venerdì 23 ottobre 2009

Putin, Berlusconi e Schroder preparano l'offensiva energetica


Improvvisamente, quando il “Nord Stream” si trova ormai sulla soglia del superamento degli ultimi ostacoli burocratici e tecnici, ecco riaffiorare, in Europa e negli Stati Uniti, le polemiche, o meglio espliciti tentativi, di fermarne l'esecuzione.

Il “Nord Stream”, per i non specialisti, è la grande operazione che Mosca ha intrapreso per aggirare - piazzando i tubi sul fondo del Mar Baltico, da Vyborg a Greifswald - l'ostacolo frapposto dall'Ucraina all'afflusso del suo gas agli utilizzatori occidentali. Che si tratti di un ostacolo Mosca l'ha sperimentato negli inverni scorsi, ultimi due inclusi, con due “guerre del gas” alle quali è stata costretta dalle mosse del presidente Viktor Jushenko. “Costretta, dice Putin, molto arrabbiato, perché «noi vogliamo solo vendere il nostro gas, ma Kiev ce lo impedisce».

Non si sa quanto sia costato a Gazprom, fino ad ora, tutto questo contenzioso. Il potente CEO di Gazprom, Aleksei Miller, non lo ha rivelato. Ma qualcuno a Mosca ha fatto i conti: il tappo ucraino ha fatto perdere alle casse russe, nei diciotto anni dalla fine dell'URSS, qualche cosa come 50 miliardi di dollari tra gas trafugato lungo il tragitto, gas non pagato, gas ottenuto a prezzi di gran lunga al di sotto di quelli di mercato.

Il tutto va preso, come si suol dire, con le pinze, perché l'Ucraina fornisce dati del tutto diversi. Ma resta il fatto che Mosca non aveva alternative: i gasdotti e gli oleodotti costruiti durante l'era sovietica passavano su territorio sovietico, e su quello dei paesi amici del Patto di Varsavia. Una volta crollato il sistema chi ricevette in dono dal destino la rendita di posizione costituita da quelle tubature ha potuto giocare le sue carte: o paghi di più o non passi. Ovvero: o mi dai una parte del prodotto a prezzo ridotto o non passi. In ogni caso mi prendo qualche cosa dai tubi. E se protesti io chiudo i rubinetti e ti accuso, di fronte all'Europa, di volerci ricattare per ragioni politiche, di volerci mettere tutti a secco, al freddo e in crisi industriale, di voler imporre la tua sfera d'influenza perduta con la sconfitta nella guerra fredda.

Finché si trattava di paesi amici, controllati o controllabili, Mosca ha abbozzato, improvvisando accordi che reggevano malamente, ma reggevano. Comunque passando di crisi in crisi: circa un centinaio in quindici anni, di varia entità e gravità, variamente ridipinte dalle parti con colori politici, ma con un unico denominatore comune: pagare meno.

Con la Bielorussia di Lukashenko, per esempio , salvo qualche momento difficile, ha funzionato. Anche perchè Lukashenko ha avuto pessimi rapporti con l'Occidente e all'orizzonte resta l'ipotesi di una riunificazione Russia-Bielorussia..

Ma con l'Ucraina di Jushenko (la Julia Timoshenko ha cambiato alleanze e ora pare che stia con Mosca) il discorso è divenuto insostenibile. La “rivoluzione arancione” ha messo Kiev sotto la protezione di Washington e di Bruxelles e in rotta di adesione all'Unione Europea e di ingresso nella Nato. Cioè in rotta di collisione con Mosca. Che senso avrebbe avuto, per Mosca, continuare a fare regali per accattivarsene un'amicizia ormai impossibile?

E anche in Europa non tutti erano e sono disposti a subire il ricatto ucraino. Troppo esplicito e anche pericoloso. Perché Mosca non intende essere perdente. Quindi, se il gas non passa attraverso l'Ucraina , allora i rubinetti li chiude la Russia alla fonte. Con il risultato che non solo Kiev non riceve niente e rimane sola con il suo ricatto, ma anche l'Europa non riceve niente. La Russia ci perde, in termini di minori introiti, ma l'Europa intera rimane senza un quarto dell'energia che le serve. E domani sarà ancora peggio, secondo tutte le previsioni.

