mercoledì 30 settembre 2009

Se Cina e Giappone non acquistassero titoli di debito americani


Gli Stati Uniti sono troppo dipendenti dall’acquisto da parte di Cina e Giappone del debito nazionale e potrebbero dover affrontare seri problemi economici se questo cessasse, ha detto al CNBC il fondatore e presidente della Tiger Management Julian Robertson.

“È quasi un Armageddon se i Giapponesi e i Cinesi non acquistano il nostro debito”, ha detto Robertson in un’intervista. “Non so dove potremmo trovare il denaro. Credo che ci siamo messi in una situazione terribile e credo che dovremmo provare ad uscirne”.

Robertson ha detto che l’inflazione è un grosso rischio se i paesi esteri dovessero smettere di acquistare le obbligazioni.


“Se i Cinesi e i Giapponesi smettessero di acquistare le nostre obbligazioni, potremmo facilmente vedere [l’inflazione] andare dal 15 al 20 per cento” ha detto. “La questione non è l’economia. La questione è chi ci presterà il denaro se non lo faranno loro. Immaginatevi se ci trovassimo nella situazione di essere totalmente dipendenti da questi due paesi. È pazzesco”.

Robertson ha detto che anche se non crede che i Cinesi smetteranno di acquistare le obbligazioni degli USA, i Giapponesi potrebbero essere eventualmente costretti a vendere parte delle loro obbligazioni a lungo termine.

“Questo è molto peggio che non acquistare”, ha detto. “L’altra questione è che stanno acquistando quasi esclusivamente il debito a breve scadenza. Ed è quello che stiamo offrendo, perché non possiamo vendere il debito a lungo termine. E si sa, la storia insegna che chi contrae prestiti a breve termine si scotta sul serio”.

L’unico modo di evitare il problema, ha detto, è di “crescere e lasciarci una vita d’uscita”.

“Gli Stati Uniti devono smettere di spendere, incominciare a risparmiare, ridurre e ridimensionare” ha detto Robertson “finché non succederà questo, non credo che saremo affatto fuori dai guai”.

Robertson non è ottimista per il breve termine.

“Ci aspetta una slittata piuttosto violenta” ha detto. “penso realmente che la recessione sia finita, almeno temporaneamente. Ma non abbiamo preso in considerazione così tanti dei nostri problemi e stiamo prendendo in prestito così tanto denaro che non potremo possibilmente ripagarlo se i Cinesi e i Giapponesi non acquisteranno le nostre obbligazioni.”

Titolo originale: "US May Face 'Armageddon' If China, Japan Don't Buy Debt"

Fonte: http://cnbc.com/

Gli insegnamenti di Keynes e le applicazioni errate


Il 15 Settembre Paul Krugman analizzava la situazione macroeconomica degli Stati Uniti

Per prima cosa guardiamo quanto è profonda la buca in cui siamo. Invece di entrare nei dettagli dei calcoli necessari a misurare il gap di produzione, lasciatemi presentare un calcolo molto semplice: confrontare il PIL, da quanto è iniziata la recessione, con quello che sarebbe stato se l’economia avesse continuato a crescere lungo il suo trend (dal 1999 al 2007)

Quindi siamo circa un otto per cento sotto a quello che dovrebbe essere. Questo si traduce in una perdita di produzione ad un tasso di più di mille miliardi di dollari all’anno (ed anche in disoccupazione di massa). E continueremo a soffrire queste perdite, anche se il PIL sta ora crescendo, fino a quando avremo abbastanza crescita per chiudere quel gap. Siccome non c’è nulla nei dati che suggerisca che il gap si sta chiudendo, questa è una tragedia che continuerà.

Che cosa vuol dire il professor Krugman (ma anche tutti i keynesiani)? Prendo in prestito il modello che Garrison usa in Time and Money (mutuato da Leijonhufvud) , per spiegare ciò che Keynes sosteneva nella sua Teoria Generale.

Keynes

Ripartiamo dalle conclusioni di Keynes sulle origini del ciclo economico:

«Ora, siamo stati abituati nello spiegare la crisi ad enfatizzare la tendenza del tasso di interesse a salire sotto l’influenza dell’aumento della domanda di moneta sia come intermediario degli scambi che per ragioni speculative. A volte questo fattore può certamente avere un ruolo aggravante e, forse occasionalmente, di scintilla. Ma suggerisco che una più tipica e spesso predominante spiegazione della crisi non è da ricercare nel rialzo del tasso di interesse ma nell’improvviso collasso dell’efficienza marginale del capitale»

Vediamo ora, servendoci da questo grafico riassuntivo, di capire che cosa significa.

