venerdì 16 ottobre 2009

Cos'hanno in comune l'operazione "Volpe 132" con l'eccidio sul mercantile italiano "Lucina"?


Un’altra storia torna d’attualità dopo le rivelazioni sul traffico di rifiuti tossici sulle coste italiane. Comincia nel 1994, quando alle 18,30 del 2 marzo due finanzieri, il maresciallo Deriu e il brigadiere Serra, salgono sul loro elicottero A-109 Agusta (nome in codice “Volpe 132”) per una perlustrazione: giorni prima la Guardia di finanza aveva ricevuto segnalazioni di movimenti sospetti al largo delle coste sudorientali della Sardegna. Nello stesso momento in cui l’elicottero si alza in volo, dal porto militare di Cagliari stacca gli ormeggi una motovedetta delle Fiamme Gialle, con il compito di supportare dal mare la missione di “Volpe 132”. E qui c’è una prima stranezza. Mentre infatti la motovedetta si ferma al largo dell’isola di Serpentara, poco più a nord di Capo Carbonara, estrema propaggine est del Golfo di Cagliari, l’A-109 Agusta prosegue e si spinge molto più a nord della zona indicata dai piani operativi. Forse Deriu e Serra, investigatori esperti, fiutano qualcosa e fanno di testa loro. Arrivano sino a alla baia di Feraxi, a nord di Capo Ferrato, al largo delle coste del poligono militare di Quirra. Che cosa accade a questo punto lo raccontano due testimoni oculari: Giovanni Utzeri, giardiniere, che quella sera metteva a dimora eucalyptus in una villa sul costone che sovrasta la baia di Feraxi, e Gigi Marini, un operaio che pescava sulla spiaggia. Intorno alle 19 Utzeri e Marini vedono arrivare l’elicottero proveniente da Capo Ferrato e lo osservano sorvolare un mercantile che da diversi giorni staziona nella rada. Poi, un frastuono infernale di motori, il bagliore di un’esplosione e un tonfo pesante sulla superficie del mare. “Volpe 132” si è inabissato, i due finanzieri ai comandi saranno ripescati cadaveri.
Anche un terzo testimone, Antonio Cuccu, presidente di una cooperativa di pescatori, racconta ai magistrati che il giorno in cui, sulla spiaggia di Feraxi, vide l’elicottero nella rada era ancorata una nave: «La notavo andare e venire da settimane». Le testimonianze di Utzeri, Marini e Cuccu sono raccolte dalla procura civile di Cagliari, che sulla base delle loro dichiarazioni riapre l’inchiesta frettolosamente chiusa dalla procura militare, che da subito avalla l’ipotesi di un incidente di volo dovuto a un guasto meccanico o a una manovra sbagliata. A distanza di 15 anni l’inchiesta è ancora aperta e che cosa abbia portato alla morte dei due finanzieri resta un mistero. L’anomalia più appariscente è che i resti dell’elicottero, adagiati su un fondale non molto alto, non sono mai stati neppure cercati. L’altro aspetto singolare è che non si è mai indagato sull’identità del mercantile intorno al quale, secondo i testimoni oculari, l’Agusta stava volteggiando poco prima di prendere fuoco e di precipitare. E che ci faceva l’imbarcazione vista per settimane dai tre testimoni nel punto in cui l’Agusta esplose disintegrandosi? Non a caso gli atti giudiziari sulla morte dei finanzieri sono stati acquisiti dalla commissione d’inchiesta sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ma neanche questo è servito a far luce sulla loro tragica fine.
Oltre a quella di “Volpe 132” c’è una seconda storia che vale la pena di strappare all’oblio in cui è caduta. Comincia il 6 luglio 1994. Quel giorno, nel porto algerino di Djenjen, un commando di uomini armati sale a bordo del mercantile italiano Lucina, partito circa un mese prima dal porto di Cagliari, e sgozza nel sonno tutti i membri dell’equipaggio, il capitano più sette marinai, campani e siciliani. Il mercantile trasportava 2600 tonnellate di semola da consegnare all’Enial, l’ente di stato algerino che ha il monopolio dell’importazione dei cereali. Quali i moventi degli assassini? Per cercare la verità, la procura di Napoli apre un’inchiesta parallela a quella di Algeri, e nel giugno del 1995 chiede l’arresto di 12 membri del Fis, tra cui uno dei dirigenti del gruppo integralista islamico, Lounici Djmael. Ma nel dibattimento contro 7 militanti del Fis accusati dell’eccidio della Lucina, che in primo grado si tiene ad Algeri nel giugno del 1999, Djmael non è tra gli imputati. Il processo si conclude in secondo grado nel 2004 con pesanti condanne (compresa la pena capitale per quello che i giudici considerano il capo del gruppo, Chabane Draa) e alla vicenda viene posta la parola fine: per le autorità algerine l’eccidio è stato un atto di terrorismo del Fis per colpire il regime del presidente Zeroual. In questi giorni, però, alcuni parenti delle vittime della Lucina stanno valutando con i loro avvocati l’ipotesi di chiedere una riapertura dell’inchiesta. A suo tempo, infatti, né la magistratura napoletana e tanto meno quella algerina diedero credito alla versione dei fatti che, in un’intervista all’Observer dell’ottobre 1997, fornì un uomo che il settimanale inglese presentò come un ex agente dei servizi segreti algerini rifugiato a Londra. Joseph (questo il nome fittizio del misterioso personaggio) raccontò che la strage era stata ideata in prima persona dal temuto e potentissimo Mohammed Mediane, capo della “direzione dell’infiltrazione e della manipolazione” dell’intelligence algerina.
Bisogna infine ricordare l’intervista a un agente dei servizi segreti italiani concessa dietro garanzia dell’anonimato al quotidiano La Nuova Sardegna nell’autunno del ’98. Tema, il ruolo svolto dalla nostra intelligence nella struttura clandestina antirapimenti che sarebbe stata allestita dal giudice della procura di Cagliari Luigi Lombardini (che si uccise con un colpo di pistola alla tempia l’11 agosto 1998 in una pausa di un interrogatorio cui era sottoposto dal giudice Giancarlo Caselli). L’agente ammise una sorta di supervisione dei servizi non solo sulle trame oscure gestite dal magistrato cagliaritano, ma anche sul traffico clandestino di armi che avrebbe sulle coste della Sardegna più di un punto di appoggio. Specialmente nella costa di fronte alla base militare di Quirra, dove cadde il “Volpe 132”.

