giovedì 26 novembre 2009

Hamas è scomparsa


L’analista palestinese Omran Risheq esamina le possibili ragioni dell’apparente scomparsa di Hamas in Cisgiordania

Un interrogativo che serpeggia tra i palestinesi in questi giorni è per quale motivo il Movimento di Resistenza Islamica (Hamas) – un gruppo che alcuni vedono con sospetto e altri con simpatia – sia diventato quasi invisibile in Cisgiordania. Certo, Hamas ha subito una serie di duri colpi in questi ultimi anni. In seguito alla cattura del soldato israeliano Gilad Shalit nel giugno del 2006, Israele ha arrestato circa un migliaio di membri del movimento, inclusi alcuni delegati eletti del Consiglio Legislativo Palestinese (PLC). E da quando Hamas ha assunto  il controllo di Gaza, nel giugno del 2007, a seguito di un sanguinoso conflitto con Fatah, le forze di sicurezza palestinesi in Cisgiordania hanno organizzato campagne di arresti contro il gruppo. Hamas sostiene di aver subito 30.000 casi di interrogatori, arresti, chiusure di aziende e confische di beni finanziari. Ancora oggi, 600 dei suoi membri sono detenuti nelle carceri dell’Autorità Palestinese (ANP), e 150 delle organizzazioni ad esso affiliate sono tuttora chiuse.

Ciononostante, Hamas è più di una semplice organizzazione militante, o di un fornitore di servizi sociali. E’ una vasta rete di membri e seguaci con un programma ideologico e politico in grado di raccogliere 444.000 voti alle elezioni legislative del 2006. Ha un largo seguito popolare, soprattutto tra i palestinesi contrari agli accordi di Oslo e delusi dalla corruzione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Ma se è così, dove sono finiti in Cisgiordania Hamas e i suoi sostenitori?

Secondo fonti interne ad Hamas, il movimento ha congelato le proprie attività, in linea con una strategia risalente al 1989 che definisce le modalità attraverso cui gestire le crisi. Esso seguì questa strategia nel 1992, ad esempio, quando Israele esiliò 416 attivisti di Hamas e della Jihad Islamica nel sud del Libano dopo il rapimento e l’uccisione del soldato di frontiera israeliano Nassim Tolidano. Hamas non è pronto – sostiene uno dei suoi leader – a mobilitare i suoi sostenitori secondo una linea d’azione definita, per timore di esporli alla possibilità di essere arrestati dall’ANP o da Israele. Hamas è anche riluttante a far rischiare il posto di lavoro ai suoi seguaci, dato che già 1.200 di loro sono stati licenziati da posti governativi in Cisgiordania.

L’adozione di questa strategia preventiva per limitare i danni è dovuta in parte alla convinzione di Hamas che il presidente palestinese Mahmoud Abbas, a differenza del suo predecessore Yasser Arafat, non esiterebbe a distruggere il gruppo, qualora cominciasse a dargli troppo fastidio. Arafat, d’altra parte, prestava maggiore attenzione nel trattare con Hamas per due motivi: temeva di essere visto come un agente dell’occupazione israeliana, se avesse affrontato Hamas con la forza, e usava Hamas come una carta per rafforzare la sua posizione negoziale con Israele, presentandosi come l’unico in grado di contenere il gruppo.

Hamas è scomparso in Cisgiordania anche perché è convinto che la situazione attuale alla fine volgerà a suo vantaggio, soprattutto alla luce dell’incapacità di Abu Mazen di avviare seri colloqui di pace con Israele. L’incapacità del presidente degli Stati Uniti Barack Obama di esercitare pressioni su Israele per fermare la costruzione degli insediamenti in Cisgiordania, ha lasciato nella disperazione Abu Mazen, portandolo ad annunciare che non si candiderà alle prossime elezioni presidenziali.

Il calo di credibilità dell’ANP vale anche per Fatah,  a cui non è stato permesso di opporsi alle forze di occupazione o ai coloni, a causa del tentativo dell’ANP di risolvere le controversie con Israele attraverso i negoziati, piuttosto che con la resistenza armata. Ciò che nuoce a Fatah è anche il fatto che esso viene associato all’Autorità Palestinese di Ramallah, vista da molti come un’istituzione corrotta. Gli alti funzionari dell’ANP sono sproporzionatamente benestanti rispetto al resto del popolo palestinese, il quale soffre di un tasso di disoccupazione del 25%, che lascia una famiglia su tre in condizioni di povertà.

