sabato 3 ottobre 2009

Voyager ai confini della stronzata


di Chiara Ceci* e Stefano Moriggi**

Confessiamo! Lunedì sera abbiamo visto la seconda puntata di Voyager. Ci siamo sottoposti nuovamente alla stupefacente ordalia mediatica che la televisione di Stato somministra all'abbonato "sempre in prima fila". Purtroppo, ci siamo sintonizzati in ritardo, certi però che Giacobbo non avrebbe deluso le nostre peggiori aspettative. E infatti...

Non appena lo schermo si illumina siamo irrimediabilmente coinvolti in uno dei "viaggi attraverso domande a caccia di risposte" in cui la guida turistica del mistero - nonché vicedirettore della seconda rete - ci conduce alla ricerca di "cosa c'è di vero nella leggenda e di fantastico nella storia". Accidenti!
Giacobbo incalza, ansioso di precipitare i suoi ascoltatori in quelle "strabilianti coincidenze" che squarciano la fumosa coltre dei fatti per aprire persino gli occhi degli increduli sul cialtronesco marasma della dietrologia a buon mercato.
Cosa accadde la notte del 14 aprile 1912? Per chi si accontenta delle verità di superficie, il Titanic affondò a seguito dello scontro con un iceberg.
In realtà, spiega l'ineffabile segugio del mistero, quella notte accadde "qualcosa di inspiegabile". Inspiegabile? E se così fosse, come farà il Nostro a renderci edotti su ciò che parrebbe non avere spiegazione? Mah!
Quello che conta, dopotutto, sono solo le "strabilianti coincidenze". E, infatti, ci viene prontamente ricordato che nel 1898 lo scrittore britannico Morgan Robertson pubblicò un romanzo in cui si parla di una nave che, partita dal porto di New York alla volta dell'Inghilterra, affondò in mare aperto a seguito di uno scontro con un iceberg! Avete letto bene, 1898! Quattordici anni prima dei drammatici eventi in questione.
Una voce fuori campo sottolinea "che le coincidenze tra il romanzo di Robertson e la tragedia del Titanic sono davvero impressionanti", anche perché - tenetevi forte! - il nome dello scafo di cui si parla nel romanzo era Titan... Una tragedia annunciata?
Subdola e immotivata (come sempre!) comincia a ricorrere come un sinistro tormentone la parola profezia. Era tutto scritto... E se qualcuno di voi provasse, per esempio, a far notare che il Titan viaggiava dagli Usa all'Inghilterra, mentre il Titanic dall'Inghilterra agli Usa, potrebbe almeno dire che era tutto scritto, ma male? Irriducibili scettici che non siete altro! E' noto che le profezie vanno interpretate... Inoltre, Giacobbo aggiunge - a chi fosse sfuggito il dettaglio - che ci furono "uomini e donne che non tornarono mai". Davvero??? E "forse questi uomini e queste donne - prosegue il conduttore - avrebbero potuto intuire qualcosa se solo avessero letto un piccolo libro uscito 14 anni prima della catastrofe". Quante volte ve lo dobbiamo dire che leggere fa bene e allunga la vita?
Ma a raggelare gli entusiasmi dei più ingenui, giunge un avviso ai naviganti dal capitano di Voyager: "Trovare una spiegazione al fatto che un romanzo ha anticipato di 14 anni la tragedia del Titanic francamente è difficile". E quindi??? Un quarto d'ora di trasmissione gettato al vento? Un momento di involontaria lucidità? O la cautela tipica di chi prende il mistero con le pinze? Scegliete voi.
Forse, più semplicemente, "i misteri non finiscono qui. [...] La teoria legata all'iceberg è solo una. C'è n'è un'altra altrettanto sorprendente che basa i suoi capisaldi su tre elementi innovativi": un tesoro scomparso, vittime mai ritrovate e un sottomarino tedesco.
In estrema sintesi, lo scrittore James Clary sarebbe convinto di aver dimostrato che l'affondamento del Titanic non sia dipeso da un iceberg. Secondo Clary, "il transatlantico navigò ancora quindici minuti dopo la collisione". Ma collisione contro cosa, se quella dell'iceberg sarebbe una bufala? Pazientate ancora qualche riga. Pare infatti, che il comandante, rispettando il protocollo, abbia dato ordine di continuare a navigare a mezza velocità, il che avrebbe accelerato l'infiltramento d'acqua e quindi velocizzato l'affondamento. A ciò si aggiunga che lo squarcio si sarebbe prodotto in prossimità dei vani in cui erano conservati gli inestimabili gioielli dei ricchi passeggeri che alloggiavano nei piani nobili del transatlantico.
