto per lanciare un indice di futures.) Comunque, è significativo che ci siano prove del fatto che i tentativi della banca centrale della Cina volti a deflazionare in modo innocuo le bolle dei mercati immobiliari e della borsa probabilmente non stiano funzionando. Secondo Joe Weisenthal di Business Insider , l’improvvisa sospensione dei prestiti "ha colto di sorpresa gli importatori e molte altre società, e potrebbe causare turbolenze negli ordini di importazione della Cina. Le lettere di credito sono improvvisamente divenute indisponibili nonostante gli accordi pregressi. Crediamo che questo porterà inevitabilmente a ritardi o cancellazioni nelle importazioni della Cina. È probabile che l’impatto maggiore riguarderà gli ordini relativi a beni di consumo e macchinari". Traduzione: il governo si è trovato di fronte ad una scelta: lasciar scoppiare una bolla in rapida crescita, affossando il mercato, oppure deflazionare deliberatamente la bolla, rischiando di affossare l’economia per un’altra strada. La banca centrale ha scelto la seconda opzione ed è possibile che tale azzardato affossamento si stia palesando ora.

Nel frattempo, Google e l’Amministrazione Obama esercitano pressioni esterne sulla Cina al fine di allentarne la censura sulle comunicazioni elettroniche; secondo alcuni, queste mosse sono da interpretare come una riduzione delle opzioni del governo centrale per controllare sia il flusso delle informazioni che l’economia.

In un recente controeditoriale, il rubricista del New York Times Tom Friedman ha ribattuto alle espressioni di preoccupazione circa l’esplosione della bolla cinese con una robusta manifestazione di fiducia nell’irrefrenabile spinta espansionistica di Beijing. Considerando il passato di Friedman (ricordate le sue rubriche nel 2003, in cui celebrava i benefici di cui l’America avrebbe goduto con un’invasione dell’Iraq?), questo è sufficiente a generare dubbi in merito ai tempi più o meno brevi del deragliamento della locomotiva cinese.

Cosa significa "Vincere"?

Nel suo Reinventing Collapse: The Soviet Example and American Prospects (‘La reinvenzione del collasso: l’esempio sovietico e le prospettive americane’), Dmitry Orlov tratta il “gap di collasso” tra Stati Uniti e vecchia Unione Sovietica: questa, egli sostiene, in effetti era molto meglio preparata alla crisi economica e alla caduta del proprio governo centrale; quando gli U.S.A., prima o poi, seguiranno la strada dell’U.R.S.S., il dolore e la sofferenza dei cittadini sarà di gran lunga maggiore. (Qui non posso riassumere in maniera adeguata le prove e i ragionamenti di Orlov, ma sono convincenti; se non avete ancora letto il libro, fatevi un regalo.)

Quindi: qual è l’attuale situazione degli U.S.A. in termini di preparazione al collasso rispetto alla Cina?

Dopo sessant’anni di crescita economica quasi ininterrotta, gli Americani hanno sviluppato aspettative per il futuro che non sono realistiche. Sono consumatori urbanizzati la cui capacità di produzione si è raggrinzita e le cui abilità pratiche di sopravvivenza sono, nella maggior parte dei casi, rudimentali. Al contrario, i Cinesi si affacciano su un baratro molto meno ripido. La maggior parte vive ancora in campagna, e molti di quelli che vivono in città distano una sola generazione dall’agricoltura di sussistenza e sono ancora in grado di affidarsi alle competenze pratiche, proprie o dei propri genitori, acquisite durante decenni di povertà e di immersione in una cultura agricola tradizionale.

Entrambe le nazioni si trovano di fronte a feroci sfide politiche. Negli U.S.A., il governo centrale è ormai quasi completamente paralizzato: è evidentemente incapace di risolvere persino problemi relativamente minori e la fiducia risposta in esso dalla maggioranza dei cittadini è in larga misura evaporata. I leader politici sono riusciti a polarizzare geograficamente la gente con questioni che stimolano l’emotività, poche delle quali hanno a che fare con i fattori che attualmente minano la capacità di sopravvivenza della nazione. Il governo centrale cinese sembra molto più capace di agire in modo deciso e strategico, ma deve affrontare spinose questioni geografiche e storiche: il divario economico e sociale tra le ricche città costiere e l’interno povero e rurale è estremo e crescente; ed esiste uno scisma demografico tra chi ha meno di 40 anni ed elevate aspettative economiche, e le generazioni più anziane cresciute sotto Mao, la cui etica è fondata su collettivismo e abnegazione. I giovani, specialmente, hanno accettato lo scambio tra libertà civili e prosperità economica. Ma questa non sarà data, le prime saranno richieste con forza. Se le aspettative dovessero essere disattese, la profondità di queste divisioni sarebbe sufficiente a lacerare la società, e i leader lo sanno bene.

