giovedì 17 dicembre 2009

Messico, ucciso Beltran Leyva, "boss dei boss"


La guerra della droga infiamma il Messico. Arturo Beltran Leyva, detto «il boss dei boss», il capo di uno dei principali cartelli del narcotraffico nel paese centro-americano, è stato ucciso ieri insieme a quattro dei suoi uomini in uno scontro con le forze speciali della marina. Il «padrino» del cartello «dei fratelli Beltran Leyva» è morto «in un sanguinoso conflitto a fuoco tra gli uomini della sua organizzazione e i militari» a Cuernavaca, vicino alla capitale.

L’uccisione di Leyva - su cui pendeva una taglia di 3 milioni di pesos (più di un milione e mezzo di euro) - è solo l’ultimo colpo inferto dagli uomini di Felipe Calderon ai cartelli locali. Meno di due settimane fa, infatti, almeno 13 esponenti del cartello del narcotraffico «Los Zetas» sono stati uccisi a Ciudad Juarez, e tra essi anche il leader del gruppo Ricardo Almansa Morales. Una duplice operazione, a distanza di pochi giorni, che è stata completata con l’arresto nello stato di Michoacan del leader di «La Familia», Antonio Chavez Andrade, conosciuto come «il nipote».

Un successo parziale per il presidente Calderon, che mesi fa ha deciso di dichiarare una guerra senza quartiere ai narcotrafficanti messicani, che restano assai potenti, bene armati e per nulla intenzionati a rinunciare ai loro ricchi affari. E non è un caso che la rappresaglia dei cartelli della droga è già arrivata puntuale. Le teste di sei poliziotti sono state trovate in sacchi di plastica in un giardino di una chiesa a Cuecame, nello Stato di Durango, in quella zona del paese definita «il triangolo d’oro», passaggio obbligato del traffico di droga diretto verso gli Stati Uniti e zona di coltivazione della marijuana.

Ancora più a nord, alla frontiera messicana con la California, quattro clienti di un ristorante di Tijuana sono stati uccisi in una sparatoria scatenata da un commando armato. Altre tre persone sono state uccise in un appuntamento clandestino di tossicomani, ha detto un portavoce della procura locale. Altri omicidi sono stati commessi a Tijuana e nel vicino stato di Chihuahua, tredici dei quali a Ciudad Juarez, dove si contano 2.500 cadaveri dall’inizio dell’anno.

Fonte: laStampa.it

L'economista russo Gaidar e l'ennesima morte sospetta


"C'è l'ombra dei complotti del 2007" L'ex vicepremier russo Iegor Gaidar in una immagine del 2003 Gaidar fu la mente della «terapia choc» Due anni fa il presunto avvelenamento Iegor Gaidar, noto economista e studioso considerato l’architetto delle riforme economiche del libero mercato avviate nei primi anni novanta dall’allora presidente russo Boris Ieltsin, è morto la notte scorsa all’età di 53 anni. Gaidar, ha detto il suo portavoce, è morto improvvisamente per una trombosi cerebrale che lo ha colpito mentre nella sua casa fuori Mosca lavorava alla stesura di un nuovo libro. Il nome di Iegor Gaidar, che con Eltsin era stato nominato vicepremier nel novembre 1991 e che fu successivamente premier ad interim dal giugno al dicembre 1992, è legato alla cosiddetta “terapia shock”, vale a dire il passaggio rapido e brusco dall’economia pianificata di impronta socialista alle regole del libero mercato. Economista brillante e politico di successo, ben visto in Occidente, Gaidar - che dirigeva un istituto di ricerche economiche da egli stesso fondato - fu sempre inviso ai comunisti e agli ambienti più conservatori nostalgici dell’Urss, cosa questa che impedì nel 1992 il prosegimento della sua carriera in seno al governo russo. Ieltsin infatti, per non esacerbare eccessivamente gli animi nel paese, gli preferì alla guida del governo Viktor Cernomyrdin, un vecchio burocrate di stampo sovietico ben visto dai nostalgici. La morte di Iegor Gaidar ha suscitato grande emozione a Mosca, con reazioni da parte di tutti i principali esponenti politici, a cominciare da coloro che lavorarono a fianco dell’economista nei primi anni novanta.