Tutta colpa del comandante, quindi? Ma soprattutto cosa provocò, se non il famigerato iceberg, lo squarcio nella chiglia del Titanic? Lo storico David Roberts ipotizza un incendio, o meglio, "un focolaio virulento vicino alla stanza delle caldaie sei".
E quindi la solita domanda sorge spontanea nella testa di Giacobbo: "Fu solo una coincidenza? Oppure l'incendio indebolì la paratia, causando danni maggiori del previsto al contatto con l'iceberg". Allora l'iceberg c'era...
E il sottomarino? Ecco uno dei consueti avvitamenti carpiati tipici della retorica "giacobbina": "Può sembrare incredibile, eppure questa non è la rivelazione più sconcertante. [...] Alcuni indizi tendono a guidare la nostra indagine verso la sinistra ipotesi della cospirazione. [...] La tragedia del Titanic potrebbe essere stata un atto di guerra?".
L'iceberg di nuovo scompare! "Molti superstiti dissero che dalle scialuppe di salvataggio videro una strana luce provenire da una nave vicina, come il lampo di un proiettore". Per alcuni si tratterebbe del Californian, ma il capitano di quella nave sostenne che c'era un'altra nave che non soccorse i naufraghi.
Giacobbo esige chiarezza: "Dobbiamo porci due domande: la prima, perché questa eventuale terza imbarcazione non andò in soccorso dei naufraghi? E poi, perché il capitano Lord avrebbe dovuto inventare tutto questo?". Ecco l'ipotesi che spiegherebbe tutto: "c'è la possibilità che quel faro appartenesse a un sottomarino tedesco e la ragione del mancato soccorso dei naufraghi sarebbe che o si era appena scontrato con il Titanic o lo aveva colpito con i suoi siluri per affondarlo".
Quindi, come sono andate le cose in quella notte di aprile del 1912? Cediamo di nuovo la parola a Giacobbo, ne vale la pena: "La tragedia del Titanic può avere due finali diversi. Il primo, quello di un incidente banale, ma previsto da un libro qualche anno prima; un altro, quello di un attentato, di un affondamento voluto per prendere un tesoro. Un bivio quindi. Quale strada scegliere: l'una o l'altra?" Già, quale? Eccovi il clamoroso risultato delle turbinose indagini di Giacobbo: "Questa è una scelta che lasciamo a voi. Ma se ci pensiamo con attenzione forse queste due soluzioni in un punto potrebbero addirittura incontrarsi. Ma questa è un'altra storia". L'abbonato ringrazia!
Se il riferimento non fosse troppo nobile, verrebbe da dire che c'è del metodo in questa follia. Nella prima puntata della nuova edizione - quella dedicata a 2012. Fine del mondo? (che per una "strabiliante coincidenza" replica il titolo del libro del conduttore pubblicato da Rai-Eri Mondadori) - avevamo assistito a un simile delirio argomentativo dedicato alla "nuova razza, nata in previsione dei cambiamenti epocali che avverrebbero - guarda un po' - nel 2012", i bambini indaco. Vi risparmiamo la girandola di suggestioni e contraddizioni che ha scandito lo spazio vanamente dedicato al tema e vi regaliamo solo l'imperdibile conclusione di Giacobbo sull'argomento: "Falso, vero o limitato che sia, il fenomeno dei bambini indaco ci spinge comunque a riflettere su due cose molto importanti: il percorso evolutivo che sta compiendo l'umanità e il grado di attenzione che dovremmo rivolgere ai nostri figli".
Abbiamo un'idea precisa su come classificare imbonitori di tal fatta e ce l'ha suggerita un saggio di Harry Frankfurt (Stronzate. Un saggio filosofico, Rizzoli 2005), in cui il filosofo ha spiegato la differenza tra chi racconta balle e chi spara "stronzate". Secondo Frankfurt, infatti, "Il divulgatore di stronzate [...] non è dalla parte del vero né da quella del falso. [...] Non prende in considerazione i fatti, se non nella misura in cui possono aiutarlo a confermare le sue affermazioni". E facendo propria questa tassonomia, il giornalista scientifico Ben Goldacre nel suo La cattiva scienza (Bruno Mondadori, 2009) ha opportunamente ribadito che "il divulgatore di stronzate [...] tenta semplicemente di fare colpo sui suoi ascoltatori". Se trovate una qualche corrispondenza tra le parole di Frankfurt (e di Goldacre) e le trasmissione di Giacobbo, condividerete con noi l'amarezza di vedere una televisione di stato ridotta a "divulgare stronzate" in prima serata.
Diversamente, buona visione!