Prima della crisi

L’economia si trovava al punto A. Vediamo brevemente che cosa ci indicano i sei pannelli (la lettera D indica la domanda aggregata mentre la S indica sempre l’offerta aggregata):

Pannelli 1,2,3 – Mercato del lavoro e reddito aggregato

Nel punto di piena occupazione vengono impiegate 20 ore di lavoro al salario nominale di 10$ l’ora (pannello 1), per un reddito totale da lavoro dipendente pari a 200$ (pannello 2). Poiché Keynes (Teoria Generale) sosteneva che «i costi dei fattori produttivi hanno un rapporto costante con quello dei salari», possiamo assumere (pannello 3) che i redditi totali siano in rapporto costante con i redditi da lavoro (nel nostro caso 300$/200$, ovvero 3/2).

Pannello 4 – Spese totali

Il pannello 4 è il cuore dell’analisi keynesiana e del suo modello circular flow. La spesa di uno è il reddito di un altro e quindi le spese aggregate saranno uguali ai redditi aggregati. Quali sono le componenti della spesa aggregata?

Vi sono i consumi (componente stabile) i quali dipendono dal reddito tramite quella che Keynes chiamava propensione al consumo (in pratica, se la nostra propensione al consumo è 0.6, per ogni 100$ che riceviamo andremo a spenderne 60$) e gli investimenti (componente instabile) i quali non dipendono dal reddito ma solo dalle aspettative del futuro. Nel nostro caso il livello dei consumi è di 210$ mentre gli investimenti sono di 90$.

Pannello 5 – Frontiera delle possibilità produttive

Normalmente questa figura viene omessa dall’analisi macroeconomica ma è molto importante perché mostra quelli che sono i livelli di produzione sostenibili dall’economia. Secondo l’analisi keynesiana, prima dell’insorgere della crisi, l’economia si trovava lungo la frontiera delle possibilità produttive.

Pannello 6 – Mercato dei fondi mutuabili

Questo pannello, infine, mette in correlazione la domanda e l’offerta di fondi mutuabili, ovvero mette in correlazione i risparmi (Savings) con gli investimenti (Investments) tramite il tasso di interesse di mercato.

Arriva la crisi

Come abbiamo scritto in precedenza Keynes individuava la causa della crisi principalmente in un collasso repentino dell’efficienza marginale del capitale, aggravata poi dall’aumento del tasso di interesse dovuto all’incremento della domanda di moneta (maggiore preferenza per la liquidità).

«Torniamo a cosa accade all’inizio della crisi. Finché il boom continuava, molti dei nuovi investimenti non mostravano di avere un rendimento corrente non soddisfacente. La disillusione arriva perché improvvisamente sorgono dubbi riguardo la plausibilità dei rendimenti futuri, forse perché il rendimento corrente mostra segni di calo man mano che lo stock di nuovi beni durevoli aumenta. Se si pensa che i costi di produzione correnti sono più alti di quanto saranno in futuro, allora c’è un’ulteriore ragione per una caduta dell’efficienza marginale del capitale. Una volta che i dubbi si manifestano poi si diffondono rapidamente. Perciò all’inizio della recessione vi sarà molto capitale la cui efficienza è diventata nulla o anche negativa». (Keynes, Teoria generale, cap.22)

Nel grafico questo movimento si traduce in uno spostamento verso sinistra della domanda di investimento da D a D’ che quale si traduce in un livello di investimenti I’ minore di quello di pieno potenziale. Siccome poi i salari sono, nell’ipotesi keynesiana, rigidi verso il basso, la domanda di lavoro si sposta anch’essa da D a D’ ed il nuovo livello di occupazione (che non è al punto di incontro tra domanda ed offerta) è di sole 15 ore invece di 20. Da notare che se anche si lasciassero calare i salari il livello di occupazione sarebbe minore di quello pre-crisi. Il minor reddito fa sì che anche l’offerta di credito si sposti verso sinistra da S ad S’, lasciando inizialmente invariato il tasso di interesse.