di Costantino Cossu

Se negli Stati Uniti scoppiasse la secessione


Scontenti delle pesanti tasse, delle guerre in paesi lontani e dei salvataggi per ricchi banchieri, sempre più americani spingono i loro stati a sfidare le leggi federali ed alcuni promuovono la secessione.

“Il nostro governo è posseduto e gestito da Wall Street e dall’America corporativa” ha detto alla Agence France-Presse (AFP) lo scorso 11 ottobre Thomas Naylor, professore di economia in pensione che è a capo del movimento per la seconda repubblica del Vermont.

“L’impero sta andando a picco -- volete affondare con il Titanic, oppure cercare le altre opzioni finché si può?”

Gli USA sono stati colpiti dalla peggiore crisi economica dal 1930 lo scorso settembre, dopo il crollo della Lehman Brothers, la quarta maggiore banca d’investimento e i guai finanziari di un gran numero di giganti di Wall Street.



Le ripercussioni [di ciò] si sono sviluppate in una recessione piena, che minaccia le finanze personali con la caduta dei prezzi delle case, la riduzione dei fondi pensionistici e con lo svanire dell’accesso al credito e del lavoro.

La recessione, la crescita del governo e l’esplosione della spesa federale fanno infuriare molti Americani.

“Il governo degli Stati Uniti ha perso la sua autorità morale”, dice Naylor.

Venticinque stati hanno approvato leggi che impediscono l’attuazione del Real ID Act del 2005, che impone norme federali per le carte d’identità.

Inoltre 13 stati hanno legalizzato la marijuana per uso medico, contravvenendo ai regolamenti federali antidroga.

Con il crescere delle tensioni sulla riforma del servizio sanitario, 15 stati stanno facendo pressione per delle leggi che li esenterebbero dai regolamenti del servizio sanitario federale.

Il Montana e il Tennessee hanno persino approvato leggi che esentano dai regolamenti federali le armi e le munizioni prodotte in questi stati.

La secessione

Alcuni sostengono che la secessione sia la cura per il problema dell’America.

“Si parla più al giorno d’oggi di annullamento (l’invalidazione delle leggi federali) e di secessione… che in qualsiasi altro momento dal 1865”, ha detto Kirkpatrick Sale, che è a capo del Middlebury Institute, con sede nella Carolina del Sud, che studia il separatismo, la secessione e l’autodeterminazione.

