martedì 24 novembre 2009

Whinsec, la scuola dei golpisti


C'è un luogo in cui i militari Usa continuano a insegnare la dottrina golpista del "nemico interno" alle forze armate delle Americhe.

La Escuela de las Américas (School of Americas, Soa), Fort Benning, Georgia, oggi conosciuta come Istituto di cooperazione e sicurezza dell'emisfero occidentale (Whinsec),

continua a essere un centro militare dove si insegna il concetto di nemico interno, oggi espresso e nascosto nella supposta lotta al terrorismo e al narcotraffico, sostenuta dagli Usa a livello mondiale. E si tratta di casi piuttosto eloquenti della dottrina e della filosofia militare che l'Esercito degli Stati Uniti va insegnando da decenni al resto dei militari delle Americhe.


Risale al 2000 il tentativo del Pentagono di confondere le acque, pressato dall'opinione pubblica nazionale e internazionale, scossa dai pacifisti e dai manifestanti che ne denunciavano usi e costumi: la chiuse per qualche tempo e la riaprì con un nome tutto nuovo, appunto. Ma le Ong e i movimenti sociali non si sono lasciati trarre in inganno convinti che il cambiamento fosse solo di facciata. E così fu: nel 2001, l'istituto è ricomparso nel medesimo luogo, con i medesimi istruttori e con gli stessi identici obiettivi: indottrinare i soldati dell'America Latina e manipolarli al fine di controllare il suo cortile di casa.

Ma la storia sinistra di tanti abusi e soprusi resta a parlare, resta a denunciare, resta, per non dimenticare. E in nome dei tanti morti ammazzati, torturati, fatti sparire, di famiglie sventrate e leggi, umane e divine, violate, il movimento ne pretende la chiusura. Non smette. La chiede da anni. Ogni anno, ogni giorno.
Mai nessuno degli uomini di Fort Benning, pur incastrati dai fatti, ha risposto dei crimini commessi. Crimini appresi, passo passo, sugli allucinanti manuali distribuiti agli studenti. E lo ammette persino la Casa Bianca, che nel 1996 ha pubblicamente fatto ammenda.

Las Americas ha forgiato golpisti e torturatori, assassini e paramilitari, tutti indistintamente marionette nelle mani del Pentagono. Tanti, troppi, i colpi di stato, tentati o riusciti, degli studenti modello della Georgia. Senza andare troppo in là: il tentato golpe in Venezuela nel 2002, e l'ulltimo riuscitissimo del giugno scorso in Honduras.

Queste le ragioni di un movimento tanto vasto e organizzato che ne chiede la chiusura: dalla Terra del fuoco al Centroamerica, senza soluzione di continuità. Perché come se niente fosse, molti governi continuano a inviano reclute in Georgia, anche se, merito del nuovo vento che soffia sul continente, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Argentina e Nicaragua hanno già chiuso ogni rapporto.

Ma resta il Cile, per esempio: duecentodieci uomini nel solo 2008.

E che dire della Colombia che, non stupirà, detiene il record indiscusso degli addestrati a Fort Benning. La maggioranza dei colombiani in mimetica hanno avuto a che fare con addestramenti Usa. Fuori o dentro casa. Perché in questo caso sarebbe comunque insufficiente chiudere Las Americas, per evitare che gli ormai famigerati metodi impartiti in Gerogia arrivino a contaminare l'esercito colombiano.

La Colombia di Uribe ha una Las Americas in ogni dove, in ogni angolo caldo del conflitto interno. E quei ragazzi armati fino ai denti che si "sacrificano per la patria" ne vanno pure fieri. Tra i soldati incontrati durante il viaggio nel Caquetà, nel cuore dell'Amazzonia colombiana, persino la potente lozione repellente contro le devastanti zanzare era targata "3M Company, Saint Paul, Minnesota". E perlomeno, la creazione di altre sette basi Usa in Colombia, non farà che ufficializzarla questa dilagante colonizzazione, portandola alla luce del sole e legittimando gli attacchi diplomatici incrociati degli Stati vicini. Non tutto il male vien per nuocere.

Casi disperati a parte dunque, la chiusura di Las Americas gioverebbe comunque ai più, per questo si protesta anche quest'anno, come ogni novembre ormai da anni.