Quindi, nell’eventualità di un collasso, entrambe le nazioni si troverebbero di fronte alla possibilità di un crollo dei sistemi politici con conseguenti violenze diffuse (rivolte e repressioni).

La Cina continua ad essere in vantaggio in un’area cruciale: il sistema alimentare. Nonostante i recenti trend di rapida urbanizzazione, molti cittadini coltivano ancora il proprio cibo (negli U.S.A., i coltivatori a tempo pieno si aggirano attorno al 2% della popolazione e il coltivatore medio si sta avvicinando all’età pensionabile). Ciò non implica che la Cina sarà capace di dar da mangiare a tutta la sua popolazione; sta già diventando uno dei principali importatori di prodotti alimentari. Nel frattempo, gli U.S.A. sono ancora un importante esportatore di alimenti. La principale differenza sta nella resilienza dei rispettivi sistemi: quello degli U.S.A. è più centralizzato e più dipendente dagli idrocarburi e, quindi, probabilmente più vulnerabile.

La geopolitica del collasso

è facile capire perché la preparazione al collasso è un vantaggio per la cittadinanza: meglio si è preparati e più persone sopravvivranno. Tuttavia, c’è da chiedersi se un tasso più elevato di sopravvivenza, durante e dopo il collasso, si traduca in un vantaggio geopolitico.

Il processo del collasso sarà determinato da molti fattori, alcuni dei quali difficili da prevedere, e quindi è arduo anticipare l’entità o la portata della struttura del potere politico che eventualmente riemergerà nell’uno e nell’altro Paese. È possibile che una o entrambe le nazioni si trasformino in una serie di unità politiche più piccole in conflitto tra loro e incapaci di impegnarsi più di tanto nelle manovre globali per l’approvvigionamento delle risorse. Le nuove unità politiche emergenti all’interno degli attuali territori della Cina e degli U.S.A. sarebbero immediatamente assalite da enormi problemi pratici, tra cui povertà, fame, disastri ambientali e migrazioni di massa.

è presumibile che rimarranno intatti ed utilizzabili dei potenti armamenti dell’era della guerra globale. Quindi, in teoria, è possibile che una di queste entità politiche più piccole possa affermarsi sul palcoscenico mondiale come impero contingente e di breve durata, con una portata geografica limitata. Ma anche in quel caso “vincere” la gara del collasso sarebbe solo una piccola consolazione.

La possibilità di un conflitto armato tra le due potenze prima del collasso non può essere completamente esclusa, ad esempio, se gli sforzi statunitensi di contenere le ambizioni nucleari dell’Iran faranno scattare una mortale reazione a catena di attacchi e contrattacchi, in cui magari sia coinvolto Israele, e che costringeranno le potenze mondiali a scegliere un campo; oppure se gli U.S.A. persisteranno nell’armare Taiwan. Ma né gli U.S.A. né la Cina vogliono un confronto militare diretto, ed entrambe le nazioni sono molto motivate ad evitarlo. Di conseguenza, fortunatamente una guerra nucleare senza esclusione di colpi – che è ancora il peggior scenario immaginabile per l’homo sapiens e il pianeta Terra – sembra improbabile, sebbene sia possibile che, in qualche caso, l’una o l’altra nazione usi queste armi nei prossimi decenni.

Le guerre commerciali sono un’altra questione e, secondo Michael Pettis (Financial Times) , potremmo persino assistere ad una di queste guerre nel corso di quest’anno:

“(…) gli squilibri commerciali sono più necessari che mai a giustificare l’aumento degli investimenti in Paesi con surplus [cioè la Cina], ma la crescente disoccupazione li rende politicamente ed economicamente inaccettabili nei Paesi in deficit [cioè gli U.S.A.]. L’aumento del risparmio negli U.S.A. si scontrerà con il risparmio ostinatamente alto in Cina. A meno che non si elabori immediatamente una soluzione congiunta a lungo termine, il conflitto commerciale peggiorerà e sarà sempre più difficile invertire le politiche offensive. Aspetto ancora più importante, se i Paesi deficitari esigeranno un cambiamento strutturale più veloce di quanto i Paesi in surplus possano gestire, finiremo quasi certamente con un’orrenda controversia commerciale che (…) avvelenerà le relazioni per anni”.