Nel pannello 5 possiamo infine notare come l’economia sia precipitata all’interno della frontiera delle possibilità produttive (vi sono impianti chiusi, catene produttive ferme, etc.).

Subentra poi il fattore aggravante, ovvero l’incremento della preferenza per la liquidità

«Inoltre lo sgomento e l’incertezza sul futuro che accompagnano un collasso nell’efficienza marginale del capitale hanno come naturale conseguenza un brusco aumento della preferenza per la liquidità, e quindi un aumento del tasso di interesse. Perciò il fatto che un collasso nell’efficienza marginale del capitale tenda ad essere associato con un aumento del tasso di interesse può seriamente aggravare il declino degli investimenti» (Keynes, Teoria Generale, Cap. 22)

La curva di offerta di credito si sposta ulteriormente verso sinistra al livello S’’. Questo si traduce in un aumento del tasso di interesse ed in un livello di investimenti I’’. Il risultato è un aggravarsi della situazione che si stabilizza solo al punto B.

Il gap nella produzione di cui parlava Krugman è rappresentato dalla distanza tra i due punti A e B.

La soluzione keynesiana consiste nel “colmare” questo gap tramite una coordinata politica monetaria e fiscale. Innanzitutto le autorità monetarie devono neutralizzare la fuga verso la liquidità rendendo disponibile del denaro attraverso il mercato del credito (ΔMc) e riportare quindi il tasso di interesse al livello pre-crisi (freccia azzurra).

«Se una riduzione del tasso di interesse, da sola, fosse in grado di essere un effettivo rimedio allora potrebbe essere possibile ottenere una ripresa in modo veloce sotto il controllo, più o meno efficace, delle autorità monetarie. Ma questo non è ciò che succede normalmente». (Keynes, Teoria Generale, Cap.22)

Deve poi intervenire l’autorità pubblica la quale, tramite un livello di spesa G (detto quindi “stabilizzante”) va a colmare il gap e riporta l’economia nel punto A di pieno.

Sembrerebbe in pratica che debito e spesa pubblica siano le soluzioni della crisi. Ma è corretta quest’analisi? Come fanno spesa e debito ad essere contemporaneamente cause della crisi e loro soluzione? Per capirlo dobbiamo tornare a cosa era successo prima della crisi, durante il boom.

Hayek

La teoria austriaca del ciclo economico spiega che la fase di boom è causata da una politica monetaria espansiva che abbassa il tasso di interesse al di sotto del suo livello naturale. Poiché il sistema dei prezzi è il modo in cui il mercato segnala le informazioni ai suoi attori e dal momento che il tasso di interesse è sicuramente il prezzo più importante dell’economia, poiché permette la coordinazione della produzione nel tempo, l’intervento delle autorità monetarie ha conseguenze distruttive.

Vediamo dunque cosa accade al sistema produttivo (che ipotizziamo essere sulla frontiera delle possibilità produttive) quando il sistema bancario immette nell’economia della nuova moneta ΔM sotto forma di credito. Per prima cosa possiamo notare che, nel pannello Saving-Investment, l’offerta di credito si sposta verso destra , intersecando la curva di domanda nel punto A, cui corrisponde un tasso di interesse minore (i’ <>

Vediamo quali sono le reazioni delle famiglie e degli imprenditori.

Per le famiglie il tasso di interesse indica anche il costo opportunità che ricevono quando devono scegliere se consumare oggi oppure risparmiare e comprare in futuro. Se è molto basso questo significa che sono molto incentivate a consumare e pochissimo a risparmiare (gli interessi sul conto corrente sono bassi, i titoli "sicuri" rendono poco e così via). Una politica monetaria espansiva cambia temporaneamente le preferenze temporali dei consumatori e le orienta verso un consumo anticipato, spesso finanziato attraverso il ricorso al credito: è il cosiddettoconsumismo. Nel grafico possiamo notare questa tendenza osservando che al tasso i’ le famiglie, che seguono ancora la curva S, risparmiano meno e, di conseguenza, consumano di più (freccia azzurra sul pannello della frontiera delle possibilità produttive).

Il messaggio che ricevono gli imprenditori è invece diametralmente opposto.

