lunedì 28 dicembre 2009

Armi ucraine


Secondo l'autorevole opinione di molti esperti, l'Ucraina rappresenta uno dei più grandi malati d'Europa. La corruzione dilagante, una classe politica più adatta al periodo feudale che non ad uno Stato moderno, una crisi finanziaria ed economica profondissima (la produzione industriale nell'ultimo anno e' crollata del 24 percento), un tessuto sociale lacerato ed un trend demografico inesorabilmente negativo (la popolazione continua a diminuire ed e' già scesa sotto i 46 milioni) sembrano supportare abbondantemente tale opinione.

Eppure, in questo scenario a dir poco sconfortante, esiste un settore in cui gli ucraini semplicemente eccellono: la produzione e l'esportazione di armi. Pochi giorni fa e' stata diffusa una notizia a dir poco sensazionale: la compagnia di Stato per il commercio di armi, Ukrspetsexport, ha stipulato con il governo iracheno un contratto di fornitura di armi per un ammontare di circa 2,4 miliardi di dollari. Nell'affare sono coinvolte ben ottanta aziende ucraine produttrici. La transazione ha ricevuto la benedizione degli Stati Uniti, che stanno investendo fior di quattrini al fine di preparare le truppe irachene che dovranno progressivamente subentrare all'esercito a stelle e strisce. Grazie a questo contratto, il più grande mai stipulato dall'Ucraina fin dai tempi dell'indipendenza, il Paese passa dalla quattordicesima alla quinta posizione nella classifica mondiale dei Paesi esportatori d'armi. Inoltre, e la notizia e' stata data dallo stesso primo ministro Yulia Tymoschenko, saranno presto siglati accordi di vendita anche con Libia e Brasile.

Come molti analisti di politica internazionale hanno giustamente fatto notare, questo contratto non fa di certo piacere alla Russia, che nell'Iraq ha sempre trovato un buon cliente a cui piazzare le proprie armi e che vedeva nella fornitura di armi al Paese Mediorientale la possibilità di incamerare risorse da destinare al proprio apparato militare. Serve tempo per capire quali saranno le ripercussioni che tale contratto avrà sulle relazioni russo - ucraine, tuttavia, come si può agevolmente intuire, le premesse non sono delle migliori. Con questo affare, l'Ucraina non fa altro che confermare e consolidare la sua presenza nel mercato mondiale delle armi, mercato in cui ha giocato un ruolo importantissimo fin dalla sua indipendenza. Regioni privilegiate di tale export sono da sempre i Paesi in via di sviluppo del Medio Oriente, Africa ed Asia, molti dei quali sono regimi autoritari che si trovano impantanati in guerre dimenticate che continuano a mietere vittime e che necessitano di un apparato militare abbastanza forte per spezzare i reni alle deboli opposizioni interne.

C'e' però un'altra dimensione, collegata con la situazione politica in cui versa il Paese fin dall'indipendenza, molto meno rassicurante e molto più inquietante, vale a dire il florido mercato nero, considereto uno dei piu' vasti del mondo: non a caso, Yuri Orlov, il protagonista del film Lord of War, interpretato da Nicolas Cage, acquistava ogni sorta di arma in Ucraina per esportarla poi verso le guerre dimenticate del continente africano. Le istituzioni ucraine sono molto deboli e facilmente preda di gruppi di interessi senza scrupoli. Troppo spesso, si verificano casi di evidente sovrapposizione tra politica e criminalità. A farne le spese e' prima di tutto la credibilità ucraina come soggetto internazionale. Qualche esempio può aiutarci a comprendere questo fenomeno: le autorita' thailandesi hanno recentemente sequestrato, in virtu' della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell' ONU 1874, un aereo cargo georgiano affittato da ucraini che trasportava quasi 4 tonnellate di armi made in Corea del Nord. Quelle armi erano dirette, con molta probabilità, all'Iran. Le autorita' ucraine hanno cercato di escludere ogni responsabilità. Le esportazioni illegali verso Paesi ‘caldi' (perché messi alla berlina dalla Comunità internazionale o ritenuti a rischio guerra) non sono mai cessate: si pensi ad esempio alla nave cargo Faina, battente bandiera ucraina e sequestrata dai famigerati pirati somali. La nave trasportava 36 vecchi tank sovietici diretti, con molta probabilità, in Sudan, Paese su cui l'Onu aveva posto l'embargo di Armi. Oppure il caso della vendita, anche quella sottobanco e non confermata da nessuna autorita' chiaramente, di armi a prezzo irrisorio alla Georgia al fine di armare Tbilisi prima del conflitto con la Russia.