Quanto probabile è la prospettiva che l’ultima nazione in piedi possa – come mi sono espresso nel primo paragrafo – “depredare le carcasse” dei propri concorrenti? Un simile scenario presuppone che tale nazione possa rimanere in piedi per almeno qualche anno dopo la caduta delle altre. Ma forse questo non è possibile. Si ricordino le parole profetiche di Joseph Tainter in The Collapse of Complex Societies (‘Il collasso delle società complesse’, 1988):

"Una nazione oggi non può più collassare in maniera unilaterale perché se un qualsiasi governo nazionale si disintegra, la sua popolazione e il suo territorio sono assorbiti da un'altra nazione [o sono salvati da agenzie internazioni] (…) Questa volta il collasso, se e quando si verificherà di nuovo, sarà globale. Non è più possibile che una qualsiasi nazione singola collassi."

Quando l’U.R.S.S. è crollata, gli U.S.A. e diverse multinazionali hanno potuto fare incursioni e divorare un po’ dei tesori rimasti in giro. Un esempio: da molti anni il combustibile usato dalle centrali nucleari statunitensi è uranio cannibalizzato dalle vecchie testate missilistiche sovietiche. Subito dopo, alcuni istituzioni internazionali come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale contribuirono presto ad organizzare nuove strutture finanziarie in Russia, Ucraina, Bielorussia, Lituania, Estonia e negli altri Paesi sorti dalla disintegrazione politica ed economica sovietica, così da limitare e invertire il processo di disintegrazione sociale che era già cominciato.

Ma ora il gioco è cambiato. Un collasso degli U.S.A. devasterebbe la Cina. Beijing perderebbe il suo cliente principale. Non solo. I buoni del tesoro accumulati per centinaia di miliardi di dollari diverrebbero privi di valore. Se la Cina fosse stabile internamente, sarebbe possibile assorbire un tale urto, seppure con qualche difficoltà. Ma alla luce dei problemi sociali e finanziari che ribollono in Cina, un collasso degli U.S.A. sarebbe quasi certamente sufficiente a gettare l’economia di Beijing in un vortice che originerebbe crisi sia sociali sia politiche.

Un collasso della Cina devasterebbe gli U.S.A. in modo simile. Ovviamente, la perdita di una fonte di prodotti di consumo a basso prezzo sconcerterebbe i clienti di WalMart, ma lo shock andrebbe molto più a fondo. Il Tesoro perderebbe il principale acquirente straniero del debito governativo, per cui la FED sarebbe costretta ad intervenire monetizzando il debito (in parole povere, dovrebbe “accendere le stampatrici della zecca”), compromettendo quindi il valore del dollaro. Il risultato: un crollo economico iperinflazionario. Un tale crollo, comunque, è probabilmente inevitabile a un certo punto, ma sarebbe velocizzato e aggravato da un eventuale collasso del sistema cinese.

In ogni caso, le istituzioni internazionali mondiali non sarebbero capaci di prevenire le sostanziali ricadute sociali e politiche. E l’ultima nazione a restare in piedi non resterebbe in piedi a lungo. Abbiamo raggiunto la fase in cui, come afferma Tainter, “la civiltà mondiale si disintegrerà nella sua totalità".

La maratona della transizione

Ok. I leader statunitensi e cinesi non stanno facendo nessun serio sforzo per evitare il collasso nel lungo termine (vale a dire, nei prossimi 10-20 anni). Forse la ragione è che sono giunti alla conclusione che sia un’impresa impossibile; troppi trend portano nella stessa direzione, e in effetti gestirne di petto uno qualsiasi comporterebbe enormi rischi politici nell’immediato. In realtà, comunque, è molto più probabile che i leader stiano semplicemente rifiutando l’idea di riflettere seriamente su questi trend e sulle loro implicazioni, perché dispongono di un’alternativa: posporre il collasso mediante spesa in disavanzo, salvataggi, e ulteriori bolle finanziarie, mentre recitano la propria parte nel teatrino kabuki delle politiche sul clima e si dedicano alla geopolitica delle risorse. In questo modo, almeno, il biasimo cadrà sulla prossima generazione di leader. Posticipare il collasso è di per sé un grosso lavoro, sufficiente a far sì che tutta l’attenzione sia dirottata altrove rispetto alla contemplazione della natura terribile e inevitabile di ciò che si sta posticipando.

