venerdì 13 novembre 2009

Il Brasile compra cinese




Nei libri di economia brasiliana, il 2009 sarò ricordato come "anno-spartiacque" nella storia commerciale del paese. Dopo un secolare primato degli Stati Uniti in qualità di principale partner commerciale del paese, la Cina le ha ufficialmente soffiato il primato . Analizzando la progressione storica dell'ultimo decennio nelle relazioni commerciali tra i due paesi è interessante notare come nel 2000 la Cina occupava solamente la 12° posizione nel ranking delle esportazioni nel paese. In poco meno di dieci anni il "Dragone"ha inesorabilmente scalato la classifica fino a raggiungerne la vetta nell'anno corrente.
L' espansione cinese nel mercato brasiliano assume ancora più valore se si prende a riferimento l'intero continente sud-americano. Dal 2000 la tigre asiatica continua a guadagnare posizioni, inserendosi tra i primi posti in tutti i paesi del Mercosul in termini di esportazioni: primo partner commerciale per Cile e Brasile; secondo per Argentina, Perù e Cuba; terzo per il Venezuela; quarto per la Colombia e quinto per Messico e Uruguay.
È la quarta onda di espansione commerciale cinese, cominciata negli anni '80 nella stessa Asia, proseguita negli Usa, abbattutasi con forza micidiale in Africa e adesso rivolta all'America Latina.
L'esportazione cinese si è oramai liberata da 20 anni dal tradizionale triangolo "scarpe-vestiti-ninnoli", invadendo a ritmi sempre più frenetici i mercati mondiali con prodotti a media e ad alta tecnologia a prezzi estremamente competitivi. Il mercato brasiliano, con un numero crescente di persone che vagliano la soglia della povertà per inserirsi nel mercato consumistico non poteva certo sfuggire all'assalto cinese. In cambio, la Cina richiede al gigante brasiliano specialmente materie prime ( il 77% delle importazioni dal paese). La sete cinese di petrolio non può che essere inoltre stimolata dalla recente scoperta della "Pre-sal" , ossia di una serie ininterrotta di giacimenti petroliferi lungo la costa tra gli stati di Rio de Janeiro e San Paolo, che nella migliore delle ipotesi permetterebbero l'estrazione di 80 miliardi di barili di petrolio, un numero in grado di cambiare la mappa dell' industria petrolifera mondiale, facendo diventare il Brasile addirittura il primo produttore di greggio fuori dal Medio Oriente. Dell'interesse cinese è prova il versamento netto di 10 miliari di dollari effettuato dalla Chinese Development Bank nelle casse della Petrobras in cambio di 200,000 barili di petrolio al giorno per i prossimi dieci anni. In maggio i presidenti Lula e Hu Juntao si sono riuniti coi rispettivi ministri dell'economia a Pechino per sancire con ancora più vigore le relazioni commerciali tra i due paesi
è necessario trattare con la dovuta cautela questi dati. La supremazia commerciale nella regione latino-americana è ancora saldamente nelle mani del potente vicino statunitense. Gli USA rimangono ancora il principale partner commerciale della regione con il 37% del flusso di esportazioni totale, traendo beneficio da antichi accordi di libero commercio siglati con Messico, Cile, paesi caraibici e centro-americani. Ciò che sta rappresenta una novità, secondo le parole di Mikio Kuwayama della divisione di Commercio Internazionale della CEPAL, è " la crescita costante degli scambi commerciali tra Cina e America Latina, poco attaccati dalla violenta crisi economica internazionale e passati, negli ultimi quattro anni, dal 4% al 10% del totale".
È tutto ora quel che luccica quindi? Non tutto,logicamente. Le preoccupazioni del governo brasiliane per la eccessiva penetrazione economica cinese sono esposte dal Segretario del Commercio Estero per il Ministero del dello Sviluppo Welber Barral: " la grande sfida che la Cina ci lancia riguarda i mercati terziari. Il Brasile rischia di soffrire la concorrenza dei prodotti cinesi nei suoi mercati tradizionali." L a Confederazione Nazionale di Industria Argentina ha citato a tal proposito perdite del mercato interno brasiliano non solo in scarpe e vestiario, ma anche in prodotti farmaceutici, strumenti ottici e medici.
L'espansione cinese continua, senza sosta. Saranno delicati giochi politici tra le due potenze continentali emergenti a definirne la portata.
Fonti:
The Economist. The Dragon in the back yard, 13 Agosto 2009
Folha de S. Paulo, China amplia comércio com o AL e compete com o Brasil, 4 ottobre 2009

di Luca Catalano

Israele e la sua impunità e incriticabilità assoluta, pena l'accusa infamante di "antisemitismo"


Per Israele, dopo anni e anni, sembra sgretolarsi l'impunità di fatto di cui questo Stato ha goduto, in sede internazionale, per la sua politica avventurista e per quanto commesso dal 1982 ai nostri giorni sia in Libano che nei Territori occupati.

