venerdì 4 dicembre 2009

Moussa Camara in gravi condizioni


Secondo quanto si apprende da un lancio d'agenzia della Reuter Moussa Camara, capo della giunta militare che comanda la Guinea Conakry risulterebbe gravemente ferito in seguito all'attentato messo a segno dai suoi stessi uomini comandati da Aboubacar Sidiki Diakite conosciuto come Toumba.
Il leader in queste ore sarebbe stato trasferito in Marocco anche per motivi di sicurezza.

La Repubblica Democratica del Congo dopo il fallimento dell'Onu


Dopo l'inizio del processo agli ex miliziani Germain Katanga e Mathieu Ngudjolo, un dossier svela il fallimento della missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo. Dove i ribelli la fanno ancora da padroni.

“La loro infanzia fu brutalmente interrotta e conobbero l’inferno da un giorno all’altro”. Le parole di Jean-Louis Gilissen, avvocato di parte civile, sono riferite ai bambini soldato che il 24 febbraio 2003 parteciparono al massacro di Bogoro, villaggio della Repubblica Democratica del Congo, raso al suolo dai miliziani delle Patriotic Forces of Resistance of Ituri (FRIP) e del Front of Nationalist and Integrationist (FPI).

I capi d'accusa. Al tempo dei fatti le due forze ribelli erano guidate rispettivamente da Germain Katanga, detto “simba” e Mathieu Ngudjolo, noto anche come Cui Cui, oggi imputati in un processo presso la Corte Penale Internazionale dell’Aja. Su di loro pendono tre capi d’imputazione per crimini contro l’umanità e sette per crimini di guerra fra i quali omicidio, stupro, schiavitù sessuale e rapina. A Bogoro, nella regione di Ituri, nel 2003 furono uccisi più di 200 civili, fra uomini, donne e bambini. “Alcuni furono sterminati nel sonno con i machete per non sprecare i proiettili. Altri vennero bruciati vivi dopo che le loro case furono date alle fiamme” ha sostenuto il procuratore della Corte Luis Moreno Ocampo nella sua arringa d’apertura.
L’obiettivo dichiarato delle due frange ribelli era quello di attaccare la base della milizia rivale dell’Upc e sterminare la popolazione di etnia Hema di Bogoro. Una delle accuse più infamanti a carico dei due ex comandanti è proprio quella di avere rapito, minacciato e assoldato minori di quindici anni di etnia Ngiti per “combattere come truppe d’avanguardia per annientare Bogoro” ha rivelato Gilissen citando testimoni. La pubblica accusa nella sessione d’apertura del dibattimento ha sostenuto che Katanga e Ngudjolo sarebbero responsabili di aver armato due gruppi di giovanissimi con armi automatiche, machete e lance e di aver intimato loro di fare terra bruciata del piccolo insediamento. “Dovete spazzare via non solo il campo dell’Upc, ma tutto il paese”. Pare essere stata questa una delle direttive primarie date ai bambini soldato da Simba e Cui Cui prima del massacro. Bambini che, dietro minaccia di morte, non hanno avuto altra alternativa rispetto a quella di eseguire il comando e ammazzare altri bambini. “Non è stato risparmiato nulla – avrebbe detto Katanga dopo l’operazione- Assolutamente niente. Polli, capre, tutto è stato annientato”. Anche quelli che non furono uccisi nel corso dell’attacco iniziale, secondo i pubblici ministeri, vennero rinchiusi all’interno dell’edificio dove furono accumulati i corpi di chi era stato già ucciso. I trecentoquarantacinque familiari delle vittime, parte civile del processo, attendono ancora di sapere “cosa sia successo alle loro famiglie. Non sanno come i loro cari siano stati uccisi o se sono stati sepolti” , ha sostenuto uno dei loro legali, Fidel Nsita Luvengika.