Ma il rischio di dissoluzione è in qualche modo ridotto da questi sforzi a breve termine? Mhm, difficile che sia così. Infatti, più si ritarda la resa dei conti, e peggiore sarà.

Piuttosto che tentare di ritardare l’inevitabile, avrebbe più senso, semplicemente, costruire resilienza in tutta la società e rilocalizzare i sistemi sociali essenziali concernenti il cibo, la produzione e la finanza. Non c’è bisogno di ripetere il discorso corrente su questa strategia: i lettori che non lo conoscono possono trovare consigli in abbondanza su www.transitiontowns.org , o nei libri e negli articoli di autori quali Rob Hopkins, Albert Bates, David Holmgren, Pat Murphy, e Sharon Astyk (e anche in qualche mio scritto, ad esempio Museletter #192 ).

Comprensibilmente, per i politici nazionali è difficile pensare lungo queste linee. Costruire la resilienza societale significa trascurare i dettami dell’efficienza economica; significa ridurre sistematicamente il governo centrale e le istituzioni commerciali nazionali/globali (banche e corporation). Significa anche mettere in discussione il dogma centrale del nostro mondo moderno: l’efficacia e possibilità di una crescita economica senza fine.

Quindi, l’esito migliore risiede in una strategia di resilienza e rilocalizzazione, ma i nostri leader nazionali non possono neppure contemplare una tale strategia, il che significa che quei leader sono, almeno in un certo senso, irrilevanti per il nostro futuro.

Alcuni lettori sono così in sintonia con questa linea di pensiero da ritenere che non abbia più senso prestare attenzione alla scena globale. È persino possibile che ritengano che questo articolo sia una perdita di tempo (mi aspetto di ricevere un paio di e-mail in tal senso). Ma seguire gli eventi mondiali è più che una questione di informazione-intrattenimento: quando e come la Cina e gli U.S.A. si sfasceranno è un problema con conseguenze molto maggiori che se il Superbowl sarà vinto dai Saints di New Orleans o dai Colts di Indianapolis. La realtà è che nessuna nazione, nessuna comunità, sarà in grado di proteggere se stessa dai venti improvvisi e violenti che riempiranno rapidamente il vuoto lasciato dall’implosione dell’una o dell’altra superpotenza.

A proposito, mi scuso con le altre 190 nazioni circa del mondo, grandi e piccole: il fatto che in questa discussione mi concentri su U.S.A. e Cina non significa che gli altri Paesi siano privi di importanza, o che i loro destini non saranno unici quanto le loro culture e le loro geografie; è solo che, probabilmente, i loro destini si dispiegheranno nel contesto del collasso globale che si diffonderà dalle due nazioni di cui stiamo parlando. Per qualsiasi nazione – l’India, la Bolivia, la Russia, il Brasile, il Sudafrica – e per qualsiasi comunità o famiglia, la sopravvivenza richiederà un certo grado di comprensione della direzione presa dai grandi eventi, per riuscire a togliersi di mezzo quando voleranno i detriti e saper individuare in anticipo le opportunità per riorganizzarsi.

Quindi, prestate attenzione ai bollettini meteorologici da Washington e Beijing e nel frattempo costruite la resilienza locale ovunque vi troviate. Se il tetto ha bisogno di essere riparato, non cincischiate.

Nel frattempo, dopo una lunga giornata trascorsa ad organizzare gli orti collettivi della Transizione, potreste voler pregustare l’America del post-collasso leggendo A World Made by Hand (‘Un mondo fatto a mano’) di James Howard Kunstler; o assaporare trattazioni piacevolmente erudite del collasso visto come un processo esteso (come probabilmente sarà) o come evento improvviso ed estremo, leggendo i libri di John Michael Greer The Long Descent (‘La lunga discesa’) e The Ecotechnic Future (‘Il futuro ecotecnico’).

Anche se il cielo sta per caderci sulla testa, non vuol dire che sia ora di smettere di pensare.

