martedì 6 ottobre 2009

Il default Islandese come esempio per i Paesi in via di sviluppo


L' Islanda piccolo Stato senza esercito di 320.000 abitanti, ha appena annunciato che condizionera' il rimborso del suo debito alle proprie “capacita' di pagamento”. Se la recessione perdura, l'Islanda non rimborsera' nulla. Pur dovendo stemperare la portata di questa decisione, dovendo altrettanto verificare la sua effettiva applicazione, essa rappresenta tuttavia una reale opportunita' che i movimenti sociali, del Nord e del Sud del mondo, dovrebbero cogliere per obbligare i governi a mettere in discussione il pagamento incondizionato del debito pubblico.

Dopo 15 anni di crescita economica, dopo essere stato considerato uno dei paesi più ricchi del pianeta, l' Islanda ha conosciuto alla fine del 2008, secondo il FMI (Fondo monetario internazionale), la piu' pesante crisi bancaria nella storia di un paese industrializzato[1]. Questo non ha nulla di casuale. In questi ultimi anni l' Islanda ha applicato quello che potremmo definire un “neoliberismo puro”. Il settore bancario, integralmente privatizzato nel 2003, ha fatto di tutto per attirare i capitali stranieri. In particolare ha sviluppato i famosi conti on line, i quali, con la riduzione dei costi di gestione, permettono di offrire dei tassi di interesse relativamente interessanti.

In appena 4 anni, il debito estero delle tre principali banche islandesi ha più che quadruplicato, per passare da 200% del prodotto interno lordo nel 2003 al 900% nel 2007! Quando i mercati finanziari sono crollati nel settembre del 2008 e queste tre banche sono cadute in fallimento esse erano evidentemente impossibilitate nell'assolvere ai propri impegni, tanto piu' che il crollo dell' 85% del valore della corona sull' euro non ha fatto che decuplicare il debito. Vista la portata del fallimento bancario, nessuno ha voluto prestare soldi o finanziare un qualunque tipo di salvataggio. I rubinetti si sono chiusi.

L'Unione Europea e l' FMI “consigliano” allora al governo islandese di socializzare le perdite del settore finanziario facendosi carico dei debiti delle banche. Per trovare i finanziamenti necessari per il risanamento di questo nuovo debito nazionalizzato, i “consigli” del FMI sono chiari: tagli alla spesa pubblica, in particolare su sanita' ed educazione, aumento delle imposte sul lavoro e imposte indirette e applicazione di una politica monetaria restrittiva (sostanziale aumento del tasso di interesse). Questo tipo di politiche assomigliano come due gocce d'acqua alle misure di un “aggiustamento strutturale” che i paesi del Sud applicano da piu' di 25 anni, con i risultati che ben conosciamo.

Inoltre e' questione di non indugiare. Si presume che l'Islanda trovi, di qui all'autunno 2009, i fondi per rimborsare il suo debito, in particolare riguardo agli investitori britannici e olandesi e il mancato pagamento minaccerebbe l'adesione dell' Islanda all' Unione Europea. Se accettano questa condizione o piuttosto questa minaccia, cio' implicherebbe una forte austerita' e provocherebbe un aumento del debito pubblico estero dell' Islanda che si attesterebbe al 240% del prodotto interno lordo.

Il neoliberismo non ha mantenuto le sue promesse e questo e' il meno che si possa dire: esplosione della disoccupazione e del debito pubblico, indebitamento eccessivo per le case, tanto che taluni vengono sfrattati dalle proprie abitazioni, tassi d'interesse proibitivi, ecc. Quando le mobilitazioni avevano gia' costretto il governo alle dimissioni nel gennaio 2008, questa linea di condotta del FMI evidentemente non ha fatto che accrescere il malcontento generale e le manifestazioni, evento rarissimo per questo paese, si sono amplificate, in particolare davanti all' Althing, il parlamento islandese. In questo contesto, lo stesso parlamento ha adottato a fine agosto una risoluzione che stabilisce che il governo destinera' al massimo il 6% della crescita del suo prodotto interno lordo per il rimborso del debito. E se non vi sara' crescita, l'Islanda non paghera' nulla.

