giovedì 1 ottobre 2009

Saviano, le mafie italiane e il business est europeo


Dai Casalesi ai boss mafiosi dell'Est. Roberto Saviano, autore del bestseller "Gomorra", si sta dedicando all'analisi dei flussi criminali nell'Europa orientale, tema del suo prossimo libro. Nostra intervista
Roberto Saviano ricomincia dall’Est. Il giovane autore di ‘Gomorra’, bestseller da 5 milioni di copie in tutto il mondo scritto a ventisei anni, oggi ne ha trenta. Vive sotto scorta, viaggia di continuo, fatica a muoversi ed indagare liberamente come prima, ma è alla ricerca di temi nuovi, o di un nuovo sguardo su quello che scriverà. “Penso a un libro sull’Europa orientale, è uno snodo cruciale nell’analisi dei grandi flussi criminali internazionali - spiega lui stesso - In questo mi è stato maestro Federico Varese, che è docente di criminologia ad Oxford. Ha mostrato, tra l’altro, che per molte mafie dell’Est il contatto con quelle italiane è stato l’accademia e ha segnato il salto di qualità. Ci sono anche carriere criminali esemplari a raccontarlo: come quella di Arkan, il comandante delle bande paramilitari serbe delle Tigri durante la guerra ex jugoslava. Fu il contatto a Milano con la potente famiglia mafiosa dei Morabito di Platì a trasformarlo da ladro d’auto a pericoloso trafficante. In seguito, trattò anche con i clan casalesi per armi e droga dai Balcani, anche se il boss Francesco Schiavone, detto Sandokan, ha sempre negato di conoscerlo.

Quando si apre la via dell’Est per le mafie italiane?

Con la caduta del muro di Berlino. Lo spiega bene anche Misha Glenny, nel suo ‘Mc Mafia’, sono state le più veloci a sfruttare gli effetti dell’apertura del nuovo mercato. Analogamente ci sono informazioni, seppure difficili da provare, sull’appoggio alla Rivoluzione arancione nel 2004 da parte delle mafie ucraine, interessate alla liberalizzazione del mercato. Oggi la delocalizzazione ad Est dei clan italiani è consolidata, dalla Russia ai Balcani. Più di un boss latitante è stato arrestato ad Est, come in Polonia Francesco Schiavone detto ‘Ciciariello’. Italiani e slavi fanno affari ormai da vent’anni, anche se dal punto di vista delle mentalità restano differenze: alla camorra napoletana risultano incomprensibili i clan russi, privi di legami familiari, e ha più affinità con quelli albanesi. Inoltre negli anni ’90 le mafie hanno fortemente contribuito a smobilitare e piazzare sui mercati gli arsenali dell’ex Patto di Varsavia.

E il contrario, l’ingresso dei clan dell’Est in Italia?

E’ stato in più fasi. I russi provarono ad imporsi con i reati nei primi anni ‘90, ma sembra che i clan italiani li abbiano avvicinati mostrando loro la lista con i nomi di tutti gli affiliati: era il segnale che potevano colpirli uno per uno. Quest’episodio emerse da un’intercettazione telefonica della polizia a Londra, dove i russi si erano trasferiti. Oggi con il permesso delle mafie italiane controllano soprattutto il commercio, anche se non lo gestiscono. Ricordo un’intervista con un russo, ex soldato in Afghanistan, che tra molte bugie raccontava come a Roma il suo clan lo avesse messo alla ricerca di ristoranti in difficoltà, dove subentrare.

Emergono delle personalità in particolare?

Ricordo un boss bielorusso, Guttnik, alleato dei casalesi a Napoli. Da loro aveva carta bianca per droga e riciclaggio, e a Castelvolturno fu anche ucciso. Mi aveva colpito perché ostentava auto e vestiti proprio come i boss. Si accompagnava spesso a nigeriani, altri clan emergenti nel napoletano, anche loro in subappalto rispetto alla camorra. La mia terra sul piano del racconto è incredibile: vedevi in una periferia la globalizzazione criminale che ti saresti aspettato in una metropoli. Guttnik controllava una buona percentuale di agenzie per l’invio di denaro all’estero, ed era sua una bottega che ancora esiste, a Napoli, alla Stazione Garibaldi: un posto centrale su cui gravita gran parte della comunità ucraina e bielorussa del Sud Italia, non solo campana. Un’inchiesta del pm Marino della Dda partenopea ha ricostruito come venivano gestite le estorsioni: dal dazio sui pacchi spediti dagli emigranti, agli autobus che fanno la spola con l’Italia. Poi il racket delle badanti, che invece è fondato sulla reputazione: la donna che non paga non solo non verrà inserita negli annunci di lavoro o nel passaparola a pagamento, ma tutte le altre del giro dovranno dire di lei che è malata, che ruba, ha l’aids, beve. E non potrà lavorare. Per questo ho scritto che in Italia norme troppo dure verso gli immigrati, come il ddl sicurezza, hanno l’effetto di spingerli del tutto in mano a questi gruppi criminali.

