giovedì 5 novembre 2009

Perchè la Turchia dialoga con l'Iran

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La recente visita del primo ministro turco Erdogan in Iran è stata vista con sospetto e disapprovazione in Occidente. Il rapporto della Turchia con l’Iran, tuttavia, non dovrebbe essere considerato nel contesto di una empatia “islamista”, qualunque sia la retorica del primo ministro turco – scrive l’analista Gülnur Aybet – ma come una questione di pura realpolitik volta a diversificare le scelte energetiche turche

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La visita del Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdoğan in Iran, il 26 e il 27 ottobre, è stata evidenziata dalla solita colorita retorica per la quale il premier turco è ormai famoso. Egli questa volta è andato oltre la pubblica critica nei confronti di Israele, per spingersi fino ad accusare di “ipocrisia” i paesi del gruppo dei 5+1, che sono impegnati nei colloqui con l’Iran relativi alle ambizioni nucleari di quest’ultimo.

Se liquidare come “gossip” le preoccupazioni occidentali riguardo alle reali intenzioni dell’Iran di costruire un’arma nucleare può sembrare strano da parte di un membro della NATO che aspira a diventare membro dell’UE, in realtà molto altro si nasconde dietro la teatralità di questo populismo.

La visita del primo ministro turco in Iran pone due interrogativi. In primo luogo, evidenzia le preoccupazioni occidentali che la Turchia, un tradizionale alleato dell’Occidente, possa spostare i suoi orientamenti di politica estera in direzione del mondo islamico e del Medio Oriente. In secondo luogo, la scelta di tempo per compiere la visita, subito dopo il rifiuto della Turchia di partecipare ad una esercitazione militare con Israele, e dopo il recente miglioramento delle relazioni con la Siria , coincide anche con l’arrivo degli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) in Iran per ispezionare l’impianto nucleare recentemente scoperto a Qom. Non vi è dubbio che la retorica populista di Erdoğan, accoppiata alla frattura con Israele, sia un potente biglietto da visita nei confronti di Teheran, mentre l’Iran si prepara a negoziare ancora una volta con l’Occidente riguardo al suo programma nucleare. Non importa quanto “non occidentale” possa sembrare la pubblica presa di posizione del primo ministro turco: gli interessi della Turchia nel coinvolgere l’Iran di fatto corrono parallelamente a quelli occidentali.

Lo scopo principale della Turchia, con questa visita, non è quello di fungere da mediatore tra l’Iran e l’Occidente, ma di esprimere un messaggio turco indipendente alle autorità iraniane, la cui sostanza è che l’Iran non è stato convincente di fronte alla comunità internazionale circa gli scopi civili del suo programma nucleare. Tuttavia, la Turchia insiste sul fatto che coinvolgerà l’Iran su questo tema, in qualità di paese che si identifica con le sensibilità iraniane.

In questo contesto, il vantaggio più prezioso che possiede la Turchia, nel suo tentativo di mantenere un dialogo con l’Iran, è la sua indipendenza dall’Occidente; e la retorica populista del primo ministro Erdoğan contro Israele, assieme alle critiche alla gestione occidentale della questione iraniana, senza dubbio aiuta in questo senso. Ma gli interessi turchi in questa materia sono anche fortemente guidati dall’opposizione turca a ulteriori nuove sanzioni nei confronti dell’Iran. Come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la posizione della Turchia in materia di sanzioni potrebbe avere un impatto notevole in futuro. Anche in un discorso alle Nazioni Unite, il mese scorso, Erdoğan ha espresso la sua particolare opposizione a ulteriori sanzioni contro l’industria iraniana del gas.

Ciò è legato al secondo scopo di questa visita – l’interesse della Turchia a diversificare le sue opzioni di approvvigionamento energetico nella regione. La Turchia vorrebbe tenere la porta aperta a un possibile coinvolgimento dell’Iran come fornitore per il gasdotto Nabucco, che si snoderà attraverso la Turchia in direzione dell’Europa.

La Turchia ha anche un particolare interesse a sviluppare tre fasi del più grande giacimento di gas al mondo – il giacimento di South Pars, nel Golfo Persico, in una joint venture con l’Iran. Anche se gli accordi energetici hanno la forma di un memorandum d’intesa tra i due governi, e non si sono ancora materializzati sotto forma di contratti, l’inviato americano per l’energia eurasiatica, Richard Morningstar, ha inviato un chiaro segnale di allarme nel mese di luglio, affermando che gli Stati Uniti sono contro un coinvolgimento iraniano nel progetto Nabucco. Nonostante la costernazione degli Stati Uniti al riguardo, il ministro turco dell’energia e delle risorse naturali, Taner Yıldız, di recente ha dichiarato che spera di finalizzare un accordo per lo sviluppo di South Pars con l’Iran.

E’ interessante che la Turchia sia pronta a perseguire questi accordi energetici con l’Iran, a rischio di un deterioramento dei propri rapporti con gli Stati Uniti, anche se il processo di riavvicinamento tra Ankara e Washington era appena iniziato, dopo che l’era Bush aveva gravemente danneggiato le relazioni turco-americane. In base a un accordo del 1996, la Turchia riceve già alcune delle sue forniture di gas dall’Iran. Ma negli ultimi anni, la quantità e la qualità delle forniture è stata deludente per la Turchia, a differenza di quelle provenienti dalla Russia, che la Turchia considera un fornitore energetico affidabile. In ogni caso, tuttavia, riempire il gasdotto Nabucco con una fornitura adeguata di gas è fondamentale per gli interessi turchi a lungo termine, che puntano a far diventare Ankara un importante polo energetico che collega l’Europa all’Asia. Se è dubbio che il gas dell’Azerbaigian, il principale fornitore di Nabucco, sia sufficiente a riempire la pipeline, altre forniture alternative come il gas turkmeno – che attualmente dipende dalla Russia, la quale rappresenta per esso l’unico sbocco verso l’Europa – e il gas iracheno, che dipende dal miglioramento della situazione della sicurezza nel paese, appaiono quantomeno incerte.

