martedì 29 settembre 2009

Mafia,stragi e la partita di Berlusconi


E pensare che c'era qualcuno, anche a sinistra, convinto che Silvio, questa volta, si sarebbe comportato da "statista". Era solo ieri. Oggi è difficile per tutti non ammettere che il satrapo anziano, l'utilizzatore finale, il padrone dell'informazione che attacca l'informazione non ancora sua, il mandante dei direttori killer, sia pervaso da una irrefrenabile mania. Qualcuno dei suoi amici gli consigliava di usare toni concilianti, chiedere scusa per la sua vita disordinata, rispondere alla domande, vendere Villa Certosa. Col cavolo. Ha invece, come sempre, alzato il tiro, "elevato il livello dello scontro", come dicevano altri in altre situazioni. Non è solo il suo stile, il marchio di fabbrica dell'uomo, la lucida follia che lo porta a superare i momenti di crisi rilanciando, infilandosi in avventure apparentemente impossibili (Crollano i miei padrini politici, rischio il fallimento economico e la galera per corruzione? E io fondo un partito!). Oggi alzare ulteriormente il tiro è anche una necessità. Lui sa di essere arrivato alla partita finale, allo scontro mortale.

Sul piano politico, dove si è avviata una crisi che si annuncia lenta, ma potrebbe essere irreversibile, e che certo non può essere combattuta con fiori e sorrisi. E sul piano storico-giudiziario. È stato lui - uno dei pochi che sanno come sono andate davvero le cose - a dare il primo annuncio: «So che ci sono fermenti in procura, a Palermo e a Milano, si ricominciano a guardare i fatti del '93, del '94, del '92. Mi fa male che queste persone, con i soldi di tutti, facciano cose cospirando contro di noi, che lavoriamo per il bene del Paese». Era l'8 settembre, data storica per l'Italia, ma non è da questi particolari che si giudica uno statista (presunto). D'altra parte, anche il contesto non aiutava: come al solito, non c'entrava nulla (era all'inaugurazione della fiera del tessile a Milano). Eppure ha voluto toccare l'argomento, mandare il segnale. «Ci attaccano come tori inferociti, ma qui c'è un torero che non ha paura di nessuno». Attenti, annuncia B., so che cosa state tentando di fare.

I «fatti del '93, del '94, del '92»: sono la stagione in cui sono stati uccisi, con le loro scorte, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in cui sono state compiute le stragi a Firenze, Roma e Milano, in cui è morto il vecchio sistema politico e sono nati Forza Italia e la cosiddetta "seconda Repubblica". È il triennio fondativo dell'attuale sistema politico. Sono le radici del nostro presente. E sono radici che affondano in un terreno oscuro, in convulse e ciniche trattative tra poteri criminali, pezzi dello Stato, personaggi della politica, imprenditori. Per quella drammatica e ancora misteriosa transizione bagnata nel sangue delle stragi, Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri (Autore 1 e Autore 2, Alfa e Beta) sono già stati indagati a Firenze, a Caltanissetta, a Palermo. C'erano collaboratori di giustizia che hanno raccontato che Cosa nostra negli anni delle stragi ha trattato anche con Alfa e Beta, per poi puntare sui circoli della nascente Forza Italia. Le inchieste si sono chiuse con archiviazioni perché le dichiarazioni dei collaboratori non hanno trovato sufficienti riscontri.

A leggerle, quelle archiviazioni, vengono comunque i brividi: in un paese normale sarebbero state più che sufficienti per tenere lontani dalla politica i loro protagonisti. Sono passati molti anni. Oggi nuovi elementi e nuovi testimoni, tra cui il figlio del sindaco mafioso Vito Ciancimino, hanno fatto riaprire le indagini sul 92-93, su stragi e trattative. A Palermo, Caltanissetta, Firenze, Milano. Finora nessuno, né a Palermo, né a Caltanissetta, né a Firenze, né a Milano ha accennato a un nuovo coinvolgimento di Berlusconi nelle indagini. Lui però reagisce, come la gallina che ha fatto l'uovo. Gioca d'anticipo. Protesta. Annuncia che è in corso una cospirazione contro di lui. La risposta migliore gliel'ha data Gianfranco Fini: «Mai, mai, mai si deve dare l'impressione di non avere a cuore la legalità e la verità». Aggiungendo sornione: «Soprattutto se non si ha nulla da temere, come è per Forza Italia e certamente per Berlusconi». Aggiunta di Fini, il giorno dopo: «A differenza di altri, io non mi diletto con grembiulini e compassi».