A coordinare il tutto, chi se non Soaw, ossia lo School of Americas Watch, l'osservatorio permanente sui crimini commessi dall'istituzione militare statunitense, fondato da un prete dei missionari di Maryknoll, Roy Bourgeois, ormai personaggio mitico per tutto il movimento in difesa dei diritti umani. Missionario in Bolivia, è stato testimone degli effetti dell'addestramento alla Scuola delle Americhe, lanciando l'allarme negli Stati Uniti sulle tecniche di tortura insegnate. In quel periodo l'obiettivo era terrorizzare i contadini centroamericani in lotta per la difesa dei propri diritti; una sorta di guerra contro l'umanità che gli Usa hanno finanziato e che ha mantenuto al potere molti dittatori. Da allora la voce di padre Roy non si è mai spenta, anzi. Appoggiato inizialmente da una manciata di persone, i suoi raduni anti Soa sono arrivati a contare più di 15.000 dimostranti ogni anno. "Grazie a lui - per usare le parole di Joan Chittister pubblicate su Adista - la pressione pubblica per un cambiamento nelle politiche Usa alla Scuola delle Americhe è diventata, negli ultimi vent'anni, uno dei momenti più gloriosi tanto degli Stati Uniti quanto della Chiesa.

I primi mesi di quest'anno, la novità Obama negli States, almeno sulla carta sembrava preannunciare un movimento anti Soa meno accanito, più sopito. I proclami presidenziali erano lontani dai bushismi, e magari c'era chi pensava alla possibilità di un dialogo più mediato e magari più fruttuoso. E invece, di contro, è arrivata, doccia fredda, il golpe in Honduras. E la protesta si è riaccesa, è cresciuta, è dilagata. Ci risiamo. Di nuovo, quel colpo di stato in Centroamerica è stato pensato, preparato, provato nella Scuola delle Americhe. Un golpe che è andato di pari passo all'aumento incontrastato delle basi militari Usa in Colombia. E che chiudono il quadro sulla politica che ci sta dietro: riappropriarsi del cortile di casa, a tutti i costi. Quindi, ancora una volta, tutti a Fort Benning per una veglia e per orchestrare atti di disobbedienza civile per denunciare "l'infame Esculea e predentendere un cambiamento di politica degli Usa nei confronti dell'America Latina - spiegano gli organizzatori - E quest'anno si è chiamati a ricordare anche il ventesimo anniversario del massacro dei gesuiti in Salvador da parte degli studenti modello della Soa, nonché a commemorare le migliaia di vittime dei nostri popoli per mano di quei militari made in Usa".

E in Georgia voleranno sopravvissuti alle torture, attivisti, come Bertha Oliva, Coordinatrice del Comitato dei familiari dei detenuti scomparsi in Honduras (Cofadeh), difensori dei diritti umani in Colombia, tutti per partecipare, compartire, agire, far grande la mobilitazione. Quest'anno più che mai. È appunto una fase cruciale, questa. Perché Obama ha promesso, e ancora non mantenuto. Perché si deve farlo riflettere, rimuginare, decidere. "La Escuela deve chiudere", ripetono.


E poi, qualcosa si è mosso. Poche settimane fa, un Comitato congiunto del Congresso degli Usa si sono accordati per includere nella legge di Autorizzazione della Difesa, una clausola che obbliga il Pentagono a rendere pubblici i nomi dei diplomati alla Scuola. Archivi che erano diventati segreto militare proprio per proteggeri quei volti, molti dei quali noti a tanti, troppi popoli oppressi nelle Americhe.

di Stella Spinelli - peacereporter.net.

Da Fort Benning a Haiti. L'opinione di Ana Esther Ceceña

Dittatori made in Usa. La lista dei famigerati allievi modello

Articolo originale: In gita a Fort Benning, Georgia, Stati Uniti.

Come rilanciare l'economia? Con una guerra


Ho scritto due saggi nel tentativo di confutare il "keynesianismo militare" - l'idea che le spese militari siano il miglior incentivo (per l'economia, NdT). Si veda qui qui e qui

In risposta, un lettore mi ha sfidato a dimostrare che chiunque appoggerebbe l'idea di investire soldi in spese militari o in una guerra come stimolo fiscale.

Di fatto, il concetto alla base del keynesianismo militare è talmente diffuso che ci sono circa mezzo milione di pagine web in cui si parla di questo argomento.

E molti economisti autorevoli e politici esperti ne tessono le lodi.



