martedì 1 dicembre 2009

Gli Stati Uniti stanno perdendo il primato nell'innovazione?


Pochi brevetti. Meno laureati. Investimenti hi-tech in calo. Gli Stati Uniti stanno perdendo il primato nell'innovazione? Il dibattito scuote le università, le imprese e la politica


Gli Stati Uniti hanno perso il tocco magico che ne faceva i primi del mondo nelle scienze e nelle tecnologie? Il quesito, discusso a mezza voce nei circoli economici del Paese, recentemente è stato posto con forza da Fareed Zakaria, uno dei maggiori opinion maker americani.

Intervenendo dalle pagine di 'Newsweek', Zakaria ha invitato gli statunitensi a riflettere sullo stato dell'innovazione nel Paese. Zakaria teme che gli Usa stiano retrocedendo rispetto ai paesi emergenti nei settori industriali che più contano per lo sviluppo dell'economia del futuro e che anche la ricerca scientifica si stia volgendo a Oriente. Secondo Zakaria gli studi che ancora indicano gli Usa come detentori del primato dell'innovazione, come quelli del World Economic Forum, peccano di soggettivismo e geocentrismo perché si basano su interviste con i Ceo delle maggiori aziende planetarie, in gran parte statunitensi, e non su dati statistici certi.

Un indicatore migliore, secondo l'analista di 'Newsweek', lo offrirebbero due studi prodotti da due think tank indipendenti, il Boston Consulting Group (Bcg) e la Information Technology and Innovation Foundation (Itif).

Secondo il Bcg oggi nella scala dell'innovazione gli Usa occupano l'ottavo posto, mentre per la Itif, sebbene se la cavino meglio, non superano la sesta posizione in classifica. Al vertice secondo i due istituti troviamo, rispettivamente, Singapore e la Svezia. Anche il Lussemburgo e l'Irlanda fanno meglio degli Usa, che offrono una prestazione ancora peggiore sul versante del tasso di innovazione registrato negli ultimi dieci anni: dove gli americani li troviamo al quarantesimo e ultimo posto. E non è diminuito solo il numero dei brevetti in uscita dagli Usa, di sicuro un meno 5 per cento nel settore farmaceutico a favore dell'India: le industrie americane sono arretrate anche sul versante dei capitali di ventura e dei fondi stanziati per la ricerca e lo sviluppo.



Fino al 1999 gli Usa assorbivano la quasi totalità degli investimenti a livello internazionale. Oggi, scesi in quarta e quinta posizione (a seconda dello studio considerato), se la cavano peggio della Francia e della Germania. A crollare negli ultimi nove anni non sono stati solo gli investimenti governativi in R&D, ma anche quelli aziendali.



Chi ha innovato di più tra il 1999 e il 2009 CLICCA (QUI) PER VISIONARE IL GRAFICO Fonte: The atlantic century, 2009


Ma mentre la contrazione sul versante pubblico - vista l'avversità per le scienze dell'amministrazione Bush - è comprensibile, quella dei privati è disastrosa. Gran parte degli investimenti in R&D americani vengono realizzati dalle imprese. Oggi gli Usa su questo versante sono a malapena quinti, dietro il Giappone, in testa alla classifica, e Singapore.

Secondo i due centri studi è diminuito anche il numero di giovani statunitensi che si laureano in materie scientifiche e che scelgono la ricerca. Adesso gli Usa possono contare su un numero di ricercatori per ogni mille occupati inferiore a quello della Svezia e sfornano meno laureati in discipline scientifiche della Francia.

Ma dove i due istituti di ricerca indicano ritardi particolarmente pesanti per gli Stati Uniti è nel campo delle energie pulite e rinnovabili, un settore di rilevanza strategica per l'economia del futuro e dal quale stanno emergendo le principali innovazioni tecnologiche.

Secondo l'Itif, in questi campi gli Usa sono già stati sorpassati dalle Tigri asiatiche (Cina, Giappone e Corea del Sud), ma non solo: nei prossimi cinque anni la spesa cleantech di questi paesi supererà di tre volte quella statunitense, raggiungendo 509 miliardi di dollari contro i 178 stanziati dal governo statunitense.

E sebbene gli americani si accaparrino ancora la stragrande maggioranza dei Nobel per la scienza, oltre il 70 per cento, e il 63 per cento delle citazioni delle pubblicazioni scientifiche internazionali si rifacciano a ricerche Usa, alcuni lamentano il fatto che questo sia più un riconoscimento di glorie passate che la premiazione di trend futuri. I Nobel statunitensi sono per lo più settuagenari onorati per scoperte che hanno realizzato decine di anni fa.

L'unica area nella quale gli americani detengono il primato, secondo i due centri studi, è quella dell'innovazione finanziaria, oltre il 40 per cento. Un dato, però, vista la recessione globale che i nuovi strumenti hanno finito per causare, della quale è difficile essere orgogliosi.