La Turchia fa bene a considerare tutte le opzioni per aggiudicarsi futuri fornitori per il gasdotto Nabucco. L’interesse della Turchia a un accordo energetico con l’Iran non dovrebbe pertanto essere visto nel contesto di una empatia “islamista”, qualunque sia la retorica del primo ministro turco, ma come una questione di pura realpolitik volta a diversificare le proprie scelte energetiche.

Questa visita non è finalizzata ad approfondire le relazioni con uno stato confinante, sulla base di politiche identitarie. Riguarda invece il tentativo di mantenere lo status quo, conservando un canale di dialogo fra l’Iran da un lato e la Turchia e l’Occidente dall’altro, senza chiudere la porta a una eventuale fornitura di gas iraniano a Nabucco, intesa come una possibile opzione fra molte. Se l’Occidente, e in particolare Washington, può obiettare alle aperture della Turchia nei confronti dell’Iran in materia di energia, d’altro canto il coinvolgimento dell’Iran da parte della Turchia, in quanto attore indipendente nella regione, è senza dubbio una risorsa importante.

In materia di relazioni turco-iraniane, l’Occidente dovrebbe lasciare che la Turchia faccia ciò che sa fare meglio – essere un giocatore indipendente nella regione, con interessi paralleli a quelli dell’Occidente.

Gülnur Aybet è uno studioso della politiche dell’Europa sud-orientale presso il Woodrow Wilson Center, ed insegna presso l’Università di Kent

Una croce in meno

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Suona scandalo la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo che, accogliendo la denuncia di una cittadina italiana, dichiara che la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche è una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni. Scandalizza enormemente i cattolici apostolici romani. Ma non i cristiani. Perché ci sono anche i cristiani non apostolici romani che non fanno del predominio del simbolo della croce il loro valore essenziale. Naturalmente è tutt'altro che offensiva per chi è ateo e non ha religione come me, e tantomeno la sento offensiva per chi professa un'altra religione.

L'elemento straordinario della sentenza, destinata a destare non solo scandalo ma dibattito e scontro, sta nel fatto che precipita sullo schermo piatto della realtà italiana che vive - vivrà? - nei millenni all'ombra del potere della Chiesa romana. Da questo punto di vista è la critica profonda al simbolo per eccellenza, la croce. Proposto finora come una simbologia imposta, affisso ovunque in scuole, ospedali, uffici come il connotato forte della nostra cultura. Una onnivora cultura di stato. E i cattolici difficilmente molleranno l'idea di essere i gestori della religione di stato.



Non a caso però la Corte europea ha aggiunto che proprio la presenza dei crocefissi nelle aule può facilmente essere interpretata dai ragazzi di ogni età come un evidente segno religioso e dunque potrebbe condizionarli: se incoraggia i bambini già cattolici, può invece essere di condizionamento e disturbo per quelli di altre religioni e per gli atei.

Esplode l'ira del Vaticano, il governo di centrodestra accusa, balbettano dall'opposizione democratica: «È una questione di cultura, di tradizione». Allora apriamo anche il libro nero di queste cultura e tradizione. Il cattolicesimo della Chiesa romana nasconde dietro il crocifisso interpretato come riscatto, una cultura e una storia di violenze, sopraffazioni, guerre. In nome della croce sono stati commessi grandi misfatti, Crociate, Inquisizioni, la rapina e i massacri del Nuovo mondo, la benedizione degli imperi e degli uomini della provvidenza. Pensate che il cattolicesimo ha proibito fino all'Ottocento di tradurre in volgare la Bibbia e il Vangelo. In nome di quel «segno» si sono commessi i crimini più efferati. E si commettono, con le proibizioni contro il diritto degli uomini a gestire la conoscenza e la libertà individuale e sessuale. Se è la «nostra cultura», come dichiarano l'intrepida ministra Gelmini e il «pontefice» Buttiglione che accusa la sentenza di Strasburgo di essere «aberrante», perché non raccontare il lato oscuro della croce come simbologia di potere? Invece è come se continuassero a dire: lo spazio del visibile, dell'iconografia quotidiana della realtà è mio, lo gestisco io e ci metto le insegne che voglio io. È questo che è sbagliato.

La Conferenza episcopale strilla che si tratta di sentenza «ideologica». Racconti della violenza nella cultura storica della Chiesa romana apostolica, dei roghi contro la ragione eretica che da sola ha fatto progredire l'umanità. Se è l'origine salvifica per tutti che si vuole difendere, allora va accettato e relativizzato al presente, perché in origine esso era solo un segno di riconoscibilità dei luoghi clandestini di preghiera e culto. Non un simbolo imposto, che rischia di richiamare un rituale comunque di morte, contro gli altri, le altre culture, storie, religioni.
Che la realtà che ci circonda, in primo luogo quella formativa della scuola, torni ad essere spazio creativo oltre le religioni, libero per tutti dagli obblighi oppressivi dei valori altrui.

Dario Fo
Fonte: www.ilmanifesto.it
Link: http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2009/mese/11/articolo/1781/

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