Il Fallimento della Monuc. Dopo due giorni dall’inizio del processo che vede imputati Katanga e Ngudjolo, la Bbc e il New York Times hanno pubblicato stralci di un rapporto riservato redatto da un gruppo di esperti Onu nel quale si accerta il fallimento della missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo (Monuc). Venticinquemila caschi blu ingaggiati per le operazioni di peacekeeping non sono riusciti, secondo quanto sostiene il dossier, a bloccare una rete criminale molto ampia gestita dalle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FdlR), rifugiatesi nel Kivu, est del Congo, dopo la sanguinosa guerra civile del 1994. Da allora i ribelli gestiscono il traffico dell’oro e di altri minerali preziosi - per un valore stimato di un miliardo di dollari l’anno – che scambiano con i trafficanti d’armi dell’Asia, dell’Europa orientale grazie all’appoggio dell’esercito di Kinshasa e alle istitituzioni congolesi che invece dovrebbero lavorare per contrastarle. Il gruppo inquirente, inviato nello stato africano per investigare sulle violazioni dell’embargo delle armi, ha inoltre scoperto che il traffico internazionale, gestito dai responsabili del genocidio in Ruanda, serve per il reclutamento di ulteriori uomini, dando vita così a un circolo criminale paramilitare autofinanziato. Capo indiscusso della rete è il generale Bosco Ntaganda, noto come “Terminator”, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per l’arruolamento di bambini soldato nel 2002-2003 e altri crimini contro l’umanità. Ex appartenente al Congress for the defence of the People, milizia Tutsi, Ntaganda si è unito dall’inizio di quest’anno all’esercito nazionale e i suoi uomini sono dispiegati nelle zone minerarie più ricche della regione. Da qui il controllo indiscusso dei traffici di preziosi, verso il Burundi, l’Uganda, la Tanzania e, poi, verso il resto del mondo. Il cambio merci garantisce a Terminator e ai suoi una forza incontrollabile da parte della comunità internazionale e che continua a produrre morte e distruzione.

di Antonio Marafioti

L'India tradisce la sua coscienza


INCREDIBLE INDIA… si dice negli spot pubblicitari. Sì, è davvero incredibile come l’India si stia vendendo all’offerente USA, in un’ostentazione di americanizzazione dopo l’altra. L’angolo visuale di Washington al riguardo si capisce facilmente. Con un impero cadente, impegnati in tre guerre invincibili

contro terrorismo, Afghanistan e Iraq, alleati a regimi problematici in Israele e Pakistan; in realtà in guerra contro l’Islam; respinti da gran parte dell’America Latina, da tutta l’Africa, sempre più dall’Asia Orientale. Dev’essere bello trovare un socio disposto, anzi entusiasta.

Come ha detto Barack Obama, l’attuale amministratore dell’impero USA, che combatte tutte quelle guerre: “in una relazione che definisce il 21° secolo”. E Washington l’userà per vantaggi economici, sfruttando piccoli agricoltori indifesi e i dalit, come partner contro ogni terrorismo che identificheranno in quei paesi islamici, come zona di tirocinio per la guerra che temono (e programmano) con la Cina, secondo il copione della tradizione anglo per cui una seconda potenza è il nemico naturale.

L’angolo visuale di Delhi è più problematico. L’India ha trovato una soluzione ammirevole a un problema davvero grosso: la sua diversità linguistica, con un profondo federalismo linguistico, che non vale però per l’Assam, il nordest. Dopo di che l’India ha tre grossi conflitti, resi tutti più gravi dalla sua relazione con Washington.

Si tratta della relazione con la Cina, con il Pakistan e il sistema castale. Alla base di questi conflitti c’è una colonizzazione mentale anglo-americana: considerare il mondo in termini di pericolo e minaccia, di nemici in cerca di guai anziché in termini di conflitti solubili facendosi amici potenziali tutt’attorno. Guardiamo la Turchia: erano soliti vedere nei loro vicini solo dei pericoli finché decisero in qualche modo di cambiare registro e rotta, vedendoli tutti come potenziali amici. Serve lavoro, e il lavoro procede; ma è possibile.