E ‘ difficile stabilire se i membri di Hamas stiano organizzando azioni contro gli israeliani, data la natura segreta dell’organizzazione. E ‘ chiaro, tuttavia, che i palestinesi in questo momento non prevedono che Hamas organizzi manifestazioni o azioni simili, sebbene alcuni possano rimpiangere gli attentati suicidi, considerati come il modo più efficace per combattere un nemico molto più potente.

A questo proposito, Hamas sembra confidare nel fatto che, giustificando la sua assenza con la repressione da parte di Israele e dell’Autorità Palestinese, essa sarà maggiormente compresa ed accettata a livello popolare. In realtà, i sondaggi hanno mostrato un aumento della popolarità di Hamas in Cisgiordania, di fronte a un suo calo a Gaza. I palestinesi della Cisgiordania vedono Hamas come il simbolo della resistenza alla dominazione di Israele e degli Stati Uniti, mentre gli abitanti di Gaza – che hanno già avuto la possibilità di sperimentare il governo Hamas – lo vedono simile, se non peggiore, a quello della corrotta leadership dell’Autorità Palestinese.

Infine, mentre emerge dalla tempesta, Hamas ritiene di poter utilizzare a suo vantaggio diversi possibili scenari futuri:

- Se l’ANP si scioglie, Hamas sarà in grado di proporsi come alternativa all’OLP, rivendicando così il suo rifiuto di impegnarsi nei negoziati di pace.

- Se, come appare ormai improbabile, Abbas dovesse tenere le elezioni generali nel gennaio del 2009 (le elezioni sono state effettivamente rinviate a tempo indeterminato (N.d.T.) ), è possibile che Hamas le boicotti e ne metta in dubbio la legittimità, soprattutto se la metà dell’elettorato palestinese (a Gaza) non vi parteciperà.

 - Se le elezioni si svolgeranno invece nel giugno del 2010 (come specificato nell’accordo di riconciliazione redatto dall’Egitto), Hamas avrebbe il tempo sufficiente per trovare un accordo con Israele che prevedrebbe il rilascio di Shalit in cambio di 450 prigionieri palestinesi. Tale accordo potrebbe rafforzare le chance elettorali di Hamas e aumentare la sua legittimità come leader della resistenza palestinese.

- Se, invece, non ci saranno elezioni, Hamas potrebbe utilizzare il continuo deteriorarsi della situazione per mettere in discussione la legittimità di Abbas. Hamas può sostenere che, al contrario, i suoi membri eletti del PLC continuano a godere di legittimità. La costituzione palestinese prevede infatti che il PLC resti in carica finché i nuovi membri non prestano giuramento, mentre il presidente dell’ANP può rimanere in carica solo per quattro anni.


Original Version: Where is Hamas in the West Bank?

Fonte italiana: Medarabnews.com

Omran Risheq è uno scrittore e analista palestinese

La Cina introduce un nuovo sistema finanziario


La Cina sta nascostamente introducendo un nuovo sistema finanziario basato sul renminbi (Yuan) che sta per diventare pienamente convertibile, secondo una fonte cinese di alto livello. Inoltre la Cina sta acquistando mille tonnellate di oro per sostenere un nuovo fondo progettato per sviluppare e commerciare tecnologie sin qui proibite. Il fondo avrà base fuori dalla Cina e sarà controllato da eminenti membri della comunità cinese di oltremare. L'aquisto di oro richiederà del tempo a causa della logistica del trasporto, e i cinesi sperano di poterlo testare appieno. Sia il governo cinese che l'MI6 confermano ormai i rapporti che indicano che gran parte dell'oro venduto dal Federal Reserve Board negli ultimi dieci anni è, di fatto, tungsteno placcato in oro.

D'altra parte il renminbi è ormai convertibile con le valute sudamericane, col rublo, con le valute mediorientali, lo Yen, le valute del sudest asiatico e le valute africane. “Introdurremo lentamente il nostro nuovo sistema finanziario in parallelo col vecchio e speriamo che la gente migri costantemente verso di esso”, ha affermato il funzionario cinese.

