giovedì 19 novembre 2009

Il detonatore yemenita tra Arabia Saudita e Iran

Diversi analisti, ormai da mesi, stanno lanciando l’allarme sul preoccupante deterioramento della situazione yemenita, nel relativo disinteresse della stampa internazionale. L’unità stessa del paese è minacciata su due fronti: a nord dalla guerra civile con i ribelli Houthi – un movimento sciita così chiamato dal nome del suo fondatore, Hussein al-Houthi – e a sud da un movimento secessionista che ha il suo centro nell’antica città portuale di Aden, che è anche la capitale commerciale del paese.

La crisi yemenita ha tuttavia compiuto un ulteriore salto di qualità nei primi giorni di novembre, con il diretto coinvolgimento militare dell’Arabia Saudita al confine nord-occidentale del paese, attraverso un’operazione bellica ufficialmente finalizzata ad impedire le infiltrazioni di ribelli Houthi in territorio saudita.

L’intervento militare saudita rischia di conferire definitivamente una dimensione regionale al conflitto nel nord dello Yemen, visto che i ribelli Houthi, di confessione sciita, sono accusati da Riyadh di essere sostenuti dall’Iran. Al punto che molti commentatori nel mondo arabo, e non solo, si sono affrettati a definire il conflitto yemenita come la nuova guerra “per procura” fra Iran e Arabia Saudita, dopo la crisi libanese, le ingerenze iraniane in Palestina, e la guerra civile a sfondo settario che ha avuto luogo in Iraq.

In realtà, il caso yemenita è emblematico dei problemi di cui soffre in generale il mondo arabo, visto che quanto sta accadendo attualmente nel paese ha delle caratteristiche comuni a quanto è accaduto in passato, ad esempio, in Libano e in Iraq, e a quanto potrebbe accadere in futuro in altri paesi della regione.

Come diversi commentatori arabi hanno fatto osservare , lo Yemen condivide con altri paesi arabi alcuni elementi fondamentali: la struttura tribale della società, le divisioni confessionali al suo interno, l’assenza di un regime democratico, e – come conseguenza – la tendenza all’internazionalizzazione dei conflitti interni (elemento, quest’ultimo, a cui contribuisce in maniera determinante il fatto che il Medio Oriente nel suo complesso è una delle regioni strategicamente più importanti a livello mondiale, e dunque è costantemente al centro dell’attenzione delle potenze regionali ed internazionali).

L’assenza di democrazia, e di un concetto di cittadinanza che sia al di sopra delle affiliazioni settarie e tribali, fa sì che le diverse componenti della società, non ricevendo dallo stato un’adeguata risposta alle loro legittime rivendicazioni, suppliscano all’inefficacia delle istituzioni richiudendosi nell’appartenenza tribale e confessionale, ma anche cercando sostegno e appoggio all’esterno del paese. E’ opinione di numerosi analisti che questa sia certamente una delle ragioni principali per cui il mondo arabo è così facilmente permeabile alle ingerenze straniere.

Tornando al caso yemenita, cerchiamo di riassumere per sommi capi come le caratteristiche appena citate abbiano portato alla crisi odierna.

L’attuale conflitto nel nord del paese fra lo stato centrale e i ribelli Houthi ebbe inizio circa cinque anni fa, trascinandosi fino ad oggi con fasi alterne di maggiore o minore violenza. L’episodio che può essere considerato come il punto di svolta che fece degenerare la crisi in un conflitto aperto fu l’uccisione del leader del movimento sciita, Hussein al-Houthi, ad opera delle forze governative del presidente Ali Abdullah Saleh.

Ma in realtà, un movimento sciita di protesta aveva cominciato a delinearsi nel paese già a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, per contrastare la crescente penetrazione salafita di ispirazione wahhabita proveniente dall’Arabia Saudita. L’esportazione del wahhabismo saudita (una forma di sunnismo assai rigida e intollerante) fu a sua volta la mossa con cui Riyadh cercò di rispondere alla Rivoluzione islamica di matrice sciita che aveva avuto luogo in Iran nel 1979.