Consideriamo il classismo di casta. Sì, c’è crescita economica in India, che avvantaggia enormemente i vaishya, il ceto mercantile. Laureati di scuole di economia e commercio, punti d’ingresso alla ricchezza, guadagnano 100,000 dollari USA e più. Tutt’attorno si ostentano i segni di ricchezza: le auto, i ristoranti, i quartieri recintati per ragioni di sicurezza. Viviamo nell’era dei mercanti, ben protetti dai kshatriya, polizia e militari, per soffocare ogni resistenza, e culturalmente protetti dai brahmin che predicano la proprietà privata, e il suo uso per ottenere altra proprietà, come stadio evolutivo superiore.

Tutto a spese della maggioranza, 2/3, 3/4, di sudra e dalit, rispettivamente gente comune ed esclusa. C’è stato progresso. Le comunità sudra sono approdate all’informatica; si sono inclusi anche singoli dalit d’eccezione. Ma l’85% dei contadini vive in povertà al limite della miseria. La rivoluzione verde funziona per chi ha sementi, acqua, fertilizzanti, pesticidi e macchinario – il 15% appunto – non per chi deve comprare sementi monopolizzate dal grottesco apparato Monsanto – USA ovviamente – e vengono attaccati da picchiatori quando usano le proprie e non riescono a pagare i loro debiti senza fondo. Possono tentare di pagare con della terra, con una figlia, perfino con la propria moglie – ma probabilmente incombe un’altra soluzione: il suicidio. E si parla qui non di migliaia ma di decine di migliaia di casi: una tragedia che grida al cielo. E la terra diventa proprietà aziendale, per il ristoro dei consumatori ricchi.

E così c’è resistenza violenta, i Naxaliti, “maoisti” secondo i media abituati ad aspre contumelie verso la Cina, e ovviamente “terroristi”. Manco a dirlo, gli USA ci sono anch’essi in tale guerra contro il terrorismo, e le forze aeree indiane ottengono aerei senza pilota per uccidere i naxaliti. Manmohan Singh parla di un’India in crescita con dei valori, ma come emerito ex-economista ci potrebbe spiegare un po’ di quella cecità morale. Un giorno tutto ciò può diventare una rivoluzione che divamperà in gran parte della campagna indiana.

Come in Nepal, dove i “maoisti” hanno vinto con l’avere idee molto concrete – 40 punti – e alla fine mediante la nonviolenza. I naxaliti potrebbero imparare. Delhi potrebbe imparare, come ha fatto Kathmandu. Auguriamoci che succeda.

Consideramo il Pakistan. Sì, ci sono problemi, come il Kashmir. Ma la carta in mano all’India in qualità di stato successore al raj britannico è più debole di quella pakistana, il plebiscito, lasciare decidere il popolo; inoltre, anch’essi sono uno stato successore. Un plebiscito in singole parti anziché nell’intero Kashmir potrebbe dare il Jammu e il Ladakh all’India, l’Azad Kashmir al Pakistan (riconoscendo de jure la Linea di Controllo). E la Valle? Un condominio indo-pakistano con amplissima autonomia, forse un giorno l’indipendenza. E il Kashmir nel suo insieme? Lo si inserisca insieme in una federazione del Kashmir con confini aperti, qualche doppia identità, e un’Associazione di Libero Scambio del Kashmir. Un po’ di buona volontà, qualcosa del genere, e il Kashmir può essere depennato dalla lista dei campi di battaglia (e tortura) del terrorismo – quello noto come tale e quello di stato.

Ma aldilà di questo: che ne sarebbe di un ritorno a una Comunità sub-continentale con India, Pakistan e Bangladesh insieme, attorniata dagli altri cinque paesi SAARC (South Asian Association for Regional Cooperation) ? Lasciando che quello che appartiene a un insieme cresca insieme? Costruendo sull’amore e il desiderio che c’è tuttora attraverso confini molto artificiosi, come la disastrosa linea Mountbatten? Abbattendo i posti di controllo come ha fatto la gioventù europea nei primi anni 1950, che voleva più di un semplice Consiglio d’Europa – e ha vinto? Costruendo sulle iniziative dei cittadini? Non un 1947-1971 al contrario in tutto e per tutto, ma una buona metà? E esplorare l’eventuale ruolo USA nel massacro del 26.11.(2008) a Mumbai – quel misterioso Headley con doppia identità USA-pakistana – per capire che cosa sia successo. Forse troppo misterioso da penetrare. Pensare in grande, pensare nuovo.