Richard Heinberg
Fonte: www.postcarbon.org
Link: http://www.postcarbon.org/article/67429-china-or-the-u-s-which-will

Di Girolamo e la galassia di estrema destra


C'è una galassia nera che ruota attorno agli affari oscuri del senatore Nicola di Girolamo, alla truffa da 2 miliardi delle compagnie di telefonia e al riciclaggio di capitali dell 'ndrangheta. Imprenditori, manager e avvocati con alle spalle una militanza nelle file dell'estrema destra e un presente "ripulito" grazie alle amicizie nel Popolo della Libertà, vicine al sindaco Gianni Alemanno, e sponsor di Renata Polverini nelle regionali nel Lazio.

C'è innanzitutto Gennaro Mokbel, 50 anni, imprenditore della Camilluccia "già esponente dell'organizzazione eversiva di destra Terza Posizione" amico degli ex Nar, Francesco Mambro e Giusva Fioravanti. Tra le sue vecchie frequentazioni figura Antonio D'Inzillo, killer della Banda della Magliana e dei Nar. Per gli inquirenti è la mente dell'organizzazione criminale. Di lui, i pm dell'Antimafia Giancarlo Capaldo, Giovanni Bombardieri e Francesca Passaniti ne sottolineano la "straordinaria capacità di proporsi nei circuiti legali dell'economia con interessi nel settore dei diamanti estratti in Uganda".

Con le sue società produce i film del regista Stefano Calvagna e promuove i match del pugile Vincenzo Cantatore. Qualcuno giura di averlo visto in compagnia dell'ex avvocato di Berlusconi, Cesare Previti. I pm scrivono che Mokbel vanta di "disporre di finanzieri "affittati" e di essere stato "braccio destro" del generale della finanza Francesco Cerretta, consulente della commissione Telekom Serbia".

Il presente di Gennaro Mokbel lo vede al fianco del senatore Di Girolamo. È lui a reclutare i voti dei calabresi in Germania vicini ai clan di Fabrizio Arena e Franco Pugliese. Una persona di sua fiducia con cui fa affari è Paolo Colosimo, avvocato vicino alla destra, difensore di Niccolò Accame, figlio dell'ex deputato Falco ed ex portavoce di Francesco Storace, nel processo Laziogate. Anche per Colosimo, ex legale anche dell'immobiliarista Danilo Coppola, viene chiesto l'arresto.


Ma Mokbel conosce molto bene anche Stefano Andrini, manager dell'Ama sotto la giunta Alemanno, con un passato pesante di picchiatore. Nel 2006, un'informativa della Digos sugli "Irriducibili" della Lazio se ne occupa perché è lui a registrare il sito del gruppo di ultrà formato da tanti militanti di Forza Nuova. "Andrini è conosciuto per la sua pregressa appartenenza - scrive la Digos - ai gruppi d'estrema destra "Movimento Politico Occidentale" e "Alternativa Nazionale Popolare"".

Nel '94 era stato arrestato per l'aggressione ad alcuni studenti di sinistra alla Sapienza. E 4 anni prima aveva ridotto in fin di vita due ragazzi al cinema Capranica. Fuggito in Svezia, era stato poi condannato a 4 anni per tentato omicidio. La svolta avviene nel 2008: Andrini è l'uomo che fa eleggere l'avvocato Di Girolamo, nella liste di Berlusconi in Senato, con i voti degli italiani all'estero. Secondo i pm Andrini e Gianluigi Ferretti, ex segretario dell'onorevole Mirko Tremaglia, sono proprio quelli che con Mokbel scelgono Bruxelles come residenza fittizia di Di Girolamo. Andrini, firma la dichiarazione al consolato di Bruxelles che attesta la residenza di Di Girolamo in Belgio. Nessuno controlla: il console è un suo amico. La truffa viene scoperta dai pm di Roma che chiedono invano l'arresto del neosenatore.

Il 20 ottobre 2008 la Giunta delle Elezioni ordina l'annullamento della nomina. Ma la decisione è sospesa grazie all'intervento del senatore del Pdl, Andrea Augello, uomo ombra delle politiche del Campidoglio ora grande sponsor di Renata Polverini. Nel 2009 Andrini diventa ad di Ama servizi. La nomina scatena polemiche. A sua difesa si schiera il sindaco Alemanno che ieri lo ringrazia "per la sua sensibilità" quando rassegna le dimissioni.

di Marino Bisso

lunedì 22 febbraio 2010

Biomasse la nuova follia per distruggere il Salento


Non entrerò nell'argomento sanità perchè non è il mio campo, anche se mi pare lampante che una centrale a combustione inquini più di nessuna centrale a combustione.

