sabato 28 novembre 2009

Il vecchio Berlusconi attacca la rete dei giovani


Per Emilio Fede si tratta di "un dramma vero e autentico", perché "milioni di italiani sono presi da questa paranoia" e dunque "anche se le difficoltà per poter chiudere un sito sono tantissime, qualcosa bisogna fare e subito".

Certo, il direttore del Tg4 non è il più raffinato intellettuale della destra italiana, ma il suo bell'editoriale in tivù contro Facebook a molti non è sembrato buttato lì per caso. Negli stessi giorni, ad esempio, il Tg1 si concentrava sulle cliniche per disintossicarsi da Internet ("Giovani che abbandonano tutto per dedicarsi a quella che non è più una passione ma una droga"), mentre il Tg2 si performava in un altro servizio contro Facebook come luogo in cui si rischia di "incontrare potenziali violentatori".

Solo informazione un po' tendenziosa di un vecchio medium geloso della Rete? Può darsi. Ma è nei giorni successivi a questi servizi che trova improvvisa notorietà un gruppo esistente da oltre un anno su Facebook, quello che auspicava la morte del premier Berlusconi: uguale (nella sua idiozia, s'intende) a moltissimi altri più o meno goliardici che si augurano il decesso di varie persone (da Marco Travaglio a Simone Perrotta, da Max Pezzali ad Anna Tatangelo) inclusi capi di Stato o di governo stranieri (da Gordon Brown a Nicolas Sarkozy, e molti altri). Ma quel che all'estero viene serenamente snobbato, in Italia diventa un caso gigantesco, con i giornali di destra che immediatamente si scatenano contro Internet e i suoi "kretini" (Giampiero Mughini su 'Libero').

E subito dopo scoppia un altro 'scandalo' internettiano: per un video su YouTube con migliaia di commenti, alcuni dei quali assai poco garbati verso Totò Cuffaro. Il quale fa partire urgentemente un'inchiesta della procura, benché il filmato fosse on line dal gennaio 2007 e anche i messaggi degli utenti fossero in gran parte datati.

"Più che di scoperte, si tratta di ritrovamenti archeologici sul Web", scherza Guido Scorza, che insegna Diritto delle nuove tecnologie a Roma: "E ci sarebbe da chiedersi perché questi ritrovamenti avvengano adesso, tutti insieme. Non vorrei che si trattasse di una mossa a orologeria per preparare il terreno e il clima a un provvedimento per censurare Internet".


Scorza si riferisce ai vari progetti e disegni di legge che a raffica, negli ultimi mesi, sono stati presentati dal centrodestra: dal ddl Alfano sulle intercettazioni (in cui è inserita un articolo ammazza-blog) alle proposte della Carlucci, fino al recente disegno firmato dall'avvocato di Berlusconi, Gaetano Pecorella, e portato alla Commissione Giustizia della Camera. Tutti contenenti norme che, al di là delle intenzioni più o meno censorie, avrebbero l'effetto di disincentivare l'uso della Rete in un Paese che invece avrebbe bisogno come il pane di innovazione e di sviluppo on line, elementi considerati in tutto l'Occidente fondamentali sia per la crescita civile sia per l'uscita dalla recessione.

Ovviamente sui motivi politici di questo disprezzo della destra italiana verso la Rete ci si può dare diverse risposte: per qualcuno è frutto semplicemente di un gap culturale e generazionale (le leve del potere sono in mano a over 60 che non conoscono il Web); per altri c'è alla base il consueto conflitto di interessi (se il governo è presieduto da un imprenditore televisivo, difficile che investa soldi pubblici per una Rete che gli sta già sottraendo milioni di giovani telespettatori); per altri c'è invece un ragionamento più mediatico-politico, essendo Internet l'unico luogo di comunicazione e informazione che il premier non controlla (e anzi tra i siti e i blog più cliccati difficilmente se ne trova uno vicino al centrodestra).

Ma quali che siano le ragioni, certo è che oggi l'Italia è il solo paese occidentale a non avere un piano sistematico per quelle autostrade digitali che portano al tempo stesso pluralismo televisivo, ripresa economica e meno inquinamento grazie a comunicazioni veloci a distanza. I ritardi di cui soffriamo sono di due tipi. Il primo è il cosiddetto analfabetismo informatico: il 50 per cento degli italiani non ha mai messo le mani su un computer, l'80 per cento è senza banda larga, insomma siamo in coda alle classifiche europee (lo dicono tra gli altri i dati Ocse 2009 e di Between 2009). Il secondo ritardo è nelle infrastrutture: la rete italiana perde colpi e avrebbe bisogno di ammodernamenti, a partire dalla fibra ottica. Per entrambi i ritardi c'è una responsabilità politica: vale a dire che, se nessun governo finora si è mai occupato del problema, quello in carica è andato oltre, destinando alle varie emergenze (dal sisma in Abruzzo ai vaccini per l'influenza suina) quelle risorse che in origine dovevano essere riservate allo sviluppo del Web.

Perfino Francesco Caio (il super consulente dell'esecutivo per Internet) ammette che "la Rete italiana di rame è colpita da un processo simile all'osteoporosi": non ce la fa più a reggere il crescente carico di dati che ci vorrebbero passare. Stesso concetto espresso da Corrado Calabrò, presidente di Agcom: nelle ore di picco gli utenti navigano lenti, anche se le loro Adsl promettono velocità favolose (20 Megabit).