Ad esempio, Martin Feldstein - presidente del Council of Economic Advisers sotto il Presidente Regan, professore di economia ad Harvard e membro del collegio dei collaboratori di The Wall Street Journal - ha scritto un articolo (*) sul numero del Journal di Dicembre scorso intitolato "Le spese per la difesa sarebbero un grande stimolo".

E come fa notare il Cato Insitute:

Bill Kristol concorda. Considerando che l'imperativo era "spendere qualunque cifra di soldi subito", il signor Kristol ha espresso un dubbio, "se acquisti 2.000 Humvee (**) al mese, perché non comprarne 3.000? Se rimetti a nuovo due basi militari, perché non farlo per cinque?"

***

Non è la prima volta che le spese per la difesa vengono approvate con l'intento di far ripartire l'economia. Circa cinque decadi fa, un consigliere economico del Presidente Kennedy raccomandò proprio di aumentare le spese militari come sprone per l'economia...

Oggi si ascoltano discorsi simili. I membri della delegazione congressuale del Connecticut sono stati particolarmente espliciti nel loro supporto ai sottomarini di classe Virginia, e non hanno mostrato dubbi nell'indicare le opportunità di lavoro che il programma offre nel loro stato. Il programma Falco Pescatore del corpo dei Marines V-22 è stato approvato su basi simili. Nonostante serie preoccupazioni riguardanti la sicurezza e il comfort del gruppo di lavoro, il programma V-22 coinvolge collaboratori in Pennsylvania, New Jersey, Delaware e Texas, e un certo numero di altri stati.

I professori di economia politica Jonathan Nitzan e Shimshon Bichler scrivono :

Le teorie del keynesianismo militare e del complesso dell'industria militare diventarono popolari dopo la seconda guerra mondiale, e probabilmente per una buona ragione. La prospettiva di una smobilitazione militare sembrò allarmante, in modo particolare negli Stati Uniti. L'élite statunitense ricordava bene come l'aumento delle spese militari avesse fatto uscire il mondo dalla grande depressione, e si preoccupavano del fatto che un crollo degli stanziamenti militari avrebbe ribaltato questo processo. Se questo fosse successo, la prospettiva era che gli affari sarebbero precipitati, la disoccupazione sarebbe cresciuta rapidamente, e la legittimità del libero mercato sarebbe stata nuovamente messa in discussione.

Nel tentativo di allontanare questa eventualità, nel 1950 il consiglio di sicurezza nazionale statunitense stese un documento top secret, l'NSC-68. Tale documento, che fu desegretato solo nel 1977, faceva esplicitamente appello al governo affinché aumentasse le spese militari in modo da prevenire una conseguenza come questa.

Hanno ragione riguardo all'NSC-68?

Robert Higgs, dottorato in economia, conferma l'importanza dell'NSC-68:

I funzionari dell'amministrazione precedente hanno incontrato un'ostinata resistenza da parte del congresso riguardo alla loro richiesta di un aumento sostanziale, simile a quanto spiegato nell'NSC-68, un documento fondamentale dell'Aprile 1950. Gli autori di questa relazione del governo nazionale proponevano una visione manichea della rivalità tra l'America e l'Unione Sovietica, sposavano la causa di un ruolo permanente per gli Stati Uniti come poliziotto mondiale, e prevedevano una spesa di circa il 20 percento del PIL. Ma l'approvazione del congresso per i provvedimenti indicati sembrò molto improbabile in assenza di crisi. Nel 1950 "la paura che l'invasione [della Corea del Nord] fosse solo il primo passo di una più ampia offensiva sovietica risultò molto utile quando venne usata per persuadere il congresso ad aumentare il budget per la difesa". Come disse in seguito il segretario di stato Dean Acheson: "la Corea ci ha salvati". L'aumento delle spese militari raggiunse il suo picco nel 1953, quando i belligeranti, trovandosi in una condizione di stallo, concordarono un armistizio.

Chalmers Johnson - Professore emerito dell'Università della California, a San Diego, in passato consulente della CIA - scrive :

Questo è il keynesianismo militare - la determinazione a mantenere un'economia di guerra permanente e a trattare il rendimento militare come un qualunque prodotto economico, sebbene non contribuisca né alla produzione né al consumo.

