lunedì 26 ottobre 2009

Sacra Corona Unita: Padavono assassinato per ordine del fratello


GALLIPOLI – Anche i sicari hanno paura. Carmine Mendolia, 31 anni, chiare origini siciliane, trapiantato a Busto Arsizio, ha vuotato il sacco quando ha avuto la netta intuizione che da carnefice sarebbe potuto diventare la prossima vittima. Era diventato scomodo, sapeva troppo, aveva fatto troppo. Ed è stato, per la Procura di Lecce e per gli investigatori, come fare improvvisamente luce su alcuni dei lati più oscuri della giovane storia della criminalità organizzata salentina. Che sia la chiave di volta per leggere alcuni tra gli episodi più sanguinosi degli ultimi dieci anni? La Sacra corona unita non ha radici profonde, ma è cresciuta rapidamente come un tumore maligno nel cuore del Salento, prima che con precisione chirurgica arrivassero gli arresti che a cavallo tra gli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, hanno impresso una svolta, bloccato l’emorragia di stragi. Non è morta, però, la Scu. Per alcuni aspetti s’è rigenerata, è modificata. Ha cambiato il tiro. Alzandolo. Ha indossato una giacca ed una cravatta ed ha spostato l’attenzione su nuovi poli d’attrazione. Meno cadaveri, più fiuto per gli affari.

Salvatore Padovano, 48 anni nel giorno della sua esecuzione, ritenuto capo storico dell’omonimo clan reggente a Gallipoli e dintorni, potrebbe rientrare nella classifica degli innovatori. Per il procuratore capo Cataldo Motta, che ha nella mente un quadro nitido di tutte le evoluzioni della Scu, era proprio uno di quelli che avevano alzato il tiro. Niente più droga sulla piazza locale. Basta stupefacenti su Gallipoli. Anche perché si trascinano dietro le forze dell’ordine. A smerciare cocaina, eroina, hashish, si lasciano troppe tracce. Vent’anni di galera, poi il ritorno a casa sotto una nuova veste. Un libro già edito, la passione per la letteratura. “E comportamenti da boss”, ha sottolineato Motta nel corso di una conferenza stampa che si è svolta questa mattina nel suo ufficio, presso la Procura di Lecce. “Dettava gli ordini e si stava concentrando sul settore immobiliare. Forse voleva una riduzione dell’attenzione da parte delle forze dell’ordine”. E si può rinunciare a qualcosa di produttivo come il mercato del vizio, se ci sono altri sistemi per fare soldi. Per esempio, il controllo delle aste giudiziarie. Andando contro il fratello. Contro altri esponenti della famiglia. Che la via della droga non avrebbero voluto lasciare.

E’ in seno agli ambienti più stretti che sarebbe maturato il suo delitto. Mandante, secondo le rivelazioni di Mendolia, Pompeo Rosario Padovano, 38 anni. Con ruoli diversi svolti da chi avrebbe saputo. Sarebbero in tanti, per la verità, anche se al momento mancano riscontri. Più di quanti al momento sono in carcere, dunque (dodici sono, infatti, gli indagati totali). E cioè, oltre al fratello di Salvatore Padovano, “Nino Bomba”, com’era conosciuto, anche Fabio Della Ducata, di 46 anni, ed un cugino, Giorgio Pianoforte, 43enne. Della Ducata avrebbe avuto una funzione logistica. Il cugino, avrebbe giocato un ruolo determinante. Chiamando "Nino Bomba" fuori dal suo negozio di frutti di mare, dove la mattina del 6 settembre del 2008, intorno alle 10,30, rimase travolto da una raffica di proiettili alla testa. La simulazione di un incidente stradale, la Bmw colpita da uno scooter. Fuori c’era Mendolia, casco sul volto, pistola in mano. Una trappola.

LE RIVELAZIONI

Polizia e carabinieri – quel giorno, sul posto, intervennero gli agenti del commissariato e i militari della compagnia di Gallipoli - avevano intuito subito che l’esecuzione poteva essere maturata in un contesto famigliare, interno al clan. Ma mancavano all’appello quei dettagli che chiudono un’indagine. Come avere di fronte un puzzle di cui s’intuisce già abbastanza chiaramente la figura, ma senza i tasselli risolutivi. L’attività d’inchiesta è stata portata avanti dalle due forze con il coordinamento della Dda di Lecce. Ma solo le dichiarazioni di Mendolia, diventato collaboratore di giustizia nel timore di ritorsioni per sé e per la propria famiglia, hanno dato un’accelerata definitiva. Il 9 aprile scorso è stato arrestato con le accuse di detenzione e porto abusivo di arma da fuoco dalla polizia, in provincia di Varese. E si fa risalire a quella data l’avvio del suo contributo.