Poi c’è il controllo della prostituzione.

Ucraini e bielorussi controllano sia quella da strada, che quella più redditizia degli annunci su internet, per le donne che fanno prostituire in appartamento. O che fanno l’’altrui’, cioè vanno a casa del cliente ma controllate da un autista dei clan. Applicano punizioni esemplari, anche senza uccidere: all’ospedale di Caserta intervistai una ragazza albanese che per aver denunciato il suo racket aveva subito il taglio dei muscoli dell’inguine, che l’aveva resa zoppa a vita. Per una prostituta occidentale è possibile lavorare in proprio, per le donne dell’Est, le ‘Natashe tristi’ come le chiamano in Canada, quasi mai. I loro racconti sono tutti simili: sono aziende internazionali, il trafficking dall’Est le porta prima in Egitto e Israele, poi Spagna, Francia, Germania, Italia. Ucraini e bielorussi hanno il controllo del capitale umano. Quando gestisci gli esseri umani, gestisci una miniera. Come i camionisti, impiegati anche per il traffico d’armi: quelli controllati dai cartelli criminali sono belve da camion, imbottiti di cocaina e non si fermano mai. Dalle statistiche scopri l’alta percentuale di incidenti provocati da loro. Ma essendo registrati in Bielorussia o Ucraina, non devono dimostrare né soste né ore di sonno.

Che cosa è cambiato con l’ingresso nella Ue di alcuni Paesi dell’est?

Grazie alla Ue l’Est non è diventato dominio delle famiglie criminali. Certo la lotta è impari: c’è sproporzione nella guerra contro enormi capitali criminali che –come la sola camorra per la cocaina- fatturano 60 volte più della Fiat, o 100 più di Benetton. Inoltre manca ancora l’omogeneità giuridica: quasi nessun Paese Ue ha il reato di associazione mafiosa, al massimo hanno banda armata, e ad Est neppure hanno concorso esterno, ed è difficile estradare. Ma la Ue oggi crea almeno un’alternativa, anche se inchieste della magistratura e della stampa ad Est sono difficili. Da Sofia mi ha scritto la figlia dell’autore de ‘Il padrino bulgaro’, il giornalista con un passato di piccolo criminale Georgi Stoev, ucciso nel 2008. Mi ha chiesto di aiutarla a non far dimenticare suo padre.

L’aver dato visibilità agli affari dei clan ti ha reso un caso estremo oltre che un obiettivo. Come giudichi oggi la situazione della libertà di stampa in Italia?

E’ una guerra a bassa intensità. Non minaccia la vita, ma le carriere.

Negli ultimi anni c’è stata un’ondata di arresti di boss latitanti in Italia, anche se resta la difficoltà di colpire patrimoni ingenti. Come la giudichi?

Sono stati catturati molti boss di rilievo, ma alcuni arresti arrivano in ritardo di dieci anni. Talora si tratta di elementi che galleggiavano, o di capi storici di famiglie in crisi. Importante ora è che si arrivi anche all’arresto di elementi di spicco come Antonio Jovine e Michele Zagaria, che però sono nel ciclo del cemento, con collusioni ad alto livello. Se parlassero, metterebbero a rischio gli equilibri del mercato, e questo potrebbe farli diventare i nuovi intoccabili. Anche loro tra l’altro stanno investendo in Europa orientale.

Oggi quali sono i nuovi investimenti dei clan all’Est?

Non riguardano solo traffico di esseri umani, armi, droga, trasporti, edilizia, riciclaggio, ma anche il petrolio. Mi ha colpito l’inchiesta della polizia tedesca sui forti investimenti azionari della ‘ndrangheta in Gazprom, confermata in Italia anche da un’inchiesta di Nicola Gratteri, della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria.