di Gianni Barbacetto, da societacivile.it/blog/

I rifiuti girffati delle navi dei veleni


È buia la stiva della motonave da cargo Zanoobia, ottantuno metri di lunghezza e la bandiera siriana sul pennone. Una oscurità che diventa improvvisamente pesante, insopportabile, quando i portuali entrano per verificare il carico. Il respiro viene a mancare, e la poca luce che scende in coperta appena illumina le pareti rigate dai liquidi fuoriusciti dai bidoni di ferro, accatastati su tre livelli, legati con corde. Migliaia di fusti, più di duemila tonnellate di scorie velenose, mortali, che hanno girato il mondo per un anno e mezzo. Approdate alla fine - il sette maggio del 1988 - a Genova, in quell'Italia che li aveva spediti per farli sparire verso le mete del neocolonialismo dei rifiuti pericolosi. Zanoobia è uno dei tanti nomi scritti nelle storie delle decine di navi dei veleni che hanno trasportato, grazie ad una rete criminale di mediatori, faccendieri e trafficanti, le scorie del nostro sistema industriale. Un viaggio tortuoso e silenzioso, partito da Massa Carrara un anno e mezzo prima, per approdare di nuovo in Italia dopo aver attraversato il canale di Suez, tre continenti, un oceano ed infine il Mediterraneo.
Su quei fusti riportati in Italia della Zanoobia è disegnata una mappa agghiacciante. Nomi noti, marchi che valgono miliardi, produttori della nostra chimica quotidiana. Non fabbriche semi clandestine del casertano o laboratori, ma il gotha dell'industria europea. Ogni fusto ha un'etichetta, un nome di un produttore. Quasi sempre ha anche un indirizzo di provenienza, rimasto intatto dopo il viaggio alla ricerca di un posto dove scaricare. Una mappa di provenienza delle scorie - mandate agli organizzatori dei viaggi dei veleni - che a distanza di anni riappare dalle carte processuali.
La fonte è assolutamente ufficiale. Dopo lo sbarco della nave il Tribunale di Genova chiese di effettuare una perizia sui 10.500 fusti stoccati nella stiva della Zanoobia. Incaricato del compito fu Sergio Mattarelli, che elencò le 140 aziende europee e statunitensi con i nomi stampati sulle etichette. Un documento finito poi in un processo civile - il cui appello è oggi ancora in discussione - dell'avvocatura dello stato contro i produttori delle sostanze ritrovate sulla nave. Le aziende rappresentano una buona fetta del Pil italiano: si va dalla Pirelli alla tristemente nota Acna di Cengio, dalla Farmoplant alla Enichem, solo per citare i nomi più noti. Ma i rifiuti non erano solo italiani, confermando il sospetto che la rete di smaltimento illegale coinvolgesse l'intera Europa. Nelle etichette erano ben visibili i nomi di industrie tedesche (come la Basf), olandesi (la Delfzijl Polymer), belghe (la Dow corning) e inglesi (la Ici). Un posto di rilievo lo avevano alcune aziende multinazionali Usa, come la Monsanto ed altre fabbriche della costa est. In totale l'elenco stilato a Genova dal perito del Tribunale è composto da 140 nomi.
Non tutte le aziende, però, sono finite nell'atto di citazione preparato dall'avvocatura dello Stato, per conto della Protezione civile che gestì l'emergenza all'epoca, nel maggio del 1995, ovvero sette anni dopo lo sbarco della Zanoobia. Il documento - che ha dato origine ad una serie di processi civili davanti alla I sezione del Tribunale di Milano - chiedeva ai produttori delle sostanze di rimborsare i 16 miliardi di lire spesi per lo smaltimento dei rifiuti tossici sbarcati dalla Zanoobia. Delle 140 aziende nominate nella perizia nell'atto di citazione vengono chiamate in giudizio trentotto ditte. Una parte dell'originario elenco era stato depennato perché le etichette si riferivano ad aziende venezuelane che avevano semplicemente fornito i contenitori per reinfustare parte dei rifiuti sbarcati a Puerto Cabello, durante il lungo e complicato viaggio della Zanoobia. Ma alcuni nomi - soprattutto di aziende non italiane - sono semplicemente spariti. Le vie del diritto civile sono, come è noto, spesso oscure ai più. Nulla di fatto dal punto di vista penale, perché nessuno è stato processato. La corte di appello di Genova il proscioglimento per prescrizione dei reati ambientali. E nessun magistrato, d'altra parte, ha contestato i reati più gravi che potevano bloccare i termini per l'estinzione del procedimento, nonostante le tantissime denunce presentate tra il 1987 e il 1988 sulla vicenda.
Esisteva, dunque, quella via clandestina dei rifiuti industriali, denunciata con vigore dalle associazioni ambientaliste. Per la vicenda Zanoobia i mediatori sono aziende ben conosciute nel settore. Il principale broker - citato in giudizio civile con le aziende produttrici - è la Jelly Wax di Renato Comerio, la stessa azienda che sempre tra il 1987 e il 1988 organizzò l'esportazione di altri rifiuti tossici verso il Libano. C'è poi la Ambrosini di Genova, che aveva fornito i contatti per il primo approdo del carico dei 10.500 fusti arrivati a Genova, partiti da Massa Carrara nel febbraio 1987 con la motonave Lynx. Ambrosini aveva garantito uno smaltimento «a norma» a Gibuti, nel corno d'Africa, non lontano dalla zona di Bosaso dove Ilaria Alpi aveva cercato notizie su altre navi - ma su traffici simili - nel 1994. Aziende protagoniste della stagione delle navi dei veleni, mai condannate, con processi che si sono persi nei tempi della prescrizione.
Le uniche tracce processuali rimaste - che però definiscono con chiarezza la catena delle responsabilità - sono chiuse nel lunghissimo processo civile, arrivato a sentenza di primo grado nel 2006. «Risulta che la Jelly Wax ha ricevuto, tra la fine del 1986 e l'inizio del 1987 - scrivono i giudici della prima sezione civile di Milano - rifiuti speciali o tossico nocivi da diverse aziende italiane». È l'inizio di un lungo viaggio, il cui racconto spiega il funzionamento della rete internazionale dei broker di rifiuti. Un viaggio che vale la pena oggi ripercorrere a ritroso.