Ma non è solo una questione di velocità: la Rete, invecchiando, diventa sempre meno affidabile. Ed è un paradosso, dal momento che comunicazioni importanti- scambi economici, rapporti con ospedali, la pubblica amministrazione, l'ufficio - sono destinati sempre di più ad andare su Internet. Caio punta il dito anche sul problema della copertura: se otto italiani su dieci sono senza banda larga, un ottavo della popolazione non può arrivare al minimo indispensabile (almeno due Megabit al secondo) perché abita in aree mal collegate.

Ma naturalmente se si parla con i politici della maggioranza nessuno ammette che lo scarso sviluppo di Internet in Italia è un problema, e tutti rimandano alle promesse contenute nel piano Romani, il viceministro allo Sviluppo economico con delega alle comunicazioni: 1,47 miliardi di euro, per portare i 20 Megabit al 96 per cento della popolazione entro il 2012; e almeno i due Megabit alla parte restante. Un piano minimo, eppure trascinato per mesi senza partire. Userebbe soldi pubblici (eccetto 210 milioni di euro da privati), alcuni dei quali già stanziati dal governo Prodi e dalla Ue. Questo governo ci metterebbe di suo 800 milioni, peraltro già assegnati dalla finanziaria 2008 alla banda larga. E, guarda caso, sono proprio questi 800 milioni a mancare l'appello. Un rinvio ha tirato l'altro e ora si parla di novembre: ma probabilmente (lo ammette lo stesso Romani) quest'anno arriverà solo una prima tranche. Insomma, briciole. Mentre l'ultimo rapporto delle università Oxford-Oviedo (basato su 24 milioni di test), rivela che la velocità reale della nostra banda larga è paragonabile a quella dell'Ucraina ed è nella fascia più bassa della classifica europea.

Nei principali paesi stranieri, inoltre, i governi hanno già da anni piani nazionali per estendere la banda larghissima: al 75 per cento delle case entro il 2014 in Germania; a 4 milioni di case nel 2012 in Francia (che investirà 10 miliardi di euro). In Italia non c'è un piano statale, ma solo quello di Telecom, peraltro abbastanza limitato: la nuova Rete in tre milioni di case entro il 2011. Telecom lancerà le prime offerte a 50 Megabit a Natale, ma solo a Milano (dopo mesi di rinvii e sperimentazioni). "Gli altri paesi studiano come fare la nuova Rete, da noi non è ancora chiaro come farla", accusa François de Brabant, presidente di Between: "Eppure non ci sono più alibi: la Cassa depositi e prestiti ha una liquidità straordinaria di 140 miliardi di euro da investire in infrastrutture. Il suo presidente Franco Bassanini ha detto di volerli spendere anche nello sviluppo digitale". Manca solo il via libera del Tesoro: storia già sentita.

"Le responsabilità politiche ci sono e sono antiche. Già nella storia di Telecom, dove le successive scalate hanno creato un debito che frena gli investimenti", spiega Nicola D'Angelo, consigliere di Agcom: "Il governo dovrebbe avere, per le telecomunicazioni, la stessa attenzione riservata alla tivù". Come? Per esempio con incentivi alle famiglie e alle aziende per passare alla banda larga, e magari sconti sull'Iva per le transazioni elettroniche. Piccole cose, che tuttavia manifesterebbero un interesse diverso per il Web. Confindustria, per esempio, ha appena presentato 12 proposte per combattere l'analfabetismo digitale delle imprese e migliorare le infrastrutture, in un piano da 4 miliardi in tre anni, in grado di aumentare di circa il 3 per cento il Pil.

Già, perché banda larga significa benefici per il sistema Paese: questo ormai lo provano tutti gli studi e lo sostengono tutti gli esperti. L'hanno capito anche i paesi in via di sviluppo: il Brasile a novembre presenterà un progetto da 5,74 miliardi di dollari per estendere la banda larga. La Ue ha stimato quest'anno che la banda larga porterà un milione di posti di lavoro fino al 2015 e una crescita dell'economia europea di 850 miliardi di euro. Le aziende diventano più competitive perché riescono a lavorare più rapidamente. I costi di viaggi e trasporti si riducono. Scendono le spese della pubblica amministrazione e aumenta il risparmio energetico. Spiega Stefano Quintarelli, tra i massimi esperti europei in telecomunicazioni: "Lo squilibrio,al confronto con paesi più giovani, rischia di aumentare. La Nuova Zelanda investirà in nuove reti, in proporzione al Pil, circa 14 volte quanto deciso dagli ultimi governi italiani". E non è solo questione di soldi e di ecologia: "Reti veloci e minore analfabetismo digitale aiuterebbero la diffusione della tivù su Internet: un obiettivo per il quale non bastano i famosi due Megabit di base", dice D'Angelo.

Ma proprio lo sviluppo della televisione sul Web potrebbe ridestare nei prossimi anni l'attenzione del governo verso la Rete: Mediaset infatti sta per buttarsi su Internet, sia con i propri canali (gratis e a pagamento) sia con l'offerta 'on demand' (una videoteca virtuale da cui l'utente potrà prendere qualsiasi contenuto messo on line dall'azienda di Cologno Monzese). Sarebbe un cambiamento notevole per un broadcaster che finora, in nome della sua vocazione nazional-popolare, aveva snobbato il Web. E potrebbe preludere a una svolta simile da parte del suo proprietario, a Palazzo Chigi. Specie se dovessero corrispondere a verità le ricorrenti voci sul suo interessamento a Telecom. A quel punto la musica cambierebbe completamente, e c'è da scommettere che nemmeno Emilio Fede parlerebbe più male di Internet.

di Alessandro Gilioli e Alessandro Longo

Fonte: L'espresso

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