Va ricordato che lo Yemen è un paese misto, da un punto di vista confessionale. Gli sciiti, che costituiscono circa il 40% della popolazione, sono concentrati soprattutto nella parte settentrionale e nord-occidentale del paese, e si riconoscono principalmente nella scuola zaidita, una ramificazione dello sciismo molto vicina al sunnismo, dal punto di vista dottrinale.

I giovani zaiditi che costituirono il primo nucleo di quello che poi sarebbe diventato il movimento Houthi, cominciarono a svolgere azioni propagandistiche sotto il nome di “giovani credenti”, opponendosi alla penetrazione wahhabita e chiedendo maggiori diritti per le regioni zaidite (va ricordato che il nord dello Yemen, che era stato sede di un ‘imamato’ zaidita per centinaia di anni, è stato tenuto ai margini dal governo centrale repubblicano).

I “giovani credenti” furono inizialmente addirittura finanziati dal governo di Sana’a, che aveva interesse a evitare che le correnti wahhabite filo-saudite nel nord acquisissero un’influenza eccessiva. Il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh ha sempre cercato di mantenere una forma di equilibrio fra le diverse componenti settarie e tribali dello Yemen, adottando tuttavia una tattica del “divide et impera” che si è rivelata estremamente controproducente per il paese.

Tanto per fare un esempio, mentre Saleh cercava di contenere il wahhabismo di origine saudita nel nord finanziando il movimento sciita zaidita, nel 1994 egli si servì, fra l’altro, proprio di gruppi wahhabiti per schiacciare un primo tentativo di secessione che già all’epoca si era manifestato nel sud del paese.

Quando Hussein al-Houthi prese la guida del movimento sciita nel nord, tale movimento si allontanò progressivamente dallo zaidismo, da un punto di vista dottrinale, avvicinandosi sempre più allo sciismo duodecimano, il ramo sciita che è predominante in Iran. Questa evoluzione ha portato a due conseguenze: la prima è che molti sciiti yemeniti non si sono più riconosciuti nel movimento, rimanendo fedeli alla tradizione zaidita; la seconda è che i sauditi hanno cominciato a vedere i seguaci di al-Houthi come una quinta colonna dell’Iran.

Il movimento Houthi elaborò una dottrina molto più estrema rispetto allo zaidismo tradizionalmente prevalente nel nord dello Yemen. Tuttavia, quando il governo represse gli Houthi, si scagliò senza fare distinzioni, non solo contro di essi, ma contro l’intero movimento dei “giovani credenti”, e contro gli abitanti sciiti del nord nel loro complesso. Oltre 3.000 persone furono imprigionate, accusate spesso ingiustamente, e le loro abitazioni furono distrutte. La reazione indiscriminata del governo, alienandosi la popolazione sciita, non fece altro che rafforzare gli Houthi, soprattutto nella città di Saada, considerata la roccaforte del movimento.

Il conflitto si è protratto, con alterne vicende fino ad oggi, facendo sì che lo Yemen scivolasse progressivamente in un’economia di guerra, fondata sul traffico di armi e su altre attività illecite, e favorita dai finanziamenti provenienti dagli altri paesi arabi del Golfo. Questi ultimi (ed in particolare la confinante Arabia Saudita) condividono con lo Yemen una caratteristica: la presenza di minoranze sciite al loro interno. Essi nutrono inoltre il comune timore che tali minoranze possano essere strumentalizzate dall’Iran, ed impiegate come elemento di destabilizzazione.

Negli ultimi tre decenni, lo Yemen, a causa della sua posizione geografica, è venuto ad essere coinvolto – suo malgrado – nel quadro complessivo della contrapposizione regionale che si è venuta a delineare dopo la Rivoluzione iraniana del 1979.

La guerra Iran-Iraq degli anni ’80 (nel corso della quale l’Iraq di Saddam ricevette aiuti e finanziamenti dai paesi della penisola araba per combattere contro il regime di Teheran) diede l’avvio alla progressiva militarizzazione del Golfo Persico, con una presenza crescente della flotta americana, che divenne via via più consistente con la prima guerra del Golfo, con l’acuirsi della crisi somala, e poi con gli attacchi dell’11 settembre e con l’invasione americana dell’Iraq. L’ascesa dell’Iran aveva infatti accomunato le preoccupazioni dei paesi arabi del Golfo e degli Stati Uniti.