Questa incapacità delle autorita' ucraine, mista a mancanza di volontà nel contrastare un traffico illecito che fa la ricchezza di molti getta un'ombra sulla credibilità di Kiev e contrasta con tutte quelle visioni semplicistiche e trionfalistiche che vorrebbero l'Ucraina come Paese saldamente democratico e con un economia di mercato pronto ad entrare nella Nato e nell'Unione Europea. La credibilità di Kiev come attore internazionale degno di rispetto si gioca anche sulla sua capacità di mettere fine ai traffici illeciti di armi. Fino a quando non si paleserà nelle elite politiche la volontà di dare un segnale forte in questo senso, continueremo a chiederci chi governa veramente a Kiev: un monarca privo di poteri o un criminale molto astuto?

di Alessio Bini

Fonte: PeaceReporter

Le ammissioni israeliane sul furto di organi palestinesi


All'inizio di settembre un articolo del giornale svedese Aftonbladet aveva scatenato una crisi diplomatica tra Svezia e Israele. Nell'articolo i parenti di un palestinese denunciavano che gli israeliani avevano restituito il cadavere del loro caro dopo averne prelevato degli organi e che il loro caso non era unico.

Immediatamente da Israele si alzò un fuoco di sbarramento feroce che definì "antisemita" il giornale, la Svezia e chiunque prestasse orecchio ad accuse immaginarie. Oggi invece sappiamo che "l'immaginario furto d'organi" è stata pratica comune in Israele per oltre dieci anni. A ridurre, solo parzialmente, l'orrore si è venuto a sapere che l'istituto forense israeliano Abu Kabir, non ne faceva questione di nazionalità, rubava gli organi senza consenso sia ai cadaveri dei palestinesi che a quelli degli israeliani che transitavano dalla struttura per le autopsie. L'istituto era l'unico istituto di medicina legale del paese ed è al centro di un clamoroso scandalo che riguarda proprio un traffico internazionale d'organi a pagamento (nelle foto la retata negli Stati Uniti).

Alcuni parenti di soldati israeliani morti hanno fatto causa all'istituto fin dal 2001, possibilità per ora negata ai parenti delle vittime palestinesi, perché gli espianti sui palestinesi erano negati dal governo israeliano. Il dottor Hiss, nonostane le pesantissime accuse che comprendevano altre irregolarità (tra le quali una collezione di teschi umani e l'aver taroccato l'autopsia di Rabin), è stato assolto da ogni accusa e protetto dal governo, motivo dell'assoluzione è che Hiss non avrebbe tratto profitto dai suoi reati, perché "il suo unico interesse era l'avanzamento della ricerca scientifica". Una giustificazione ccettabile e imbarazzante che si è già sentita nel passato, Hiss continua ancora oggi a lavorare come patologo nella stessa struttura e il governo, difendendolo, ne ha condiviso implicitamente l'operato.

L'ammissione è contenuta in una intervista del 2000 all'allora capo dell'istituto Jehuda Hiss, al canale televisivo israeliano Channel 2 TV, intervista che poi non è mai stata mandata in onda, conservando il segreto su questo modo criminale di procedere fino a ieri. L'intervista è andata in onda questo fine settimana e non perché in Israele si stia decidendo una nuova e discussa disciplina dei trapianti, per la quale i donatori di organi acquisirebbero la precedenza nei trapianti sui non donatori. È stata Nancy Sheppard-Hughes, l'accademica statunitense che aveva intervistato il professor Hiss nel 2000, a decidere di rendere pubblica l'intervista proprio per la delicatezza delle questioni sollevate dall'articolo di Aftombladet. Secondo Sheppard-Hughes l'intervista dimostra che non esisteva un accanimento razzista sui corpi dei palestinesi, ma non si può mancare di notare che nell'esercitare la pratica sui palestinesi i medici israeliani hanno infranto leggi e norme che vanno oltre la deontologia professionale, visto che Israele non poteva esercitare alcuna sovranità sui corpi degli "stranieri" e ancora meno su quelli dei nemici uccisi in combattimento o durante i numerosi episodi di repressione ai danni della popolazione palestinese.

Al seguito dell'intervista nessuno ha più avuto il coraggio di smentire nulla, anche perché è arrivata anche la stringata ammissione ufficiale dell'esercito "quelle pratiche hanno avuto luogo" a mettere la parola fine sulla questione.