* comunicatrice della scienza
** filosofo della scienza

Signoraggio imperiale


Il crollo del dollaro negli ultimi mesi ha fatto pensare che sia stato in qualche modo pilotato dall'amministrazione Obama allo scopo di ridurre l'abnorme debito commerciale estero statunitense. Bisogna ammettere che chi la pensa in questo modo è in buona compagnia, visto che lo stesso Trichet, presidente della Banca centrale europea, ha rivolto recentemente un appello alle autorità Usa a favore di un dollaro più forte

La richiesta di Trichet è comprendibile alla luce della difficoltà di Eurolandia nelle esportazioni verso gli Usa a causa dell'apprezzamento dell'euro. Comprensibile, ma senza fondamento, perché la svalutazione del dollaro è tutt'altro che voluta dal governo Usa ed è semmai una conseguenza necessaria di scelte indirizzate verso ben altri obiettivi. In primo luogo, bisogna notare che il dollaro è da diversi anni che tende a svalutarsi rispetto all'euro.

Il rafforzamento della valuta di Eurolandia va oltre la situazione contingente e semmai ha la sua radice nell'indebolimento storico dell'economia Usa e di conseguenza nella incapacità degli Usa a sostenere una moneta "mondiale". In tal modo, di riflesso si rafforza l'unica valuta che dietro di sé ha condizioni simili a quelle Usa: una economia grande e potente e una struttura finanziaria sufficientemente sviluppata in grado di rappresentare una alternativa per i flussi mondiali di capitale.

Detto questo, vediamo perché per Obama il crollo del dollaro non può essere una scelta intenzionale. Innanzi tutto, il debito commerciale Usa è troppo grande per poter essere risolto con la svalutazione del dollaro. C'è stata in effetti una piccola riduzione del debito commerciale nell'ultimo anno, ma questo non è dovuto all'aumento delle esportazioni Usa che, secondo il ragionamento di alcuni, sarebbero dovute essere favorite dal deprezzamento del dollaro, permettendo così di praticare prezzi più competitivi. Viceversa, è da attribuirsi al crollo delle importazioni, causato dall'aumento della disoccupazione e dall'interruzione, a seguito della "crisi dei mutui", del meccanismo che permetteva a decine di milioni di statunitensi, alle prese con salari reali decurtati, di acquistare a credito merci di importazione. Soprattutto molto interessante è quanto dice David Lubin di Citigroup, ovvero che tra 2005 e 2008 il cambio effettivo reale cinese si è apprezzato del 15%, mentre il surplus corrente passava dal 7% al 10% del Pil. E sappiamo che la gran parte del surplus del commercio estero cinese è con gli Usa.