Se aumenta il credito a disposizione, ragionano questi ultimi, ciò sta a segnalare che i consumatori stanno risparmiando e che quindi saranno propensi ad aumentare i loro consumi in futuro: vi è quindi spazio per aumentare la produzione futura. Inoltre un tasso di interesse basso fa diventare appetibile tutta una serie di investimenti,specialmente quelli a lungo termine, che prima era considerata svantaggiosa.

Se l'espansione del credito aumenta la quantità di denaro disponibile, l'abbassamento del tasso di interesse da pagare sui prestiti definisce la qualità dell'investimento. In sintesi non solo viene espanso il credito oltre i limiti del risparmio reale (overinvestment) ma esso viene anche indirizzato verso attività speculative e rischiose, che hanno scarse possibilità di successo (malinvestment). Sulla frontiera delle possibilità produttive possiamo notare l’overinvestment (la freccia azzurra, mentre il triangolo di Hayek mostra il malinvestment (l’allungamento temporale della struttura produttiva)

Il livello di consumo ed investimento che si manifesta durante il boom, rappresentato nel grafico dal punto A, non si trova affatto lungo la frontiera delle possibilità produttive, ma al di là di essa, e non è quindi un punto sostenibile per l’economia.

Gli eccessi e le distorsioni che si sono verificate durante il boom non sono senza conseguenze. La nuova frontiera delle possibilità produttive, infatti, non solo è all’interno del punto A (non è quindi rappresentata dalla curva rossa tratteggiata), ma non è nemmeno più quella che si aveva all’inizio del boom (la curva blu). In realtà non possiamo dire molto riguardo la sua posizione ma ciò che raccomanda la scuola austriaca è che non si cerchi di interrompere il processo di liquidazione dei cattivi investimenti perché soltanto in questo modo l’economia può individuare la sua struttura sostenibile e ripartire.

Conclusioni

Alla luce delle analisi di Hayek è sbagliato e dannoso voler colmare il gap produttivo e cercare di riportare l’economia, a suon di stimoli fiscali e monetari, ai livelli che aveva prima dell’insorgere della crisi (tornare quindi al punto A). Non solo si impedisce al mercato di riscoprire qual è la sua struttura produttiva efficiente ma inevitabilmente si continuano a sprecare risorse proprio in quelle attività produttive che si sono sviluppate, durante il boom, in modo insostenibile, peggiorando ulteriormente la situazione generale.

Si pensi ad esempio al mercato dell’automobile: il biennio 2006-2007 ha visto un boom di automobili vendute (stimolato dagli incentivi alla rottamazione e dal credito facile). E’ forse lecito e ragionevole considerare il livello produttivo record del 2007 come l’obiettivo da raggiungere e rendere permanente a suon di sussidi, incentivi e rottamazioni forzate (si pensi alle limitazioni alla circolazione per le automobili più vecchie)?

di Ashoka

Link:http://ashokascorner.blogspot.com/

Commento di Onoff

Il capitalismo così come si è sviluppato negli ultimi 50 anni ha avuto un unico vero punto di forza la sua apparente semplicità e capacità di autoregolarsi attraverso il mercato. L'unico compito veramente impegnativo affidato agli uomini è stato il perenne tentativo di liberalizzare, privatizzare e internazionalizzare sia le merci che gli strumenti finanziari...ma come per il sistema ad economia pianificata gli uomini hanno trovato il grimaldello per far saltare il banco, allo stesso modo anche se dopo un tempo più lungo anche nel sistema capitalista il banco è saltato. Ciò che mi lascia veramente interdetto è l'assoluta debolezza dei governi e la mancanza di idee in grado di rilanciare il sistema utilizzando regole e strumenti che non ripetano passo passo gli errori del passato.


Il vicolo cieco iraniano


Il pensiero unico dell'Occidente si è scatenato. Il solenne Obama che vuole rendere obsolete le armi nucleari rivela altrettanto solennemente che invece l'Iran fa rapidi passi avanti per averle. Si sono distinti nei toni allarmistici contro Teheran i titoli e gli editoriali de «la Repubblica».

E anche il neonato «Il Fatto Quotidiano», sebbene dica di staccarsi dal “pensiero unico”, ha presto rivelato il suo punto debole: ossia l'imbarazzante povertà delle sue pagine internazionali, troppo pigre e apologetiche, incapaci di una critica basata sui fatti nei confronti della complessa politica obamiana.