Nel frattempo l'ultimo incontro del G20 è finito in acrimonia e caos. La leadership occidentale è totalmente in rotta e rimarrà in tale stato sino a che la bancarotta del Federal Reserve Board non diventerà evidente anche a quella parte di opinione pubblica occidentale che ha subito un lavaggio del cervello. Ci si aspetta che questo avverrà a Gennaio o Febbraio. Sia l'MI6 che l'esperta fonte del governo cinese prevedono il crollo del dollaro della Federal Reserve per quel periodo.

Si sentono anche diversi rapporti che indicano che molti personaggi del Pentagono o di altre agenzie USA di ogni tipo con cittadinanza sia USA che israeliana sono recentemente fuggiti in Israele. I nodi stanno venendo al pettine.

La Cina propone di sostituire il dollaro USA con il dollaro di Hong Kong

Ad un incontro finanziario top secret previsto per questo weekend, la Cina proporrà di sostituire il dollaro USA con il dollaro di Hong Kong, secondo una fonte anziana del MI6. La proposta è presa in seria considerazione da coloro che appoggiano il nuovo sistema finanziario.

Come abbiamo precedentemente riferito, gran parte dei dollari USA mai creati sono poggiati sull'oro a un tasso di un ventottesimo di grammo per dollaro. I fraudolenti dollari fiat del Federal Reserve Board, emessi dopo il 28 Settembre 2008, non lo sono più. E nemmeno alcuno dei dollari provenienti dai fraudolenti “derivati”. Perciò, per sostituire il dollaro USA col dollaro di Honk Kong, tutto ciò che serve è rinominare i dollari basati sull'oro. Qualunque nuovo dollaro di Honk Kong emesso sarebbe poggiato sul Renminbi, secondo la proposta cinese.

Le note della Federal Reserve crollerano al valore di 0.03 centesimi a Gennaio

Si può ormai dire che tutti i dollari USA connessi al commercio legittimo sono poggiati sull'oro a un tasso di un ventottesimo di grammo per dollaro. Le rimanenti note di debito della Federal Reserve presto crolleranno al valore di 0.03 centesimi, secondo fonti finanziarie di alto livello. Ciò significa che tutti i legittimi uomini di affari e lavoratori pagati in dollari USA non hanno nulla di cui preoccuparsi. Invece, gli artisti della truffa che vendono “derivati” finanziari, resteranno con lo 0.03% di quanto pensavano di possedere.

E' sconcertante vedere quante persone intelligenti e “ben informate”, ancora non hanno idea di ciò che sta accadendo. Se si collegano i punti nella propaganda dei media ufficiali, dovreste poter vedere voi stessi senza dover andare sui cosiddetti siti “cospirazionisti”. Tra i paesi che hanno affermato pubblicamente che non useranno più i dollari per commerciare tra di loro, si trovano: Cina, Russia, Giappone, Sud America, Lega Araba, Turchia, Iran etc.

Titolo originale: "China quietly introduces new financial system"

Fonte: http://www.silverbearcafe.com
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Gli Emirati Arabi Uniti nel vortice della guerra arabica


Il conflitto in Yemen tra i ribelli sciiti e il governo centrale ormai coinvolge in pieno l'Arabia Saudita. La stampa locale negli Emirati ostenta analisi fredde e distaccate, ma le notizie sono tutt'altro che confortanti.
Ieri sono ripresi i combattimenti tra i reparti dell'esercito di Riad e i ribelli sciiti yemeniti che s'infiltrano nel zona meridionale del regno saudita. Secondo quanto ha reso noto l'inviato della Tv satellitare al-Arabiya nella cittadina di Khoba, si sono verificati scontri a fuoco in una zona che l'esercito ha dichiarato area militare e che è stata completamente evacuata dai civili. Nonostante le autorità di Riad abbiano più volte annunciato di aver liberato il proprio territorio dalla presenza dei seguaci dell'imam sciita Abdel Malik al-Houthi, nuove infiltrazioni di miliziani dallo Yemen si registrano ogni giorno nel Paese. La marina militare saudita, in operazioni congiunte con quelle yemenita, ha bloccato ieri due cargo diretti ad Aden sospettati di portare armi per i rivoltosi.
Intanto sul fronte yemenita, l'esercito di Sa'ana ha annunciato di aver ucciso negli ultimi tre giorni 40 ribelli nei dintorni della città di Sa'ada. In particolare i reparti delle Guardie repubblicane, giunte ieri sul fronte, hanno riconquistato quasi tutta la zona di Sa'ada (caduta per un certo tempo nelle mani dei ribelli) e di Harf Sufian.