Cosa vuol dire? Vuol dire che le variazioni del cambio non hanno effetti sulla relazione commerciale con la Cina e che la reiterata richiesta Usa ai cinesi di rivalutare lo yuan renmimbi per riequilibrare la squilibrio commerciale è fumo negli occhi. Comunque, se la svalutazione del dollaro è inutile dal punto di vista del riequilibrio del debito commerciale estero, risulta deleteria per quanto riguarda il crescente debito federale. Infatti, come tutti sanno, questo è finanziato dagli acquisti di titoli del Tesoro Usa da parte dei detentori di surplus commerciali, in primis dalla solita Cina.
Se il dollaro si deprezza anche i risparmi detenuti dalla Cina e dagli altri Paesi (Giappone, Russia, Arabia Saudita, ecc.) perdono valore, creando una spinta a diversificare, a favore di altre valute (in primis l'euro), il paniere delle valute di riserva, come sembra sia già accaduto (la composizione della riserva cinese è segreta). Di sicuro c'è che negli ultimi tre mesi la Cina ha acquistato solo titoli del debito Usa a breve, evitando quelli a lunga scadenza. La verità è che questo meccanismo fa comodo agli Usa, ridottisi a Stato rentier (che vive di rendita), perché gli permette di drenare, almeno finché la Cina e altri Paesi non sviluppino mercati finanziari adeguati, il risparmio mondiale verso i propri mercati finanziari. Non c'è, quindi, neanche un vero interesse a modificare le relazioni economiche con la Cina (e a svalutare il dollaro), visto che il surplus commerciale di questa, poi, prende la via dei mercati finanziari Usa, che a loro volta provvedono a indirizzarlo verso investimenti produttivi o di portafoglio in giro per il mondo.

Si tratta, in effetti, di niente altro che dell'esercizio di un potere imperiale. Un potere basato sul cosiddetto signoraggio del dollaro, cioè sulla capacità di finanziarsi semplicemente battendo moneta, che rappresenta una sorta di tassa imposta agli altri Paesi. Questo meccanismo funziona, però, solo finché questa moneta è riconosciuta valida universalmente, ed è valida nella misura in cui è accettata in virtù della forza economica dello Stato che la emette. È tipico degli imperialismi che l'abitudine ad esercitare tale potere distolga le energie economiche dalla produzione e dallo sviluppo delle forze produttive, alla cui avanguardia si pongono altri Stati e altre aree economiche che nel frattempo hanno registrato un maggiore dinamismo. Infatti, negli ultimi trenta anni gli Usa si sono fortemente deindustrializzati, riducendo drasticamente la loro quota dell'output mondiale, mentre masse di lavoratori sono stati licenziati o spostati nei servizi, molto spesso tutt'altro che "avanzati", dove sono pagati molto meno. L'impoverimento dei lavoratori si contrappone così all'arricchimento dell'aristocrazia finanziaria, aumentando il divario sociale e sospingendo la propensione Usa a basarsi sul credito.

Ad ogni modo, mano a mano che la forza economica viene meno, è sostituita dalla forza militare. L'invasione dell'Iraq avvenne, ad esempio, allorché Saddam provò a commercializzare il petrolio in euro, mentre le reiterate minacce Usa all'Iran sono collegate simili problematiche energetico-valutarie. Per l'imperialismo, il controllo delle risorse energetiche estere non è finalizzato alla soddisfazione di propri bisogni, bensì al mantenimento del proprio dominio, come prova il ruolo che giocò la contrapposizione dell'impero impero inglese a quello tedesco per il petrolio della Mesopotamia (ora Iraq) nello scoppio della Prima guerra mondiale. La conseguenza dello stato di guerra latente o guerreggiato è, però, che l'imperialismo si ritrova appesantito da un debito pubblico sempre maggiore, che richiede maggiori finanziamenti e quindi di nuovo un rafforzamento dell'esercizio del potere militare, avviluppando così lo Stato imperialista e rentier in un circuito vizioso dal quale non può affrancarsi.

Domenico Moro
Fonte: www.aprileonline.info
Link: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=13037

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