di Andrea Palladino

Obama e la vicenda dello scudo spaziale


Per giustificare la decisione di Obama di smantellare lo scudo missilistico progettato in Polonia e Repubblica Ceca dal suo predecessore George W. Bush si è fatto ricorso a una giustificazione di fondo: inaugurare una linea distensiva nei confronti della Russia attenuandone preoccupazioni e paranoie. Dietro il nuovo programma di Obama si nasconde invece un preciso piano di investimenti militari legati alla prima industria produttrice di missili del mondo: la Raytheon. Americana, ovviamente.Inaugurando un nuovo 'codice' di condotta etica per l'amministrazione presidenziale, due mesi dopo la sua elezione Obama aveva detto: "I lobbisti verranno sottoposti a vincoli più rigidi rispetto a tutte le amministrazioni che mi hanno preceduto. Coloro che entreranno nella mia amministrazione non potranno occuparsi di materie sulle quali hanno già fatto lobbying, o lavorare in agenzie sulle quali hanno fatto lobbying nei due anni precedenti". La presunta buona volontà del presidente Usa nel presentare la sua piccola rivoluzione morale è stata oscurata dall'ipocrisia. La nomina del nuovo vicesegretario alla Difesa è infatti è avvenuta infatti in totale contraddizione con le nuove regole stabilite da Obama. Si chiama William J. Lynn il 'sottoposto' di Robert Gates, Segretario alla Difesa. Avendo fatto lobbying per il gigante della difesa Raytheon in qualità di Svp (Senior Vice President) della compagnia, Lynn è l'esatto opposto di ciò che Obama avrebbe dovuto insediare in quella posizione. Chiamato a rispondere della violazione dei nuovi principi etici, Obama ha risposto che Lynn 'costituisce un'eccezione'.