Ha cominciato l'AIEA, il 18 settembre scorso, approvando per la prima volta un documento che censura il possesso illegale di testate atomiche (mai ufficialmente dichiarate, ma stimate nell'ordine delle centinaia) da parte dello Stato ebraico, invitandolo perentoriamente a firmare il Trattato di non proliferazione nucleare ed a sottoporsi ai controlli periodici da parte della stessa AIEA.

I rapporti con la Turchia poi, fino a pochi mesi fa alleato di ferro di Israele, stanno precipitando; infatti il primo ministro turco Erdogan, dopo aver aspramente criticato Israele per sua operazione "piombo fuso" contro Gaza tenutasi a cavallo tra il 2008 e il 2009, ha parlato apertamente di "crimini" di guerra da parte israeliana e ha cancellato le manovre congiunte tra l'aviazione israeliana e quella turca nell'ambito delle esercitazioni NATO che si sono tenute in Turchia.
Lo stesso Erdogan si è poi recato a Teheran il 27 ottobre, accolto con tutti gli onori da Ahmadi Nejad, per affermare la necessità di un deciso miglioramento dei rapporti tra i due Paesi e con la Siria di Bashar Al Assad. In quella occasione Erdogan si è anche detto sicuro della buona fede del governo iraniano nello sviluppo di tecnologia nucleare per scopi pacifici, facendo chiaramente intendere che un'aggressione armata da parte israelo-americana all'Iran potrebbe avere conseguenze molto gravi nelle relazioni di quei due Paesi con lo Stato turco.

Mahamud Abbas (alias Abu Mazen) ha recentemente manifestato la volontà di non ripresentarsi alle elezioni di gennaio per la presidenza dell'Autorità nazionale palestinese, amareggiato per lo stallo dei negoziati. Il governo israeliano si è grandemente allarmato per questa decisione, poiché Abu Mazen è stato, finora, l'unico ad accettare il negoziato con gli occupanti senza porre precondizioni e, soprattutto, senza porre limiti di tempo al raggiungimento di un accordo qualsivoglia, tanto da destare ragionevoli sospetti, nel mondo musulmano, che egli sia uno strumento in mano a Washington e Tel Aviv, piuttosto che colui che dovrebbe difendere gli interessi di coloro che subiscono da più di 40 anni un'occupazione militare da parte di uno Stato straniero. La possibilità che venga eletto qualcuno che voglia negoziare risolutamente e con traguardi precisi preoccupa molto Tel Aviv, tanto che Shimon Peres (Presidente della repubblica) ha pubblicamente invitato Abu Mazen a rivedere le sue posizioni.

Ma la minaccia più grave, per la diplomazia israeliana, sembra oggi provenire dall'ONU.

L'assemblea plenaria ha infatti approvato, il 5 novembre, una risoluzione (con 119 "sì", 8 "no" e 44 astenuti) che "invita" il governo israeliano a istituire, entro 3 mesi, una commissione "credibile ed indipendente" che indaghi su "eventuali" crimini di guerra e di crimini contro l'umanità commessi durante l' operazione "piombo fuso" che ha provocato, a Gaza, circa 1400 morti (quasi tutti civili) per causa dell'esercito israeliano.
La stessa risoluzione raccomanda poi al Segretario generale Ban Ki Moon di portare, sempre entro 3 mesi, la questione al Consiglio di sicurezza per prendere eventuali misure.
La risoluzione deriva dal recepimento, da parte dell'Assemblea generale, del rapporto Goldstone (dal nome del giudice sudafricano che ha presieduto una apposita commissione istituita dal Consiglio dei diritti umani della stessa ONU); essa prevede altresì la trasmissione del rapporto Goldstone al Tribunale Penale Internazionale (TPI) dell'Aia.
A questo punto la grana passa nelle mani di Barack Onbama e del TPI.
Se, infatti, il Consiglio di sicurezza dovesse adottare una ferma risoluzione di condanna (con eventuali sanzioni) contro Israele per quanto perpetrato a Gaza, Obama, causa le fortissime pressioni delle lobbies sioniste, sarebbe costretto a porre il veto. Resta da vedere, in questo caso, cosa rimarrebbe della credibilità "ecumenica" verso il mondo musulmano di un Presidente americano che, per secondo nome (ironia della sorte!), porta quello di Hussein, cioè dell'Imam nipote di Muhammad morto da eroe a Karbala nel 680 e celebrato in tutto l'Islam.
Il TPI, dal canto suo, che ha sempre dormito sonni profondi nei confronti delle malefatte israeliane compiute negli ultimi decenni, non potrà più ignorare la questione delle stragi di Gaza, data l'autorevolezza (la segreteria ONU) da cui proviene l'invito ad esaminare il rapporto Goldstone; se ne dovesse scaturire una formula assolutoria per Israele, questo tribunale perderebbe ogni residuo di credibilità, già fortemente compromessa.