Gli echi del conflitto, giorno dopo giorno, cominciano a farsi sentire in tutta l'area. Anche gli Emirati non si sentono al sicuro da quello che, sempre più, sembra la vera posta in gioco: il dominio regionale tra Arabia Saudita e Iran. Il quale, politica a parte, diventa un confronto anche religioso tra sciiti e sunniti. Ormai tutti, anche ai livelli più alti delle gerarchie politico - militari dello Yemen accusano l'Iran di finanziare i ribelli. Lo scopo? Per il governo di Sa'ana è quello di destabilizzare tutte le minoranze sciite nella regione, al fine di indebolire gli altri stati e fare in modo che Teheran diventi la potenza regionale di riferimento. L'Arabia Saudita, per ora, tiene un profilo più basso ed evita attacchi dialettici diretti alla Repubblica Islamica, ma la tensione resta alta e Dubai e gli altri emirati restano in guardia, per la loro posizione intermedia. La soluzione più lineare, rispetto alla tradizione e alla storia degli Emirati, sarebbe quella di schierarsi con Riad. Ma l'economia, si sa, non segue logiche storiche, politiche e religiose. Business è business.

La comunità iraniana negli Emirati ha legami secolari. Le stesse case più antiche di Dubai sono quelle costruite dai mercanti provenienti dalla città iraniana di Bastak, che ha finito per dare un nome a un quartiere di città. Su uno dei palazzi più alti che si affacciano sul Creek, il canale che attraversa Dubai Vecchia, porta in cima l'insegna della Bank Melli Iran, una delle istituzioni finanziarie chiave a Teheran. Gli sceicchi non amano veder rovinare i loro affari e le pressioni di Riad e degli Usa per soffocare questo legame finanziario con l'Iran non è ben visto qui. L'Arabia Saudita, però, preme e non ha mai accettato l'annuncio degli Emirati di ritirarsi dal progetto di moneta unica del paesi del Golfo, che non comprende l'Iran. Da ieri, per la seconda volta, file immense di autotreni sono fermi alla frontiera tra l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.
Il governo d Riad blocca il passaggio di quella frontiera che è strategica per i trasporti degli Emirati, con scuse sempre differenti. Gli Usa, dal canto loro, rallentano da anni il trattato di libero commercio con gli Emirati.

Ma gli sceicchi non mollano e non vogliono farsi imporre l'agenda internazionale da nessuno. Anche perché, a differenza per esempio dal Bahrein, gli Emirati non hanno una comunità sciita all'interno che potrebbe farsi ammaliare dall'internazionalismo di Teheran.
La tensione, però, corre sul filo delle relazioni diplomatiche del Golfo. Ad Abu Dhabi, una settimana fa, si è chiuso il grande Salone Aeronautico di Dubai, dedicato all'azienda aeromobile.
Mentre il pubblico si divertiva a guardare la versione emiratina delle frecce tricolori e le novità di extra lusso dei velivoli pubblici e privati, le forze armate degli Emirati Arabi Uniti hanno firmato, due accordi per il potenziamento della difesa aerea. Si tratta di un contratto per due aerei da ricognizione Saab AEW di costruzione svedese, per un investimento da 150 milioni di euro, e di venticinque aerei da combattimento per la formazione di piloti PC-21, ordinati alla Pilatus Aircraft svizzera per un valore di 345 milioni di euro. L'acquisto dei due Saab, in particolare, rappresenta il primo sistema di rilevamento aereo di cui si dotano gli Emirati che fino ad oggi si servivano di sistemi di rilevamento da terra. La consegna di tutti gli aerei è prevista tra la seconda metà del 2011 e la prima del 2012. In tempo per vedere come va a finire questo autunno caldo nella Penisola Arabica.

di Christian Elia

Fonte: Peacerporter.it

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