La Raytheon ha svolto attività di lobbying per 14,5 milioni di dollari, durante i sei anni in cui Lynn ci ha lavorato: per la Camera dei rappresentanti, il Senato, il Dipartimento della Difesa, quello dell'Energia e del Tesoro. Lobbying per la vendita di armi, ovviamente, dai razzi teleguidati a lungo raggio ai sistemi di difesa basati sulle navi ad armamenti vari, tra cui un'arma laser fotonica in grado di distruggere missili a corto e medio raggio. L'ex manager, una volta nominato ai vertici della Difesa Usa, ha promesso di alienare sue azioni. Anche se l'avesse fatto, sarebbe stato un gesto totalmente inutile. Lynn ha svolto talmente bene il suo lavoro che si potrebbe avanzare l'ipotesi di una scelta adottata non per (o non solo per) 'rassicurare' la Russia sulle buone intenzioni della sua 'nuova' America, quanto perchè la Raytheon da tempo sta aspettando il committente giusto per le sue nuove armi.

Sia Obama che Robert Gates, nelle due conferenze stampa successive all'annuncio dell'annullamento del programma di Bush, hanno circostanziato la decisione con una serie di osservazioni che combaciano in maniera impressionante con quanto, esattamente un mese prima, venne esposto dalla Raytheon in occasione della presentazione di un 'nuovo sistema anti-missile' concepito in primo luogo per gli israeliani.

Obama e Gates, il 16 settembre scorso: "L'Iran non è così vicino alla bomba nucleare come si pensava, e la minaccia si limita a missili a corto e medio raggio. Il piano anti-missile di Bush non è smantellato, ma modificato, reso più flessibile, e nuovi sistemi di sensori e intercettori, ad esempio il SM-3, potranno essere installati in Europa già dal 2018".

La Raytheon, un mese prima: "Il sistema di intercettori che stiamo sviluppando, SM-3, già esistente su piattaforme marine o navi, verrà sviluppato su terra, e potrebbe servire a Israele per difendersi contro eventuali missili a corto e medio raggio lanciati dall'Iran. Potrebbe essere pronto già dal 2013.

Obama e Gates: "Il nuovo sistema sarà ad alta tecnologia ed economico.

Raytheon: i costi di sviluppo sono molto bassi, la tecnologia elevata. I profitti potrebbero raggiungere il miliardo di dollari, se il sistema è sviluppato globalmente in cooperazione con gli alleati internazionali.

La risposta dell'inviato russo alla Nato, Dmitriy Rogozin è stata di cancellare la decisione di installare missili Iskander a Kaliningrad, con la seguente raccomandazione: "La cooperazione con la Russia non è fatto di scelte. E' un fatto di necessità".

Il vice-segretario alla Difesa è il responsabile della scelta degli armamenti necessari agli Stati Uniti. E' lui che indica quali armi il Pentagono dovrà comprare. Con William Lynn in tale ruolo, la decisione di Obama di 'smantellare' il sistema missilistico concepito da Bush si arricchisce di dettagli che offrono una diversa lettura della sbandierata 'distensione' con la Russia, garantendo invece enormi profitti e commesse milionarie per la Raytheon. Sia in casa propria che all'estero.

