giovedì 15 ottobre 2009

La Slovenia è in ginocchio


Un'economia fortemente interconnessa con quelle dei paesi occidentali. E la crisi che sta colpendo duro. In una Slovenia ancora alla ricerca di ricette anticrisi il governo promette sovvenzioni, ma annuncia tagli e sacrifici. Si ipotizzano le elezioni anticipate
“Le elezioni anticipate, in questo momento, sarebbero il più efficace provvedimento anticrisi”. Questo il lapidario commento del leader dell’opposizione Janez Janša. Il governo Pahor del resto non può certo vantarsi dell’efficacia dei suoi provvedimenti.

La crisi in Slovenia s’era fatta sentire con un certo ritardo, ma era chiaro a tutti che sarebbe arrivata e che avrebbe colpito duro. L’economia del paese è, infatti, fortemente connessa con quella dei maggiori paesi occidentali. Molte imprese producono per importanti multinazionali e con il calo di quelle commesse ora rischiano di trovarsi in ginocchio.

Aziende in crisi, avvio delle procedure fallimentari, licenziamenti e liquidazioni sono oramai temi che riempiono le pagine dei giornali. Così dopo quasi cinque mesi sembra essersi conclusa l’agonia della Mura. Quello che era stato uno dei giganti dell’industria tessile jugoslava sperava nell’ennesima sovvenzione statale per poter tirare avanti. In passato era sempre andato così. Questa volta, però, i soldi non sono arrivati. Della società si salverà qualche comparto, ma ci sarà lavoro solo per circa 500 dipendenti dei complessivi 3200. Una vera e propria catastrofe per l’Oltremura, una delle regioni più povere del paese e con uno dei tassi di disoccupazione più alti.

Quando il tessile tirava, un lavoro in quell’azienda era una cosa ambita e soprattutto pareva un posto sicuro. Per esso si poteva anche rinunciare a proseguire gli studi. Molte sarte erano entrate alla Mura a soli 15 anni, dopo la scuola dell’obbligo, per un periodo di formazione, dopodiché arrivava l’assunzione vera e propria. Oggi però, dopo trent’anni passati sedute di fronte ad una macchina da cucire, sono costrette a reinventarsi un lavoro.

Il governo, per ora, ha promesso una serie di sovvenzioni alla regione. Per capire quale sarà la reale ricaduta, comunque, bisognerà attendere. Per gli ex dipendenti della Mura adesso non rimane che sperare nel sussidio di disoccupazione. Frattanto la Croce rossa della regione ha rapidamente esaurito i pacchi con le scorte alimentari, che distribuisce agli indigenti; mentre la Caritas si è offerta di aiutare i licenziati a pagare le bollette.

In ogni modo il paese è in piena emergenza occupazionale. Questa settimana i disoccupati dovrebbero superare le 100.000 unità. Il governo è alle prese con la stesura della finanziaria per il prossimo anno. L’intento è quello di evitare ammanchi troppo grossi. Nel 2010 è previsto un deficit del 5%, mentre nel 2011 dovrebbe essere del 4,1% del Pil. Comunque si supereranno i criteri imposti da Maastricht.

Nonostante la crisi la maggioranza ha pensato bene di ritoccare le paghe dei giudici. Si tratta di un consistente aumento in ottemperanza ad una sentenza della corte costituzionale. Troppo dicono dalle fila dell’opposizione e minacciano persino di sottoporre la questione ad un referendum.

Per il resto si taglia. L’esecutivo avrebbe voluto congelare le pensioni e sarebbe deciso a non rispettare il contratto di categoria del pubblico impiego. L’intenzione di non adeguare le pensioni al costo della vita, però, è stata “fieramente” osteggiata dal Partito dei pensionati (Desus). Per un attimo si è addirittura temuto che ci potesse essere una crisi di governo. Alla fine però il Desus è rimasto aggrappato alle poltrone nell’esecutivo e si è accontentato di un ritocco parziale. La cosa non ha mancato di far andare in bestia qualche associazione di pensionati e probabilmente anche qualche elettore del partito.

