lunedì 12 ottobre 2009

Cosa e chi fa muovere i poteri collegati agli Usa contro la politica estera italiana?


Uno dei primi “anti-berlusconiani” a parlare apertamente dell’interesse Usa ad attaccare il Governo Italiano a causa della troppa libertà che si sta prendendo in materia di politica energetica, è stato Paolo Guzzanti (1) che ha messo in risalto come le campagne sui giornali e i media internazionali (anche quelle sulle veline, le “escort” e via dicendo), siano chiaramente pilotate e ispirate dalla posizione ufficiale dell’amministrazione statunitense. Guzzanti cita anche l’ambasciatore americano in Italia Spogli che dice testualmente: “Non siamo certo noi americani che vogliamo vendere energia all’Italia, ma vogliamo un’Italia che non dipenda dalla Russia come una colonia e non vogliamo che la Russia incassi una somma di denaro di dimensioni mostruose, che poi Mosca converte direttamente in armamenti militari”.

È quindi sempre più chiara la preoccupazione di Washington per gli accordi che l’Italia sta portando avanti con Stati e regioni del pianeta che non piacciono agli Usa, in quanto rappresentano un potenziale freno all’odierna egemonia mondiale americana.

Queste preoccupazioni le ritroviamo nel documento dal quale sia Guzzanti, sia la “sinistra” anti-Berlusconi, sia tutti gli oppositori dell’odierna politica estera dello Stato Italiano, prendono le proprie opinioni (riguardo al corridoio energetico South Stream), ovvero il saggio titolato “Security Aspects of the South Stream Project”, ad opera dello Hudson Institute (2). Bisogna dire almeno due parole su questo istituto: classico think-thank conservatore americano, con l’obiettivo statutario di diffondere il libero mercato ed il capitalismo (ossia l’egemonia americana) in tutto il mondo, è finanziato dalle più grosse corporation Usa, come Monsanto, McDonald’s, Microsoft ecc.. Come succede spesso (nel caso per esempio di Freedom House o Reporters sans Frontières (3)) un gruppo di intellettuali capitalisti e liberisti, caratterizzato politicamente, orgogliosamente schierato per l’esportazione di democrazia e globalizzazione, è preso come una fonte di opinione super partes, anche - come detto - dalla sedicente sinistra.

Comunque sia, in questo documento già dall’incipit si capisce il cuore del problema: “South Stream è un progetto congiunto della russa Gazprom e l’italiana Eni per sviluppare un gasdotto che trasporti energia all’Europa”. Secondo lo Hudson Institute questo è un progetto che colpisce quello concorrente e sponsorizzato (controllato) dagli Usa chiamato “Nabucco”, perciò è sommamente negativo. Gli interessi di dominio sull’energia eurasiatica degli Stati Uniti verrebbero messi in pericolo e quindi si “consiglia” ai succubi alleati europei di combatterlo. Fino ad arrivare a proporre l’integrazione della politica energetica europea nella Nato, come sappiamo ‘alleanza’ militare attraverso la quale gli Usa impongono il proprio dominio in Europa ed oltre. Rimandiamo chi volesse conoscere queste opinioni (ripetiamo, di parte) alla lettura del report in questione, ma è interessante notare come in questo ci sia un paragrafo dedicato ai rapporti Russia-Italia, in cui si cita con fastidio la vicinanza dei due Stati con particolare riguardo all’amicizia di Berlusconi e Putin ed addirittura si avanza, in maniera volutamente confusa, il collegamento della morte della spia “anti-Putin” Litvinenko con i negoziati fra il Presidente russo e Romano Prodi, che aveva per primo iniziato la collaborazione per il South Stream e che secondo Litvinenko era un uomo del KGB.

Stessa identica posizione, guarda caso, di Paolo Guzzanti, che della Commissione d’inchiesta sul Dossier Mitrokhin, nel quale si indagava sui rapporti del KGB, fu Presidente e che per questo motivo collaborava proprio con Litvinenko.