Il mio campo è l'ingegneria, la tecnica e gli studi di fattibilità.

La produzione di energia elettrica da biomasse ha un vantaggio innegabile rispetto alle fonti tradizionali che è quello del bilancio di CO2 "quasi nullo", cioè la CO2 riversata in ambiente durante la combustione è solo leggermente superiore a quella fissata dalla pianta da cui la biomassa è estratta durante la sua vita.

Ora chiediamoci per un attimo: ma questo bilancio resta "quasi nullo" qualunque sia la dimensione dell'impianto? Che cos'altro entra nel calcolo finale del bilancio di anidride carbonica?

Il girasole non si coltiva da solo: bisogna lavorare e preparare il terreno. Utilizzare fertilizzanti e fitofarmaci che vengono prodotti altrove e trasportati nell'area di coltura.
La materia prima coltivata va trasportata al luogo di lavorazione, da cui verrà estratto, spendendo energia, l'olio combustibile.
Questo andrà a sua volta trasportato alla centrale di produzione.

Tutti quelli descritti prima sono dei passaggi della filiera di lavorazione che comportano uso di energia, tra l'altro anche probabilmente prodotta con fonti fossili.

Risulta chiaro, spero, che quanto più grande è l'area dedicata alla coltivazione per la centrale più aumentano le spese energetiche (e la CO2 emessa) per gestirla e la convenienza e la sostenibilità ambientale di un impianto a biomasse diminuiscono drasticamente.

Come ampiamente sostenuto e divulgato nella letteratura tecnica, per essere a bilancio di CO2 "quasi nullo", un impianto a biomasse deve avere un'area di raccolta (ne parlerò in seguito) adeguata al territorio ospitante, una filiera cortissima e possibilmente del tutto interna all'area interessata per minimizzare i costi economici e ambientali dei trasporti, e in generale una vocazione all'utilizzo delle biomasse cosiddette "residuali", cioè scarto delle lavorazioni già presenti sul territorio in questione.

Realizzare impianti di grossa taglia, non adeguati al territorio che li ospita, non è razionale dal punto di vista della sostenibilità ambientale e delle ricadute sul territorio.

Inoltre, visto che una centrale a biomasse produce energia termica insieme a quella elettrica, bisogna predisporre il progetto di un sistema di teleriscaldamento (anch'esso il più possibile di breve sviluppo) per utilizzarla,
altrimenti questa viene perduta e il rendimento della centrale scende visto che una buona quota dell'energia che produce viene dispersa come calore.

Adesso mi addentro un pò nei calcoli, spero mi seguiate.

Poniamo di voler realizzare una centrale a biomasse da 30MW, un esempio molto simile al caso in esame.
In un anno abbiamo 8760 ore: ipotizziamo che la centrale funzioni 8000 ore, al netto dei tempi di manutenzione programmata. Risulta che l'energia prodotta in un anno dalla centrale è 30 x 8000 = 240.000 MWh.

Adesso facciamo un'altra ipotesi: la centrale ha un rendimento del 100%, cioè riesce a trasformare tutta l'energia presente nell'olio di girasole in energia utilizzabile.
Chiaramente, ci serviranno per farla funzionare le tonnellate di olio di girasole che possano sviluppare 240.000 MWh in un anno.

Quante tonnellate di semi di girasole produce un ettaro di terreno in un anno nel norditalia? circa 2,8.
Quante nel sud-italia? al massimo 2, per via del terreno meno fertile e della scarsità delle risorse irrigue.
(dati CTI - Comitato termotecnico italiano - indagine BIOFIT 2000)

In peso, quante di queste tonnellate diventano olio? il 36-38%, cioè da 100 tonnellate di seme si possono estrarre fino a 38 tonnellate di olio.
Quindi, ogni ettaro di terreno in un anno qui in provincia può fornire al massimo: 2,0 tonnellate di seme x 38% = 0,76 tonnellate di olio per ettaro, 760 chili.

Ora, il potere calorifico inferiore dell'olio di girasole (cioè l'energia che se ne può estrarre) è di circa 10KWh per ogni chilogrammo di olio.

Quanto olio mi servirà per alimentare una centrale che produce 240.000 MWh (cioè 240.000.000 di KWh) all'anno? Facile, dovrò utilizzare 240.000.000 / 10 = 24.000.000 kg = 24.000 tonnellate di olio all'anno.