Siamo realistici, questa misura non costituisce un atto che potremmo qualificare rivoluzionario. Innanzitutto bisogna sottolineare che l'Islanda si trova in questa situazione perche' ha deciso di nazionalizzare un debito privato. Inoltre un tasso di crescita economica non dovrebbe automaticamente significare una crescita delle capacita' di pagamento. La ripartizione delle ricchezze create e le priorita' del budget devono essere decise in funzione dei bisogni dei cittadini e non seguendo gli interessi dei creditori. E la cosa più importante: il debito non e' per nulla annullato. Al massimo, il rimborso sara' rinviato nel tempo; non c'è auditing in vista e dunque nemmeno la possibilita' di rimettere in discussione la legittimita' e la legalita' di questo debito.

Tuttavia, questo atto mostra una cosa essenziale: quando c'è una volonta' politica, spesso, anzi sempre nata da mobilitazioni sociali importanti, e' possibile desacralizzare il carattere non negoziabile del rimborso del debito pubblico e di adottare misure concrete che vanno contro gli interessi dei creditori.

I movimenti sociali, del Nord e del Sud del mondo, dovrebbero dunque servirsi di questo esempio e spingere i propri governi a fermare il rimborso invocando gli argomenti giuridici di “stato di necessità” e “forza maggiore”: i popoli non sono responsabili della crisi capitalista attuale e, vista la congiuntura, rimborsare significa concretamente la degradazione generale delle condizioni di vita per le popolazioni del Nord e la morte, nel senso letterale del termine, di milioni di persone nel Sud. Quando Geir Haarde, il primo ministro, dichiara che “vi sono molti argomenti di natura legale che giustificano il mancato pagamento”[2] ha perfettamente ragione. Non dimentichiamo quanto stipula l'articolo 2 della Dichiarazione sul diritto allo sviluppo del 1986: Gli stati hanno “il diritto e il dovere di formulare politiche adeguate di sviluppo nazionale aventi per obbiettivo il costante miglioramento del benessere della popolazione”. Porre una moratoria immediata sul rimborso e lanciare un reale processo di auditing, trasparente e democratico, al fine di avanzare verso il ripudio di questo odioso debito, illegittimo e che sottomette i popoli , è piu' che mai attuale, dal Nord al Sud, dall' Est all'Ovest “una soluzione, il ripudio!”

Olivier Bonfond (CADTM, Comité pour l'annulation de la dette du Tiers Monde) olivier@cadtm.org, www.cadtm.org
Fonte: www.mondialisation.ca
Link: http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=15431

Traduzione a cura di MICOL BARBA

Per maggiori informazioni riguardanti le mobilitazioni in Islanda, vedere il film di Patrick Talierco “Comment l’Islande a changé de gouvernement” edizione 68 Septante, collezione vid #02 (per maggiori informazioni: www.6870.be - edition@6870.be )

NOTE

[1] “ Secondo il FMI, il fallimento delle banche potrebbe costare ai contribuenti piu' dell' 80 % del prodotto interno lordo. Relativamente alla grandezza dell'economia, questa rappresenta circa 20 volte quello che il governo svedese pago' per salvare le sue banche all' inizio degli anni '90. Questo equivarrebbe a svariate volte il costo della crisi bancaria in Giappone di una dozzina di anni fa” (“According to the IMF, the failure of the banks may cost taxpayers more than 80% of GDP. Relative to the economy’s size, that would be about 20 times what the Swedish government paid to rescue its banks in the early 1990s. It would be several times the cost of Japan’s banking crisis a decade ago”. « Cracks in the crust », The Economist, 11 dicembre 2008.