Questa ideologia risale ai primi anni della guerra fredda. Durante la fine degli anni '40 gli Stati Uniti erano tormentati da ansie di tipo economico. La grande depressione degli anni '30 era stata superata solo grazie al boom di produzione dato dalla seconda guerra mondiale. Con la pace e la smobilitazione ci fu una paura diffusa che la depressione mondiale potesse tornare. Durante il 1949, allarmati dalla detonazione di una bomba atomica in Unione Sovietica, l'imcombente vittoria comunista nella guerra civile cinese, la recessione nazionale, e l'abbassarsi della cortina di ferro attorno all'URRS da parte degli stati satelliti in Europa, gli Stati Uniti cercarono di abbozzare la strategia di base per la guerra fredda che stava per cominciare. Il risultato fu il verbale militaristico del consiglio di sicurezza nazionale NSC-68, steso sotto la supervisione di Paul Nitze, all'epoca capo dello staff della pianificazione diplomatica nel dipartimento di stato. Datato 14 Aprile 1959 e firmato dal Presidente Harry S. Truman il 30 Settembre 1950, tracciò le basi delle politiche di economia pubblica che gli Stati Uniti perseguono tutt'oggi.

Nelle sue conclusioni, l'NSC-68 afferma: "una delle lezioni più significative ottenute dalla nostra esperienza della seconda guerra mondiale è stata che l'economia americana, quando funziona a livelli prossimi alla massima efficienza, può fornire enormi risorse con scopi differenti dal consumo civile, provvedendo allo stesso tempo a mantenere alti standard di vita".

Con questa convinzione gli strateghi statunitensi iniziarono a costruire un'imponente industria di munizioni, sia per contrastare la forza militare dell'Unione Sovietca (che ingigantivano in modo consistente) che per mantenere la piena occupazione, e anche per evitare un possibile ritorno della depressione. Il risultato fu che, sotto la guida del Pentagono, vennero create nuove industrie per fabbricare grandi aerei, sottomarini alimentati ad energia nucleare, testate nucleari, missili balistici intercontinentali, e satelliti per la sorveglianza e le comunicazioni. Questo condusse a ciò che aveva prefigurato il Presidente Eisenhower durante il suo discorso di commiato del 6 Febbraio 1961: "la coesione tra un'immensa impresa militare e una grande industria delle armi è una novità per gli americani" - ovvero il complesso militare-industriale.

Dal 1990 il valore delle armi, degli equipaggiamenti e delle fabbriche impegnate per il dipartimento della difesa erano l'83% del valore di tutti gli stabilimenti ed equipaggiamenti dei prodotti industriali statunitensi. Dal 1947 al 1990, il budget consolidato per le spese militari statunitensi ammontava a 8.7 trilioni di dollari. Nonostante l'Unione Sovietica non esista più, la fiducia degli Stati Uniti nei confronti del keynesianismo militare è, semmai, aumentata, grazie ai massicci interessi acquisiti che si sono fortificati attorno all'establishment militare.  

L'autorevole giornalista politico John T. Flynn scrisse nel 1994:

Il militarismo è l'affascinante progetto di lavori pubblici grazie al quale molte parti della comunità possono raggiungere un accordo.

Ma Flynn aveva messo in guardia:

Inevitabilmente, avendo ceduto al militarismo come stratagemma economico, faremo quello che hanno fatto altri paesi: manterremo viva la paura del nostro popolo verso le ambizioni aggressive di altri paesi ed intraprenderemo noi stessi imprese di tipo imperialistico.

Infatti, lo stesso ideatore della teoria del keynesianismo militare aveva avvertito del fatto che chi avesse seguito questo pensiero sarebbe diventato un fabbricante di paure, avrebbe dovuto fare appello al patriottismo e ci avrebbe portato in guerra in modo da promuovere questo "stimolo" all'economia. Come ha scritto The Independent nel 2004:

La crescita alimentata militarmente, o keynesianismo militare come viene chiamato nei circoli accademici, fu prima teorizzato dall'economista polacco Michal Kalecki nel 1943. Kalecki sosteneva che i capitalisti e i loro difensori politici tendevano ad ostacolare il keynesianismo classico; ottenere la piena occupazione attraverso la spesa pubblica li rendeva nervosi, poiché rischiava di dare troppo potere alla classe lavoratrice e ai sindacati.

La spesa militare era senza dubbio un investimento più allettante dal loro punto di vista, sebbene giustificare una tale distrazione di fondi pubblici richiedeva un certo grado di repressione politica, che si poteva meglio ottenere attraverso appelli al patriottismo e suscitando la paura di una minaccia nemica - e, inesorabilmente, di una vera e propria guerra.