Luca Galassi

Link:http://it.peacereporter.net/articolo/17987/Scudo+missilistico,+il+retroscena+di+una+scelta


Il Brasile mette alle strette Israele, chiesta la sua sospensione dal Mercosur

Il Parlamento brasiliano chiede la sospensione di Israele quale aderente allo accordo di libero scambio sottoscritto con il Mercosur (*)


Questa decisione è un colpo terribile per l'economia di Israele e per le sue relazioni con l'estero.

La Commissione per le Relazioni Estere e per la Difesa Nazionale del parlamento brasiliano ha raccomandato che il Parlamento non ratifichi l'Accordo di libero scambio (ALS) tra il Mercosur e lo Stato di Israele fino a quando "Israele accetti la creazione dello Stato palestinese secondo i confini del 1967". Questa decisione è un esplicito atto di pressione su Israele, perche' esso si adegui al diritto internazionale, ed e' un rigetto di anni di incessante attività di richiesta di favori da parte di Israele, e delle sue pressioni intese ad ottenere il voto di ratifica dello accordo.

Questa decisione rappresenta un enorme disastro per l'economia di Israele e per le sue relazioni con l'estero. Essa costituisce un ostacolo molto grande alla entrata in vigore del contratto di adesione, che sin dalla sua sottoscrizione nel 2007, è stato bloccato a causa del rifiuto di ratifica da parte di alcune nazioni membre del Mercosur. Il Mercosur è uno dei mercati a piu' rapida espansione del mondo, e costituisce la quinta maggiore economia al mondo.
Le esportazioni israeliane verso il Mercosur nel 2006 hanno ammontato a circa 600 milioni di dollari.

Israele ha investito massicciamente nello spingere per ottenere l'accordo, concentrandosi in modo particolare sul Brasile, la maggiore economia del Mercosur, ed il più potente attore politico di esso. Il Brasile da solo, anche senza un accordo di libero scambio, è per Israele la terza maggiore destinazione di esportazioni. Nel 2005 Ehud Olmert, ministro del commercio dell'epoca, visito' il Brasile allo scopo di ottenere il sostegno del presidente Lula allo accordo. Poco più di un mese fa il ministro israeliano degli affari esteri Avigdor Lieberman si e' recato in Brasile per sollecitare la ratifica dell'accordo.

Fin dall'inizio dei negoziati per l'accordo di libero scambio, incontri ad alto livello nella società civile della zona Mercosur hanno rigettato l'accordo commerciale. Per conto del Comitato Nazionale Palestinese per il BDS (Boicottaggio, Disimpegno e Sanzioni) - "Palestinian BDS National Committee (BNC)" - (NdT: la sigla BDS e' identica sia per la dicitura in italiano, che per quella internazionale in inglese; si tratta di una campagna per il boicottaggio economico internazionale contro Israele), la Campagna della Organizzazione popolare palestinese contro il Muro della "Apartheid" ha collaborato con gli intellettuali brasiliani, con i movimenti sociali, i partiti ed i singoli politici per bloccare la ratifica del contratto di libero scambio. Furono costituiti il "Fronte per la Difesa del popolo palestinese" ed il "Fronte parlamentare contro la ratifica del contratto per la zona di libero scambio" a sostegno dello appello palestinese contro l'accordo di libero scambio. In gennaio 2009 una lettera del BNC fu consegnata al presidente Lula.

Di conseguenza ieri la Commissione del parlamento brasiliano ha accettato di tenere una audizione pubblica prima delle operazioni di voto.

Oscar Daniel Jadue, vice-presidente della Federazione palestinese del Cile, è intervenuto ed ha perorato il rigetto della proposta di legge. Egli ha sostenuto che la ratifica del contratto è una violazione del Diritto Internazionale, a vantaggio di una nazione che non rispetta i diritti umani dei Palestinesi.

"Invito tutti a riflettere che la sottoscrizione premierebbe il governo di Israele ed aprirebbe il mercato latino-americano ad una nazione che annienta il popolo palestinese", ha affermato Jadue.