[2] “ Cracks in the crust”, The Economist, 11 dicembre 2008. http://www.economist.com/world/europe/displayStory.cfm?story_id=12762027

Narcotraffico colombiano e politica italiana, una relazione pericolosa


È sotto gli occhi di tutti che da alcuni anni la cocaina colombiana ha letteralmente invaso le città europee, che rappresentano il secondo mercato più florido per i narcotrafficanti, dopo quello nordamericano. L'Europa (con un ruolo di primo piano per l'Italia) si sta avvicinando pericolosamente agli Stati Uniti nel poco onorevole primato di maggior consumatore mondiale, trainando la domanda di un prodotto che non sembra risentire della crisi in atto. Ma pochi sanno che l'industria della produzione della cocaina in Colombia, di gran lunga il primo produttore mondiale, la cui realizzazione necessita di procedimenti chimici effettuati in laboratorio, è sostenuta da una “politica di Stato” coperta. Tra coloro che non ignorano tale allarmante circostanza, vi è la DEA statunitense (Drugs Enforcement Administration) che già nel 1991 classificava l'attuale Presidente colombiano Alvaro Uribe con il n.82 in una lista dei 104 personaggi più importanti per il narcotraffico.

Già sindaco di Medellìn negli anni d'oro dell'omonimo cartello di narcotrafficanti ed amico personale di Pablo Escobar, secondo numerosissime testimonianze tra cui quella della ex amante del defunto boss della cocaina, Uribe ha favorito con il suo ruolo istituzionale l'affermarsi e il consolidarsi nelle istituzioni delle mafie del narcotraffico.

Dalla concessione di piste di atterraggio aereo per il trasporto della droga, al rilascio di autorizzazioni al volo e di patenti aeronautiche a personaggi del cartello di Medellìn, alla legalizzazione di bande paramilitari dedite al controllo del territorio ed al taglieggiamento dei contadini, fino alla loro