L’Assam, così maltrattato da New Delhi, potrebbe rompere quel legame e trovarsi un posto in quella comunità come stato indipendente; anche se forse potrebbe non piacere agli USA, per timore di un seguito hawaiiano.

Consideriamo la Cina. Sì, ci sono problemi di confine, la linea MacMahon, lo stato successore al raj e le sue ambizioni. Si faccia qualche scambio e qualche zona congiunta. Si usi la formula pancha shila (Nehru-Zhou Enlai) del vantaggio reciproco e uguale; si continui quella tradizione di pace. Possa l’uno imparare il federalismo linguistico e l’altro come sollevare coloro che stanno al fondo della società. Non si ceda alla paranoia d’ispirazione anglo, a maggior ragione in una regione infestata di bombe nucleari.

Quel che serve è una nuova mentalità. La Cina ne è ora precisamente alla ricerca, rompendo con un secolo di umiliazioni (prevalentemente da parte di quegli stessi anglo), e un secolo di restaurazione. Possa l’India far lo stesso, cercando come il Giappone due, non uno solo, grandi amici.

Incredibile India, che volta le spalle al più grande dei suoi beni preziosi, quel genio prodotto dal profondo della realtà indiana, Gandhi. La linea di pensiero di cui sopra è di ispirazione gandhiana. Possa l’India essere fedele alla propria coscienza, non agli schemi di qualcun altro.


di Johan Galtung - transcend.org.

da Hyderabad, Ahmedabad – 30.11.09

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

Titolo originale: “INCREDIBLE INDIA”…

Fonte: http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=2203.

Versione italiana: http://serenoregis.org/2009/12/incredibile-india-johan-galtung.

L'obiettivo dell'attentato al treno russo


Boris Yevstratikov, capo della Rosreserve, la Federal Reserve russa, e' morto nell'incidente ferroviario che ha coinvolto il treno Mosca-San Pietroburgo e che gli inquirenti sostengono sia stato causato da un attentato. Yevstratikov era stato nominato a marzo.

Se Yevstratikov sia rimasto vittima involontariamente o se fosse il target esatto dei terroristi, non e' ancora dato sapere. La notizia, dal nostro punto di vista, riducendo di 1 milione di volte le implicazioni e fatti i debiti paragoni, ha questa portata: e' come se sul treno Washington-New York dell'Amtrack fosse morto in un attentato terroristico il presidente della Federal Reserve Usa Ben Bernanke.

La morte di Yevstratikov non avra' implicazioni per i mercati finanziari, anche se il rublo e la borsa di Mosca saranno probabilmente shortati dai broker delle grandi banche internazionali. Resta il fatto che i cospirazionisti sono gia' in allerta per segnalare che, con questo episodio, tutto si tiene e il cerchio si chiude:

1) Notizia sul possibile default di Dubai mercoledi' 25 notte. 2) il Dubai possiede una quota di Euronext, borsa di Londra. 3) Giovedi' 26 Wall Street chiusa per Thansgiving. 4) giovedi' la Borsa di Londra e' stata chiusa straordinariamente per 3 ore e mezza per "problemi tecnici". 5) Venerdi' 27 mattina il NYSE emana un ordine che da' alla borsa di New York la facolta' di sospendere gli scambi in caso di volatilita' e turbolenza. 6) Venerdi' 27 sera viene ucciso con una bomba su un treno il presidente della Federal Reserve di Mosca.