Tutto ciò ci fa porre l’attenzione anche su altre affermazioni di Guzzanti: dopo aver accusato Prodi e Berlusconi di essere “russi”, definisce la stessa Russia un regime “fasciocomunista”, probabilmente per evocare un opposto del liberal-capitalismo, in altre parole l’egemonia anglo-americana che tanto piace a Guzzanti; dopodichè si lancia in ricostruzioni storiche piuttosto discutibili, sulla Seconda guerra mondiale eccetera, fino a citare l’affare Moro ed affermare come in realtà non erano gli Usa a temere Moro, che anzi appoggiavano. Questo ci porta a riflettere su come gli Stati Uniti siano dal 1945 presenti nella politica italiana, non da ultimo grazie alla minaccia delle più di 100 (cento) basi militari sul nostro territorio, e su come abbiano coltivato intere classi politiche; infatti se già dagli anni 70 la “sinistra” era su posizioni filo-americane (pensiamo che addirittura il Partito Comunista accettò la NATO e si allontanò dalla Russia Sovietica, ossia dal campo geopolitico “orientale” verso la sottomissione agli USA), oggi troviamo quella stessa sinistra e quegli stessi ex-“comunisti” in posizioni anti-comuniste, liberiste, ma soprattutto dichiaratamente filo-americane (questo nel Partito Democratico, ma anche negli altri partitini di tutta la “sinistra”). Addirittura, l’abbandono del Partito Comunista Italiano per trasformarlo nel Partito Democratico della Sinistra (PDS), avvenne senza dolore, e ciò conferma che la metamorfosi dei dirigenti e di molti militanti andava avanti da molto tempo. Tutto ciò venne formalizzato dopo il periodo di “Mani pulite”, che al di là degli avvisi di garanzia-spettacolo che dovevano soddisfare la voglia di “nuovo” e di ‘forca’ che alberga nel popolino, consistette in una plateale aggressione Usa al nostro Paese, sia nella sua classe politica, sia nella sua struttura profonda economica-finanziaria ereditata nelle sue linee essenziali dal (ufficialmente, per motivi di ‘etichetta’) deprecato Ventennio, sia nella sua società, che di lì in poi doveva incamminarsi verso il modello del melting pot.
È bene ricordare che dopo il “crollo dell’Urss” l’Italia veniva a perdere importanza geopolitica, quindi una classe dirigente abituata a giocare coi piedi in due staffe (per ricavare un minimo di sovranità) venne fatta a pezzi, consentendo così, grazie alla connivenza dei nuovi politici (al cui confronto gli Andreotti e i Craxi paiono dei giganti), la privatizzazione di vasti settori di importanza vitale (che ancora procede perché non tutti, al di là della facciata, sono d’accordo). Non è un caso che intorno a quegli anni sia avvenuta prima la nascita del citato PDS e, subito dopo, la trasformazione dell’MSI (già tentata a suo tempo con la “Destra Nazionale”) in Alleanza Nazionale: il Movimento Sociale Italiano, il partito del camaleontico Gianfranco Fini, che si è distinto nella storia d’Italia per essere collegato spesso ai progetti dei servizi segreti italiani e quindi americani; non c’è da stupirsi quindi se oggi Fini e la “sinistra” si ritrovino dalla stessa parte, dal momento che è la parte sostenuta dai loro padroni di sempre ovvero gli USA.

Se gli Stati Uniti non vedono di buon occhio le manovre di politica estera del Governo italiano, considerandole pericolose per la loro egemonia (in declino), ecco subito attivarsi in Italia quelli che da sempre sono collegati ai poteri anglo-americani... Checché ne pensino costoro, bisogna invece sostenere senza indugi la collaborazione con Stati che marciano, nelle diverse parti del pianeta, verso il conseguimento della propria sovranità, per la costituzione di un multipolarismo da contrapporre all’unipolarismo globalizzatore statunitense; multipolarismo che, a dispetto delle costruzioni ideologiche come quelle dello Hudson Institute, è già in cammino, come i sempre migliori rapporti fra Venezuela, Iran, Russia, Cina stanno a dimostrare, e come ha sottolineato proprio il Presidente del Venezuela Chavez affermando in Russia: “Il futuro spetta a Venezuela, Siria, Bielorussia, Iran, Italia e Russia”, confermando con questo l’importanza che l’Italia può rivestire nel cambiamento degli equilibri in atto (4).

di Matteo Pistilli

Link: Cpeurasia

***

1) http://www.paologuzzanti.it/?p=1093

2) http://www.hudson.org/

3) http://www.cpeurasia.org/?read=29564

4) Degna d’interesse è la ‘passerella’ del presidente bolivariano al Festival del Cinema di Venezia, durante la quale ha rilasciato dichiarazioni di tenore opposto a quelle che, contemporaneamente, il nuovo ambasciatore americano Thorne dettava alla stampa ‘italiana’:http://www.cpeurasia.org/?read=33164 Quanto all’Italia va detto che il ‘banco di prova’ decisivo sarà il suo atteggiamento verso la questione del “nucleare iraniano”.