Reo confesso dell’omicidio di Salvatore Padovano, addosso gli hanno ritrovato un pistola 7.65. Un’arma che ha raccontato di aver effettivamente portato con sé quel giorno, davanti alla pescheria “Paradiso del mare”, lungo la Gallipoli-Santa Maria al Bagno. Ma non sarebbe stata quella usata per sparare alla testa del boss. Una sorta di riserva, qualora avesse avuto inconvenienti, magari si fosse inceppata. La pistola dell’omicidio, una semiautomatica Beretta, calibro 9 corto, con matricola abrasa, era stata ceduta ad un suo amico. Il killer ha detto anche dove ritrovarla. Il giorno successivo, è stata rinvenuta in possesso della persona da lui citata, a Gallarate. I riscontri della scientifica hanno dimostrato come non mentisse. Era la bocca di fuoco rivolta contro Padovano. Gli investigatori hanno dunque ritenuto che le sue dichiarazioni fossero da assumere con la massima serietà.

Mendolia, che avrebbe tra l’altro trasgredito ad un ordine impartito proprio dal presunto mandante dell’assassinio del fratello, ovvero proprio quello di sbarazzarsi delle pistole, avrebbe agito sotto la promessa di un compenso di 10mila euro ed un’auto, una Bmw. Promesse in parte mantenute. A parte l’auto, sulla quale sarebbe fuggito, su 10mila euro, 6mila sarebbero effettivamente stati ottenuti. Il siciliano trapiantato in Lombardia ha anche fatto rivelazioni scottanti, tutte però da verificare. Ha sostenuto di aver conosciuto la famiglia Padovano in occasione di un altro omicidio, quello di Renè Greco, avvenuto nell’agosto del 1990, sempre – a suo dire –, eseguito su mandato di Rosario Padovano, che avrebbe rivisto ancora una volta nell’agosto del 2008, durante un soggiorno per villeggiatura a Gallipoli. Un mese prima dell’agguato mortale, quindi. Ed avrebbe accettato l’incarico.

L’OMIDICIO E GLI ARRESTI

Cinque colpi d’arma da fuoco, tre dei quali letali. Tanti sarebbero stati esplosi quella mattina davanti alla pescheria di Pianoforte. Il sicario arrivò a bordo di uno scooter Yamaha Majestic, ritrovato successivamente a circa un chilometro di distanza dal luogo dell’agguato, in località Rivabella. Era un sabato mattina. Salvatore Padovano si era recato dal cugino per acquistare del pesce. Sarebbe stato chiamato proprio da lui all’esterno del locale. Un urto accidentale tra lo scooter e la Bmw di Padovano, posteggiata vicino all'ingresso. Proprio il fatto che ad attirarlo fosse stata una voce conosciuta, non gli diede scampo. Non dovette certo pensare ad un inganno mortale, in quei tremendi istanti che precedettero gli spari. E invece, ad attenderlo, fuori, quell’uomo con il casco calato sul volto. I colpi, sordi, vibrarono nell’aria. Poi, la fuga, sempre sullo scooter, abbandonato per scomparire nel nulla. Mendolia rientrò in Lombardia.

Il fratello come mandante, il cugino come esca, Della Ducata tra i fornitori di supporto (si sospetta che possa aver avuto un ruolo nel procurare i mezzi e le armi). Sono questi tre dei ruoli chiave, secondo gli investigatori. Tutto scaturito nell’ambito del clan di appartenenza della vittima, perché Rosario Padovano potesse subentrare al fratello maggiore nella leadership dell’organizzazione mafiosa e acquisire la totale disponibilità e la gestione di molteplici interessi economici. Nel corso dell’operazione, che ha comportato l’impiego di numerosi agenti e carabinieri del Ros, con elicotteri delle due forze di polizia, sono state anche eseguite perquisizioni a carico degli altri indagati ed effettuati numerosi interrogatori. Gli arrestati, presi alle prime ore del mattino di oggi, si trovano al momento presso la casa circondariale di Lecce. E la sensazione è che la trama possa essere più complessa e ancora tutta da scrivere.