Alcuni mesi fa, il presidente yemenita ha deciso di scatenare una nuova offensiva militare su vasta scala che, nelle intenzioni del governo, in poche settimane avrebbe dovuto debellare definitivamente il movimento ribelle sciita nel nord del paese.

Nei primi giorni dell’agosto scorso, l’operazione “Terra Bruciata” (un nome che lascia facilmente intuire quali siano le tattiche militari adoperate dalle forze governative yemenite) ha avuto inizio contro i ribelli del nord. La città di Saada, considerata la roccaforte del movimento, ma abitata da oltre 750.000 persone, è stata colpita da bombardamenti indiscriminati e da un assedio che ha determinato una spaventosa crisi umanitaria. Gli sfollati nella regione sono oltre 150.000.

A quasi tre mesi e mezzo dall’inizio dell’offensiva, il governo di Sana’a non è affatto riuscito ad annientare la ribellione Houthi, ma ha ulteriormente destabilizzato il paese. All’inizio di novembre, infine, l’Arabia Saudita, che già da tempo sosteneva il governo yemenita con aiuti finanziari e militari, è entrata direttamente nel conflitto bombardando le postazioni Houthi e lanciando una pesante offensiva di terra al confine fra i due paesi, in corrispondenza della località di Jebel Dukhan, ufficialmente in risposta allo sconfinamento di alcuni ribelli sciiti.

Riyadh accusa più o meno esplicitamente Teheran di fornire armi e sostegno finanziario al movimento ribelle nel nord dello Yemen. A questa accusa, ed alla campagna militare saudita, il regime iraniano ha risposto abbastanza duramente, condannando ogni ingerenza straniera (ovvero “araba”) nel paese.

Fino a questo momento, l’Iran ha mostrato molta simpatia nei confronti del movimento Houthi soprattutto a livello mediatico. Tuttavia, le prove schiaccianti a favore di un sostegno iraniano più cospicuo a beneficio dei ribelli non sembrano essere molte. Ma un maggiore coinvolgimento dell’Iran non è da escludere, soprattutto alla luce delle reazioni ufficiali del regime. Comunque stiano le cose, quel che è certo è che il conflitto nel nord dello Yemen è nato come un conflitto interno, ed ha acquisito progressivamente una dimensione regionale a seguito del modo in cui è stato gestito.

Il nocciolo del problema, non solo nello Yemen, ma in tutta l’area del Golfo, e del Medio Oriente in generale, sta nel modo in cui sia l’Iran che l’Arabia Saudita cercano di imporre la loro influenza a livello regionale. L’Iran cerca di farlo sfruttando le minoranze sciite nel mondo arabo, come avviene in Libano, in Iraq, ed ora forse nello Yemen. L’Arabia Saudita a sua volta cerca di imporsi esportando la propria versione wahhabita dell’Islam sunnita, e sostenendo quei movimenti che si ispirano a questa interpretazione rigida e intollerante. Riyadh ha portato avanti questa politica non solo nel caso appena citato dello Yemen, ma anche in Afghanistan e in Pakistan (non va dimenticato che i Talebani sono stati abbondantemente finanziati dai sauditi). La stessa ideologia salafita jihadista che ispira al-Qaeda ha visto la luce essenzialmente in base a questo meccanismo, e rappresenta un tipico caso in cui la “creatura” si è rivoltata contro il proprio “creatore”.

La progressiva destabilizzazione dello Yemen fa di questo paese un potenziale rifugio proprio di quell’al-Qaeda che Riyadh teme in modo particolare. Il recente fallito attentato ai danni del principe saudita Mohammed bin Nayef era stato organizzato proprio nello Yemen. Eppure, come alcuni commentatori hanno fatto osservare, Riyadh non rinuncia a diffondere in questo paese la propria ideologia wahhabita, invece di promuovere la propria influenza cercando di esportare una cultura non settaria.