All'epoca, il migliore esempio di keynesianismo militare secondo Kalecki era la Germania nazista. Ma il concetto non funziona solamente sotto la dittatura fascista. Anzi, è stato valutato con grande entusiasmo dai conservatori neo-liberali negli Stati Uniti.

Non sono d'accordo con l'idea che si tratti di una questione partigiana. L'articolo riportato da The Independent ritrae i "conservatori neo-liberali" come guerrafondai; non credo ci sia molta differenza con la "sinistra neo-liberale" o la "destra neo-conservativa", o qualunque altra cosa. Di fatto, le definizioni politiche hanno ben poco significato. Ciò che importa risiede nelle azioni che qualcuno compie, non nella retorica attorno alle sue azioni.

Fonte: http://georgewashington2.blogspot.com
Link: http://georgewashington2.blogspot.com/2009/11/would-government-really-start-war-to.html

NdT

(*) op-ed, nel testo originale, sta per "opposite the editorial page", un articolo di giornale che viene così chiamato poiché stampato nella pagina opposta rispetto all'editoriale.

(**) sta per High Mobility Multipurpose Wheeled Vehicle, il veicolo militare da ricognizione dell'esercito americano.

Il Pentagono ovvero l'immobiliarista globale


Un «portafoglio globale di proprietà immobiliari»: 539mila edifici e altre strutture distribuite in 5579 siti militari. Lo possiede il Pentagono, il più grande proprietario immobiliare del mondo. Con questa statistica si apre l’ultimo inventario delle basi militari (Base Structure Report 2009), pubblicato dal dipartimento Usa della difesa. La crisi economica non lo tocca: il presidente Obama ha appena autorizzato un ulteriore aumento del bilancio base del Pentagono, che nell’anno fiscale 2010 (iniziato il 1° ottobre scorso) viene portato a oltre 680 miliardi di dollari, compresi 130 per le guerre in Iraq e Afghanistan che presto saranno aumentati. Si aggiungono 113 miliardi per i militari a riposo e altre spese di carattere militare, che portano il totale a circa un quarto del bilancio federale.
Oltre un quinto delle proprietà immobiliari del Pentagono si trova all’estero, in 716 basi e altre installazioni distribuite in 38 paesi, dodici dei quali europei. Nell’inventario ufficiale non figurano però altre basi in Europa, come quelle in Kosovo e Romania. In Italia il Pentagono possiede 1430 edifici, con una superficie complessiva di 830 mila m2, più quasi altrettanti in affitto o concessione. Essi sono distribuiti in 42 siti principali, cui se ne aggiungono 41 minori portando il totale a oltre 80. I siti delle forze armate Usa in Italia sono molto meno di quelli in Germania (235). Stanno però acquistando crescente importanza nel «riallineamento» strategico effettuato dal Pentagono, che sta ridislocando le proprie forze dall’Europa centrale e settentrionale a quella meridionale e orientale, per proiettarle più efficacemente in Medio Oriente, Africa e Asia centrale.
In tale quadro la 173a brigata, di stanza a Vicenza, è stata trasformata in squadra di combattimento formata da più battaglioni, potenziando il suo ruolo di unica «forza di risposta rapida» aviotrasportata del Comando europeo degli Stati uniti. Da qui la decisione di creare un’altra base Usa nell’area dell’aeroporto Dal Molin. Sempre a Vicenza è stato installato lo U.S. Army Africa (Esercito Usa per l’Africa), trasformando la Forza tattica nel Sud Europa in componente terrestre del Comando Africa (AfriCom), il cui quartier generale è a Stoccarda. E’ stata allo stesso tempo potenziata Aviano, una delle principali basi delle Forze aeree Usa in Europa, che dispongono di 42mila uomini e centinaia di aerei distribuiti in cinque basi principali e in altre 80 località. Ad Aviano è dislocato il 31st Fighter Wing, l’unico stormo di cacciabombardieri Usa a sud delle Alpi, composto di due squadriglie di cacciabombardieri F-16. Esso dispone anche di bombe nucleari, depositate ad Aviano e Ghedi Torre.