MANTOVANO: "CHI SI MUOVE IN AREA GRIGIA ABBANDONI PROSPETTIVE DI COLLUSIONE"

“L’individuazione e l’arresto dei presunti responsabili dell’omicidio di Salvatore Padovano non è soltanto l’efficace risposta delle forze di polizia e dell’autorità giudiziaria a un delitto che poco più di un anno fa ha scosso la comunità salentina; è anche la concreta dimostrazione che ogni tentativo teso a riprendere un controllo più ampio del territorio da parte di soggetti che ruotavano nell’ambito della sacra corona unita è destinato al fallimento”. Questo il commento arrivato da Alfredo Mantovano, sottosegretario agli Interni. “Ciò – aggiunge, in conclusione - dovrebbe indurre chi ancora si muove in un’area grigia ad abbandonare anche solo per un calcolo di convenienza ogni prospettiva di collusione”.

di Emilio Faivre

L'offensiva del pensiero dominante


Le nostre autorità dai pulpiti ci dicono che siamo in democrazia.
Ma se siamo davvero in democrazia come mai c’è tutto questo controllo sulle ricerche storiche e sulle opinioni? Come mai una persona come il Prof. Antonio Caracciolo, che non ha mai fatto del male a nessuno, si trova ad essere trattata come fosse colpevole di qualcosa di tremendo?

E che dire di questo pseudo-giornalista Marco Pasqua (vedi http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/cronaca/prof-olocausto/prof-olocausto/prof-olocausto.html ) che scrive articoli diffamanti sapendo di avere dalla sua il sistema? Che dire dei giornalisti di regime che non saranno mai veramente amati dalla gente ma non si troveranno mai senza lavoro o malpagati grazie alla loro capacità di sottomettersi al potere? Questo giornalista, prima di scrivere i suoi articoli-spazzatura, buttando fango su una persona rispettabile, si è documentato? Ha letto qualche libro di storici indipendenti, che mostrano una Storia ben diversa da quella studiata a scuola? E non mi sto riferendo soltanto al fenomeno detto “Olocausto”.



Mi viene in mente la nota scrittrice Hannah Arendt, che negli anni Sessanta scandalizzò tutti quando disse che Adolf Eichmann, il feroce e crudele nazista, in realtà non era un “mostro”, e nemmeno un uomo molto diverso dagli altri. La scrittrice intendeva dire che molti esseri umani possono agire in modo malvagio semplicemente per sottomissione al contesto ideologico in cui si trovano, oppure perché persone “banali”, comuni, a tal punto da obbedire ciecamente alle autorità. Non si sta dicendo che i nazisti fossero innocenti, ma che dietro a persone che ci appaiono “normali” si può celare colui che, per interesse, per opportunismo o per sottomissione, può agire in modo malvagio, danneggiando una o più persone.

Ad esempio, il giornalista Marco Pasqua ricorda la cattiveria di diversi giornalisti dei tempi di Falcone, che per sottomissione al regime dicevano peste e corna di persone rispettabili.
Come tutti sanno, il Pool Antimafia riuscì a fare in modo che si avesse un maxiprocesso contro la mafia, un evento importantissimo perché dette agli italiani una forte speranza di sconfiggere la mafia.
Dopo il maxiprocesso si scatenò una vera e propria persecuzione contro il pool. Giornalisti di ogni colore politico scrissero cose infamanti e disoneste.
La richiesta di Falcone di entrare nell'ufficio istruzione, soltanto un mese dopo la sentenza del maxiprocesso (18 gennaio 1988) fu bocciata. Sarà nominato Antonino Meli, che scioglierà il pool e distruggerà in pochi mesi il lavoro fatto dai giudici. Il gruppo di giudici istruttori fu ridotto ad un organo esecutore delle direttive di Meli, e coloro che avevano fatto parte del pool furono oggetto di una campagna denigratoria, anche per evitare che la nuova situazione venisse scoperta da tutti, che così avrebbero appreso con chiarezza le strategie dello Stato per evitare la distruzione della mafia.
Meli, oltre a smantellare il lavoro del pool, cercherà di rivolgere accuse del tutto infondate a Falcone. Lo accuserà di non aver agito in modo giusto verso gli imprenditori Costanzo, ma in realtà contro di essi Falcone non aveva alcuna prova concreta.
Puntare il dito sui magistrati del pool sarebbe servito anche a nascondere le malefatte di Meli. Nessun giornale criticò o accusò mai Meli e altri magistrati come Giammanco di aver intralciato la lotta alla mafia, eppure ciò corrispondeva a verità e avrebbe trovato conferma da parte di molti magistrati. L'obiettivo vero era quello di delegittimare la magistratura antimafia.