Per inciso, bisogna tuttavia osservare che il rapporto fra l’Arabia Saudita e lo Yemen è un rapporto complesso, che va al di là della lotta per la supremazia regionale fra Teheran e Riyadh. Lo Yemen è di gran lunga il paese più povero della penisola araba. A differenza della maggior parte dei paesi della penisola, non può contare su riserve petrolifere significative. Questo paese poverissimo è allo stesso tempo il più popoloso della penisola (ed ha storicamente costituito un serbatoio di manodopera a basso costo per l’Arabia Saudita). Esso è inoltre pericolosamente vicino ad un altro stato fallito, la Somalia, da cui giungono ondate di profughi assolutamente sovradimensionate per un paese indigente come lo Yemen (si pensi che solo nel 2008 sono giunti dal Corno d’Africa circa 50.000 profughi, e che nel 2009 questa cifra potrebbe raddoppiarsi). Per l’Arabia Saudita, e per gli altri paesi del Gulf Cooperation Council (GCC) (organizzazione di cui lo Yemen è l’unico, fra gli stati della penisola araba, a non far parte), si pone dunque il problema di stabilizzare e di integrare economicamente questo paese, per evitare che esso diventi a sua volta una pericolosa fonte di destabilizzazione per tutta la penisola.

Finora le politiche adottate dai paesi del GCC a questo scopo non sembrano aver avuto grande successo. In particolare, la strategia adottata ultimamente da Riyadh – basata in gran parte su un approccio “militare” e sull’uso della forza come deterrente – sembra destinata a fallire, come sempre avviene in questi casi. L’Arabia Saudita vuole costruire una barriera ad alta tecnologia lungo la frontiera yemenita, per evitare che l’instabilità dello Yemen possa propagarsi oltreconfine, e inoltre intende imporre un pattugliamento delle acque yemenite per impedire che eventuali rifornimenti di armi giungano ai ribelli Houthi nel paese.

Ciò che Riyadh teme di più è che l’instabilità yemenita a lungo andare possa contagiare le regioni orientali dell’Arabia Saudita, dove si trova una consistente minoranza sciita ampiamente discriminata dal regime (le regioni orientali del paese, fra l’altro, sono estremamente ricche di petrolio).

In ogni caso, come le politiche del presidente yemenita (che Riyadh ha ampiamente sostenuto) hanno fin qui dimostrato, un approccio basato sull’esclusivo uso della forza non porterà la stabilità nello Yemen. Al contrario, è destinato ad inasprire ulteriormente la crisi del paese, ed a fare in modo che essa assuma una dimensione regionale ed internazionale, come già sembrano confermare le tensioni di questi giorni fra Riyadh e Teheran.

Va sottolineato, tuttavia, che il problema yemenita non è all’origine di tali tensioni. Esso è più che altro un ulteriore sintomo della loro esistenza. La crisi yemenita è infatti una crisi locale sulla quale le tensioni irano-saudite si sono innestate (grazie ai fattori interni al paese che hanno permesso che ciò avvenisse).

Lo Yemen, a causa dei suoi problemi interni, rischia dunque di diventare uno dei tanti teatri in cui le tensioni tra Riyadh e Teheran trovano sfogo. Ma il panorama di tali tensioni è ben più ampio. Sembra dimostrarlo la guerra mediatica attualmente in atto fra i due paesi. Recentemente l’emittente satellitare iraniana in lingua araba al-Alam TV è stata oscurata dai satelliti arabi Nilesat e Arabsat, proprio perché accusata di promuovere una retorica settaria e antisaudita. Nel frattempo, sui giornali sauditi è in atto una durissima campagna contro il regime di Teheran.

L’unico paese che per il momento sembra essere risparmiato da questo scontro è il Libano, dove è appena nato un governo di unità nazionale. Tuttavia, è opinione di molti analisti che tale governo sia essenzialmente il risultato della riconciliazione fra Riyadh e Damasco, mentre l’Iran avrebbe avuto un ruolo secondario in proposito. La Siria ha ultimamente ritrovato il suo tradizionale ruolo di “arbitro” nelle questioni del Levante arabo, in equilibrio fra le diverse potenze della regione. La riconciliazione con Riyadh, i rapporti sempre più stretti con Ankara, e la fine dell’era Bush, hanno permesso alla Siria di ritrovare una maggiore indipendenza rispetto a Teheran, che le ha consentito di ristabilire il proprio peso politico in Medio Oriente.