espulsione violenta allo scopo di impossessarsi delle terre coltivabili. Da governatore del dipartimento di Antioquia ha legalizzato le milizie paramilitari “convivir”, squadroni della morte responsabili di migliaia di omicidi di contadini in tutta la regione, che venivano utilizzati dai narcotrafficanti per la propria sicurezza personale. I recenti scandali che hanno coinvolto i massimi vertici delle istituzioni colombiane, evidenziano l'intreccio organico tra un sistema di potere oligarchico e violento ed i cartelli della cocaina che si occupano di piazzare il prodotto sui mercati europei e nordamericani. Molti capi paramilitari raccontano dei propri legami con la politica e l'esercito colombiano, dei crimini più efferati commessi contro la popolazione, di come bruciavano le vittime in appositi forni crematori. Questa galleria degli orrori prosegue nella quasi assoluta impunità. Il terrorismo di Stato ed il narcotraffico sono legati da un nesso indissolubile, sono due facce della stessa politica contro-guerrigliera che si è intensificata negli anni del governo Uribe. Decine di membri dell'attuale parlamento colombiano sono già stati arrestati o sono indagati per legami con il paramilitarismo. Multinazionali come la Chiquita Brands hanno pagato ed impiegato strutture paramilitari per colpire il movimento sindacale ed ottenere condizioni ambientali più vantaggiose per i propri affari in Colombia. Il più grande importatore di permanganato di potassio, impiegato nella produzione della cocaina, è stato per svariati anni “GMP productos quimicos”, il cui proprietario era Pedro Juan Moreno Villa, responsabile della prima campagna elettorale di Uribe per la presidenza della Colombia. Una approfondita indagine a cura del Tribunale Permanente dei Popoli, i cui risultati sono del luglio 2008, mette in luce come le aree nelle quali si è prodotto l'allontanamento forzato dei contadini dalla loro terra (sono 4 milioni i profughi interni colombiani ai quali vanno aggiunti i rifugiati all'estero) siano quelle sotto il controllo dei gruppi paramilitari. Il capo paramilitare colombiano attualmente detenuto negli Usa, Salvatore Mancuso (di origine calabrese e legato alla 'ndrangheta), afferma dalla sua prigione che non può dire tutto ciò che sa perché teme che in questo caso l'attuale sistema di potere che governa la Colombia produca una vendetta trasversale nei confronti dei suoi famigliari in Colombia. Il fratello del capo della polizia colombiana generale Naranjo (detto appunto “coca-Naranjo”), è detenuto in Germania per traffico internazionale di cocaina. I proventi del traffico della cocaina sono investiti, a scopo di riciclaggio, nelle azioni quotate in borsa a New York e in Europa. Intorno alla narcopolitica colombiana si sviluppa un sottobosco di crimini e corruzioni che si autoalimenta ingigantendosi sempre più, il cui intreccio investe tutti i settori istituzionali colombiani, dagli ambienti diplomatici a quelli dell'esercito, dai parlamentari al Governo. La metastasi del sistema colombiano pervade ormai ogni spazio. Il generale Montoya, “eroe del riscatto” di Ingrid Betancourt, si è dovuto dimettere perché responsabile di un esercito i cui effettivi uccidono dei giovani disoccupati e li travestono successivamente da guerriglieri per rivendicare meriti militari che non hanno mai conseguito, per ottenere licenze premio e ricompense in denaro. Invece di essere arrestato è stato nominato ambasciatore colombiano a Santo Domingo. Questi omicidi di Stato sono conosciuti come “falsos positivos”. I “falsi positivi” di questo tipo hanno causato più di duemila morti tra gli emarginati delle città colombiane. L'attuale ambasciatore in Italia Sabas Pretelt De La Vega è accusato da alcuni senatori di averli corrotti (per essersi fatti corrompere sono già in carcere), al fine di modificare la costituzione colombiana e permettere ad Uribe di ottenere un'ulteriore mandato presidenziale. L'ex console a Milano Jorge Noguera è in carcere poiché, mentre era capo del servizio segreto DAS, compilava liste di sindacalisti e oppositori politici che i paramilitari in seguito uccidevano e per favoreggiamento di gruppi dediti al narcotraffico. Lo stesso servizio segreto realizza pedinamenti ed intercettazioni illegali ai danni di magistrati colombiani che indagano su esponenti governativi, il cosiddetto scandalo delle “chuzadas”. Il cugino dell'attuale presidente Uribe Velez, Uribe Escobar, notoriamente legato anche al defunto narcotrafficante Pablo Escobar, del cartello di Medellìn, città politicamente dominata dalla famiglia Uribe da decenni, è stato detenuto dopo che l'ambasciata del Costa Rica, nella quale si era rifugiato, gli ha rifiutato asilo per il suo ruolo nello sviluppo del paramilitarismo. La lista potrebbe essere ancora molto lunga ma crediamo che sia già sufficiente per porre alcuni interrogativi. I rapporti commerciali e diplomatici tra l'Italia e la Colombia sono indubbiamente cresciuti negli ultimi anni e non ci riferiamo qui alla storica associazione tra la 'ndrangeta calabrese ed il paramilitarismo mafioso colombiano finalizzata ad inondare di cocaina il nostro paese e l'Europa, ma parliamo proprio dei rapporti istituzionali che si sono sviluppati tra le nostre istituzioni democratiche e quelle colombiane. La recente visita di Uribe in Italia ne è una dimostrazione. Il sindaco di Milano Letizia Moratti ha addirittura ricevuto la cittadinanza onoraria colombiana dal personaggio in questione, che si è riunito anche col Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e in altre occasioni ha incassato il plauso del Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Sindaci e presidenti non hanno idea dell'abbraccio mortale al quale vanno incontro con queste relazioni pericolose? O il fatto che la camera di commercio di Milano veda tanti affari svilupparsi in Colombia fa dimenticare chi siano i soggetti con i quali si ha a che fare? José Obdulio Gaviria, che è cugino di Pablo Escobar Gaviria ed è un importante consigliere di Uribe, è venuto recentemente a Salerno. È stato ricevuto da esponenti del governo italiano. L'Italia si sta dunque “colombianizzando”? Vi è una convergenza ideologica tra il governo italiano e quello fascista colombiano, cementata da affari comuni? Se così fosse, la questione sarebbe allarmante: il nostro paese non può parlare di lotta alla droga e poi ricevere in pompa magna un conclamato narcotrafficante, né continuare ad accettare le credenziali diplomatiche di suoi soci di governo, dopo che paesi come il Canada le hanno rifiutate; non può parlare di difesa dei diritti umani e poi andare a braccetto con un presidente nel cui paese si sono verificati negli ultimi sei anni molti più casi di sparizioni forzate e omicidi per motivi politici che durante l'intera dittatura di Pinochet in Cile. Le relazioni privilegiate Italia-Colombia non faranno mai della “Repubblica della Cocaina” uno Stato democratico, ma potrebbero compromettere la posizione dell'Italia rispetto alle altre democrazie europee.