Intanto prosegue il “dialogo” con gli statali. Il governo sta dicendo a gran voce che non è possibile più rispettare l’accordo raggiunto solo lo scorso anno. Come al solito le intese in Slovenia non valgono nemmeno la carta su cui sono state scritte. Le condizioni- si dice- sarebbero cambiate e perciò sarebbero impensabili gli aumenti previsti. Gli impiegati pubblici, si rimarca a gran voce, devono condividere le sorti del resto del paese. Il ragionamento non fa una grinza se si dimentica che proprio gli statali rinunciarono in passato ad una serie di adeguamenti salariali. Bisognava fare dei sacrifici per far entrare la Slovenia nella zona Euro ed all’epoca i sindacati di categoria avevano accettato senza discutere troppo.

Questa volta il governo è arrivato persino ad ipotizzare che gli statali lavorassero un giorno al mese gratuitamente. Il provvedimento ricorda gli “auto contributi” di jugoslava memoria, quando i lavoratori più o meno “entusiasticamente” devolvevano parte del loro stipendio per opere di pubblica utilità.

La trattativa continua, ma il governo può contare su sindacati che sono tradizionalmente compiacenti, pronti al compromesso e poco inclini ad avviare un duro confronto. In ogni modo ora hanno timidamente chiesto l’aumento della paga minima. Si vorrebbe portarla dagli attuali 431 euro netti a 600.

Non si è fatta attendere la risposta della Camera di commercio che ha subito dipinto scenari catastrofici e ha parlato di consistenti perdite di posti di lavoro. Del resto i manager sono stati costretti a “pesanti” sacrifici. L’esecutivo, infatti, non senza un certo piglio populista, ha imposto limitazioni alle retribuzioni dei dirigenti delle imprese a partecipazione statale. Ora la Slovenia è uno dei paesi europei con una delle minori differenze tra gli stipendi minimi e quelli massimi.

Intanto continua la lotta contro i cosiddetti tycoon. I cittadini hanno potuto vedere come l’ex magnate della birra Bosko Šrot e l’ex primo uomo dell’Istrabenz, Igor Bavčar venivano tradotti al commissariato per essere interrogati dagli inquirenti. Bisognerà vedere poi se contro i due verrà anche formalmente elevata qualche accusa o se si è trattato solo di un ben orchestrato spettacolo dal titolo “mal comune mezzo gaudio”.

di Stefano Lusa
Link: OsservatorioBalcani.org

Italia tra corporazioni e regole medievali


In Italia il nepotismo è un dato di fatto, non un’opinione“: è tranchant il giudizio di Michele Ainis, che sul Sole 24 Ore di pochi giorni fa non lasciava dubbi su come la pensi lui in materia.

Ainis cita una rilevazione Censis del 2006, secondo cui ben il 61% degli italiani considera i soldi di famiglia e le conoscenze del padre più importanti del merito per farsi largo nella vita.

Solo tre anni fa, dunque, la “meritofobia” spopolava ancora nel Belpaese… difficile che in diciotto mesi si sia verificato il miracolo!

Ainis aggiunge dati su dati: il 17,5% dei notai italiani è figlio di notai; passano di padre in figlio ben 66mila aziende l’anno (siamo un Paese talmente a capitalismo famigliare che -nel mondo- la metà delle aziende più longeve e “made in mura domestiche” sono italiane, con relativi sindacati di riferimento); fu nel Belpaese che si riuscì a scrivere una legge secondo la quale l’erede del farmacista (ancorché privo di qualsiasi titolo) aveva diritto di gestire la farmacia dopo il decesso del legittimo titolare; sempre in Italia la Banca Nazionale lascia a vedova/figli del “fu” dipendente un bel posticino (e quante banche sostituiscono i dipendenti con i loro figli… per concorso?).

E via di questo passo, con tanti altri esempi che Ainis si diverte -con amarezza- a snocciolare: non da ultimo il Festival del Cinema di Roma, una parata di “figli di”, impegnati a produrre film nei più svariati ruoli, dalla regia alla recitazione, dalla sceneggiatura al trucco.