Del resto, Riyadh ha cercato di riappacificarsi con il regime di Damasco proprio nella speranza di riportare quest’ultimo nell’alveo arabo, sottraendolo alla morsa di Teheran. L’operazione di riappacificazione sembra per il momento essere riuscita, ma questo non significa che Damasco pensi di allontanarsi più di tanto dall’Iran. La politica del regime siriano è infatti proprio fondata sul tentativo di essere “l’ago della bilancia” degli equilibri regionali, grazie alla posizione strategica della Siria, che le permette di giocare su più fronti.

Il Libano ha beneficiato ultimamente proprio del riavvicinamento siro-saudita, che ha permesso la costituzione di un governo di unità nazionale nel paese. Del resto, la sensazione generale, anche alla luce della crisi interna che sta vivendo la coalizione filosaudita del 14 Marzo, è che gli equilibri nel paese dei cedri si siano comunque spostati a favore delle forze filosiriane.

Tuttavia, se le tensioni fra la monarchia saudita ed il regime iraniano dovessero ulteriormente inasprirsi, anche il neonato governo libanese potrebbe subirne le conseguenze . Nei giorni scorsi il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha rivolto un appello sia a Teheran che a Riyadh affinché o l’una o l’altra compiano il primo passo, aprendo un dialogo che potrebbe stemperare la crisi fra i due paesi.

Un ammorbidimento della retorica settaria portata avanti dalle due principali potenze mediorientali darebbe alla regione un po’ di respiro, una boccata d’aria di cui il Medio Oriente ha estremamente bisogno.

Fonte: medarabnews.com

Chi comprerà i beni della Mafia?


Il governo fa cassa con i beni confiscati alla mafia. Un emendamento alla Finanziaria prevede che possano essere venduti gli immobili di cui non sia effettuata la destinazione entro i novanta giorni imposti dalla legge. Ma complessità delle procedure e carenza di risorse finanziarie per la ristrutturazione rendono molto difficile rispettare questi termini. Dunque, la norma abolisce di fatto l'uso sociale dei beni confiscati e ne impedisce la restituzione alle collettività. Anzi, rischia di restituirli alle organizzazioni criminali, già pronte a riacquistarli dallo Stato.

La settimana scorsa il Senato ha approvato un emendamento alla Finanziaria che consente la vendita dei beni confiscati alle mafie. Don Ciotti ha subito lanciato un appello a tutte le forze politiche perché la proposta, “che rischia di tradursi in un ulteriore regalo alle mafie, venga abolita nel passaggio alla Camera”.

IMPOVERIRE LE MAFIE ATTRAVERSO LA CONFISCA

Impoverire le mafie attraverso la confisca dei loro patrimoni è una strategia che aveva già capito bene più di venti anni fa, Pio La Torre, parlamentare ucciso a Palermo nel 1982. Non a caso, la legge che introduce la confisca dei beni mafiosi porta il suo nome, insieme a quello dell'allora ministro dell'Interno, Virginio Rognoni. (1)
Successivamente, le norme introdotte nel 1996, con la legge 109 di iniziativa popolare, sostenuta dalla raccolta di oltre un milione di firme, e nel 2007 con la Finanziaria, prevedono la destinazione a finalità istituzionali o sociali dei beni confiscati.
L’utilizzo a fini sociali di tali patrimoni ha un valore rilevante e insostituibile: in primo luogo di riaffermazione dell’autorità dello Stato, che restituisce alle comunità locali i beni illecitamente sottratti dalle organizzazioni criminali. E in secondo luogo di promozione di iniziative sociali (educative, culturali, di lotta all’emarginazione, di sostegno alla legalità, eccetera) volte a ricostruire parte di quel tessuto sociale depauperato dalla criminalità. 

CHE COSA PREVEDONO LE NORME IN VIGORE

La legge attuale prevede che i beni e le aziende dei quali sia stata accertata la proprietà da parte di soggetti appartenenti a organizzazioni mafiose vengano confiscati, cioè sottratti definitivamente ai proprietari, e possano essere destinati a finalità di carattere sociale.
Ciò si realizza attraverso l’assegnazione dei beni immobili confiscati a comuni, province, regioni, associazioni di volontariato, cooperative sociali, e cos via per realizzare scuole, comunità di recupero, case per anziani, centri per rifugiati politici, e altro ancora. Frequenti sono anche i casi di terreni destinati a cooperative sociali di giovani, che hanno così modo di avviare una attività lavorativa, di produzione di prodotti agricoli, in territori dove la prossimità fra disoccupazione e criminalità è fattore di rischio per le giovani generazioni.
I beni mobili e le aziende confiscate vengono per lo più trasformati in denaro contante e il ricavato viene versato nel Fondo unico per la giustizia.