Perciò vi proponiamo un documento di straordinaria lucidità. È l'articolo scritto per «The Guardian» da Scott Ritter, l'uomo che tra il 1991 e il 1998 fu il capo degli ispettori Onu in Iraq. Ritter è uno dei massimi esperti in materia di controllo delle armi nucleari, ed è anche il personaggio che, appena nel 2003 iniziò l'invasione dell'Iraq, ebbe a dire profeticamente: «gli Stati Uniti se ne andranno dall'Iraq con la coda tra le gambe, sconfitti. È una guerra che non possiamo vincere».

Nessun organo d'informazione ha dato sufficiente risalto alle attuali ponderate considerazioni di Ritter sull'Iran, che nulla concedono, come è suo costume, alla propaganda – e agli errori – di quelli che battono la grancassa delle sanzioni. Ricordiamo che gli stessi meccanismi di allarme che oggi sono a carico del regime iraniano furono acriticamente usati al tempo dell'inizio della campagna irachena. Oggi come allora le pagine internazionali sono un guazzabuglio di allarmi atomici gonfiati, di esagerazioni su voci inattendibili di Bin Laden e altre armi psicologiche che creano un clima di paura e di distrazione (e nessuno così si lamenta se il G20 non fa nulla contro gli squali dell'alta finanza).

Ezio Mauro, Antonio Padellaro: il giornalismo d'inchiesta dovrebbe essere usato anche fuori da questi confini nazionali. Passate le Alpi, ve la danno a bere. La lettura di Ritter è un buon antidoto.

di Pino Cabras – Megachip.

Keeping Iran honest

di Scott Ritter – «The Guardian»

La centrale nucleare segreta dell'Iran innescherà un nuovo ciclo di ispezioni dell'AIEA e porterà a un periodo di ancora maggiore trasparenza.

È stato davvero un momento di alta drammaticità. Barack Obama, fresco reduce dal suo cimentarsi a fare la storia nell'ospitare il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, si è preso una pausa dalle sue funzioni al vertice economico del G20 a Pittsburgh per annunciare l'esistenza di un impianto nucleare segreto e non notificato in Iran, che non risultava coerente con un programma nucleare a scopi pacifici, sottolineando la conclusione che «l'Iran sta violando le regole che tutti i paesi devono seguire».

Obama, appoggiato da Gordon Brown e Nicolas Sarkozy, ha minacciato dure sanzioni contro l'Iran qualora non si conformasse pienamente ai suoi obblighi riguardanti il controllo internazionale del suo programma nucleare, che al momento attuale sta per essere definito da parte di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia come l'obbligo di sospensione immediata di tutte le attività di arricchimento nucleare.

La struttura in questione, che si rivela sia localizzata presso una installazione militare segreta iraniana fuori dalla città santa di Qom e in grado di ospitare fino a 3mila centrifughe, usate per arricchire l'uranio, è stata per qualche tempo controllata dai servizi di intelligence degli Stati Uniti e altre nazioni. Ma non è stato che lunedi che l'AIEA è venuta a sapere della sua esistenza, basandosi non su un qualsiasi "scoop" d'intelligence fornito dagli USA, ma proprio su una spontanea notificazione da parte dell'Iran. Le azioni dell'Iran hanno forzato la mano degli Stati Uniti, spingendo Obama all'affrettata conferenza stampa di venerdì mattina.

Attenzione alle campagne mediatiche con motivazioni politiche. Mentre in superficie l'intervento drammatico di Obama sembrava sensato, il diavolo si nasconde sempre nei dettagli. Le "regole" che l'Iran è accusato di aver violato non sono vaghe, bensì scandite in termini chiari. Ai sensi dell'articolo 42 dell'accordo di salvaguardia dell'Iran, e del Codice 3.1 della parte generale degli accordi sussidiari (altresì noto come il "protocollo aggiuntivo") di tale accordo, l'Iran ha l'obbligo di informare l'AIEA di qualsiasi decisione volta a costruire un impianto che ospiti centrifughe operative, e di fornire informazioni sul progetto preliminare di tale impianto, anche se il materiale nucleare non fosse stato introdotto. Questo avvierebbe un processo di accesso complementare e di ispezioni di verifica della progettazione da parte dell'AIEA.