Russia, se l'azienda chiude la città trasloca


Il quotidiano economico russo Vedomosti (”notiziario”) ha pubblicato un documento elaborato dal governo federale che riguarda il problema delle cosiddette “monocittà”, centri urbani che dipendono in modo vitale da un’unica azienda industriale o mineraria. Il documento, messo a punto dal ministero per lo sviluppo regionale, vede forse per la prima volta la questione in un’ottica abbastanza drammatica: vi si parla di almeno 400 centri che rientrano nella categoria delle monocittà (due i parametri che definiscono una monocittà: avere almeno il 25 per cento della popolazione attiva cittadina impiegata in un’unica azienda, oppure avere almeno il 50 per cento del reddito lordo cittadino prodotto da un’unica azienda) e di almeno 17 città “che potrebbero collassare in qualunque momento” senza un adeguato intervento statale, dato lo stato di crisi grave in cui versano le rispettive aziendeNon si tratta di un problema marginale. Le 400 città esaminate dal ministero ospitano quasi un quarto della popolazione globale della Russia e, prima della crisi economica che imperversa da un anno a questa parte, creavano il 40 per cento del Pil nazionale; inoltre sono quasi tutte collocate in regioni lontane e poco ospitali della Siberia e del “Grande Nord” russo – eredità dei vari tentativi dei pianificatori sovietici di portare lo sviluppo in queste regioni attraverso la creazione di grandi impianti industriali o lo sfruttamento delle risorse minerarie locali – e dunque sono prive di una rete di comunicazioni ravvicinate con altre città o anche solo di un hinterland agricolo. Se l’industria intorno a cui sono state costruite va in crisi, è il collasso. Casi del genere si sono già verificati in passato, soprattutto negli anni ‘90, e hanno creato un clima di allarme e timore nella popolazione, che in effetti da allora ha iniziato a diminuire a un ritmo più sostenuto rispetto al resto del paese. Chi poteva trovare una sistemazione altrove, insomma, se ne è andato fin che era in tempo, e così regioni industrialmente importanti come quelle di Sverdlovsk e Irkutsk in Siberia, o il distretto di Khanty-Mansiisk, hanno visto ridursi in modo impressionante la popolazione già prima della crisi: e con il calo drastico della popolazione sono anche diminuiti i posti di lavoro non industriali, nella scuola e negli altri servizi pubblici, nel commercio e via dicendo.

Il ministero rivela che oltre 250 città sono state messe nell’elenco dei centri da tenere sotto monitoraggio per intervenire con apposite misure di sostegno prima che scivolino verso situazioni di crisi; per una sessantina di questi centri si prevede in effetti un brusco peggioramento delle condizioni già nei due anni a venire, mentre per altri 17, come si detto all’inizio, la crisi è già in atto in modo devastante e “richiede una risposta urgentissima”. Quale possa essere questa risposta, è presto detto: se non c’è modo di ripristinare a brevissimo termine una fonte di reddito, la popolazione deve essere trasferita altrove e la città abbandonata e chiusa. Il governo ha già deciso questa misura per due cittadine della repubblica autonoma di Komi precipitate in “una situazione economicamente insostenibile”. Gli impianti industriali intorno ai quali si reggevano sono vecchi, “usano tecnologie che hanno 40 anni e più” e per giunta “sono collocate a grande distanza dai mercati” cui è destinata la loro produzione: inevitabile la loro chiusura, che significa anche fine delle forniture di elettricità e riscaldamento, e fine della più gran parte degli introiti che i municipi utilizzano per pagare i dipendenti pubblici…

Dove andrà a finire la popolazione “traslocata” ? Fortunatamente si tratta di “solo” poche migliaia di persone – per ora – e quindi il loro trasferimento avverrà su base familiare o di piccoli gruppi, in varie località: ma se il problema arriverà a porsi per centri più grandi, le cose diventeranno ovviamente molto, molto più complicate. Quanto alle monocittà che sono a rischio ma non ancora in situazione catastrofica, il governo le include in quattro categorie: quelle che sono abbastanza grandi da poter vivere comunque, quelle che hanno un potenziale economico “unico” in Russia, quelle che sono comunque vicine alle maggiori vie di comunicazione e quelle che possono essere “reindirizzate verso uno sviluppo agricolo”. Il documento del governo, infine – ma è forse la parte più importante – indica che a finanziare le misure di sostegno o di riconversione di queste monocittà saranno chiamate in primo luogo proprio le aziende, che finora “hanno considerato che i guadagni erano i loro e le perdite erano dello stato”.


di Astrit Dakli

Link: http://mir.it/servizi/ilmanifesto/estestest/?p=917

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