Tutti questi episodi sono ovviamente scollegati, solo qualche visionario potrebbe "unire i puntini" sostenendo che c'e' un disegno preciso. Ma grazie a internet qualche blogger (ovunque nel mondo) non perdera' l'occasione per sostenere un simile teorema. Anche per questo nelle sale trading degli hedge fund di Manhattan insegnano pure ai ragazzi appena assunti di non essere mai long in un weekend di 4 giorni come questo. Vedremo come sara' posizionato il denaro istituzionale lunedi' alla riapertura delle borse, dando per scontata una volatilita' abnorme.

Per l'attentato in Russia il danno collaterale e l'effetto implicito sono che i terroristi (forse ceceni - vedi sotto) hanno assassinato il governatore della Federal Reserve di un paese del G8 con forti interessi nella finanza, negli equilibri militari ed energetici mondiali. Nel frattempo la Casa Bianca ha emesso un report in seguito all'attentato al treno russo, tramite il portavoce di Barack Obama, Robert Gibbs, senza pero' andare al di la' del generico cordoglio per la perdita di vite umane. Per ora.

Il capo della Federal Security Service (FSB, ex KGB) cioe' i servizi segreti di Mosca, Alexander Bortnikov, ha gia' consegnato un rapporto al presidente russo Dmitry Medvedev confermando che a far deragliare il treno alle 9.37pm ora locale di venerdi' sera e' stata un'esplosione causata dall'equivalente di 7 chili di tritolo (TNT). Medvedev ha ordinato a Bortnikov e al Procuratore Generale Yuri Chaika di investigare sulle cause del disastro.

Secondo quanto risulta a Wall Street Italia, fonti del contro-terrorismo confermano che lo stesso treno, il Nevsky Express, e' stato gia' target di attentati terroristici. E' un convoglio utilizzato da alti funzionari di stato, neo-miliardari e tycoon russi di vario tipo che fanno i pendolari in carrozze di lusso tra Mosca e San Pietroburgo, le due piu' importanti citta' della Russia. Lo stesso treno fu colpito nel 2007 da gruppi terroristi della Caucasia del Nord legati ad al Qaeda, in crescita - secondo le nostre fonti - sia in Russia che altrove e non solo in Chechnya ma anche in Dagestan, Ingushetia e Kabardino-Balkaria.

Segnaliamo inoltre che proprio ieri il comandante della task-force anti-terrorismo del ministero dell'interno del Dagestan (in sigla SOBR) e' stato assassinato e una bomba di alto potenziale e' esplosa vicino al binario sud del treno che va Makhachkala. Una seconda bomba e' stata scoperta in prossimita' di uno dei maggiori condotti petroliferi della zona. Infine sempre ieri in Kabardino-Balkaria, la polizia che arrestava un sospetto e' stata presa di mira da raffiche di mitra.

Oggi è apparsa su un blog ultranazionalista la dichiarazione di un sedicente gruppo «Combat 18» che rivendica la responsabilità dell'incidente ferroviario e annuncia nuovi attentati. Per ora gli investigatori non hanno commentato. «Noi militanti del gruppo autonomo Combat 18 - si legge nel testo - rivendichiamo la responsabilità per l'esplosione del treno Nievski Express. Ci saranno altre azioni in futuro. È giunta l'ora. Noi dichiariamo che la guerra toccherà ogni uomo della strada, in questa guerra non ci possono essere né persone estranee né vittime innocenti, ci sono solo i nostri sostenitori e i nostri nemici». Il gruppo «Combat 18» aveva rivendicato via internet anche l'esplosivo ritrovato il 14 novembre scorso in un vagone della metro di San Pietroburgo: era avvolto in un sacchetto di plastica con una svastica. Secondo gli investigatori, si trattava di falso esplosivo.

Nel primo pomeriggio di sabato un allarme bomba è scattato alla stazione ferroviaria Kievskaia di Mosca, una delle più grandi e frequentate della capitale russa. Come ha riferito la radio Eco di Mosca, sono in corso controlli da parte degli artificieri, e i responsabili dello scalo hanno invitato la gente con gli altoparlanti ad abbandonare la stazione.

Fonte: www.wallstreetitalia.com/ Link: http://www.wallstreetitalia.com/articolo.asp?art_id=823833

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