Per produrre queste 24mila tonnellate quanto terreno mi servirà? Anche qui il calcolo è semplice, se un ettaro produce 0,76 tonnellate, per produrne 24mila occorreranno 24.000 / 0,76 = circa 31.600 ettari di terreno coltivati a girasole. Ma cauteliamoci, poniamo che ne servano 31mila "soltanto".

Abbiamo ipotizzato che tutta l'energia dell'olio venga trasformata in energia fruibile, ma in realtà il rendimento tipico di un impianto di cogenerazione non supera l'85%, ciò significa che arriviamo a 31.000 / 0,85 = 36.500 ettari necessari.

Non è finita qui: il girasole è per forza di cose una coltura rotativa e per evitare parassiti e flora patogena non può ritornare sullo stesso terreno che minimo ogni 3 anni. Questo significa che dobbiamo moltiplicare per 3 il fabbisogno di aree coltivate: per alimentare la centrale servono dunque 36.500 x 3 = 109.000 ettari. Francamente stupisce, su questo tema, la vaghezza di Coldiretti.

109mila ettari??? Mi sorge un dubbio... ma quant'è l'area disponibile in provincia? Il 5°censimento agricoltura (www.census.istat.it) attesta che l'INTERA superficie coltivabile in provincia di lecce è di 152mila ettari!!!

Con tutte le ipotesi cautelative che abbiamo fatto, possiamo prefigurarci una Provincia di Lecce che diventa un'unica grande spianata dedicata alla coltura del girasole... ma immagino che ci sarebbero non poche resistenze.
Diventerebbe assai più conveniente approvvigionarsi di olio da chi già lo fa, nazioni come il Madagascar che sono diventate delle "isole di coltivazione energetica", in cui gran parte delle aree coltivabili sono state vendute o affittate dai governi a produttori di olio combustibile con la tragica conseguenza dell'aumento del prezzo dei generi alimentari (se ne producono di meno su meno terra) e della fame della popolazione locale, tutti fenomeni ahimé arcinoti e riportati da tutti i telegiornali e le fonti di informazione.

Come si sono regolati da altre parti? La Regione Piemonte, nel piano energetico ambientale regionale del 2004 (quindi ben prima dell'"inizio del sogno"), ha emanato linee guida ferree sugli impianti di media e grande taglia, favorendo gli impianti di dimensioni contenute tra 3 e 6 MW (non 30!) e assolutamente collegati alla filiera locale, correlando dimensionamento e approvvigionamento del combustibile.
Non si comprende, in un'isola energetica com'è la Puglia che già produce molto più del suo fabbisogno energetico, la necessità di un impianto da 30MW complessivi che, obiettivamente, NON POTRA' ESSERE ALIMENTATO CON LE SOLE RISORSE DEL TERRITORIO.

La cosa poi veramente incredibile è che si proponga lo svellimento degli alberi d'olivo a favore della coltura del girasole, cioè sostituire una coltura autoctona di pregio (che andrebbe incentivata, non eliminata) con una coltura di origine estranea e di dubbia produttività. Alla faccia della biodiversità, della sostenibilità, delle politiche ambientali, del "pensare in VERDE"!

Matteo Morelli
Ingegnere elettrico, specializzato in Energia e Produzione Energetica
Università di Pisa

Distruzione Agip


Nell'Amazzonia ecuadoriana la compagnia iColore testotaliana AGIP circa vent'anni fa ha iniziato a sondare il cosiddetto blocco 10 (200.000 ettari) al fine di estrarre petrolio. I negoziati con la comunitá indigena, che, secondo la legge ecuadoriana detiene il titolo di proprietá della selva storicamente abitata, hanno portato, una quindicina d'anni fa, a un compromesso che permetteva alla compagnia di estrarre il greggio in cambio di investimenti che permettessero di sviluppare il territorio locale.
Spinte dalla promessa di una pioggia di soldi e di formazione tecnica per la realizzazione di infrastrutture, molte comunità acconsentirono.
Peacereporter ha incontrato Darìo, un dirigente della comunità Villano Paparaua, nel cui territorio si svolge la trivellazione Agip, per raccogliere la sua testimonianza.