Fonte: NuovaColombia.net

Link: http://www.nuovacolombia.net/Joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=265:italia-colombia-una-relazione-pericolosa-&catid=9:italiano&Itemid=5

25 MILIONI DI DOLLARI AL CAPO DEI PARAMILITARI COLOMBIANI PER ASSASSINARE CHÁVEZ


La magistratura colombiana è in possesso della testimonianza di un ex militare colombiano condannato per paramilitarismo, secondo il quale l'ex governatore

del dipartimento venezuelano di Zulia, Manuel Rosales, ha partecipato con gli squadroni della morte a un complotto per assassinare il presidente Hugo Chávez .

In una lunga intervista rilasciata al giornale "El Nuevo Herald", l' ex soldato Geovanny Velasquez Zambrano, condannato a 40 anni di carcere per aver partecipato ad una serie di massacri nella regione colombiana del Catatumbo (zona di frontiera col Venezuela), ha dichiarato che Rosales ha partecipato a due riunioni con i paramilitari, il 23 e il 24 dicembre 1999, offrendo 25 milioni di dollari per l'assassinio di Chávez.

I primi dettagli del piano per assassinare il presidente venezuelano erano stati resi noti nell'aprile 2003 quando Rafael García, ex capo della sezione informatica del Dipartimento Amministrativo di Sicurezza della Colombia (DAS), aveva dichiarato che alti funzionari del governo colombiano (compreso l´allora direttore del DAS Jorge Noguera) si erano riuniti per pianificare la destabilizzazione del Venezuela e l'assassinio di diversi leader venezuelani, tra i quali Jesse Chacón Escamillo, Isaías Rodríguez e José Vicente Rangel, all'epoca rispettivamente ministro degli Interni e della Giustizia, Procuratore della Repubblica e vice Presidente.

Un'altra importante testimonianza viene dal maggiore dell esercito colombiano Mauricio Llorente Chávez, condannato per collusione con i paramilitari in 3 massacri nella zona di Catatumbo. Llorente ha dichiarato che il comandante dei paramilitari addestrati per assassinare Chávez era il soldato professionista dell'esercito colombiano José Misael Valero Santa, il quale sarebbe stato in passato sotto il comando dello stesso Llorente e oggi al comando di 1000 dei 2000 paramilitari presenti in Venezuela con il fine di destabilizzare il paese.

Velasquez ha inoltre aggiunto che nella riunione del 23 dicembre Rosales ha dichiarato che a pagare sarebbero stati alcuni uomini statunitensi, ma che lui stesso si sarebbe fatto garante dell'affare.

Per l'ennesima volta vengono portati alla luce i fatti della narco-parapolitica del presidente Uribe e la stretta collusione tra esercito colombiano e paramilitari che, oltre a macchiarsi di orrendi crimini nel conflitto interno, sconfinano con chiare intenzioni destabilizzatrici e di ingerenza attentando alla sovranità del Venezuela, sempre ovviamente sponsorizzate dagli Usa.


Fonte: NuovaColombia.net

Link: http://www.nuovacolombia.net/Joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=311:0210-ex-militare-colombiano-qrosales-ha-offerto-25-milioni-di-dollari-al-capo-dei-paramilitari-per-assassinare-chavezq&catid=8:accordo-umanitario

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