Dopo il maxiprocesso i media si scatenarono, iniziando ad alimentare critiche, diffidenza e sospetto verso gli uomini del pool, per screditarli agli occhi dell'opinione pubblica. Era come se esistessero due fronti all'interno delle stesse istituzioni: uno portava la novità di una cultura del progresso morale e civile e l'altro spingeva per distruggerla. In realtà, il secondo fronte era sostenuto soltanto dalle autorità che avevano creato il fenomeno mafioso, e dai loro complici, che traevano vantaggi di vario genere. La società civile era compatta contro la mafia, ed era proprio questo che spaventava le autorità.

In particolare fra il 1987 e il 1992 (fino a pochi mesi prima della morte di Falcone), i giornali si scatenarono nel seminare diffidenza e sospetto contro i giudici antimafia. Giornali come "Repubblica" scrivevano: "Non si capisce come mai Falcone non abbandoni la magistratura... s’avverte l’eruzione d’una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste dei guitti televisivi"(firmato Sandro Viola). "L'Unità", due mesi prima della morte di Falcone, scriveva:

“Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché... La collaborazione tra il magistrato e il ministro si è fatta così stretta che non si sa bene se sia il magistrato che offre la sua penna al ministro o se sia il ministro che offre la sua copertura politica al magistrato. La prima deduzione è che fra i magistrati è diffusa l’opinione secondo cui Falcone è troppo legato al ministro per poter svolgere con la dovuta indipendenza un ruolo come quello di procuratore nazionale antimafia; la seconda deduzione è che tale opinione sarebbe accentuata, e quasi verificata se, in sede di concerto, il ministro si pronunciasse a favore di Falcone e contro tutti gli altri”. (1)

Lino Jannuzzi, sul "Giornale di Napoli" scriveva di Falcone e Borsellino:

“E` una coppia la cui strategia, passati i primi momenti di ubriacatura per il pentitismo ed i maxiprocessi, è approdata al più completo fallimento: sono Falcone e De Gennaro i maggiori responsabili della débâcle dello Stato di fronte alla mafia... l'affare comincia a diventare pericoloso per noi tutti... dovremo guardarci da due 'Cosa nostra', quella che ha la Cupola a Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma...sarà prudente tenere a portata di mano il passaporto”.(2)

Il "Resto del Carlino" scriveva:

“Inaffidabile e Martelli – dipendente. Così si possono riassumere in sostanza le imputazioni del Csm a Giovanni Falcone. Sono i capi d’accusa che gli hanno fatto preferire Agostino Cordova per l’incarico di superprocuratore antimafia. Secondo la commissione, insomma, la fama di magistrato antimafia, che ha accompagnato Falcone fino alla direzione generale degli Affari penali al ministero, è semplicemente usurpata.”(3)

Falcone e Borsellino furono costretti a lavorare in solitudine e in un clima di sospetto e diffidenza, come se la lotta alla mafia fosse un loro fatto privato, e come se non avessero diritto al massimo rispetto per aver scelto un percorso che li costringeva ad una vita "blindata". Il giornalista Giommaria Monti, nel libro “La calunnia”, spiega che contro Falcone si ebbe un vero e proprio linciaggio operato attraverso i media ufficiali: "Non vi è dubbio che Giovanni Falcone fu sottoposto a infame linciaggio, prolungato nel tempo, proveniente da più parti, gravemente oltraggioso nei termini, nei modi e nelle forme, diretto a stroncare per sempre, con vili e spregevoli accuse la reputazione e il decoro professionale del valoroso magistrato".(4)
Dopo la morte di Falcone nessuno dei giornalisti che lo avevano infamato chiese mai scusa per le cattiverie e le maldicenze che avevano amareggiato i giudici del pool, tutti rimasero al loro posto, continuando a servire i loro padroni.

Oggi i giornalisti di regime fanno lo stesso: agiscono con malvagità verso persone di tutto rispetto per carriera, opportunismo, servilismo, ecc.
Insieme ai politici, formano un bel quadretto che non avrebbe nulla da invidiare ai fascisti in quanto a corruzione, involuzione civile, ignoranza e metodi disonesti.