C’è chi dice e sostiene -con orgoglio- che il passaggio generazionale garantisca un analogo passaggio di patrimonio di conoscenze. Tutto vero, se non fosse che dietro questa foglia di fico si nasconde in realtà un medioevale e strutturatissimo sistema di autoprotezione delle caste e delle corporazioni. Sarà un caso che la mobilità sociale in Italia è ridicola (dati Bankitalia alla mano)? Anche perché non si è mai capito quale diavolo di “sapere” -solo per fare un esempio- possa apportare il figlio scemo di un notaio… non è forse meglio fare spazio ex-novo a un giovane brillante, ma non raccomandato e “figlio di”? (Diverso discorso meriterebbe l’insostenibile pesantezza -in termini di portafoglio- della casta dei notai, ma non è questa la sede…)

Ainis lancia a questo punto una proposta-choc, che mi vede assolutamente d’accordo. In sintesi: arrivati a questa situazione di marciume, a questo punto di non ritorno, da cui possiamo “ritornare” -aggiungo io- solo più poveri di prima, perché non introduciamo la seguente regola: in qualsiasi concorso, il “figlio di” dovrà dimostrare di essere più bravo degli altri. Se al tuo concorrente basta 100 per passare l’esame da avvocato, notaio, magistrato, ricercatore, professore… tu che hai la “(s)fortuna” di essere figlio/a di cotanto padre dovrai arrivare a 120. Ainis evita di arrivare all’assurdo di proibire espressamente alla prole di seguire le orme del padre (anche se la tentazione -applicata al caso italiano- sarebbe forte), ma lancia a mio avviso la giusta provocazione.

Siamo arrivati all’eccesso, ci troviamo in una situazione che ha aggravato tutti i mali endemici derivanti dal nepotismo all’italiana. Serve una cura altrettanto forte. Rilancio su questo blog la provocazione di Ainis, sperando che venga raccolta ed entri nel dibattito pubblico.

Tuttavia -ahimé- la piaga del nepotismo non è la sola, in questo Paese alla deriva: pochi giorni fa l’edizione milanese de La Repubblica segnalava con un certo sbigottimento come i professori settantenni dell’Università Statale del capoluogo lombardo non volessero proprio sentir parlare di pensione.

Sono ordinari di fama, appartenenti soprattutto alle Facoltà di Medicina e Giurisprudenza: sono pronti ormai a godere dei loro munifici risparmi di una vita… ma vogliono continuare ad esercitare il potere. Il prorettore Dario Cassati è esplicito: “Nel biennio questi professori costeranno all’università 31 milioni e 300mila euro in stipendi. Una cifra importante che -se risparmiata- permetterebbe di assumere decine di giovani ricercatori ed eviterebbe di dover fare tagli alla ricerca”. Che facciamo, care auguste mummie che dai vostri scranni osservate con deferenza le nuove generazioni affacciarsi alla vita… chiamiamo la forza pubblica?

Un’ultima considerazione, in un Paese che soffre sempre più di un rovesciamento della realtà dei fatti: ieri il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha definito l’Italia come un Paese “nella normalità europea” per le sue anomalie nei conti pubblici. Insomma, che alle prossime generazioni lasceremo un rapporto debito/pil pari al 120%, indebitandole fin dalla culla, è qualcosa quasi di dovuto… mi pare di capire.

Questi sì che sono politici che guardano al futuro. Il suo collega al Welfare Maurizio Sacconi, invece, ha mostrato con orgoglio il dato sulla disoccupazione italiano: 7,4%, con altri 378mila posti di lavoro persi. Magari -è vero- facciamo meglio di altri Paesi europei, ma la domanda successiva è: a parità di perdita del posto di lavoro, qual è la differenza tra un giovane italiano e un giovane francese? O svedese? Magari -ipotizziamo- sussidi più alti (non quelli ridicoli stanziati dal Governo italiano per far fronte alla crisi)… magari una maggiore flessibilità all’atto della ricerca di un nuovo lavoro – qualificato? A queste domande dovrebbe rispondere Sacconi. Il quale invece da tempo ripete che i giovani del Belpaese devono imparare ad accettare qualsiasi lavoro, non accorgendosi che questo “sport” -i tapini- lo praticano già da anni.

Peccato però che i suddetti giovani proprio scemi non siano: secondo un recentissimo sondaggio, realizzato per il convegno italo-britannico di Pontignano, il 63% dei 18-35enni italiani intervistati afferma che ci troviamo ancora nell’occhio del ciclone della crisi. Per il 16% il peggio deve ancora venire (contro il 7% dei britannici). Il 19% degli italiani (contro l’8% dei britannici) aggiunge di aver già subito notevolmente gli effetti della crisi, mentre il 63% dei giovani del Belpaese (contro solo il 47% dei coetanei britannici) sostiene di guardare al futuro con apprensione. I “nostri” hanno anche più paura di perdere il lavoro (59 a 41), mentre alla domanda “Il tuo Paese ha agito bene sulla crisi?”, il 54% degli italiani afferma di no, che le misure sono state “sbagliate e insufficienti”, contro il 45% degli inglesi. C’è di che riflettere, vero?