Oro o argento? Gli investimenti rifugio al tempo della crisi


Mentre l’oro occupa le prime pagine dei giornali battendo record dopo record, l’argento continua silenziosamente a salire in modo ancora più spettacolare.

Venerdì 9 ottobre a New York ha chiuso a 17,71 dollari l’oncia, certamente lontano dal record di 20,57 dollari raggiunto nel marzo del 2008, ma molto meglio rispetto agli 11,19 dollari del gennaio scorso. Sono cifre che possono sembrare poca cosa rispetto ai 1.062 dollari all’oncia raggiunti dall’oro. Ma se l’oro è aumentato di circa il 30 per cento dall’inizio dell’anno, il prezzo dell’argento è aumentato del 60 per cento nello stesso periodo di tempo.

Ci sono almeno due spiegazioni. Prima di tutto è indubbiamente un metallo prezioso e rappresenta un rifugio sicuro per chi vuole investire al sicuro dagli scossoni dei mercati. In questo senso, è cresciuto insieme all’oro, mentre il dollaro si indeboliva e crescevano i timori di una crescita dell’inflazione.

Inoltre il metallo grigio, che da sempre ha praticamente il monopolio nel conio delle monete e nel tempo si è affermato come standard monetario, è anche un metallo industriale, anche se dalle alterne fortune. Le sue caratteristiche lo hanno reso utile come battericida nei tessuti usati per rivestire le poltrone degli aerei, dei treni o delle auto ed è anche presente in alcune mascherine antivirus. Queste doti “tecnologiche” gli permettono di compensare il declino inesorabile del suo uso per produrre pellicole fotografiche, relegate nei musei dalle fotocamere digitali, e bigiotteria.

Quanto durerà la sua ascesa? Non si sa, visto che sono in molti a prevedere un calo delle materie prime.

-Alain Faujas, Le Monde


Economisti studiate la storia...e non fate omissioni


In un pezzo tradotto dal Sole 24 ore Bradford De Long accusa sostanzialmente i macroeconomisti di non conoscere la storia dell’economia moderna, che è costellata di bolle speculative seguite da recessioni.

«Se chiedeste a uno storico di economia moderna come il sottoscritto perché il mondo si trova attualmente nella morsa di una crisi finanziaria e di una grave flessione economica, vi direbbe che questo è soltanto l'ultimo episodio in ordine di tempo di una lunga sfilza di bolle, crack, crisi e recessioni simili risalenti quanto meno alla bolla dei primi anni Venti dell'Ottocento dovuta alla costruzione di canali, il fallimento nel 1825-1826 di Pole, Thornton & Co, e alla successiva prima recessione industriale in Gran Bretagna. Abbiamo assistito al medesimo fenomeno anche in altri momenti della storia, nel 1870, nel 1890, nel 1929, e nel 2000. »

De Long va avanti e sottolinea che

«Per qualche motivo, i prezzi degli asset vanno fuori controllo e salgono a livelli insostenibili. Talvolta ciò è da imputare agli scadenti controlli interni alle società che remunerano in maniera spropositata i propri dipendenti per correre dei rischi. Altre volte causa di tutto sono le garanzie governative. Infine, altre volte ancora ogni cosa è semplicemente da ricondurre a una lunga serie di avvenimenti propizi che lascia che il mercato cada in preda a un ottimismo per nulla realistico.
Poi, però, arriva il tracollo, e quando ciò accade crolla di conseguenza anche la ritenzione del rischio: tutti sanno che si verificano immense perdite negli asset finanziari di cui non si è consapevoli, ma nessuno ha la più pallida idea di dove siano. Al crollo fa seguito una vera e propria fuga per la salvezza, seguita a sua volta da una brusca caduta nella velocità della circolazione monetaria, a mano a mano che gli investitori accumulano contanti. E questa caduta nella velocità della circolazione monetaria provoca una recessione
»

Scadenti controlli, remunerazione eccessiva, garanzie governative, avvenimenti propizi che fanno sì che il mercato cada in preda ad un ottimismo non realistico… investitori che tesaurizzano moneta e provocano la recessione. Non manca qualcosa a questa storia?