Un'epoca sembra finita per Israele: quella dell'impunità e della incriticabilità assoluta, pena l'accusa infamante (equivale ad una scomunica laica) di "antisemitismo".
Sarà veramente così?

di Gian Carlo Caprino

Link: Clarissa.it

Un'economia drogata da un fiume di coca


Abbiamo conosciuto in Italia l'economia "drogata" dall'inflazione, come negli anni 70. E abbiamo sperimentato riprese effimere "drogate" dalla svalutazione del cambio della lira. Ma nessuno aveva previsto, in generale, che una "droga" propriamente detta, nel caso specifico la cocaina, potesse avere un ruolo significativo nella crisi da "finanziarizzazione estrema" che ha portato il mondo sull'orlo del baratro. Né, tantomeno, qualcuno aveva previsto che il consumo di cocaina sarebbe divenuto, in Italia, un problema che attraversa l'intera società, comprese le sue classi dirigenti.

Invece questa è la realtà, scomoda e terribile quanto si vuole, che non serve però nascondere né derubricare come fenomeno che "c'è sempre stato, in fondo". Vero: la storia italiana è piena di scandali e scandaletti del genere a metà strada tra cronaca nera e di costume. Ma ormai da diversi anni il fenomeno è cresciuto a tal punto da essersi radicato in pianta stabile in tutti (nessuno escluso) i circuiti decisionali e professionali che contano. Ne è scaturito così un sistema grigio a bassa affidabilità, in buona parte sommerso e in parte sulla soglia dell'emersione, che esercita una sorta di codice di selezione al contrario e condiziona il sistema di relazioni inquinate, appunto, dal fattore cocaina.

Possibile? Dati e autorevoli analisi lo confermano. È di due giorni fa l'allarme lanciato dal capo dipartimento sulle dipendenza dalle droghe della clinica universitaria di Ginevra: ormai si ricoverano a decine i banchieri, gli operatori di piazze finanziarie e i professionisti su cui si esercita la pressione delle performance.

Qualche mese fa, Silvio Garattini, direttore dell'Istituto Mario Negri di Milano, ha spiegato che «l'uso della cocaina (che crea un'alterazione nella percezione del rischio) da parte di operatori del mondo della finanza può aver avuto un ruolo nel dispiegarsi della crisi». Nel suo recente libro Un fiume di cocaina, lo psichiatra Furio Ravera disegna scenari, purtroppo verosimili, da apocalisse bianca e fa capire quanto chi consuma questa droga è inserito nella società e impone modelli d'azione temerari.

Dalla metafora alla realtà, il Po – segnalava già nel 2005 l'Istituto Negri – è "un fiume di cocaina", tanto è pieno dei residui delle "piste". Quattro anni fa, il Cnr stimava in 4,2 miliardi i costi del consumo di coca. Mentre nel 2007 l'Osservatorio della Regione Lombardia diretto da Riccardo Gatti prevedeva entro il 2010 un aumento dei consumatori di cocaina del 40 per cento. E Milano, in dose giornaliere per mille abitanti, supera Londra e Lugano.

Qualche giorno fa Gatti è tornato sul tema. Affermando che a Milano la classe dirigente è prigioniera della droga (cocaina ed eroina) e del giro che la smercia : «È una società civile in ostaggio e potenzialmente sotto continuo ricatto», e la prevenzione deve essere fatta anche in azienda, «perché lì sta la classe dirigente della città».
Fanno impressione i numeri. Ma colpisce soprattutto quella "società civile in ostaggio". A Milano, stando alla denuncia di Gatti: però chi potrebbe dire, oggettivamente, cose diverse per Roma? Responsabilità (d'impresa e della politica) vorrebbe che sulla società "in ostaggio" s'accendesse un faro di luce e di consapevolezza.