Questo accordo è stato firmato dall'Iran nel dicembre del 2004. Tuttavia, poiché il "protocollo aggiuntivo" non è stato ratificato dal parlamento iraniano, e come tale non è giuridicamente vincolante, l'Iran ha interpretato la sua attuazione come su base volontaria, e pertanto ha accettato di rispettare queste nuove misure, più come misura di rafforzamento della fiducia che in qualità di un obbligo inderogabile.

Nel marzo del 2007, l'Iran ha sospeso l'applicazione del testo modificato del codice 3.1 della Parte generale degli accordi sussidiari riguardanti la rapida fornitura delle informazioni sui progetti. In questa maniera, l'Iran stava ritornando alle sue condizioni giuridicamente vincolanti dell'accordo di salvaguardia originario, che non richiedevano la dichiarazione iniziale sugli impianti con capacità nucleare prima dell'introduzione di materiale nucleare.

Anche se questa azione risulta comprensibilmente irritante per l'AIEA e per quegli Stati membri che desiderano una piena trasparenza da parte dell'Iran, non si può parlare in termini assoluti di violazioni da parte dell'Iran dei suoi obblighi derivanti dal trattato sulla non-proliferazione nucleare. Così, quando Obama ha annunciato che «l'Iran sta le regolviolando le regole che devono seguire tutte le nazioni», è in errore sia dal punto di vista tecnico sia da quello giuridico.

Ci sono molti modi di interpretare la decisione dell'Iran del marzo 2007, soprattutto alla luce delle rivelazioni di oggi. Occorre sottolineare che l'impianto di Qom cui si riferisce Obama non è un impianto per armi nucleari, ma semplicemente una centrale nucleare di arricchimento simile a quella che si trova nell'impianto notificato (e ispezionato) di Natanz.

L'impianto di Qom, se le descrizioni attuali sono accurate, non può produrre stock-base di alimentazione (esafluoruro di uranio, o UF6) utilizzato nel processo di arricchimento basato sulla centrifuga. Si tratta semplicemente di un altro impianto in cui l'UF6 può essere arricchito.

Perché è importante questa distinzione? Perché l'AIEA ha sottolineato, continuamente, che possiede un resoconto completo delle scorte di materiale nucleare dell'Iran. Non c'è stata alcuna diversione di materiale nucleare per l'impianto di Qom (dal momento che è in fase di costruzione). L'esistenza del presunto impianto di arricchimento di Qom non cambia in alcun modo il bilancio dei materiali nucleari presenti oggi all'interno dell'Iran.

In parole povere, l'Iran non è più vicino a produrre ipotetiche armi nucleari oggi di quanto non lo fosse prima dell'annuncio di Obama sulla struttura di Qom.

Si potrebbe adoperare l'argomento secondo cui l'esistenza di questo nuovo impianto dota l'Iran di una capacità di "autonomo sganciamento" nel produrre uranio altamente arricchito che potrebbe essere utilizzato nella fabbricazione di una bomba nucleare in una qualche fase successiva. La dimensione della struttura di Qom, sospettata di essere in grado di ospitare 3mila centrifughe, non è ideale per attività di arricchimento su larga scala necessarie a produrre quantità significative di uranio bassamente arricchito di cui l'Iran avrebbe bisogno per far funzionare i suoi reattori nucleari in progetto. In tal senso, si potrebbe sostenere che il suo unico vero scopo sia quello di riciclare rapidamente delle scorte di uranio bassamente arricchito in uranio altamente arricchito utilizzabile in un'arma nucleare. Il fatto che si riferisce che l'impianto di Qom sia situato dentro un'installazione militare iraniana non fa che rafforzare questo tipo di pensiero.

Ma questa interpretazione richiederebbe comunque la diversione di notevoli quantità di materiale nucleare fuori dal controllo degli ispettori dell'AIEA, qualcosa che sarebbe quasi immediatamente evidente. Qualsiasi deviazione significativa di materiale nucleare sarebbe una causa immediata di allarme, e ciò provocherebbe un'energica reazione internazionale, che includerebbe molto probabilmente un'azione militare contro la totalità delle infrastrutture nucleari iraniane conosciute.