Nel resto dell’articolo la critica di De Long colpisce i macroeconomisti mainstream ed è tutto sommato condivisibile ma vorrei sfruttare l’appello di De Long ad

«ascoltare e imparare da Dick Sylla la storia del salvataggio bancario di Alexander Hamilton del 1825; da Charlie Calomiris la storia di Overend, la crisi Gurney; da Michael Bordo la storia della prima bancarotta dei fratelli Baring; e da Barry Eichengreen, Christy Romer, e Ben Bernanke la storia della Grande depressione»

Proviamo però ad ascoltare la storia da un punto di vista diverso, che riesce a trovare un fattore comune a tutte queste sequenze di boom e bust.

Il panico del 1819

Per questa crisi, la prima negli Stati Uniti dovuta al fenomeno del ciclo economico , il nostro storico di riferimento è Murray Rothbardcon il suo libro “The panic of 1819”.

Il panico del 1819 è stato la prima grande crisi economica degli Stati Uniti. Per la prima nella storia americana c’è stata una crisi di portata nazionale che non poteva essere semplicemente e direttamente attribuita a specifiche dislocazioni oppure a restrizioni come carestie o embarghi.

Rothbard ci racconta che questa crisi nacque come conseguenza dei provvedimenti presi durante la guerra del 1812, in cui il governo degli Stati Uniti si indebitò largamente per finanziare il conflitto. Questa grande richiesta di fondi fu soddisfatta dal sistema bancario che ne approfittò per emettere nuove banconote le quali però non erano garantite da nessun deposito di oro. Quando i possessori di banconote chiesero di convertire i propri pezzi di carta in moneta sonante questo provocò una crisi bancaria ed il governo autorizzò le banche a sospendere i pagamenti (ovvero a potersi rifiutare di convertire le banconote in oro).

Liberate dalla costrizione di mantenere una riserva aurea, le banche furono in grado di espandere ancora di più le loro emissioni di moneta cartacea, dando vita ad un boom creditizio. Quando nel 1816-1817 la situazione sembrava precipitare, il Congresso autorizzò la creazione di una banca nazionale (la Second Bank of United States) che aveva l’incarico di creare banconote garantite da riserva aurea e fornire al paese una moneta sana. In realtà questa banca nazionale, antenata della Fed, non fece altro che unirsi al coroinflazionista.

Dove finirono tutti questi soldi? Nel mercato immobiliare e ….. nel Mercato Azionario di Wall Street, che nasceva ufficialmente proprio nel 1817, nel bel mezzo della bolla speculativa!

Dopo il boom seguì la recessione, non ci fu nessun New Deal, nessuna Grande Depressione, il governo non fece nulla e nel 1821, liquidati i cattivi investimenti, l’economia ripartì.

Il fallimento di Pole, Thornton & Co - 1825

Ci spostiamo ora in Inghilterra dove durante le guerre napoleoniche, per finanziare le enormi spese del conflitto, era stato abbandonato il gold standard e la Bank of England aveva potuto inflazionare a suo piacimento la moneta, tra il 1797 ed il 1821. Il ritorno al gold standard fu drastico perché l’intenzione era quella di ritornare al livello di parità tra sterlina ed oro che esisteva prima della guerra ma nel 1823 l’economia sembrava essersi rimessa in sesto. A questo punto, racconta Rothbard in “History of Economic Thought: Classical Economics”:

«L’espansione creditizia attuata dalla Bank of England fece da apripista in questo nuovo boom inflazionario, aumentando il totale di crediti concessi da 17,5 milioni di sterline nell’Agosto 1823 a 25,1 milioni di sterline due anni dopo, un enorme incremento del 43% o del 21,7% annuale. Gran parte del boom monetario e creditizio venne alla luce tramite investimenti in azioni altamente speculative di imprese minerarie in America Latina. [..] Entro la fine del 1824 i cambi internazionali divennero sfavorevoli e l’oro iniziò a defluire all’estero; entro l’anno seguente, i Britannici iniziarono a domandare oro dalle loro banche in maniera crescente. [..] Seguirono le corse agli sportelli ed il panico. [..] Pole, Thornton & Co. Andò sotto, nonostante il tentativo di salvataggio all’ultimo minuto tentato dalla Bank of England

Altro boom inflazionistico, altra recessione.

Il panico del 1837

Torniamo agli Stati Uniti dove la Second Bank of the United States non doveva aver imparato la lezione perché, come racconta Rothbard in “History of money and banking in the United States

«L’inflazione dei prezzi iniziò nei primi anni ’30 quando i prezzi all’ingrosso raggiunsero un livello di 82 nel Luglio 1830 per poi salire del 20,7% in tre anni e raggiungere un livello di 99 nell’autunno del 1833. La ragione di questa crescita è semplice: l’offerta di moneta era cresciuta da 109 milioni di dollari nel 1830 a 159 milioni nel 1833, un incremento del 45,9% o del 15,3% annuo. [..] Senza dubbio l’espansione monetaria fu condotta dalla Second Bank of United States che aumentò le sue banconote e depositi da 29 milioni di dollari a 42,1 milioni, una crescita del 45,2 per cento. »

In questi anni, intanto, si consuma la lotta tra il Presidente Jackson ed il banchiere Nicholas Biddle, che risulta in un progressivo svuotamento dei privilegi della Second Bank sino alla sua sparizione qualche anno più tardi. I prezzi, che nel frattempo erano calati, dopo il 1834 tornarono a salire:

«i prezzi all’ingrosso salirono da un livello di 84 nell’Aprile del 1834 a 131 nel Febbraio del 1837, un notevole incremento del 52% in poco meno di tre anni. »

Questo avvenne forse perché le banche, liberate dal “freno” della Second Bank of United States, iniziarono a creare moneta creditizia oltre ogni limite, come racconta la storia “ufficiale”? Scrive Rothbard che:

«Non c’è dubbio che l’inflazione dei prezzi fu dovuta alla rimarchevole inflazione monetaria di quegli anni. Infatti il totale dell’offerta di moneta salì da 150 milioni di dollari all’inizio del 1833 sino a 267 milioni all’inizio del 1837, uno spettacolare aumento dell’84%, o del 21% annuo»

Ma questo non avvenne perché le banche crearono credito addizionale sul denaro esistente: infatti il loro coefficiente di riserva non scese mai sotto il 16%, ovvero il livello che avevano mantenuto anche durante l’esistenza della Second Bank. Ciò che avvenne è che:

«A partire dal 1833, il totale di denaro contante (moneta metallica) nel paese si incrementò da 31 milioni di dollari a 73 milioni all’inizio del 1837, per una crescita del 141,9% o del 35,5% annuo. Quindi, anche se una crescente sfiducia nei confronti delle banche indusse il pubblico a ritirare parte del denaro dai loro conti, [..] le banche furono comunque in grado di aumentare le loro note ed i loro depositi allo stesso tasso in cui il denaro affluiva nelle loro casse».

.Le cause di questo afflusso di metallo furono «per prima cosa un largo flusso in ingresso di argento dal Messico ed inoltre un netto taglio delle usuali esportazioni di argento in Oriente».

Come spiega Rothbard:

«La vera causa [del flusso di argento negli Stati Uniti] fu l’inflazione monetaria in Messico causata dal regime di Santa Anna, che finanziò il suo deficit coniando monete di rame svilite. Poiché queste ultime erano molto sopravvalutate e le monete d’oro e d’argento, al contrario, erano sottovalutate (a causa del cambio fisso che non era stato cambiato), queste ultime sparirono velocemente via dal Messico fino a sparire. L’argento, ovviamente, e non l’oro, stava finendo negli Stati Uniti durante questo periodo. Quando il governo messicano fu obbligato nel 1837 a cambiare il tasso di cambio ad un livello appropriato, il flusso d’argento messicano in entrata negli Stati Uniti cessò».

Quando nel 1837 giunse il crollo, William Leggett osservò:

«Chiunque abbia osservato in modo obiettivo il corso degli eventi degli ultimi tre anni avrebbe potuto prevedere lo stato delle cose che si è verificato ora… Avrebbe visto che le banche .. avevano cercato con tutti i loro sforzi, ognuna emulando le altre, di forzare le loro banconote in circolazione, ed inondare la terra con i loro sostituti monetari. Avrebbe visto che esse hanno cercato con ogni atto di seduzione di convincere la gente ad accettare il loro supposto aiuto; tanto che in questo modo hanno gradatamente eccitato una sete di speculazione [..] che si è evoluta in febbre e la gente, come in preda ad un’epidemia o una mania del momento, si imbarcò in ogni sorta di avventura disperata. Scavarono canali dove nessun commerciò richiedeva mezzi di trasporto; aprirono strade dove nessun viaggiatore intendeva andare; costruirono città dove nessuno desiderava vivere»

Allora De Long, che cosa ci insegna la storia delle bolle speculative? Qual è il fattore che le accomuna tutte?

di Ashoka

Link: Ashoka's Corner

Il Patto di Stabilità e la codardia di Tremonti


La Commissione Europea ha aperto una procedura per disavanzo eccessivo contro l'Italia. Certo, siamo in buona compagnia: sono venti gli Stati membri che non hanno rispettato le regole comunitarie sul bilancio. Ma il nostro caso nasconde un doppio paradosso. Imputabile essenzialmente al fatto che la manovra triennale avviata nel 2008 è stata particolarmente attenta a vincoli europei ormai del tutto anacronistici di fronte alla crisi. Senza affrontare i problemi strutturali del paese. Intanto, neanche i conti pubblici sono a posto. La vera manovra triennale sarà la prossima?

Il Patto questa volta è davvero stupido. C’è dell’accanimento ragionieristico nella scelta della Commissione Europea di aprire procedure per disavanzo eccessivo nei confronti di 20 (su 27) stati membri. Mercoledì è stata la volta dell’Italia in compagnia di Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Germania, Olanda, Portogallo, Slovenia e Slovacchia. L’avvio della procedura serve a infliggere una sanzione politica, segnalando all’opinione pubblica governi che non rispettano le regole comuni. Ma quando sono tutti a violare le regole, la sanzione diventa un semplice adempimento burocratico. Come chiedere a un’intera classe indisciplinata di andare dietro alla lavagna.

DOPPIO PARADOSSO

Eppure è importante cogliere il doppio paradosso che si cela dietro questa nuova procedura contro il nostro paese. La manovra di bilancio triennale di cui va orgoglioso il nostro ministro dell’Economia ha preso avvio nell’estate del 2008, gli stessi giorni in cui Bruxelles certificava il nostro rientro dal disavanzo eccessivo registrato sotto la precedente reggenza Tremonti in via XX Settembre. Paradossalmente, la nuova manovra triennale ci ha portato in una nuova procedura di disavanzo eccessivo. Indubbiamente molte delle responsabilità vanno alla crisi. Ma anche alla volontà di non adeguare la manovra triennale alla crisi stessa, facendo per lungo tempo finta che non ci fosse. Ecco il secondo paradosso: la procedura si apre nonostante il nostro ministro dell’Economia sia stato particolarmente attento a vincoli europei divenuti del tutto anacronistici di fronte alla crisi. Ai ragionieri di Bruxelles abbiamo risposto con le armi del ragiunatt. Invece di concentrare le poche risorse disponibili su uno o due al massimo provvedimenti significativi, orizzontali, di sicuro impatto come la riforma degliammortizzatori sociali o una significativa riduzione della tassazione sul lavoro, si è scelta la strada delle micro riallocazioni di bilancio a saldo pressoché invariato. Mille piccoli interventi per placare la lobby di turno, coperti da mille nuovi prelievi. Tutto rigorosamente una tantum. Al netto di tutte queste una tantum e del ciclo il disavanzo primario dell’Italia sarebbe non lontano dalla soglia fatidica del 3 per cento!
In altre parole, si è guardato ossessivamente al bilancio e non si è pensato a curare l’economia. È vero che non abbiamo avuto né fallimenti di grandi banche, né lo scoppio di bolle immobiliari. Ma i
problemi strutturalidell’Italia continuano a farci perdere posizioni. Secondo le stime del Fondo monetario internazionale, pure richiamate nell’audizione al Senato del ministro, l’Italia è destinata a essere superata anche da Grecia e Slovenia in termini di reddito pro capite a parità di potere d’acquisto. Sembrano lontani anni luce i tempi in cui si diceva che finché c’è la Grecia in Europa non saremo mai gli ultimi. Remoti anche i giorni in cui guardavamo con superiorità agli ex paesi socialisti. Ci stanno superando.
Si dirà: almeno i
conti pubblici sono rimasti sotto controllo e quando l’economia finalmente ripartirà saremo in grado di rientrare dal disavanzo senza bisogno di grandi manovre correttive. Non è vero. L’Europa dice che dovremo aggiustare il bilancio di 1 punto strutturale per i prossimi tre o quattro anni. Significa circa 15 miliardi annui di tagli di spesa o nuove tasse. Il rischio vero è che la vera manovra triennale sarà quella dei prossimi tre anni.

di Tito Boeri e Pietro Garibaldi

Link: laVoce.info

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