di Guido Gentili

Due Coree: due minuti di tensione alle stelle in attesa di Obama


Se il buongiorno si vede dal mattino, il primo viaggio di Barack Obama in Asia si preannuncia piuttosto impegnativo. Alla vigilia del tour del presidente Usa in Estremo Oriente, ieri le due Coree si sono misurate in una piccola battaglia navale nel Mar Giallo, nei pressi del confine che divide le acque territoriali di Corea del Nord e del Sud. Due minuti di tensione alle stelle con scambio di fuoco tra un una nave della marina militare di Pyongyang e un’imbarcazione da guerra di Seoul: illeso l’equipaggio di quest’ultima, malridotta e “avvolta dalla fiamme”, secondo i testimoni sudcoreani, la prima. Sulla dinamica dei fatti, ovviamente, le due versioni sono discordanti, entrambe le parti lanciano accuse e pretendono scuse formali: secondo Seoul, la propria nave ha aperto il fuoco dopo aver avvistato un’imbarcazione nordcoreana al di qua del confine e aver sparato alcuni colpi di avvertimento senza risultato. Nella versione di Pyongyang, la nave sudcoreana avrebbe attaccato a tradimento l’imbarcazione della propria marina militare che stava tornando da un’ispezione all’interno delle proprie acque territoriali: “una grave provocazione armata”, tuonava ieri un comunicato nordcoreano, “a cui la nostra nave, senza perdere tempo, ha risposto con colpi di rappresaglia”. Erano sette anni che non si verificavano “incidenti” simili, anche se stavolta non ci sono state vittime. Nel 2002 lo scontro navale più sanguinoso, con 30 marinai nordcoreani e 4 sudcoreani rimasti uccisi, mentre nel ’99 le perdite, almeno 17, le aveva registrate tutte Pyongyang. E non è certo un caso che lo scontro navale si sia verificato proprio alla vigilia del primo viaggio asiatico di Obama. «Da parte di Pyongyang è un chiaro tentativo di tenere alta l’attenzione pochi giorni prima dell’arrivo del presidente americano», dice al Riformista Rosella Ideo, docente di Storia politica e diplomatica dell'Asia Orientale dell'Università di Trieste ed esperta della questione nordcoreana. «Del resto – continua la prof.ssa Ideo – i nordcoreani negli ultimi anni hanno sempre usato i “fuochi d’artificio”come strumento diplomatico. C’è anche il fatto che lunedì, in occasione della commemorazione della caduta del muro di Berlino, alcuni sudcoreani hanno lanciato, vicino alla zona demilitarizzata, palloni gonfiabili pieni di volantini anti-Kim Jong Il, una provocazione da parte di Seoul che si ripete da tempo. Ma non vedrei nell’episodio avvenuto in mare altro che non la volontà di richiamare l’attenzione». Attenzione americana che peraltro è già tutta concentrata sulla questione nordcoreana. Nei giorni scorsi Pyongyang ha strappato a Washington l’accordo per un primo incontro a due, in programma nella capitale nordcoreana a fine mese: «Mai come oggi gli Usa hanno dimostrato in maniera così evidente di voler trattare il problema – dice ancora Rosella Ideo -, un segno di discontinuità rispetto alla politica di Bush che Obama vuole rimarcare anche mettendo al primo posto la sintonia con i suoi principali alleati, Seoul e Tokyo, per evitare di creare fronti contrastanti nell’ambito dei colloqui a sei e di cadere così nella trappola di trattative che poi cadono nel vuoto». Pyongyang, infatti, sarà anche al centro dei colloqui con i vertici del governo cinese e con il nuovo premier giapponese Yukio Hatoyama. In Giappone, però, ad attendere Obama c’è un’altra questione delicata, quella dei nuovi equilibri all’interno dell’alleanza con Tokyo. Lo storico passaggio a un governo guidato dai democratici, dopo 54 anni di dominio liberaldemocratico, è avvenuto sotto il segno della speranza nel cambiamento, proprio come “hope” e “change” erano state le parole chiave della vittoria di Obama. Il “change” giapponese, però, dovrebbe passare anche per un riequilibrio dei rapporti con Washington, così prometteva Hatoyama in campagna elettorale, caratterizzati fin dal dopoguerra da una eccessiva sudditanza di Tokyo. La decisione di ritirarsi dalla missione afghana, che ha fatto storcere il naso agli americani, è stata un primo segno di discontinuità rispetto al passato. Ma la grande scommessa è legata alla questione delle basi Usa sul territorio nipponico, in particolare la grande base aerea di Futenma, a Okinawa. Lunedì, nell’isola, sono scesi in piazza in 21mila per chiederne l’immediata chiusura e non, come vorrebbe un piano siglato nel 2006 da Bush e dall’allora governo liberaldemocratico, il parziale spostamento in un’altra area dell’isola. Hatoyama ha fatto sapere di voler rivedere il piano, ma gli abitanti che vorrebbero vedere l’isola finalmente libera, lo accusano di eccessiva timidezza. Per ora il problema è rimandato, Hatoyama non entrerà nel merito della questione: troppo spinosa per la prima, attesa visita di Obama, rischierebbe di rovinare la festa. Soprattutto dopo l’annuncio di ieri: Obama vorrebbe visitare, un giorno, Hiroshima e Nagasaki, entrando nella storia come il primo presidente Usa a mettere piede nelle città bombardate dall’atomica americana.

di Junko Terao

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