Fonte: fugadeitalenti.wordpress.com.

Il fiato corto del benessere capitalista


Mario Draghi dice che dobbiamo andare in pensione dopo.

La medicina ci fa vivere più a lungo, mentre la tecnologia fa in modo che il nostro corpo si usuri di meno. I bambini nati oggi vivranno almeno fino a cento anni. Stando così le cose, potremmo finalmente avere la possibilità di smettere di lavorare quando ancora siamo in ottima forma e abbiamo ancora trenta o quarant’anni di perfetta salute. Potremmo finalmente goderci la vita. Invece Draghi dice che, siccome la vita si allunga, allora bisogna lavorare di più.

A questo punto è evidente che il fine di ciò che comunemente viene chiamato progresso non è il benessere. Diecimila anni fa la vita durava cinque volte di meno, ma si vedevano un numero di tramonti infinitamente superiore: perfino uno al giorno, volendo. L’acqua dei fiumi si poteva bere e il cielo era una tela azzurra senza scie bianche. Si potevano raccogliere i funghi senza tesserino, si poteva girare il mondo senza respingimenti alle frontiere - Maroni non era ancora nato – e c’era sempre qualcosa di utile da fare e da poter offrire in cambio di cibo, cure e protezione. Non serviva niente di più e niente di meno.

Cos’abbiamo ottenuto diecimila anni dopo? I nostri figli vivranno cento anni ma lavoreranno fino a novantanove. La fatica stessa sarà scissa dalle finalità di produzione cui è applicata, cosicché un uomo sarà il corrispondente di un cavallo vapore nel cilindro di un motore a scoppio. I fiumi attraverseranno le nostre città come vene varicose dalle pareti incrostate di colesterolo, come tubi di scarico mefitici e velenosi, come intestini che veicolano liquami e composti chimici. Il cielo somiglierà sempre di più al filtro di un’aspirapolvere dopo l’utilizzo di una domestica eccessivamente zelante. L’atmosfera diverrà calda, maleodorante e irrespirabile come l’aria intrappolata sotto alle coperte quando la pancia vi riversa il suo fiato nauseabondo. Le case diverranno sempre più piccole, le camere più claustrofobiche, gli schermi che proiettano una vita immaginaria sempre più larghi, la fantasia sempre più fervida per soddisfare il richiamo ancestrale verso un mondo primordiale fatto di atavici istinti di cui si sono persi ricordo e significato.

Non stiamo aumentando la durata della vita, ma quella della morte.

Come le galline in una batteria di polli, che devono solo essere spremute fino all’ultimo uovo. Come i bovini in un allevamento di carni da macello, che devono solo crescere fino a quando il cervello non verrà loro aspirato. Come le pecore, che devono solo essere tosate fino all’ultima ciocca di vello.

Così noi… che per Draghi dobbiamo solo lavorare, fino all’ultima rata del mutuo.

Fonte: www.byoblu.com
Link: http://www.byoblu.com/post/2009/10/14/Fino-allultima-rata.aspx

Il pericoloso conflitto dello Yemen


L'operazione Terra Bruciata, che l'esercito dello Yemen ha lanciato due mesi fa nel governatorato di Saada, nello Yemen settentrionale, non conosce soste. ''Fino a questo momento sono 100 i miliziani ribelli eliminati e 280 quelli feriti'', ha fatto sapere il comando delle forze speciali in un comunicato diffuso ieri. Sono così almeno 500 le vittime del conflitto iniziato nel 2004.''I terroristi e altri soggetti pericolosi sono penetrati la notte tra il 9 e il 10 ottobre nell'area tra le caserme militari e le postazioni di sicurezza nella provincia di Saada. La risposta dell'esercito è stata pronta'', comunica il comando delle truppe d'elite del governo dello Yemen, fedeli al presidente Ali Abdullah Saleh, che le gestisce come una sorta di milizia personale, addestrata da esperti degli Stati Uniti. L'amministrazione di Washington ha un occhio di riguardo per Saleh, visto come un baluardo contro la diffusione dell'integralismo islamico nella regione che è strategicamente molto importante e ha dato i natali a Osama bin Laden.