"Stabilire cos'è l'innovazione è complicato", dice Rathindra Bose, direttore di The Ohio University Center for Innovation: "Non c'è dubbio che la competizione ha guadagnato terreno, ma da qui a sostenere che ci sia stato il sorpasso ce ne passa. Si tratta di dati legati alla crisi economica e alla fase politica che abbiamo appena attraversato, ma se si prendono in considerazione i risultati più recenti si vede che il trend si sta invertendo di nuovo a favore degli Usa".

Bose si riferisce a dati resi noti dal CleanTech Group, una think tank statunitense delle tecnologie rinnovabili, secondo i quali nel terzo quadrimestre di quest'anno il 72 per cento dei capitali di ventura Usa sono finiti a start-up delle energie pulite, mentre a livello internazionale gli statunitensi hanno assorbito un terzo degli oltre 1,3 miliardi di dollari investiti dai privati, contro il 29 per cento degli europei e il 4 per cento degli asiatici. Anche sul versante dell'afflusso di capitali stranieri, di conseguenza anche di quelli cinesi, gli Usa se la sono cavata meglio della concorrenza, incamerando 40,2 miliardi di dollari nel solo mese di settembre, 10 miliardi più di quelli previsti dagli analisti finanziari. Quanto all'osservazione sui Nobel, anche quella è discussa, dal momento che per esempio Carol Greider, vincitore nel 2009 per la medicina, ha appena 48 anni e le sue scoperte sono arrivate alla fine degli anni Novanta.

"In periodi di crisi è comprensibile che alcuni tendano a vedere il bicchiere mezzo vuoto piuttosto che mezzo pieno", spiega James Hosek, ricercatore della Rand Corporation, la maggiore think tank statunitense, e co-autore di US Competitiveness and Innovation, una ricerca che arriva a conclusioni opposte a quelle della Bcg e dell'Itif. "L'ascesa di nuovi centri dell'innovazione è probabilmente uno degli effetti migliori della globalizzazione", sostiene Hosek: "Questa realtà non dovrebbe spaventare gli Usa, ma piuttosto spronarli a fare meglio".

Intanto lo studio della Rand dice che gli Usa assommano ancora per il 40 per cento della spesa R&D mondiale, il 38 per cento dei brevetti e soprattutto occupano il 37 per cento dei ricercatori mondiali. E non solo: che 58 delle prime cento università del pianeta stanno in America. "Per non dire che in molti casi i tanto favoleggiati centri di ricerca stranieri appartengono a multinazionali statunitensi", aggiunge Hosek. E infatti nell'ultimo decennio, cercando di aggirare le restrizioni imposte dall'amministrazione Bush alla ricerca scientifica e alla circolazione dei ricercatori, aziende come la Intel, la Microsoft, l'Ibm e la Cisco hanno aperto importanti centri studi in Cina e in India. Secondo Jim Sheriff, Ceo della Cisco China, l'Impero Celeste è destinato a diventare il centro mondiale dell'innovazione.

Ma non tutti tendono a schierarsi su un versante o l'altro del dibattito. Secondo Robert Reich, ex ministro del Lavoro nell'amministrazione guidata da Bill Clinton e consigliere economico di Obama, la discussione sull'innovazione è superata dagli eventi:"La grande recessione ci impone di rompere le nostre gabbie mentali", afferma Reich. "Se prima pensavamo che lo stato di salute di un paese avesse come suo principale indicatore il livello del Prodotto interno lordo, adesso sappiamo che conta anche l'indice di felicità della popolazione. Lo stesso vale per l'innovazione: piuttosto che quantificarla in termini di investimenti o di posti di lavoro, probabilmente dovremmo misurarla per la sua capacità di risolvere i problemi reali dei cittadini e di contribuire al loro appagamento spirituale. E da questo punto di vista abbiamo tutti ancora tanta strada da fare".

di Paolo Pontoniere da San Francisco

Fonte: L'espresso

Economia, tra collasso e trasformazione


Ogni volta che tengo in braccio Grant, il mio nipotino di due anni, mi chiedo come apparirà il mondo tra sessant’anni a partire da oggi, quando avrà la mia età. So che se "manterremo questa rotta", sarà un mondo malfatto, come fa presagire l’attuale crisi economica.

Il capo del governo Panamense, Omar Torrijos, previde questo crollo e ne capì le implicazioni già nel 1978, quando io ero un sicario dell’economica [“economic hit man” (EHM) N.d.t.]. Torrijos ed io stavamo sul ponte di una barca a vela ormeggiata all’Isla Contadora, un porto sicuro in cui politici e dirigenti aziendali statunitensi potevano abbandonarsi a sesso e droga, lontani dagli occhi indiscreti della stampa internazionale. Omar mi disse che non aveva intenzione di lasciarsi corrompere da me. Disse che il suo obiettivo era quello di liberare il suo popolo dalle "catene Yankee", per assicurarsi che il suo paese controllasse il Canale, e per aiutare l'America Latina a liberarsi proprio da quello che io rappresentavo, e che lui chiamava “il capitalismo predatorio".

“Vedi", aggiunse, "Quello che sto suggerendo sarà alla fine di vantaggio anche per i tuoi figli". Mi spiegò che il sistema che io promuovevo, nel quale i pochi sfruttano i tanti, aveva i giorni contati. "Proprio come il vecchio Impero Spagnolo: finirà per implodere su se stesso". Tirò una boccata dal suo sigaro cubano espirando lentamente il fumo, come qualcuno che mandasse un bacio. "A meno che tu ed io, e tutti i nostri amici, ci mettiamo a combattere i capitalisti predatori", mi avvisò, "l'economia globale andrà in shock". Volse per un momento lo sguardo alla distesa acqua, per tornare subito a guardarmi negli occhi. "No permitas que te engañen", disse (“Don't allow yourself to be hoodwinked”, "Non lasciarti ingannare").

Ora, trent’anni dopo, Omar è morto, probabilmente assassinato perché si rifiutava di soccombere ai nostri tentativi di circuirlo, ma le sue parole risuonano come vere. Per questo motivo ho scelto una di esse come titolo del mio ultimo libro, Hoodwinked (“Ingannato”).

Siamo stati ingannati e portati a credere che una forma mutante di capitalismo, sposata da Milton Friedman e promossa dal presidente Reagan, e da ogni presidente da quel momento, sia accettabile, pur essendo una forma che ha portato a un mondo in cui meno del 5% di noi (negli Stati Uniti) consuma più del 25% delle risorse mentre quasi la metà degli altri vive in condizioni di povertà.

Si tratta invero di un totale fallimento. L'unico modo in cui Cina, India, Africa e America Latina potrebbero adottare tale modello è di trovare altri cinque pianeti uguali alla Terra … ma inabitati.

La maggior parte di noi comprende bene quello che mio nipote non può capire: che la sua vita è minacciata dalla crisi generata durante la nostra epoca. Il punto non è la prevenzione. Non si tratta di risintonizzarci sulla "normalità". E neppure di sbarazzarci del capitalismo.

La soluzione consiste nel sostituire il mantra di Milton Friedman, secondo cui "Il fine dell’impresa è la massimizzazione del profitto, prescindendo dai costi sociali e ambientali", con uno più realizzabile: "Realizza profitti unicamente nel contesto della creazione di un mondo sostenibile, giusto e pacifico", e dare origine a un'economia basata sulla produzione di cose di cui il mondo realmente necessita.

Questo obiettivo nulla ha di radicale o di nuovo. Per più di un secolo dopo la fondazione di questo paese, gli Stati hanno riconosciuto diritti e privilegi solamente a quelle società che potevano dimostrare di adoperarsi per il pubblico interesse, facendo chiudere quelle che venivano meno a tale premessa. Le cose cambiarono dopo una delibera della Corte Suprema del 1886 che concesse alle società gli stessi diritti di cui godevano le persone fisiche, senza però le responsabilità a carico dei singoli.

Come sicario dell’economia, ho preso parte a molti degli eventi che ci hanno spinto in questo territorio minato. Come scrittore e conferenziere, ho passato gli ultimi anni viaggiando negli Stati Uniti e visitando Cina, Islanda, Bolivia, India, e molti altri paesi, parlando con leader politici e imprenditori, studenti, insegnanti, operai, e genti d’ogni sorta. Ho letto saggi su programmi economici di Obama, sugli attuali regimi per la riforma di Wall Street, e le altre politiche. Mi ha colpito il fatto che la maggior parte delle discussioni riguardassero il triage e che, anche se c’è la necessità di fermare l'emorragia, dobbiamo al contempo snidare il virus che ha causato questi sintomi.

“Hoodwinked” presenta un piano per una cura a lungo termine. Nei giorni seguenti la pubblicazione del libro, avvenuta il 10 novembre 2009, ho parlato di questo progetto alle Nazioni Unite, in programmi radiofonici e televisivi, e in una conferenza cui hanno partecipato 2.400 studenti MBA, presso la Cornell University.

Ne ritorno avvertendo la speranza che siano finalmente pronti ad accogliere l’avvertimento di Omar e attuare la trasformazione che, per la generazione di mio nipote, rappresenterà la salvezza.

di John Perkins - Huffington Post

John Perkins è un ex capo economista presso un'importante società di consulenza internazionale. Il suo “Confessioni di un sicario dell’economia” è rimasto per 70 settimane tra i bestseller del New York Times.

Website: www.johnperkins.org

Twitter ID: www.twitter.com/economic_hitman.

Titolo originale: "Economic Meltdown -- A Call for Systemic Change"

Fonte: http://www.huffingtonpost.com/
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Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SHEILA B.

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