Se il furto d'organi avesse interessato solo i corpi di cittadini israeliani lo scandalo avrebbe avuto una dimensione esclusivamente nazionale, ma ora che si è saputo che il traffico si estendeva ai corpi dei palestinesi la questione diventa un problema di natura necessariamente internazionale e chiama in causa le responsabilità dei vertici del governo israeliano. Responsabilità relative a crimini gravissimi compiuti nei confronti di una popolazione sotto regime d'occupazione militare, ce n'è abbastanza per un'altra causa per crimini di guerra contro i governi israeliani dell'epoca.

Uno scandalo e un colpo all'immagine che non potrà certo risolversi dando dell'antisemita a caso, ma anche una rivincita del quotidiano a del giornalista svedese che a settembre erano finiti nella bufera, costretti poi a precisazioni pelose per quietare l'assalto della propaganda israeliana e deflettere l'accusa di antisemitismo, portata rabbiosamente e a gran voce da blog e testate filo-israeliane, arrivando a parlare di "matrimonio all'inferno" tra l'Aftonbladet e Hamas. In Italia non era andata molto meglio e nessun politico aveva difeso il diritto di cronaca di fronte alla furia dei soliti noti, che erano giunti a chiedere il boicottaggio dell'IKEA contro i cattivi antisemiti.

Oggi, mentre Google News restituisce oltre un migliaio d'articoli sulla clamorosa conferma, la versione italiana offre solo sei risultati, nessuno dai maggiori quotidiani e nessuno che ricordi l'iniziativa di Fiamma Nirenstein (deputata del PDL con cittadinanza israeliana) che da sola causò un piccolo incidente diplomatico tra Italia e Svezia, approfittando della sua posizione in Commissione Esteri per dare dell'antisemita agli svedesi in nome del governo italiano. Nessuno è corso neppure ad intervistare il ministro degli esteri Frattini, che aveva dismesso come false le notizie pubblicate da Aftonbladet.

Ancora una volta l'uso sistematico dell'accusa di antisemitismo da parte della propaganda israeliana si è rivelato efficace nel ridurre al silenzio le voci critiche con Israele, ma ancora una volta l'accusa si è dimostrata falsa, un'offesa e un insulto alla verità. Chi non ha ragioni da opporre, può ricorrere solo all'insulto, da tempo Israele è ridotto a poter usare solo l'espediente dell'accusa di antisemitismo perché di ragioni nel reprimere e cacciare i palestinesi nei territori, etiche o legali che siano, non ne ha più alcuna.

di Mazzetta

Fonte: mazzetta.splinder.com

Il denaro USA sostiene i coloni estremisti


Esistono fondi di “beneficenza” negli Stati Uniti che raccolgono denaro per finanziare gli insediamenti illegali in Cisgiordania – denunciano gli attivisti Andrew Kadi e Aaron Levitt

Il mese scorso un’organizzazione non profit di Brooklyn, l’Hebron Fund, che sostiene i coloni ebrei nella città occupata di Hebron, ha organizzato una raccolta fondi allo stadio dei New York Mets, il Citi Field.

La raccolta fondi ha avuto luogo nonostante gli appelli da parte di organizzazioni per i diritti umani negli Stati Uniti, in Palestina e in Israele perché fosse cancellata. Il fatto che l’Hebron Fund abbia probabilmente raccolto centinaia di migliaia di dollari per i coloni estremisti israeliani in un luogo importante degli Stati Uniti, con poco controllo pubblico, è un segno preoccupante per coloro che sperano che gli Stati Uniti possano svolgere un ruolo costruttivo nel raggiungimento di una pace giusta in Medio Oriente.

Forse ancora più preoccupante, secondo l’editorialista del Washington Post David Ignatius è che: “Una ricerca del fisco ha identificato l’esistenza negli Stati Uniti di 28 organizzazioni benefiche che tra il 2004 e il 2007 hanno destinato un totale di 33.4 milioni di dollari in contributi esentasse agli insediamenti e alle organizzazioni ad essi collegate”. Alcune delle organizzazioni più grandi, tra cui Friends of Ateret Cohanim e Friends of Ir David, che guidano l’occupazione della Gerusalemme Est palestinese da parte dei coloni ebrei, hanno sede a New York.

Gli insediamenti israeliani violano la Convenzione di Ginevra, che vieta alla potenza occupante di trasferire la sua popolazione all’interno del territorio occupato, e l’espansione degli insediamenti israeliani è in diretta contraddizione con la richiesta degli Stati Uniti di congelarne la crescita.