In questo potenziamento cresce il ruolo di Camp Darby, la base logistica che rifornisce le forze terrestri e aeree Usa nell’area mediterranea, africana, mediorientale e oltre. È l’unico sito dell’esercito Usa in cui il materiale preposizionato (carrarmati M1, Bradleys, Humvees) è collocato insieme alle munizioni: nei suoi 125 bunker vi è l’intero equipaggiamento di due battaglioni corazzati e due di fanteria meccanizzata. Vi sono stoccate anche enormi quantità di bombe e missili per aerei, insieme ai «kit di montaggio» per costruire rapidamente aeroporti in zone di guerra. Questi e altri materiali bellici possono essere rapidamente inviati in zona di operazione attraverso il porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa. Da qui sono partire le bombe usate nelle guerre contro l’Iraq e la Jugoslavia. Inoltre, come documenta Global Security, il 31° squadrone di munizionamento della base è responsabile di due depositi classificati situati in Israele, una succursale di Camp Darby le cui bombe sono state usate dalle forze israeliane nella guerra contro il Libano e nell’operazione «Piombo fuso» contro Gaza. Tale capacità non è però più sufficiente a Camp Darby: ha quindi necessità di velocizzare i collegamenti con il porto di Livorno attraverso il Canale dei Navicelli e di accrescere la capienza dei depositi. In questo viene aiutata validamente dalla Regione Toscana e dai sindaci di Pisa e Livorno, i quali «dimenticano» che i rispettivi consigli comunali, e anche la Provincia di Pisa, hanno approvato nel 2004-2007 mozioni per «la dismissione e la riconversione a usi esclusivamente civili di Camp Darby» (come chiede da anni il comitato formatosi ad hoc).
Stessa situazione a Napoli, dove già era stato trasferito da Londra il comando delle forze navali Usa in Europa. Ora vi è stato installato anche quello delle forze navali AfriCom. L’ammiraglio Mark Fitzgerald è così, allo stesso tempo, comandante delle forze navali Usa in Europa, della forza congiunta alleata e delle forze navali AfriCom. Un ruolo sempre più importante svolge anche la base aeronavale di Sigonella: con due centri di rifornimento della U.S. Navy fuori dal territorio americano, dalla quale opera una forza speciale Usa per missioni segrete in Africa, insieme a una delle tre stazioni terrestri (le altre due sono in Virginia e nelle Hawaii) della rete di telecomunicazioni satellitari GBS, gestita dal 50th Space Communications Squadron, responsabile delle telecomunicazioni spaziali della U.S. Air Force. Sempre a Sigonella verrà installato l’Ags, un sistema di «sorveglianza» Nato, finalizzato non alla difesa del territorio dell’Alleanza ma al potenziamento della sua capacità offensiva «fuori area». Come se ciò non bastasse, nella vicina Niscemi, dove già sono in funzione 41 antenne del centro trasmissioni Usa dipendente dalla Navcomtelsta Sicily di Sigonella, saranno installate tre grandi parabole satellitari (18 metri di diametro) del Muos (Mobile User Objective System), il sistema di telecomunicazioni satellitari di nuova generazione della U.S. Navy. La stazione, una delle quattro su scala mondiale (altre due sono negli Usa e una in Australia), permetterà di collegare - con comunicazioni radio, video e trasmissione dati ad altissima frequenza - le forze navali, aeree e terrestri mentre sono in movimento, in qualsiasi parte del mondo si trovino.
L’Italia è certo destinata a svolgere un importante ruolo anche nel nuovo piano dello «scudo» antimissili, che gli Usa vogliono estendere all’Europa. Lo ha annunciato il segretario alla difesa Robert Gates. Nel presentare il nuovo «scudo», basato non su strutture fisse ma su sistemi mobili di missili SM-3 all’inizio a bordo di navi, ha scritto sul New York Times: «La seconda fase, che diverrà operativa attorno al 2015, prevede la dislocazione di missili SM-3 potenziati sul terreno in Europa meridionale e centrale». È praticamente certo che essi saranno dislocati nel meridione d’Italia, soprattutto in Sicilia.

Le basi in Italia (al cui costo il nostro paese contribuisce nella misura di circa il 40%) servono quindi non solo alla «proiezione di potenza» statunitense verso sud e verso est, ma svolgono sempre più funzioni di carattere globale nella strategia Usa. Queste basi (cui si aggiungono quelle Nato sempre sotto comando Usa) dipendono dalla catena di comando statunitense e sono quindi di fatto sottratte ai meccanismi decisionali italiani: quando e come vengono usate dipende non da Roma ma da Washington.

di Tommaso Di Francesco, Manlio Dinucci

Fonte: ilManifesto.it

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