Arlene Clemesha, professoressa di Storia Araba presso l'Università di São Paulo (USP) e componente del Coordinamento delle Nazioni Unite sulla Palestina, ha argomentato contro la procedura superficiale e fraudolenta di ratificare l'accordo con l'esclusione dei prodotti degli insediamenti, esprimendo l'allarme che è impossibile separare i prodotti delle due zone di Israele, perche' esso ha una storia di commercio dei prodotti provenienti dagli insediamenti venduti semplicemente come israeliani. Invece, ella ha sostenuto, il cammino verso la pace richiede che le forze internazionali costringano Israele a porre fine alla occupazione militare dei territori palestinesi.

I membri della Commissione parlamentare brasiliana si sono trovati d'accordo con Clemesha e Jadue, ed hanno raccomandato il congelamento del contratto, come strumento di pressione politica.

"Sarà un contributo piccolo, ma sara' specifico, cioe' mirato alla radice del problema. L'accordo puo' essere reso funzionante solo se approvato dalle nazioni del Mercosur. Poiche' l' Uruguay lo ha già approvato, lavoreremo con Argentina e Paraguay. Il governo Lula è stato coraggioso e deve affermare pubblicamente che l'accordo è congelato fino alla ripresa dei negoziati di pace", ha affermato Nilson Mourão del Partito dei Lavoratori (PT - Partido dos Trabalhadores) dello stato di Acre.

Jamal Juma', coordinatore della Campagna della Organizzazione popolare palestinese contro il Muro della "Apartheid" commenta: "Dopo anni di lotta politica, siamo molto contenti per questa decisione. E' una vittoria importante, che è stata resa possibile solo dallo esteso e convinto sostegno fornito dalla società civile in Brasile.

Questa decisione ha dimostrato che i governi democratici dell' America Latina sono alleati per realizzare opere di giustizia e sono pronti ad assumere una posizione di principio sulla Palestina, anche quando sono sottoposti alla pressione israeliana. La delegazione di Lieberman ha cercato di allettare il Brasile con l'esca fraudolenta di poter diventare "mediatori" nella regione, se si fossero dimostrati "imparziali" e avessero sostenuto gli interessi di Israele nell'ambito dello accordo di libero scambio. Tuttavia i politici brasiliani non sono caduti nella trappola.

Ora chiediamo all'OLP ed alla Autorità Nazionale Palestinese di vigilare che il "No" alla zona di libero scambio per Israele costituisca in futuro una priorità per le loro politiche regionali estere."

La lotta per negare ad Israele la zona di libero scambio Mercosur non è ancora finita; il progetto sarà ulteriormente analizzato dalle Commissioni per lo Sviluppo Economico e da quella del Commercio e dell' Industria, e dal Parlamento. Sarà poi portato allo esame del Senato. Tuttavia è improbabile che la decisione di ieri possa essere ribaltata, ed essa ha trasformato il processo di ratifica dell' accordo di libero scambio da parte del Brasile e da altre nazioni del Mercosur in un efficace strumento di pressione su Israele.

The Palestine Monitor
Fonte: http://axisoflogic.com
Link: http://axisoflogic.com/artman/publish/Article_56940.shtml


* - Il Mercosur ("Mercato del Sud") e' un mercato comune di libero scambio tra le nazioni del Sud-America. Il suo proposito consiste nella promozione di fluidi movimenti di merci, cittadini e monete nazionali.

Nel corso del vertice tra Presidenti del dicembre 2004 fu concordata la fondazione del Parlamento Mercosur. Esso entro il 2010 dovrebbe annoverare 18 rappresentanti per ciascuna nazione.

Rimane tuttora incerta, tuttavia, la prospettiva di una accresciuta integrazione politica all'interno della organizzazione, sul modello della Unione Europea.

Il Mercosur rappresenta 270 milioni di cittadini.

In dicembre 2007 il Mercosur sottoscrisse un accordo di libero scambio con Israele, tuttora soggetto a ratifica dei Parlamenti nazionali.

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