Con la prospettiva molto realistica che Mosca trovi – anzi l'ha già trovato – un compratore assetato di energia, e in grado di assorbire tutto il flusso che adesso va a ovest. Si tratta della Cina. E già altri tubi si spingono a est. Ci vorrà qualche anno, ma a questo si giungerà inesorabilmente. La sete cinese è immensa.

Così Putin ha trovato orecchie e tasche sensibili, visto che il “Nord Stream” costa oltre 10 miliardi di euro. In Germania prima di tutto. L'ex cancelliere Gerhard Schroeder in testa, divenuto il CEO del progetto. Ma anche la Merkel ha abbozzato, con dietro le industrie tedesche. E adesso Sarkozy si accoda veloce.

Se poi ci metti il “South Stream”, in alternativa al “Nabucco”, per portare il gas, sotto il Mar Nero, in Bulgaria, nei Balcani, in Grecia, in Italia (e qui Putin ha trovato l'entusiastico appoggio di Berlusconi, cioè dell'Eni, e di nuovo, di Sarkozy, ecco che si delinea una situazione in cui Mosca può fornire il suo gas (e quello che contratterà con le ex repubbliche sorelle dell'Asia Centrale) agli Europei, senza sottostare ad alcun filtro.

Ovvio che questo significherà una vera e propria rivoluzione nei rapporti tra Russia e Europa.

Ma questo non piace a Washington. Ecco perché si è alzata la voce del vecchio Zbignew Brzezinski, ex consigliere per la Sicurezza nazionale di Jimmy Carter: attenzione che Mosca vuole «isolare l'Europa dell'est dall'Europa Occidentale». Segue il coro delle proteste di tutti gli “sventurati” che restano a bocca asciutta.

Urmas Paet, ministro degli esteri estone, lamenta che i paesi baltici saranno “ignorati”. In aprile 23 ex capi di stato e di governo, capeggiati da Vaclav Havel e Lech Walesa, denunciano il tentativo di Mosca di voler ««ristabilire sfere d'influenza». La tesi è una sola: l'operazione è una minaccia rivolta contro l'Europa orientale, che diventerebbe “ricattabile” e resterebbe priva di energia.

Ma è poi vero che Bruxelles non potrebbe redistribuire, secondo criteri di mercato, il gas che comunque arriverà in abbondanza da Mosca? Non si vede come la Russia potrebbe condizionare la distribuzione europea del suo gas, una volta che esso sia giunto nei terminali del “Nord Stream” e del “South Stream”.

Il ministro degli esteri polacco, Radosław Sikorski paragona il “Nord Stream” addirittura al patto Molotov – Ribbentrop.

Questi gasdotti non s'hanno da fare. Al loro posto Washington e il coro dei suoi alleati europei preferiscono il “Nabucco”, che ha il vantaggio di bypassare completamente Mosca per andare a trovare i venditori in Turkmenistan, Kazakhstan, passando ovviamente per la Georgia e la Turchia. Operazione perfetta, se non fosse che Putin e Medvedev hanno già messo a segno la loro contromossa, e hanno alleati molto potenti, per non dire decisivi, in Europa.

Succederà di sicuro qualche cosa di grosso, nei prossimi mesi. Se Putin, Berlusconi e Gerhard Schröder hanno deciso di vedersi en privé a San Pietroburgo, proprio adesso, è perché si preparano a sostenere un'offensiva potente.

Giulietto Chiesa
Fonte: www.megachipdue.info

L´attacco all´harem della regina della Triade cinese


Orge, sangue e soldi la Cina davanti alla tv per la signora della mafia. A Chongqing inizia il maxiprocesso alla Triade: 2000 imputati, coinvolti giudici e poliziotti. A capo del clan la Caiping. A sua disposizione un harem di uomini e l'audience sale.