In un telegramma di condoglianze ai familiari, il presidente russo Dmitri Medvedev ha definito Gaidar «un eminente economista, una persona coraggiosa, onesta e risoluta che nel periodo dei cambiamenti radicali si assunse la responsabilità dell’adozione di misre impopolari ma necessarie». Il premier Vladimir Putin, esprimendo anch’egli cordoglio, ha sottolineato che «la morte di Gaidar è una grave perdita per la Russia, per tutti noi». «Non tutti i politici hanno la possibilità di servire la patria nei momenti più cruciali della storia, adottando decisioni chiave che determinano il futuro di un paese», ha aggiunto Putin. Cordoglio ha espresso fra gi altri anche l’ex presidente sovietico Mikhail Gorbaciov, che all’epoca non condivieva le posizioni liberali di Iegor Gaidar. «Dal punto di vista umano provavo per lui un sentimento di amicizia, aveva lavorato con me in qualità di consigliere, era un ragazzo intelligente».

La scomparsa dell’economista però, ha anche un risvolto misterioso. Secondo Mikhail Slobodinskij sulla morte c’è il peso dei complotti del 2007. Di quell’avvelenamento misterioso dal quale l’ex primo ministro russo «si era curato, ma certo questo aveva influito inevitabilmente sulla sua salute». L’ apparente avvelenamento avvenuto in Irlanda, all’indomani della morte dell’ex agente del Kgb Litvinenko, «avrà certamente avuto un riflesso» ha spiegato Slobodinskij. «I medici non hanno ancora emesso un bollettino ufficiale», ha continuato il portavoce. Ancora oggi non è chiaro cosa accadde in quei giorni, due anni fa. Dopo le accuse della figlia Maria, che aveva apertamente parlato di «avvelenamento» di suo padre e quelle del padre di un compagno dell’epoca delle grandi riforme, Anatoly Chubais, che sosteneva la tesi di una “costruzione mortale Politkovskaya-Litvinenko-Gaidar”.

Fonte: www.lastampa.it

Il Paese dei vescovi, dei massoni e dei mafiosi


In principio ci fu Pietro Lunardi, indimenticabile ministro berlusconiano delle infrastrutture, teorico della necessità/opportunità di imparare a coesistere con la grande malavita organizzata. Voce dal sen sfuggita, che esplicitava quanto altri praticavano: un nuovo “sdoganamento”, ancora più terribile di quelli della destra neofascista o di una neoborghesia possessiva e anarcoide, spregiatrice dei valori repubblicani, clonata sul modello propagandato dalle televisioni commerciali del Biscione a partire dagli anni Ottanta. Un occulto orribile su cui periodicamente si aprono improvvisi squarci, come sta verificandosi in questi giorni nelle aule del tribunale di Torino con le rivelazioni del pentito Spatuzza.

Ultimo segnale di un processo di legittimazione implicita, a fronte del mancato contrasto da parte delle forze dell’ordine, depistate da agende della politica che ormai pongono al proprio primo punto la teatralizzazione del perseguimento di fenomeni microcriminali; in perfetta simmetria con il tambureggiamento mediatico dei messaggi ansiogeni sul Rom che rapisce gli infanti o il balcanico stupratore: la repressione come alibi per la totale assenza di una qualsivoglia strategia dell’accoglienza nei confronti dei nuovi migranti.

Dunque, segnali che fanno intravedere come, nella placenta protettiva di una politica focalizzata sulle priorità personali di Silvio Berlusconi, non solo sia cresciuto il malaffare strutturato. Peggio: andavano consolidandosi reti occulte di cooperazione tra le varie organizzazioni “coperte”.