Sale sostiene che ci siano gruppi secessionisti attivi in almeno 10 stati americani, compresi il Vermont, lo Stato di Hawaii, l’Alaska, il Texas e il Porto Rico.

“La secessione è la nostra unica risposta perché il nostro governo federale è in frantumi e non può essere riparato nell’attuale sistema politico” concorda Dave Mundy, un portavoce del Movimento Nazionalista del Texas.

Gli Stati Uniti sono una repubblica costituzionale federale composta da cinquanta stati e da un distretto federale.

Sono stati fondati il 4 luglio 1776 da tredici colonie inglesi che hanno sconfitto la Gran Bretagna nella guerra d’indipendenza americana.

Ma il Texas è stata una repubblica indipendente dal 1836 al 1845, e il Vermont lo è stato dal 1777 al 1791.

Il Texas si è poi distaccato nel 1861, entrando a far parte degli stati confederati d’America insieme ad altri 10 stati meridionali.

Poco dopo è scoppiata la guerra civile e quattro anni dopo è stata ripristinata l’unione.

J.R. Labbe, capo redattore del quotidiano Fort Worth Star-Telegram dubita che i secessionisti possano guadagnare terreno.

“[Sono] la voce di una minoranza il cui momento è arrivato per un’unica ragione: la tecnologia” ha detto all’AFP.

“Le telecamere digitali che possono registrare immagini e commenti -- e i canali di informazione 24-7 che cercano sempre i filmati più stravaganti che si possono trovare -- gli hanno dato un pubblico molto più vasto di quanto loro stessi o il Texas meritino”.

Ne conviene anche Lyn Spillman, esperta di nazionalismo dell’università statunitense cattolica di Notre Dame.

“Considerati generalmente, i movimenti di secessione -- che sono piuttosto comuni nella storia americana -- rarissimamente hanno delle conseguenze politiche significative”.

Ma Sale controbatte che il crollo del dollaro e la collera per le guerre all’estero, in concomitanza con il disastroso cambiamento climatico provocato dal surriscaldamento globale, potrebbe spingere le comunità verso l’indipendenza energetica, idrica e alimentare.

“Una congiunzione di eventi nei prossimi anni potrebbe far aumentare le voci di una secessione”.

Fonte: www.islamonline.net

Cerca nel Blog

CERCA PER PAROLE CHIAVE - TAG

'Ndrangheta Affondamenti Afghanistan Africa Ambiente Arabia Saudita Argentina Articoli in lingua inglese Asia Australia Austria Azerbaigian Azerbaijan Bahrein Balcani Barack Obama Berlusconi Bielorussia Bilderberg Biomasse Birmania Bolivia Brasile Bulgaria Cambogia Canada Carfagna Caucaso Chavez Cina Colombia Congo Corea del Nord Corea del Sud Costa d'Avorio Croazia Cuba D'Alema Danimarca Default Disoccupazione Don Gelmini Drone Economia e finanza Ecuador Egitto Emirati Arabi Energie alternative Escort Europa Fidel Castro Filippine Finmeccanica Francia Gas Gasparri Gelmini Geopolitica - Politologia - Storia - Cultura Germania Ghana Gheddafi Giamaica Giappone Gramsci Grecia Guatemala Guerra Guinea Bissau H1N1 Haiti Hamas Honduras India Indonesia Inghilterra Inguscezia Iran Iraq Irlanda Irlanda del nord Islanda Israele Italia Karadzic Kazakistan Kenya Kim Il sung Kirghizistan Kosovo Kyoto Lavoro Lega Nord Lettonia Libano Libia Madagascar Mafia Mediaset Medioriente Medveded Messico Moldova Mossad Musica Narcotraffico Nepal Nicaragua Niger Nigeria Nord America Nucleare Nuova Zelanda Odifreddi Olanda Ossezia del sud Paesi Baltici Pakistan Palestina Panama Paramilitari PdL Perù Petrolio Politica Polonia Portogallo Puglia Putin Razzismo Redazionale Regno Unito Rep.Ceca Romania Russia Sacra Corona Unita Salute San Marino Scienze e tecnologie Scuola e Università Senegal Serbia Sicilia Siria Slovenia Soda caustica Somalia Spagna Spionaggio Sri Lanka Stati Uniti Strategie Sud Africa Sud America Sud-est Asia Sudan Svezia Svizzera Taiwan Thailandia Transnistria Tremonti Tunisia Turchia Ucraina UE Uganda Ungheria Uruguay Vaticano Venezuela Video Vietnam Wall Street Yemen Zapatero Zimbabwe

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori