mercoledì 7 ottobre 2009

Il quotidiano Libero il maggiore beneficiario di soldi pubblici


Dopo le polemiche scaturite dall’ultima messa in onda di Annozero, il "Giornale" del neo-direttore Vittorio Feltri ha avviato una campagna, peraltro già promossa da Beppe Grillo nel suo blog in tempi non sospetti, che proponeva ai suoi lettori di disdire il canone Rai, ritenendo scandaloso finanziare con soldi pubblici quel tipo di giornalismo a suo giudizio schierato, che non sarebbe servizio pubblico.

Ieri però la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha terminato di pubblicare il resoconto dei finanziamenti pubblici ai quotidiani di cui alla legge 250/1990 e 388/2000. Le seguenti leggi prevedono i finanziamenti pubblici per quei giornali editi da cooperative, cooperative di giornalisti, fondazioni o enti morali oppure giornali di partito. Scorrendo la lista dei finanziamenti si scopre che Libero, per il 2007, totalizza una quota di finanziamento pari a 7.794.367,53 €, in assoluto, fra tutte le categorie previste, la maggiore. Segue L’Unità con circa 6 milioni e 300 mila euro, L’Avvenire, con 6 milioni e 100 mila euro. L’intera lista è disponibile sul sito della Presidenza del Consiglio.

Dall’elenco viene fuori qualcos’altro di interessante. Tolti i giornali di partito e quelli editi da cooperative di giornalisti, dei 137 beneficiari restanti, 103 sono riferibili a pubblicazioni cattoliche. La percentuale di stanziamento di cui godono le pubblicazioni cattoliche è del 67,7 %.

LEGGI LA LISTA DI TUTTI I GIORNALI FINANZIATI DALLO STATO

Fonte: Dazebao.org

Link: Dazebao


Assolto il gen.Speciale, trasportare spigole per una cena con aerei di Stato non è reato


Assolti perché il fatto non sussiste. L'ex comandante della Guardia di Finanza, generale Roberto Speciale, e l'ex comandante aeronavale della Gdf Ugo Baielli, sono stati assolti dalla seconda sezione penale del tribunale militare di Roma per la vicenda legata al volo dell'Atr-42 che nell'agosto 2005 partì da Pratica di Mare diretto in Trentino con un carico di spigole.

I reati contestati a vario titolo erano di peculato militare, concorso in forzata consegna, abuso nell'imbarco di passeggeri, in seguito alla famosa "festa in montagna" denunciata in un articolo di Carlo Bonini su Repubblica, corredato da un video. La Procura militare aprì un'inchiesta sul viaggio del comandante, della moglie e altre signore insieme al carico di dieci cassette di spigole e altro pesce a bordo dell'Atr-42 partito da Pratica di Mare e diretto al passo Rolle, in Trentino, in occasione di una cena. "Speciale - hanno riferito Antonio Maio e Andrea Longo, legali dell'ex comandante, ora parlamentare del Pdl - è stato assolto perché il fatto non sussiste". Per il pm Giovanni Barone, che aveva chiesto la condanna a tre anni per Speciale e a un anno e due mesi per Baielli, in questa vicenda sarebbero stati utilizzati uomini e mezzi delle Fiamme gialle per scopi personali, fermo restando il ruolo più marginale rivestito dal generale di brigata Baielli, oggi in pensione. Il pm, in udienza, aveva sottolineato che nel 2005 la Guardia di finanza aveva due soli aerei Atr-42, che dovevano pattugliare tutta Italia e, dunque, "se se ne usa uno per i fini privati del comandante generale si fa un danno anche alla funzionalità del corpo".

Pare che per la magistratura militare non sia così...in fondo per coprire l'intero territorio italiano è sufficiente un aereo...

Fonte: la Repubblica
Link: Speciale

Se la crisi tocca la famiglia di don Salvatore Ligresti


Un potere forte non parla. Non compila moduli. Non si rivolge alle competetenti autorità. Un potere forte non ha bisogno di fare polemiche. Insomma, per dirla in uno slogan, il potere forte non deve chiedere mai. E allora, se Salvatore Ligresti mette mano alla carte bollate per reclamare addirittura il commissariamento della giunta meneghina guidata da Letizia Moratti vuol dire che qualcosa si è spezzato nei delicati equilibri di un gruppo immobiliare abituato a fare il bello e il cattivo tempo a Milano. Se proprio Ligresti, che da un quarto di secolo rappresenta il potere forte per eccellenza nel capoluogo lombardo, non riesce a fare a meno di dare un segnale di insofferenza per i ritardi e le promesse sfumate dell'amministrazione pubblica, significa che la crisi finanziaria ha aperto crepe più profonde del previsto nei conti delle holding dell'ingegnere di Paternò.

Morale: non c'è più tempo da perdere. E non è solo questione di quelle aree nella periferia milanese finite al centro della contesa con la giunta Moratti. Aree su cui da almeno un ventennio Ligresti reclama il via libera a costruire. Il fatto è che il business del mattone è in sofferenza ovunque. I cantieri vanno a rilento. I progetti di sviluppo, grandi e piccoli, non partono o partono con ritardo. E Fondiaria Sai, il gioiello del gruppo, non è più la macchina da soldi di un tempo. Colpa della recessione, del calo del mercato della Rc auto, della crisi della Borsa che ha innescato una svalutazione pesantissima (solo in parte recuperata negli ultimi mesi) dei titoli in portafoglio. Il colosso assicurativo guidato da Fausto Marchionni ha chiuso il primo semestre dell'anno con soli 20 milioni di profitti contro i 200 e più macinati nello stesso periodo del 2008. Va ancora peggio per Premafin, la holding cassaforte che custodisce, tra l'altro, il pacchetto di controllo di Fondiaria. A giugno l'utile consolidato era striminzito più che mai: solo un milione di euro. E per il futuro, con i dividendi della compagnia assicurativa in prevedibile calo, le prospettive non sembrano proprio brillanti.C'è poco da fare, allora. Ligresti gioca in difesa. Gli immobili, causa crisi globale, rendono poco o nulla, e allora lui li sposta ai piani bassi del gruppo. Nell'arco di un anno case, terreni, progetti di sviluppo in carico alla galassia delle sue società di famiglia sono finiti in portafoglio alle compagnie quotate in Borsa, cioè Fondiaria e anche Milano assicurazioni. 'Riassetto strategico', recitano i comunicati ufficiali. "Serve ad accentrare la gestione per favorire la creazione di valore", spiegano i manager. Ma è un fatto che mentre il mercato vira al peggio la famiglia cede il controllo di asset immobiliari per centinaia di milioni a società partecipate da migliaia e migliaia di risparmiatori. Tutto legale, tutto regolare. Ci sono perizie, bolli, delibere di consigli di amministrazione. A ben guardare, però, tutta l'operazione sembra per molti aspetti tutt'altro che lineare. Talvolta gli immobili rimbalzano da una società all'altra con giri tortuosi. E tra un passaggio all'altro capita anche che il loro valore aumenti del 30, 40, 50 per cento. Nel ruolo di compratore spunta un fondo immobiliare che sembra costituito per l'occasione. E a dar man forte arriva una finanziaria con base in Lussemburgo.

Cominciamo dalla cronaca di questi giorni. Fondiaria ha appena annunciato di essere pronta a cedere buona parte del proprio portafoglio immobiliare. Valore dell'operazione: almeno cinquecento milioni di euro. Chi compra? Ancora non si sa, ma l'acquirente potrebbe essere un fondo immobiliare a cui parteciperebbe la stessa compagnia di assicurazioni insieme a investitori terzi. L'operazione è accompagnata dalle solite litanie sulla 'creazione di valore', ma dietro la cortina fumogena delle dichiarazioni ufficiali spunta un obiettivo concreto. Se il progetto andasse in porto Fondiaria riuscirebbe a sgravare almeno in parte il proprio bilancio dal peso di attività dal futuro quantomeno incerto. Non è finita. Basta fare un passo indietro per scoprire che quest'affare sarebbe l'ultimo atto di un triplice rimescolamento di carte cominciato nel 2005. A quell'epoca Fondiaria girò una parte del proprio patrimonio in case e terreni all'Immobiliare Lombarda quotata in Borsa. Tra le attività passate di mano c'era anche il progetto City Life, il quartiere supermorderno che dovrebbe sorgere a Milano nell'area della vecchia Fiera. Seconda tappa: nel 2008 Immobiliare Lombarda è stata assorbita da Fondiaria, che ne aveva ottenuto il controllo con l'operazione di tre anni prima. Così si è chiuso il cerchio: gli immobili partiti nel 2005 sono tornati alla base nel 2008 (terza tappa). E adesso quelle stesse attività potrebbero cambiare ancora indirizzo, magari parcheggiate in un fondo immobiliare. Quest'ultima soluzione è stata adottata con indubbi vantaggi anche dalla Imco, una società controllata per intero dalla famiglia Ligresti.

A fine 2007 il fondo Uno sviluppo ha comprato case e terreni messi in vendita da Imco, che ha così messo a segno un affarone: il prezzo di cessione, circa 127 milioni di euro, risulta superiore di oltre il 40 per cento a quello di bilancio. Domanda: chi c'è dietro Uno sviluppo? Tutto in famiglia: la società di gestione (Zero sgr) è amministrata, tra gli altri, anche da Luca De Ambrosis, il genero di Ligresti, e le quote del fondo risultano sottoscritte per la netta maggioranza da società del costruttore siciliano. L'unico investitore indipendente (almeno sulla carta) risponde al nome di Valadon, una finanziaria lussemburghese di cui non è noto il socio di controllo. Si conosce invece il nome dell'azionista di minoranza: la famiglia Ligresti.

L'ultima sorpresa risale a poche settimane fa. Ai primi di agosto anche la Milano assicurazioni (gruppo Fondiaria) ha investito nel fondo Uno sviluppo. Per farla breve, una società quotata in Borsa con migliaia di piccoli azionisti ha finito per investire sugli immobili ceduti dal proprio socio di maggioranza. Immobili nel frattempo ampiamente rivalutati. Forse questa operazione si rivelerà un affare per i risparmiatori. Per il momento va sottolineato che i profitti sono già stati intascati per intero dal socio di controllo.

Lo stesso schema è stato applicato in altre occasioni. A luglio Imco ha ceduto a Fondiaria un'area a Bruzzano, nella periferia milanese. Quel terreno, a bilancio, valeva 3,6 milioni. La compagnia acquirente ha pagato 13,4 milioni. La differenza è andata a gonfiare il conto economico del venditore. Nemmeno un anno prima (fine settembre 2008) la stessa Fondiaria si era invece scoperta un improvviso interesse per un nuovissimo albergo costruito a Varese dalla Imco sbancando un'intera collina in una delle zone più verdi della città. Il palazzo, ultimato giusto in tempo per i mondiali di ciclismo del 2008, valeva 57,7 milioni nel bilancio di Imco. Fondiaria per acquistarlo ne ha sborsati 62 più le tasse. È un'altra operazione infragruppo, come dicono gli analisti, chiusa a tutto vantaggio dell'azionista di controllo. L'hotel varesino è gestito dalla Atahotels che paga un affitto di tre milioni l'anno. Tutto in casa, anche qui. Perché Atahotels, che era dei Ligresti, è stata appena comprata per venticinque milioni da Fondiaria. È una scommessa sul futuro. Negli ultimi due anni la catena alberghiera ha sempre viaggiato in perdita e in tempi di recessione non sarà facile invertire la rotta.

Tra uno scambio e l'altro può succedere che un affare vada storto. Qualche mese fa, per esempio, i Ligresti erano pronti a cedere a Fondiaria un'altra azienda di famiglia: l'Agricola Cesarina, proprietaria di una tenuta non lontano da Roma. L'Isvap, organo di controllo sulle imprese assicurative, ha però bloccato tutto. Niente paura. A metà giugno è stata riconvocata l'assemblea dell'Agricola Cesarina. All'ordine del giorno c'era l'approvazione del bilancio 2008 riveduto e corretto. A quanto pare i manager dei Ligresti si sono accorti che la società poteva sfruttare il decreto anticrisi varato dal governo a fine 2008. La legge prevede la possibilità di rivalutare i beni strumentali. Et voilà. Il valore degli asset dell'Agricola Cesarina è cresciuto da dodici a ottanta milioni di euro. Guarda caso proprio la somma che era pronta a pagare Fondiaria.

di Vittorio Malaguti
Link: Espresso

Dossier nucleare iraniano, i possibili scenari futuri


Le ultime settimane hanno segnato delle svolte fondamentali nella gestione del dossier nucleare iraniano, di cui le prossime mosse, messe in campo da ogni parte, dovranno necessariamente tenere conto. Ripercorriamo ed analizziamo questi avvenimenti per capire quali possano essere i possibili scenari futuri.

Il 17 settembre Barack Obama ha annunciato quanto era stato meticolosamente preparato dalle diplomazie russo-americane in mesi di trattative: gli Usa rinunciano allo scudo missilistico in Europa orientale (Polonia e Cekia). "Il nuovo approccio" è basato sulla motivazione contingente che le capacità missilistiche iraniane sono risultate meno minacciose per i missili a lungo raggio mentre il pericolo aumenta per quelli a medio e corto raggio. Dunque un "adeguamento" del piano con nuove tecnologie, non una sua dismissione.
La Russia ha immediatamente accolto con soddisfazione l'inversione dell'Amministrazione Obama rispetto la dottrina Bush così come andata consolidandosi specialmente negli ultimi suoi due anni.
Mosca ha voluto smentire un patto segreto con gli Stati Uniti. «Alcuni media hanno detto che noi avremmo fatto un qualche accordo rispetto al sistema di difesa missilistico», ha affermato Andrei Nesterenko, portavoce del ministro degli Esteri russo. «Posso dire che questo non corrisponde alla nostra politica e al nostro approccio per la soluzione dei problemi, si tratta solo di congetture» (1).
Ma nonostante le smentite ufficiali, quali potrebbero essere i termini di questo negato "accordo" segreto?
Ovviamente le relazioni bilaterali Washington/Mosca si intrecciano con la questione iraniana. Prima di tutto perché i russi hanno fornito tecnologie agli iraniani ed hanno di fatto costruito il reattore di Busher, e sia perché il loro ruolo, più o meno di protezione a Teheran, è cruciale in seno all'atteggiamento che può assumere il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, e dunque la comunità internazionale, nel decidere sanzioni e pressioni.
Ma soprattutto, come si è cercato più approfonditamente di spiegare in precedenti analisi, a cui rimandiamo (2), differenti visioni sulla tattica geopolitica americana hanno prodotto due linee di azione contrapposte.
L'una si può far risalire alla commissione Baker-Hamilton e dunque al ministro della Difesa Gates, che sostituì Rumsfeld ed è stato riconfermato da Obama, ai "generali ribelli" coagulatisi attorno alla figura di Brent Scowcroft, o a figure influenti di area democratica come Zbigniew Brzezinski. Secondo tale impostazione, il pericolo maggiore per gli Usa rimane il blocco eurasiatico incentrato sulla Russia e sulla risorgente politica nazionale condotta da Vladimir Putin. In tal senso l'Iran dovrebbe essere traghettato verso il campo occidentale ed utilizzato come strumento di destabilizzazione verso la Russia.
Alternativamente, la politica neo-con sviluppatasi dall'11 settembre e che vede ancora forti influenze nel Dipartimento di Stato, anche per le pressioni in tale direzione delle lobbies filo-sioniste e il supporto di decani della politica americana come Henry Kissinger o George Schultz, vuole puntare allo scontro aperto con Teheran e per fare questo si preoccupa, più o meno strumentalmente, di allentare le tensioni e sviluppare un dialogo amichevole con la Russia.
Come si vede, se la strategia di fondo rimane la stessa, diversi sono gli approcci su come spezzare le alleanze avversarie e con chi sia maggiormente opportuno stringere le proprie di alleanze, magari anche solo momentanee.
L'abbandono del progetto di scudo missilistico significa una vittoria del partito pro-israeliano poiché prelude ad una recrudescenza dello scontro con Teheran. L' "accordo segreto" con Mosca potrebbe dunque riferirsi a molteplici aspetti. Ad esempio gettare una nuova luce sulla guerra russo-georgiana nell'agosto 2008, quando i consiglieri militari israeliani spinsero al disastro Mikhail Saakashvili e fornirono ai russi l'Ossezia su un piatto d'argento; oppure agli accordi commerciali sull'energia tra Russia, Germania e Italia, che pur provocando mal di pancia a Washington per l'affossamento del loro progetto Nabucco, sono stati gioco forza digeriti; si potrebbe fare riferimento allo stop della Nato nel suo allargamento verso oriente (Ucraina e proprio Georgia) sentito come vitale da Mosca o ai negoziati sulla riduzione dei rispettivi arsenali nucleari; inoltre potrebbe non essere "dietrologia" far rilevare che le componenti ebraiche dell'establishment russo stanno giocando un ruolo importante, con lo stesso presidente Medvedev e il capo di Gazprom Aleksei Miller, nonché fare riferimento ai buoni rapporti intessuti con Mosca dal "sovietico" e russofono ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman (è nato e cresciuto in Moldavia quando era parte integrante dell'Urss).

Il successivo capitolo è arrivato il 25 settembre a margine del G-20 di Pittsburg. Barack Obama, affiancato dal presidente francese Sarkozy e dal primo ministro britannico Gordon Brown, dichiarava al mondo che l'intelligence americana aveva scoperto un sito nucleare iraniano segreto presso la città santa di Qom, la prova dell'atteggiamento ingannevole del regime degli Ayatollah e della loro intenzione di volersi dotare dell'arma atomica. Seguiva una sorta di vibrante ultimatum all'Iran di cooperare o di affrontare inevitabili conseguenze: "La comunità internazionale non è stata mai così unita nella condanna, e gli Stati Uniti si difenderanno non escludendo alcuna opzione".
Altrettanto netta arrivava la risposta del presidente Ahmadinejad. Il sito di Qom non era affatto segreto poiché l'Agenzia atomica era stata appena informata della sua esistenza; il comportamento iraniano è stato sempre del tutto lineare e trasparente; il nuovo impianto ha scopi completamente pacifici, come gli altri. Piuttosto da parte iraniana si è rimarcata la provocazione statunitense, che da un lato apriva ai negoziati e dall'altro sembrava voler far fallire preventivamente i colloqui di Ginevra previsti da lì a meno di una settimana.
Come districarsi tra queste due posizioni contrapposte? L'intervento di un esperto autorevole e credibile, come Scott Ritter, capo degli ispettori Onu in Iraq tra il 1991 e il 1998 sul controllo delle armi atomiche e di distruzione di massa, entrato più volte in contrasto con l'Amministrazione Bush proprio sulle motivazioni della guerra contro l'Iraq nel 2003, ha aiutato a ricostruire i reali termini della questione ed a fare chiarezza (3).
L'Iran, quale aderente al Trattato di Non Proliferazione sulle armi nucleari, ha l'obbligo di dare notizia all'Agenzia Atomica della costruzione di un nuovo impianto con un preavviso di almeno sei mesi dall'introduzione nell'impianto stesso di materiale fissile (ovvero dell'uranio) per il suo arricchimento. In termini semplici, finché l'impianto rimane neutro dal punto di vista nucleare non c'è nessun obbligo di comunicazione; quando si prevede di cominciare a svolgere in quei siti delle operazioni con materiale radioattivo, scatta l'obbligo di comunicazione alla Aiea per le relative ispezioni.
Nel 2004, tuttavia, sotto pressione della comunità internazionale, Teheran sottoscrisse un accordo sussidiario a questo accordo di salvaguardia, cosiddetto "protocollo aggiuntivo", per cui gli iraniani si impegnavano, ai sensi dell'articolo 42, codice 3.1, di comunicare alla Aiea la costruzione di un nuovo impianto fin dall'inizio, indipendentemente dalla presenza o meno di materiale fissile.
Ma, spiega Ritter, "nel marzo del 2007, l'Iran ha sospeso l'applicazione del testo modificato del codice 3.1 della Parte generale degli accordi sussidiari riguardanti la rapida fornitura delle informazioni sui progetti. In questa maniera, l'Iran stava ritornando alle sue condizioni giuridicamente vincolanti dell'accordo di salvaguardia originario, che non richiedevano la dichiarazione iniziale sugli impianti con capacità nucleare prima dell'introduzione di materiale nucleare. Anche se questa azione risulta comprensibilmente irritante per l'AIEA e per quegli Stati membri che desiderano una piena trasparenza da parte dell'Iran, non si può parlare in termini assoluti di violazioni da parte dell'Iran dei suoi obblighi derivanti dal trattato sulla non-proliferazione nucleare. Così, quando Obama ha annunciato che «l'Iran sta violando le regole che devono seguire tutte le nazioni», è in errore sia dal punto di vista tecnico sia da quello giuridico".
Insomma, Teheran è tornata indietro da una concessione volontaria e supplementare che aveva fatto alla comunità internazionale, ritornando cioè agli obblighi originari che vincolano indistintamente tutti i paesi aderenti al Trattato atomico.
Ci si può chiedere perché gli iraniani abbiano deciso questa (pur legittima) marcia indietro, se abbiano cioè qualcosa da nascondere. Ma anche qui è plausibile una spiegazione del tutto logica, che lo stesso Ritter chiarifica: "L'Iran, nella sua notificazione dell'impianto di arricchimento di Qom all'AIEA resa il 21 settembre, lo ha descritto come un "impianto pilota". Dato che l'Iran ha già un "impianto pilota di arricchimento" in funzione presso la struttura notificata di Natanz, questa evidente duplicazione dello sforzo va nella direzione tanto di un programma parallelo di arricchimento nucleare a conduzione militare volto agli scopi più scellerati, quanto, più probabilmente, di un tentativo da parte dell'Iran di fornire profondità strategica e capacità di sopravvivenza al suo programma nucleare, a fronte di ripetute minacce di bombardare le infrastrutture nucleari pronunciate da USA e Israele".
Ovvero Teheran si è preoccupata di "duplicare" il suo impianto pilota di Natanz in caso di sua distruzione, ha cercato di mantenerlo segreto il più a lungo possibile proprio per evitare che anche esso finisse nel mirino di possibili raid aerei nemici, lo ha costruito sotto una montagna e nelle vicinanze di una base militare per renderlo più difendibile e non perché abbia scopi militari. In tal modo Usa e/o Israele avrebbero molte più difficoltà ad "azzerare" il programma nucleare iraniano con bombardamenti mirati. Una precauzione prettamente difensiva, in una situazione di fatto che, tra il 2004 e il 2007, si è fatta via via più incandescente, con continue e reiterate minacce che venivano sia da Tel Aviv che da Washington.
Ritter chiude il cerchio del ragionamento con ulteriori considerazioni. Ciò che è realmente importante, è la quantità di uranio di cui l'Iran dispone, quantità che la Aiea conosce perfettamente, "qualsiasi deviazione significativa di materiale nucleare sarebbe una causa immediata di allarme, e ciò provocherebbe un'energica reazione internazionale, che includerebbe molto probabilmente un'azione militare contro la totalità delle infrastrutture nucleari iraniane conosciute", ciò che gli iraniani sanno bene. Quindi "anziché rappresentare la punta di un iceberg in termini di scoperta di una segreta capacità di armi nucleari, l'emergere dell'esistenza dell'impianto di arricchimento di Qom potrebbe benissimo segnare l'avvio di un periodo di maggiore trasparenza da parte dell'Iran, che porti alla sua la piena adozione e attuazione del Protocollo aggiuntivo AIEA", ovvero che l'impianto di Qom possa rappresentare per tutti una opportunità, non una minaccia né un pretesto per azioni ostili contro l'Iran.

Si giungeva ai negoziati del 1 ottobre a Ginevra tra il "sestetto" (i cinque paesi del Consiglio di Sicurezza più la Germania) e l'Iran in un clima molto teso. Nei giorni successivi all' "ultimatum" di Obama, Brown, Sarkozy, l'Iran effettuava esercitazioni militari in diretta televisiva con il lancio di missili a medio e breve raggio capaci di raggiungere Israele. Le immagini hanno aperto i telegiornali di mezzo mondo e non c'è stata testata di un certo rilievo che non abbia enfatizzato la notizia sottolineando che "Ahmadinejad sfida l'Occidente".
Tuttavia a Ginevra si è compiuto un piccolo miracolo, a quel punto piuttosto inaspettato. Le due parti hanno fatto reciproche e fondamentali concessioni. Gli Stati Uniti hanno abbandonato la richiesta dell'Amministrazione Bush, secondo cui, come prerequisito, si chiedeva la sospensione del programma nucleare prima di avviare dei negoziati. Una impostazione sempre rifiutata dall'Iran, del resto se la controparte ottiene come prerequisito i suoi obiettivi finali, su cosa si dovrebbe negoziare successivamente?
Dal canto suo Teheran ha aperto alla possibilità che l'uranio per le sue centrali possa essere arricchito all'estero e poi trasferito nel paese. Questo darebbe alla comunità internazionale la certezza degli scopi pacifici del nucleare iraniano, infatti la quantità di uranio e soprattutto il suo livello di arricchimento (piuttosto basso per scopi civili, molto alto per scopi militari) sarebbe sotto il controllo di paesi terzi (che potrebbero essere la Russia o la Francia).
L'Iran ha quindi accettato senza remore le ispezioni della Agenzia atomica allo stabilimento di Qom e già il 4 ottobre il direttore generale El Baradei si trovava a Teheran per stabilire calendario e modalità. In una conferenza stampa lo stesso El Baradei ha sottolineato che la comunità internazionale e la stessa Agenzia hanno ancora "preoccupazioni" ma che queste non possono prevalere sulle certezze su cui ci si deve basare per temi così delicati. "Tutte le parti devono cominciare a costruire un'atmosfera di fiducia" ha dichiarato El Baradei, e tale obiettivo può essere raggiunto solo con la diplomazia.

Dopo l'addensarsi di minacciose nubi, improvvisamente sul dossier Iran sembra dunque essersi aperto uno squarcio di sole. Diversi elementi devono tuttavia essere considerati per la speranza che questo clima favorevole non venga interrotto, col rischio che stavolta sia in modo definitivo.
Nelle prossime settimane e mesi sarà fondamentale l'atteggiamento della Aiea. La missione di El Baradei a Teheran sarà stata probabilmente una delle ultime da parte sua, ormai in scadenza di mandato e con il successore, il giapponese Yukiya Amano già nominato, che assumerà la carica entro la fine dell'anno. Il cambio al vertice potrebbe avere ripercussioni, e di quali entità? (4)
Il governo iraniano sembra intenzionato a proseguire sulla strada del dialogo, il sangue freddo dimostrato nei giorni del G-20 di Pittsburgh, di fronte alle minacce dei grandi della terra, è di buon auspicio. Cosa potrebbe spingere Ahmadinejad a cambiare rotta? O il presidente è in malafede, e queste recenti aperture sono solo tattiche, oppure solo crisi e rivolgimenti politici che possano sovvertire, o minacciare, i rapporti di forza interni al regime.
Preoccupa il silenzio di Israele sui risultati positivi del vertice di Ginevra. Tel Aviv è una variabile, un convitato di pietra, in grado di ribaltare con azioni unilaterali ogni soluzione internazionale e multilaterale che possa essere raggiunta. Israele si sentirà rassicurato dalla prosecuzione dei negoziati o addirittura ancora più minacciato?
Preoccupa altresì l'atteggiamento dei maggiori networks informativi occidentali. I discorsi all'Asssemblea dell'Onu e il picco di crisi ai margini del G-20 hanno ricevuto totale copertura, la "sfida iraniana" al mondo grande esposizione. Al contrario il vertice di Ginevra, coi suoi risultati positivi, è caduto in una sorta di zona d'ombra, al punto che nel sentire comune è rimasto impresso il clima di tensione precedente piuttosto che la successiva distensione. Queste dinamiche ricordano precedenti inquietanti, come, ad esempio, la copertura informativa dei negoziati di Rambouillet che nel 1999 precedettero la crisi del Kosovo. Anche allora i "no" di Belgrado erano messi sotto i riflettori e raccontati come segnali minacciosi e di rigida chiusura, mentre si oscuravano le dinamiche, spesso del tutto strumentali, che conducevano inevitabilmente a quei muro contro muro.
Non vorremmo che il sistema mediatico fosse pronto a raccontare coi suoi fari intermittenti una rappresentazione teatrale il cui finale è già stato deciso dietro le quinte.

di Simone Santini

Link: http://clarissa.it/esteri_int.php?id=1232

(1)La Stampa, 17 settembre 2009
(2)Ad esempio, "La faccia nascosta del messaggio di Obama all'Iran"
http://www.clarissa.it/esteri_int.php?id=1133
(3)Scott Ritter, "L'Iran è da considerarsi leale", The Guardian
http://www.clarissa.it/editoriale_int.php?id=274&tema=Divulgazione
(4)Per un approfondimento: "Israele lancia l'attacco finale all'Agenzia atomica"
http://www.clarissa.it/esteri_int.php?id=1217


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