I coloni ebrei di Hebron, finanziati dall’Hebron Fund, raccolgono apertamente fondi a New York. Protetti dalle forze armate israeliane, espandono gli insediamenti nel centro storico di Hebron e cacciano via i residenti palestinesi.

Le posizioni estremiste dell’Hebron Fund sono chiare. Il direttore esecutivo dell’Hebron Fund Yossi Baumol ha detto all’American Prospect, che “la democrazia è veleno per gli arabi”, che “Israele non deve concedere agli arabi il diritto di intervenire riguardo al modo in cui il paese deve essere governato”, e che “non troverai mai la verità in un arabo”. Il rabbino capo di Hebron, Dov Lior, che partecipa spesso agli eventi dell’Hebron Fund, ha recentemente elogiato un nuovo libro nel quale si afferma che un ebreo può uccidere dei civili che forniscono sostegno morale ai nemici degli ebrei, e persino uccidere bambini piccoli, perché è probabile che, crescendo, diventino nemici.

I coloni e l’esercito israeliano regolarmente attaccano e terrorizzano i palestinesi a Hebron, secondo il gruppo per i diritti umani B’Tselem, con sede in Israele. Nel 1994, il colono di Hebron Baruch Goldstein massacrò 29 palestinesi disarmati mentre stavano pregando in una moschea di Hebron. Uno degli ospiti d’onore alla cena dell’Hebron Fund del 2009, Noam Arnon, nel 1995 definì Goldstein “una persona straordinaria”. Nel 1990 Arnon definì i tre terroristi ebrei condannati per la morte di tre palestinesi e la mutilazione di due sindaci palestinesi degli ” eroi “.

Benché l’Hebron Fund faccia credere alle autorità fiscali che il suo scopo è quello di “promuovere il benessere sociale ed educativo”, nel 2008 Baumol garantì agli ascoltatori della radio di New York che: “Ci sono delle realtà tangibili sul terreno, che sono create da persone che aiutano l’Hebron Fund e vengono alle nostre cene”.

Un appello del 2007 spiegava: “Decine di nuove famiglie possono ora venire a vivere a Hebron … ti stanno aspettando perché tu possa accompagnarle nella redenzione della città”.

Baumol ha dedicato la raccolta fondi del 2009 alla protesta contro le “limitazioni razziste alla crescita ebraica, condotte in primo luogo dal presidente Barack Obama”.

I coloni affermano spesso che il fatto di impedire agli ebrei di vivere dove vogliono nella Cisgiordania occupata sia un atto “razzista”, non considerando le loro stesse gravi violazioni dei diritti dei residenti palestinesi. I coloni giustificano la loro occupazione di Hebron invocando il massacro di 67 ebrei residenti a Hebron da parte dei palestinesi nel 1929. Ma, invece dell’uguaglianza, i coloni di Hebron mirano ad ottenere diritti di rango superiore imposti con la canna di un fucile.

Le organizzazioni non-profit come l’Hebron Fund svolgono un ruolo sostanziale nel fomentare il conflitto in Medio Oriente, ma negli Stati Uniti, nella maggior parte dei casi, esse sfuggono al controllo. Sfacciatamente organizzano raccolte fondi pubbliche che, in generale, i mass media ignorano. Le principali organizzazioni di advocacy degli Stati Uniti, che sostengono di opporsi agli insediamenti israeliani, in genere non riescono a criticarle. In uno dei pochi reportage che appaiono sui media più importanti, David Ignatius ha evidenziato la politica auto-distruttiva del governo degli Stati Uniti, scrivendo che “coloro che criticano gli insediamenti israeliani si chiedono perché i contribuenti americani sostengano indirettamente, attraverso dei contributi esentasse, un processo che il governo condanna”.

Fino a quando il pubblico, i gruppi di advocacy, i mass media e il governo degli Stati Uniti non controlleranno e non fermeranno le organizzazioni non-profit pro-insediamenti, come l’Hebron Fund, le dichiarazioni politiche per la pace in Medio Oriente non riusciranno a porre fine alla violenza e alle espropriazioni quotidiane subite dai palestinesi.


di Andrew Kadi

Traduzione: Medarabnews.com

Fonte: Guardian

Original Version: The US cash behind extremist settlers

Andrew Kadi è membro dell’organizzazione per i diritti umani in Medio Oriente, Adalah-NY: The Coalition for Justice in the Middle East;
Aaron Levitt ha lavorato come volontario nel monitoraggio dei diritti umani a Hebron, ed è membro di Jews Against the Occupation-NYC

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