CHE COSA È STATO FATTO FINO AD OGGI

Grazie all’attività del commissario straordinario per la gestione e la destinazione dei beni confiscati alla mafia, reintrodotto dal governo Prodi nel 2007 dopo che il governo Berlusconi l’aveva soppresso nel 2003, è possibile oggi avere un quadro sufficientemente chiaro delle dimensioni del fenomeno. I dati sono aggiornati al 30 giugno 2009.
Il valore economico dei beni confiscati è molto elevato. Complessivamente, si stima che siano stati destinati beni per un valore di 725 milioni di euro, di cui ben 225 negli ultimi diciotto mesi, grazie all’attività del commissario straordinario, e solo 500 nei dodici anni precedenti.
I beni immobili confiscati sono 8.933, di cui ben 46 per cento in Sicilia, 15 per cento in Campania e 15 per cento in Calabria. Di tutti i beni immobili confiscati, il 60 per cento ha già trovato una destinazione: la maggior parte è stata consegnata agli enti locali per finalità sociali, il restante è stato mantenuto allo Stato per fini istituzionali.
Le aziende confiscate alla criminalità sono 1.185, di cui 38 per cento in Sicilia, 19 per cento in Campania e 14 per cento in Lombardia. Operano principalmente nel settore delle costruzioni, della ristorazione e del turismo. Di tutte le aziende confiscate, solo il 33 per cento ha trovato una destinazione: attraverso la vendita o l’affitto e, più frequentemente, attraverso la liquidazione (una azienda su tre risulta infatti già in liquidazione prima della confisca definitiva).
I dati indicano la difficoltà a procedere alladestinazione dei beni confiscati, difficoltà particolarmente rilevanti fino al 2007, mentre in epoca successiva l’azione di coordinamento del commissario straordinario di governo ha notevolmente accelerato laconsegna agli enti locali degli immobili confiscati (vedi grafico).I problemi sono, ancora oggi, legati alla complessità delle procedure(per esempio, inagibilità, ipoteche o procedure giudiziarie in corso, occupazioni, contenziosi causati dalle impugnazioni delle ordinanze di sgombero) e alla carenza di risorse finanziarie per la ristrutturazione dei beni. Al superamento di tali ostacoli dovrebbero in primo luogo essere orientate le azioni del governo. Ma l’emendamento va nella direzione opposta.

 

Fonte: http://www.beniconfiscati.gov.it/dati-sui-beni-confiscati/dati-e-statistiche/andamento-destinazioni.aspx

LA NORMA INSERITA IN FINANZIARIA

L’emendamento appena approvato dal Senato prevede che possano essere venduti i beni immobili di cui non sia possibile effettuare la destinazione entro i termini previsti dalla legge, cioè entro novanta giorni dalla proposta dell’Agenzia del demanio, che possono diventare centottanta in casi particolarmente complessi.
Viste le difficoltà a portare a termine le procedure di destinazione, la norma abolisce di fattoinfluenza dei clan”.
In sintesi, l’emendamento ignora, anzi penalizza, gli sforzi messi in atto negli ultimi anni per accelerare l’utilizzo a fini sociali dei beni confiscati e apre la strada alla vendita alle organizzazioni criminali dei beni a loro sottratti.
l'uso sociale dei beni confiscati e ne impedisce la restituzione alle collettività. Anzi, la prevista vendita rischia di favorire la restituzione del patrimonio “alle organizzazioni criminali, capaci di mettere in campo ingegnosi sistemi di intermediari e prestanome e già pronte per riacquistarli, come risulta da molteplici segnali arrivati dai territori più esposti all’

(1) La legge 13 settembre 1982, cosiddetta Rognoni–La Torre, integrando la legge 31 maggio 1965 n. 575 “Disposizioni contro la mafia”, introduce accanto alle misure di prevenzione di carattere personale quelle di carattere patrimoniale del sequestro e della confisca dei beni.

di Nerina Dirindin

Fonte: laVoce.info

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