In particolare gli Usa hanno cominciato a sostenere, con fondi e logistica militare, il governo dello Yemen dopo l'attacco contro la Uss Cole, il 12 ottobre 2000, quando un motoscafo si lanciò a tutta velocità contro l'imbarcazione della marina militare Usa ancorata nel porto di Aden uccidendo 17 marinai statunitensi.
La questione dello Yemen settentrionale è legata alla setta dei seguaci dell'imam sciita al-Houti. Questo gruppo denuncia di essere discriminato nel Paese e, circa cinque anni fa, ha dato vita a una rivolta che secondo l'intelligence yemenita sarebbe sostenuta dall'Iran.

Ieri la magistratura dello Yemen ha chiuso un ospedale nella capitale Sa'ana, finanziato da un'organizzazione non governativa iraniana e che era attivo da due anni in città. A riferirlo il network satellitare arabo al-Arabiya secondo cui, alla fine di un'inchiesta, sarebbe emerso che la struttura ospedaliera finanziava la guerriglia di al-Houti. Secondo fonti vicine ai magistrati che hanno seguito l'inchiesta, gli investigatori sarebbero venuti in possesso durante le perquisizioni di documenti inequivocabili che dimostrerebbero il transito di fondi dall'Iran all'ospedale e dall'ospedale ai ribelli. Non è la prima volta che il governo dello Yemen sostiene di avere prove della filiera di finanziamento dei seguaci di al-Houti, ma non ha mai reso pubblici questi documenti.
In soccorso del governo si è mosso anche l'imam sheikh Abdul Majid al-Zandani, leader dell'università religiosa della capitale yemenita. In un infuocato sermone ha attaccato Teheran, ritenendolo la causa dei mali del Paese. ''Vogliono esportare l'ideologia sciita con le armi'', ha tuonato al-Zandani, chiamando a raccolta gli altri stati sunniti per porre fine a queste ingerenze. L'Arabia Saudita, che secondo alcune fonti arabe ha fornito i suoi caccia bombardieri per colpire dall'alto i ribelli, ha smentito qualsiasi coinvolgimento nel conflitto, ma Riad e l'Egitto hanno sottolineato di sostenere Saleh.
Al punto che l'Arabia Saudita non ha neanche protestato per un incidente che, in altri casi, avrebbe creato una crisi diplomatica. Un caccia yemenita, impegnato in un inseguimento a un presunto gruppo di ribelli, ha sconfinato in territorio saudita e ha colpito, per errore, un ospedale ferendo leggermente due paramedici.

Il presidente yemenita ha deciso di schiacciare una volta per tutte la resistenza sciita, soprattutto adesso che è messo sotto pressione anche sul 'fronte meridionale', quello dei secessionisti del sud. Saleh è stato l'uomo forte, sul quale hanno puntato Usa e Arabia Saudita, per riportare lo Yemen all'unità e alla collaborazione con l'Occidente dopo la secessione degli anni Settanta ispirata ai principi del marxismo. Oggi le istanze secessioniste non sono più legate a motivi ideologici, ma a pragmatici motivi economici. I leader locali vogliono più autonomia dal governo centrale, soprattutto nel controllo del business del turismo.
Il 30 settembre Tareq al-Fadili, leader dei gruppi che chiedono la secessione dello Yemen meridionale o la concessione di una grande autonomia hanno organizzato una manifestazione nazionale, finita con la polizia che ha aperto il fuoco sui dimostranti uccidendone due e ferendone altri quaranta. La situazione si sta deteriorando, ma quella a nord è già drammatica: le agenzie dell'Onu parlano di 150mila profughi interni.
In un sito web ritenuto vicino ai ribelli, questa mattina, è stato postato un comunicato nel quale i dirigenti dei miliziani si dicono favorevoli all'apertura di un corridoio umanitario, sotto l'egida dell'Onu, in risposta all'appello lanciato nei giorni scorsi da John Holmes, il capo degli interventi umanitari delle Nazioni Unite. Manca il si del governo di Sa'ana, ma in passato tante tregue sono state rotte dopo poche ore.

di Christian Elia

Link: Peacereporter

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