Ormai da diversi anni è stata creata ad oc una persecuzione contro gli intellettuali indipendenti al fine di scongiurare il pericolo che queste persone danneggino la propaganda storica creata dai vincitori dell’ultima guerra mondiale.

Si accusano gli storici o gli intellettuali indipendenti di essere nazisti oppure di voler attuare un altro genocidio come quello ebreo. Ma c’è da osservare che nessuno è più bravo ad attuare genocidi del gruppo sionista-statunitense, che, com’è noto, di stragi genocide è assai avvezzo (vedi palestinesi, iracheni, afgani, ecc.).

Allora, se i crimini non vengono commessi dagli storici indipendenti ma da altri, come mai i criminali non vengono perseguiti e al loro posto vengono additati coloro che non hanno mai fatto del male ad una mosca?

In Francia, nel 1990, è stata approvata la legge 90-615 detta Fabius-Gayssot (cognomi del socialista Laurent Fabius e del comunista Claude Gayssot ), che combatte "il delitto di revisionismo", e persegue penalmente chi nega che gli ebrei sterminati furono sei milioni. A questa legge è subentrata nel 2003 la legge Lellouche, che pretende di affrontare la "provocazione alla discriminazione". L'articolo 9 della legge Fabius-Gayssot dice:

"Saranno puniti delle pene previste [... ] coloro che avranno contestato, attraverso uno dei mezzi enunciati all'art. 23, l'esistenza di uno o più crimini contro l'umanità, come sono definiti dall'art. 6 dello statuto del Tribunale Militare Internazionale annesso all'Accordo di Londra dell'8 agosto 1945 e che sono stati commessi sia dai membri di una organizzazione dichiarata criminale in applicazione dell'art. 9 del detto statuto, sia da una persona riconosciuta colpevole di tali crimini da un tribunale francese o internazionale".

Purtroppo, la legge sortì gli effetti sperati, e come rivelò “Le Monde”, gli storici francesi iniziarono a temere di essere trascinati in tribunale, e terrorizzati iniziarono a limitare gli articoli sui giornali. Ad essere perseguitati furono storici di idee assai distanti dal nazismo e dal razzismo, come Robert Faurisson, uno storico "colpevole" di aver sostenuto che le camere a gas naziste non sono mai esistite. Faurisson non ha mai inneggiato ad idee naziste, né ha mai espresso idee antisemite, eppure è stato condannato, ha perso il posto all'università, ed è stato demonizzato dai media e rovinato economicamente. Ma se questi storici dicessero davvero cose assurde e false, che bisogno ci sarebbe di imporre per legge una determinata versione storica? Occorrono i tribunali per imporre un fatto storico? O piuttosto accade ciò perché la versione ufficiale potrebbe essere confutata in modo efficare e veritiero? E poi, perché associare "negazione dell'Olocausto" con "incitamento all'odio razziale", dato che gli storici detti "revisionisti" non incitano affatto all'odio razziale? Si può accusare qualcuno per "induzione" di un reato da un'opinione storica? Come mai paesi che si autodefiniscono "democratici" hanno quest'impeto ad imporre a suon di processi una versione storica? Come mai gli storici "tradizionalisti" non sono in grado di affrontare un dibattito in sede adeguata e hanno bisogno dei tribunali? Se si ha la necessità di imporre per legge un presunto fatto storico significa che non vi sono prove inoppugnabili a suo sostegno. E poi, se gli intenti sono quelli professati (ossia di impedire altri genocidi) perché sanzionare soltanto chi nega l'Olocausto ebraico e non anche chi nega lo sterminio dei nativi o degli armeni? I genocidi non dovrebbero essere tutti altrettanto gravi?
E' come se la verità storica dovesse diventare un dogma, imposto per legge. Come se fosse un fatto di autorità e non di ricerca e cultura. Con queste leggi si svilisce l'intera cultura e crolla l'ultima illusione che in Europa ci potesse essere davvero la fantomatica "democrazia". E' evidente che gli scopi principali di queste leggi sono:

1 - Spaventare chi vuole fare ricerca storica indipendente;
2 - far capire una volta per tutte che è il sistema a decidere ciò che è vero e ciò che è falso;
3 - additare gli storici indipendenti come criminali, in modo tale che nessuno voglia seguire il loro esempio o prenderli sul serio;
4 - far intendere la cultura come un settore su cui le autorità possono imporre dogmi o schemi prefissati rigidi.

Per una semplice opinione si può essere oggetto di persecuzione giudiziaria, volta a distruggere la dignità e la credibilità dello studioso. Alcuni storici francesi hanno reagito a tutto questo firmando un manifesto dal titolo Liberté pour l'histoire!, in cui chiedono l'abrogazione delle leggi che restringono la libertà di opinione.
Nel 1993, le autorità italiane presero a pretesto l'esistenza dei naziskin, e la presunta lotta interetnica nell'ex Jugoslavia, per parlare di "incitamento all'odio razziale" e di possibilità che si verificassero violenze "di stampo razzista". Il governo Amato si sentì, sollevate le istanze morali di dover contrastare il razzismo e l'antisemitismo, di avere diritto di punire penalmente chi non accettava la versione storica ufficiale dell'Olocausto.
Fu dunque approvato il decreto n.122 del 26 aprile 1993, convertito il 25 giugno nella legge n. 205 "Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa". La vaghezza della definizione del termine "discriminazione" permette di interpretare la legge in modo ampio, facendovi entrare anche intellettuali privi di ogni sentimento discriminatorio o razzistico. La legge, infatti, non aveva tanto l'obiettivo dichiarato di combattere la "discriminazione", quanto quello non esplicitato perché vergognoso, di tenere sotto controllo le ricerche storiche degli intellettuali indipendenti (definiti dalla propaganda "revisionisti"). La legge dava la possibilità di criminalizzare posizioni di pensiero o nuove teorie storiche, talvolta basate su studi e ricerche. Le ricerche storiche indipendenti venivano bollate come "revisioniste", e senza voler né analizzare le prove o la loro veridicità, si associava "revisionismo" a "razzismo".
In Austria la legge che controlla la ricerca storica è stata approvata il 26 febbraio e 19 marzo 1992, in Germania il 28 ottobre 1994, in Svizzera il I' gennaio 1995, in Belgio il 23 marzo 1995, in Spagna l'l1 luglio 1995, in Lussemburgo il 19 luglio 1997. La legge lussemburghese prevede il carcere da otto giorni a sei mesi o un'ammenda da 10.000 a un milione di franchi a "chi contesta, minimizza, giustifica o nega l'esistenza di uno o più crimini contro l'umanità o crimini di guerra, come definiti nell'art. 6 dello statuto del Tribunale Militare Internazionale [... ] e compiuti da un membro di un'organizzazione dichiarata criminale dall'art. 9 del detto statuto o da altro individuo, dichiarato colpevole di un tale delitto da un tribunale lussemburghese, straniero o internazionale". Anche la Polonia, nel gennaio 1999, ha approvato una legge analoga.
Queste leggi, pur ammantandosi di ideali etici, sono contrarie alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, il cui Articolo 10 sostiene: nella sua apparenza formale, letteralmente la seguente:

"Art. 10 - 1. Ogni persona ha diritto alla libertà d'espressione. Tale diritto include la libertà d'opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza considerazione di frontiera".

La legge Mancino, riconfermata e ampliata dal disegno di legge Mastella n° 1694 (Decreto approvato all'unanimità dal Consiglio dei Ministri del governo Prodi), è in contrasto con l'articolo 21 della Costituzione italiana, che afferma: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione".

Il decreto legge n° 1694 prevede il carcere da sei mesi a quattro anni "per chiunque diffonda in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o l'odio razziale o etnico, ovvero inciti a commettere o commetta atti di discriminazione". Associare alcune teorie o nuove interpretazioni storiche al razzismo significa poter trascinare in tribunale praticamente qualsiasi storico indipendente. Ma questa legge dovrebbe condannare anche gli ebrei, come i cristiani e gli arabi, che ritenessero di avere la superiorità religiosa rispetto agli altri. Dovrebbe essere messo al bando l'Antico Testamento e il Corano, dato che parlano di "eletti" e di popoli inferiori. E sarebbe da condannare la Costituzione israeliana, che è fortemente discriminante verso i non ebrei. Si è aperta una nuova caccia alle streghe, in cui tutti coloro che trovano elementi per contrastare la versione storica data dai vincitori diventano immediatamente "neonazisti" o "razzisti", e sono costretti a risponderne in tribunale. Si vuole far credere che chi osa negare la versione ufficiale dei fatti storici relativi all'Olocausto sarebbe un antisemita disposto ad uccidere ebrei. In realtà di genocidi la Storia ne può annoverare molti, e anche nel nostro tempo se ne stanno commettendo in diversi paesi del mondo. Oggi come ieri avvengono stermini ed eccidi, ma le stesse autorità che approvano leggi contro il razzismo e l'antisemitismo, non sono disposte a fermare questo scempio, anzi, ne sono complici in vari modi. Soltanto questo basterebbe a capire che le leggi che dovrebbero avversare la "xenofobia, l'antisemitismo e l'incitamento all'odio razziale", sono in realtà leggi per controllare il pensiero e la libera ricerca. Le autorità occidentali utilizzano la propaganda per far credere che ci sia un pericolo di "xenofobia, di antisemitismo, di incitamento all'odio razziale", per limitare la libertà di opinione su temi che hanno retto ideologicamente il sistema attuale. In realtà il pericolo xenofobico viene alimentato ampiamente dai mass media, attraverso notizie di reati commessi da immigrati e facendo associare l'immigrato povero al criminale. Le autorità occidentali traggono diversi vantaggi dall'incutere paura e insicurezza, facendo credere il contrario, di essere per la "sicurezza". In realtà il sistema attuale mira ad utilizzare gli immigrati per distogliere l'attenzione dall'impoverimento progressivo a cui sono soggetti i cittadini europei, e dal sistema di potere gravemente iniquo e criminale, che produce mafia e corruzione. I criminali, anziché i corrotti e i personaggi che organizzano guerre e distruzioni, diventano i poveri immigrati, specie se arabi o slavi. In tal modo vengono giustificate leggi repressive, che mirano a controllare la ricerca indipendente e le libere opinioni.
Queste leggi hanno duramente colpito storici rigorosi e seri come David Irving, Siegfried Verbeke, Germar Rudolf, René-Louis Berclaz e molti altri, che non hanno mai espresso idee razziste o antisemite. Le tesi di questi storici, evidentemente erano difficili da contrastare con strumenti culturali, e quindi si è fatto ricorso ai tribunali, negando in modo evidente la libertà di opinione e di ricerca.
La diffusione nel mondo delle leggi che cercano di controllare la ricerca storica conferma l'esistenza di un gruppo ristretto di persone che ha interesse a manipolare la cultura e l'opinione pubblica. Dalle ricerche di diversi studiosi è emerso che le grandi banche hanno finanziato importanti eventi storici, come la Rivoluzione bolscevica. Si tratta dunque delle stesse persone che detengono il potere finanziario ed economico. Queste persone utilizzano diverse tecniche per proteggere lo status quo. Scrive René Guénon (con lo pseudonimo di Le Sphinx) in un articolo titolato "Réflexions à popos du pouvoir" pubblicato sulla rivista “France Antimaconnique”, dell’11 giugno 1914:

"Un potere occulto di ordine politico e finanziario non dovrà essere confuso con un potere occulto di ordine puramente iniziatico… E’ incontestabile che la mentalità degli individui e delle collettività può essere modificata da un insieme sistematico di suggestioni appropriate; in fondo, l’educazione stessa non è altro che questo, e non c’è qui nessun ‘occultismo’ (…). Uno stato d’animo determinato richiede, per stabilirsi, condizioni favorevoli, e occorre o approfittare di queste condizioni se esistono, o provocarne la realizzazione". Secondo Guénon, anche le divisioni politiche "destra" e "sinistra" sono invenzioni di chi controlla la politica: "tali movimenti sono talvolta suscitati o guidati, invisibilmente, da potenti organizzazioni iniziatiche, possiamo dire che queste li dominano senza mescolarvisi, in modo da esercitare la loro influenza, egualmente, su ciascuno dei partiti contrari".(5)

L’esistenza di gruppi di potere è uno dei più grandi tabù presenti ad oggi nei libri di Storia scolastici. Ad esempio, tali pubblicazioni presentano personaggi come Hitler e Mussolini come fossero persone che hanno guadagnato potere soltanto in virtù delle loro capacità oratorie o della loro fascinazione. Quello che si omette è molto significativo per conoscere l’intera Storia del nazi-fascismo nella sua verità. Lo storico di regime non può fare alcuni collegamenti che risultano del tutto logici e provati. Le pubblicazioni che raccontano i collegamenti fra dittatori e gruppo egemone finanziario-economico sono di solito appannaggio soltanto di poche migliaia di persone, oppure riguardano gli “addetti ai lavori”. Spiega lo studioso Enrico Voccia:

“Lo storico può parlare di complotti orditi dai potenti, ma lo deve fare in un ambito controllato e non aperto - un po' come nel XVI secolo solo gli ecclesiastici "addetti ai lavori" potevano leggere la Bibbia ed ai semplici fedeli venivano lette solo pagine scelte e sermoni controllati. Un altro esempio: Hitler e la nascita del partito nazionalsocialista tedesco. Cosa racconta il mainstream rivolto al grande pubblico? Che Hitler entrò in contatto con un piccolo partito, ne divenne poi il leader, ecc. Chi legge un tale racconto ha l’idea che Hitler fosse un reduce di guerra che avesse letto un volantino, parlato con qualcuno, ecc. Anche qui, per sapere la verità occorre leggere testi specialistici: p. e. William Shirer, Storia del Terzo Reich, Einaudi, 1962, due volumi di mille pagine l'uno. Bisogna farlo non per ottenere dettagli, ma per conoscere l'essenziale degli eventi – cosa che dovrebbe essere il compito del mainstream rivolto al grande pubblico… Testi di migliaia di pagine od articoli specialistici pubblicati in riviste di difficile reperimento: occorre leggere questi per sapere che Hitler era un agente dei servizi militari, che venne infiltrato da questi nel DAP e non vi si presentò spontaneamente, che ne divenne il leader grazie ai soldi dell’esercito e della borghesia reazionaria, che ne espulse il fondatore e ne fece entrare tanti altri in odore di servizi, ecc. A leggere invece il mainstream rivolto al grande pubblico, invece, sembra si sia trattato di un privato cittadino, un reduce come tanti altri dalle idee magari particolarmente destrorse, dotato di un'incredibile capacità magnetica, ecc. Il tutto per non dire che il nazismo fu un movimento creato a tavolino dall'esercito, da società segrete e dalla "Confindustria" tedesche - insomma per non pronunciare in pubblico la sconveniente parola "complotto". Tanta aria fritta, invece, sulla follia o meno di Hitler”.(6)

Con le leggi che controllano la ricerca storica cosa si tenta di nascondere?
Sono molti i fatti storici emersi dalle ultime ricerche, che tengono conto anche dell'apertura di nuovi archivi, all'inizio degli anni Novanta, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Russia. Da questi archivi è emerso molto materiale che confuta diverse interpretazioni che sono state date alle due guerre mondiali, alla Guerra Fredda e ad altri eventi. Dalle nuove interpretazioni, la presunta autorevolezza dell'egemonia statunitense ne esce a pezzi, e le autorità statunitensi appaiono mostruose, potentemente criminali e assai pericolose per tutti i popoli del mondo (compreso quello statunitense).
Si vuole nascondere la verità: ovvero che i vincitori non ci hanno “liberato” e non sono democratici come vorrebbero farci credere. Potranno anche cercare di criminalizzare i ricercatori indipendenti, e potranno punirli penalmente, ma la verità viene sempre a galla prima o poi, e sempre più persone comprenderanno che soltanto in una dittatura non si permette di esprimere pensieri diversi rispetto all’ideologia dominante, e che dunque la democrazia è attualmente come una favoletta raccontata ai cittadini per farli stare buoni.

Antonella Randazzo
Fonte: http://lanuovaenergia.blogspot.com
Link: http://lanuovaenergia.blogspot.com/2009/10/caccia-alle-streghe.html

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NOTE

1) Pizzorusso Alessandro, "Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché", L'Unità, 12 marzo 1992.
2) Jannuzzi Lino, "Cosa nostra uno e due", Il Giornale di Napoli, 29 ottobre 1991.
3) Tamburini Lucio, "Falcone, una fama usurpata", Il Resto del carlino, 12 marzo 1992.
4) Monti Giommaria, "Falcone e Borsellino. La calunnia, il tradimento, la tragedia", Editori Riuniti, Roma 2006.
5) Guénon René, "L’Esoterismo di Dante", Ediz, Atanòr, Roma 1971.
6) Voccia Enrico, "Il complotto dei potenti come tabù storiografico", http://www.luogocomune.net/site/modules/sections/index.php?op=viewarticle&artid=63

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