"Tutto iniziò quando lo stato ecuadoriano scoprì l'esistenza di grandi quantità di petrolio leggero sotto il territorio di Villano, nel cosiddetto Bloque 10. Nell'arco di vent'anni la zona ha perso le proprie caratteristiche e si è trasformata.
Diversamente da quanto richiede la prassi, i diritti petroliferi non sono stati concessi ad alcuna compagnia ma sfruttati per forma diretta dallo stato ecuadoriano. Quest'ultimo ha firmato contratti di servizio ai fini estrattivi con compagnie straniere, come la Arcoriente e l'italiana AGIP OIL. Dopodichè, Agip, comprando la maggioranza delle azioni di Arcoriente, ha assunto il pieno diritto di sfruttamento del territorio, nonostante questi continuino ad appartenere, formalmente, a Petroecuador.

La presenza di Agip ha causato gravi impatti sociali e culturali, portando le comunità locali ad una sorta di sudditanza dal denaro e dalle decisioni della compagnia, rimanendo poveri sul proprio territorio. Negli ultimi dieci anni le conseguenze ambientali derivanti dallo sfruttamento sono emerse in tutta la loro gravità. Esiste uno studio secondo il quale si sono estinte specie endemiche locali. La presenza della compagnia petrolífera ha poi causato una pericolosa migrazione interna: migliaia di persone, attratte dalle nuove prospettive di lavoro, si sono riversate a Villano, danneggiando ulteriormente il delicato ecosistema della selva amazzonica.

Con ogni probabilità sono stati effettuati sversamenti nel fiume di acque reflue non trattate. La moria di pesce, la presenza di schiuma di colore verde, i forti olezzi hanno portato la comunità locale ad approfondire a denunciare l'attività inquinante della Agip alle autorità dello stato. Ulteriore allarme per la comunità il fatto che il contratto tra lo stato ecuadoriano e la compagnia italiana sia formalmente cessato, pur continuando l'attività estrattiva con una proroga di cui non è possibile rintracciare ufficialità. Gli appelli inascoltati hanno spinto i Paparaua ad aprire, a fine 2009, un giudizio per danni ambientali contro l'Agip presso il tribunale di Puyo per svariati milioni di dollari.

Analogamente la comunità chiede conto della continuazione della trivellazione: si parla infatti di tre nuovi pozzi, senza previa consultazione degli abitanti, in contrasto con quanto stabilito dalla costituzione ecuadoriana. La poca trasparenza nei rapporti tra Agip, concessionario di lavori di estrazione, e il governo dell'Ecuador, che sfrutta i diritti economici, non permette di individuare il reale responsabile dell'inquinamento ambientale, generando un continuo scaricabarile. Le denunce e le manifestazioni degli anni passati in difesa del territorio sono addirittura sfociate in una denuncia per "terrorismo" di Agip contro trenta famiglie indigene. Inchiesta misteriosamente sparita dalla cronaca, in cui gli imputati non hanno la minima idea dei risultati del giudizio.

In questi anni l'azienda italiana ha ricavato notevoli utili dallo sfruttamento ma le promesse non si sono avverate. I soldi e lo sviluppo promesso sono rimasti sulla carta. Si parla di somme di denaro somministrate regolarmente ai dirigenti indigeni e agli opportunisti di turno per controllare le proteste e limitare gli investimenti. Molti denunciano che i dirigenti firmatari dei compromessi con la compagnia siano stati "comprati" dalla stessa. Troppe volte alcuni dirigenti "corrotti" sono stati visti in lussuosi alberghi e a bere alcolici a spese della compagnia. Pertanto, alcuni giovani indigeni hanno costituito un soggetto giuridico associativo per la difesa della comunità, cercando di sostituirsi alla dirigenza inefficace dell'associazione Assodirdi cui Agip stessa aveva sollecitato la costituzione, debilitando e dividendo il fronte indigeno preesistente. Malversazioni, appropriazioni di fondi destinati alla comunità hanno caratterizzato questa associazione.

Oggi gli effetti secondari dell'intervento occidentale, quali aver causato divisione nell'organizzazione indigena, alcolismo, contaminazione del suolo e conseguente povertà per mancanza di alternative sono elementi di cui le nuove generazioni chiedono conto. C'è effettivamente stato un accenno di sviluppo. La gente pero' non si è resa conto di aver pagato con la propria cultura, di aver perso la capacità di vivere la Natura. In un certo senso è corretto dire che ci siamo impoveriti tutti, perché ci è stato tolto il bene più prezioso che avevamo, un patrimonio tramandato a voce per secoli".

scritto per PeaceReporter da

Alessandro Ingaria e Sandro Bozzolo

Fonte: PeaceReporter -Stella Spinelli

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