Non è chiaro, in assenza di raggi di luce investigativi a illuminare il fenomeno, che cosa questo lavorio abbia prodotto. Qualcosa - comunque - si percepisce ed è inquietante. Una sorta di saldatura - secondo l’espressione di Mario Guarino, in un suo saggio di dieci anni fa (I mercanti del Vaticano, Edizioni Kaos) - tra “porpore, cappucci e coppole”.
Nelle modalità del network. Non in palazzi dove sottoscrivere protocolli congiunti.

Dunque, la morfologia di reti relazionali e di processi comunicativi informali, in cui appartenenti alle diverse affiliazioni assumono ruoli sovrapposti e multipli.

Lo conferma l’indagine di una fuoriuscita dall’Opus Dei, Emanuela Provera, pubblicata a novembre da Chiarelettere (Dentro l’Opus Dei): Marcello Dell’Utri, che sentenze hanno riconosciuto limitrofo alla Mafia, fece “l’incontro della vita” con Berlusconi – guarda caso - proprio grazie ai buoni uffici di numerari Obra, la cosiddetta Massoneria cattolica. Il Berlusconi presto affiliato alla Loggia coperta Propaganda Due di Licio Gelli con tessera numero 1816.

Contiguità abbastanza strane, sulla carta. Se non altro in quanto, nel passato, la Massoneria era considerata un covo di laicisti mangiapreti. Joseph Ratzinger, quale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ribadiva che “rimane immutato il giudizio della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche”.

Solo apparentemente, visto che “grembiulini” e “baciapile” hanno smesso da tempo di farsi la guerra. Tanto che nel 1996, tramite il cardinale Camillo Ruini, il Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani fece pervenire a papa Woijtila la suprema onorificenza dell’Ordine di Galileo Galilei. Il pontefice rispedirà al mittente tale omaggio imprudentemente plateale, che comunque conferma quanto da tempo circolava: i boatos su porporati affiliati alle Logge. Del resto confermati dalla lunga partnership criminosa tra il banchiere della Mafia Michele Sindona, il presidente piduista del Banco Ambrosiano Antonio Calvi e il cardinale Paul Casimir Marcinkus a capo dell’IOR, la banca vaticana. Senza mai dimenticare l’affarismo collusivo di un’altra organizzazione molto attiva: Comunione e Liberazione, seconda a nessuno nell’accaparramento del pubblico denaro. Ma sempre disponibile alle spartizioni funzionali al raggiungimento dei propri scopi.

Alleanze di certo cementate dal comune interesse al business, dalla finanza al mattone; in Calabria o nel tratto parmigiano dalla TAV, dalla ricostruzione in Abruzzo fino alla metropolitana M5 di Milano. Uno stato di fatto che oltrepassa specifiche illegalità per entrare nella dimensione degli odierni assetti nel Potere reale.

In questo caso il mastice è – se possibile – ancora più inquinante: la tutela del contesto a garanzia dell’impunità. Insomma, la voracità che rifiuta ogni forma di controllo e contenimento diventata progetto politico: la trasformazione dell’intera penisola in un’immensa isola Cayman in galleggiamento nel Mediterraneo. Un luogo che nella geografia fantastica confina con Tortuga, patria salgariana di pirati e bucanieri.

I fuorilegge, ripuliti nelle lavanderie della segretezza che avvolge le associazioni occulte di appartenenza, assurgono – così – a classe dirigente. E possono dedicarsi indisturbati alle loro pratiche di esproprio; di democrazia prima ancora che di ricchezze. Operando secondo gli automatismi della possessività.

Senza perdere tempo a teorizzare. Tanto aveva provveduto a suo tempo a stendere le carte di riferimento (potremmo chiamarle managerialmente, la Missione e la Visione) il venerabile Licio Gelli. Con il suo ben noto “Piano di rinascita democratica”.

di Pierfranco Pellizzetti, da "Il Fatto Quotidiano"
Fonte: Micromega

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