Allo stesso modo, le 3mila centrifughe dell'impianto di Qom, anche quando iniziassero con il 5% delle scorte di uranio arricchito, dovrebbero operare per mesi prima di essere in grado di produrre abbastanza uranio altamente arricchito per un singolo dispositivo nucleare. In tutta franchezza, questo non costituisce una valida capacità di " autonomo sganciamento".

L'Iran, nella sua notificazione dell'impianto di arricchimento di Qom all'AIEA resa il 21 settembre, lo ha descritto come un “impianto pilota”. Dato che l'Iran ha già un "impianto pilota di arricchimento" in funzione presso la struttura notificata di Natanz, questa evidente duplicazione dello sforzo va nella direzione tanto di un programma parallelo di arricchimento nucleare a conduzione militare volto agli scopi più scellerati, quanto, più probabilmente, di un tentativo da parte dell'Iran di fornire profondità strategica e capacità di sopravvivenza al suo programma nucleare, a fronte di ripetute minacce di bombardare le infrastrutture nucleari pronunciate da USA e Israele.

Non dimenticate mai che gli scommettitori sportivi, davano 2:1 probabilità che Israele o gli Stati Uniti avrebbero bombardato gli impianti nucleari dell'Iran entro marzo 2007. Dopo aver l'asciato l'incarico, l'ex vice-presidente Dick Cheney ha ammesso che stava spingendo fortemente per un attacco militare contro l'Iran durante il periodo dell'amministrazione Bush. E il livello di retorica proveniente da Israele circa la sua intenzione di lanciare un attacco militare preventivo contro l'Iran è stato allarmante.

Mentre Obama potrebbe aver inviato segnali concilianti verso l'Iran in merito alla possibilità di riavvicinamento a seguito della sua elezione, nel novembre 2008, questo non era l'ambiente fronteggiato dall'Iran, quando aveva preso la decisione di ritirarsi dal suo impegno a notificare ogni nuovo impianto nucleare in costruzione . La necessità di creare un meccanismo di sopravvivenza economica di fronte alla minaccia reale di azione militare sia degli Stati Uniti sia di Israele è probabilmente la spiegazione più probabile che sta dietro la struttura di Qom.

La notificazione dell'Iran di questa struttura all'AIEA, che precede di diversi giorni l'annuncio di Obama, probabilmente è un riconoscimento da parte dell'Iran che questa duplicazione degli sforzi non è più rappresentativa di una politica avveduta da parte sua.

In ogni caso, l'impianto è ora fuori dalle ombre, e presto sarà sottoposto ad una vasta gamma di ispezioni dell'AIEA, rendendo discutibili le speculazioni circa le intenzioni nucleari dell'Iran. Inoltre l'Iran, nel notificare questa struttura, deve sapere che - poiché ha presumibilmente collocato delle centrifughe operative nell'impianto di Qom (anche se non è stato introdotto materiale nucleare) - ci sarà la necessità di fornire all'AIEA il pieno accesso alla capacità di produzione di centrifughe dell'Iran, in modo che un bilancio materiale possa essere acquisito per queste voci allo stesso modo.

Anziché rappresentare la punta di un iceberg in termini di scoperta di una segreta capacità di armi nucleari, l'emergere dell'esistenza dell'impianto di arricchimento di Qom potrebbe benissimo segnare l'avvio di un periodo di maggiore trasparenza da parte dell'Iran, che porti alla sua la piena adozione e attuazione del Protocollo aggiuntivo AIEA. Questo, più di ogni altra cosa, dovrebbe essere il risultato auspicato della "notificazione di Qom".

Gli appelli per sanzioni"paralizzanti" contro l'Iran da parte di Obama e Brown non sono certo le opzioni politiche più produttive a disposizione di questi due leader mondiali. Entrambi hanno espresso il desiderio di rafforzare il trattato di non-proliferazione nucleare.

L'azione dell'Iran, nel dichiarare l'esistenza della struttura di Qom, ha creato una finestra di opportunità per fare proprio questo, e dovrebbe essere sfruttata appieno nel quadro dei negoziati e delle ispezioni dell'AIEA, e non più per le spacconate e le minacce dei leader del mondo occidentale.

Fonte: http://www.megachipdue.info/tematiche/guerra-e-verita/784-scott-ritter-liran-e-da-considerare-leale.html

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