PECHINO - Giocatori di scacchi da marciapiede e parrucchiere non si perdono un collegamento. Anche i più riservati contadini dei villaggi, da due giorni, abbandonano il campo per seguire in diretta l´evento dell´anno. A Chongqing è iniziato il maxi - processo alla mafia cinese: duemila imputati, miliardari, giudici, politici e capi della polizia, dieci anni di omicidi e terrore, tre miliardi di beni sequestrati. Non è però la storica decapitazione delle «triadi», che interessa alla gente. La Cina si ferma per lei: Xie Caiping, 46 anni, «ricchissima e spietata», ma soprattutto «insaziabile». La prima udienza, subito definita «l´attacco all´harem della regina», ha avuto l´effetto di una bomba. Un Paese dove ancora il sesso non è un argomento di cui si possa parlare in pubblico, ha appreso dalla tivù di Stato che «la padrona di tutti i criminali aveva al suo servizio anche sedici ragazzi sempre pronti a soddisfare qualsiasi appetito». Poco importa, a fronte di questo, che sia accusata in realtà di corruzione, traffico di droga e riciclaggio negli 80 casinò di sua proprietà.
I cinesi scoprono di poter assistere, per la prima volta senza censure, ad un vero intrigo a base di sesso, sangue e soldi. E che questo non ha per protagonisti i soliti vecchi funzionari corrotti attorniati da stormi di prostitute, eredi di imperatori e concubine dai piedi mozzati. C´è una donna, invece, curatissima e raffinata, in tacchi a spillo, che per vent´anni avrebbe stipendiato un drappello di gigolò a cui pagava anche la palestra. I giornali, all´inizio incerti, si sono scatenati. Il Southern Metropolis News è arrivato a titolare «Vediamo quanto oscena e violenta sarà al processo la cognata di Wen». Che Wen Qiang, capo del sistema giudiziario cittadino e per sedici anni vicecapo della polizia della più grande metropoli cinese, sia pure alla sbarra, è retrocesso a particolare secondario. In base alle rivelazioni Xie Caiping, apparsa impassibile in aula con un corto tailleur rosso, usava autisti, guardie del corpo, istruttori e camerieri per realizzare i propri sogni erotici. Uno di essi, pestato a sangue dopo un rifiuto, ha dichiarato che «la padrona poteva pretendere di averci a disposizione anche tutti insieme».
Luo Xuan, giovanotto di 28 anni, direttore di una delle case da gioco gestite dalle «triadi» e coimputato nel processo, dopo una notte bollente avrebbe ricevuto in regalo un´automobile da 25 mila euro e un salone da parrucchiere. Secondo il South China Morning Post il resto «dell´harem veniva rinnovato spesso e i gigolò venivano pagati con un ottimo stipendio».
La «regina» avrebbe saldato i conti di negozi di lusso e ristoranti e «ai migliori consegnava in premio una carta di credito». La storia delle «orge di Xie Caiping», con ipocrita enfasi maschilista, è finita addirittura sul sito web del governo di Chongqing, 30 milioni di abitanti, un Pil da 60 miliardi di euro e una crescita costante attorno al 15%. Un alto funzionario comunista ha confutato le accuse degli ex amanti-schiavi. «Uno come Wen - ha detto - lo avrebbe saputo e non avrebbe sopportato le corna del fratello, fornendo protezione ai casinò della cognata». Nei prossimi giorni potrebbero essere interrogati altri amanti, ma tra le autorità monta la voglia di chiudere le porte del tribunale. Il timore è che la più grande operazione anti-mafia degli ultimi anni, finisca per risolversi in una telenovela a luci rosse. Tra giugno e agosto tremila agenti hanno invece arrestato 2014 persone, sequestrando centinaia di armi da guerra. Settanta capi mafiosi, quindici giudici e dieci dirigenti di polizia avrebbero stretto un patto di potere, coinvolgendo una cinquantina tra i più famosi imprenditori, tre miliardari e cinquanta funzionari del governo.
Un giro colossale di droga, prostituzione, gioco d´azzardo e riciclaggio di denaro, estorto con l´usura e il taglieggiamento dei commercianti. Dalle prime battute del processo esce il profilo di un Paese corroso dalla criminalità, con complicità ai massimi livelli politici ed economici. A battersi contro «la rovina nazionale», l´ex ministro al commercio estero Bo Xilai.
Figlio di un eroe della rivoluzione di Mao, un anno fa è stato «promosso» da Pechino a Chongqing. Il governo avrebbe intuito il pericolo di un´implosione del sistema, minato dalla corruzione. Non aveva previsto però la bollente «signora dei mafiosi»: che fa dimenticare alla Cina la «gloriosa operazione trasparenza».

Tratto da: La Repubblica
di Giampaolo Visetti

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