domenica 27 settembre 2009

I motivi dello scontro tra Iran e Israele


Suppongo di non essere l’unico israeliano che si domanda in realtà che cosa voglia l’Iran da noi. Non abbiamo confini in comune con l’Iran e non abbiamo mai avuto un vero conflitto. Anche il conflitto che ci contrappone ai loro “fratelli” palestinesi non basta a spiegare la profonda ostilità che il regime iraniano nutre verso Israele. E poi non sono nemmeno tanto “fratelli” visto che gli iraniani non sono arabi, e non sono musulmani del “dalla parte giusta”: gli iraniani sono sciiti, mentre la maggior parte degli arabi attorno a noi (ad eccezione della popolazione del Libano meridionale) sono sunniti. Ma allora, perché gli iraniani continuano regolarmente a proclamare la loro volontà di eliminare il nostro stato? Cosa vogliono da noi?
Posi questa precisa domanda, circa quattro anni fa, a un uomo che allora era a capo del partito riformista nel parlamento iraniano, Reza Khatami. All’epoca del nostro incontro, che avvenne in una città europea, suo fratello era il presidente dell’Iran. Dopo diversi giorni di conversazioni con lui e sulla base di ciò che da allora ho letto e appreso, sono arrivato alla conclusione che ciò che alimenta l’odio verso Israele fra i leader dell’Iran (sia conservatori che riformisti) non deriva dalla politica di Israele o dai suoi comportamenti, quanto piuttosto dalla minaccia che la cultura occidentale pone a ciò che i leader iraniani considerano il giusto stile di vita.
L’attuale regime iraniano cerca di chiudere la società rispetto alla penetrazione dall’esterno di idee che esso considera pericolose per l’ordine esistente. Secondo le autorità di Teheran, il giusto stile di vita è quello indicato dall’antica tradizione religiosa basata sulle sacre scritture. Il desiderio di preservare l’ordine esistente esige una guerra totale contro gli elementi che aspirano a cambiarlo, guidati dalla “cultura occidentale” che offre un diversa sistema di valori ed esalta il concetto di libera scelta.
È una cultura che venne forgiata dalle rivoluzioni e che predilige il cambiamento e l’innovazione rispetto a tradizione e religione. Avviata con la rivoluzione religiosa (la Riforma) del XVI secolo, è continuata con la rivoluzione scientifica del XVII secolo e con la rivoluzione industriale del XVIII secolo per culminare nella rivoluzione politica in Francia all’insegna dei diritti civili e di eguaglianza.
I giovani iraniani sono “confusi”, ha detto la Guida Suprema Khamenei la scorsa settimana commentando le sommosse nelle strade di Teheran, e ha aggiunto che essi hanno bisogno di “più spiritualità”. Questi “giovani” (più di metà della popolazione iraniana odierna è nata all’indomani della rivoluzione di Khomeini) vogliono vivere come i loro equivalenti in occidente. Vogliono godere anche loro delle innovazioni della scienza e della tecnologia, della libertà di vivere senza paura del governo, e di esprimere le loro opinioni su ogni argomento senza censure da parte delle vecchie autorità.
La cultura occidentale è il grande nemico del regime iraniano e per questo motivo odiano il paese leader dell’occidente, gli Stati Uniti, e il paese che percepiscono come l’agente dell’occidente all’interno del Medio Oriente, Israele. Ecco perché chiamano “Grande Satana” l’America e “Piccolo Satana” Israele. Non è che in Iran gli Stati Uniti vengano odiati a causa di Israele. È il contrario: è Israele che è bersaglio dell’odio iraniano perché rappresenta ai loro occhi la cultura “americana”.
In questo momento l’Iran sta assistendo a uno scontro che potrebbe portare a una rivoluzione. Ma non è lo scontro tra due candidati alla presidenza, uno ufficialmente “eletto” (Ahmadinejad), l’altro che mette in dubbio la legalità del voto (Mousavi). Su questo fronte il vero leader (Khamenei) aveva perfettamente ragione quando ha ricordato che tutti e quattro i candidati erano stati approvati da lui e che tutti e quattro rappresentano diverse gradazioni della stessa ideologia.
Il vero scontro è tra l’élite al potere e le giovani generazioni nate dopo la rivoluzione di Khomeini. L’élite vorrebbe “sigillare” l’Iran impedendo la penetrazione dall’esterno di idee nuove e dannose. Gli altri vorrebbero vivere in una società aperta e libera, simile a quelle che esistono in occidente.

di Isaac Ben-Israel
(Da: YnetNews)

Berlusconi punta al Nobel per la Pace


Siete contenti, eh? E’ ricominciato Anno Zero, è uscito Il Fatto e voi potete tornare a recitare la parte che più è vostra: quella dei martiri (di questa ceppa).

Siete miserabili e non avete il polso della situazione. Io sì, invece, e solo perché mi ispiro ad Alessandro Meluzzi, il Freud delle casalinghe di Cologno Monzese.

La notizia del giorno non è che Michele Santoro abbia litigato con il Generale Liofredi, non è che Marco Travaglio è sgradito al Direttore Generale Sado-Masi.

La notizia del giorno è che Silvio Berlusconi vincerà il Premio Nobel per la Pace. Vamos.

L’Arafat di ArcoreLa fredda cronaca (cit). Esiste un Comitato per il Nobel a Berlusconi, hanno un sito (qui) che conquista subito per sobrietà e basso profilo. In alto c’è un gruppo di gazzillori inutilmente ilari, in posa tipo All Blacks, a sinistra c’è pure la donna di colore che sorride - ché loro mica son xenofobi - e ammicca alla fotocamera quasi come Tupac Shakur prima che gli sparassero.

In basso c’è Berlusconi con Papa Ratzinger, il primo ride e l’altro gesticola con la consueta simpatia contagiosa. In mano hanno un crocifisso di 78 chili. Dopo la foto sono caduti entrambi, vittime di una forza di gravità oltremodo sovversiva.

La navigazione nel sito è davvero piacevole. Non si fa in tempo a entrare, che subito parte un canto muezzin di un tenore verosimilmente afono. Egli (?), con sicumera ingiustificata, intona un vecchio pezzo scritto da Michele Novaro tuttora in voga (cit).

Il titolo promette bene: “Finalmente un italiano, Silvio Berlusconi“. In che senso? Che è il primo italiano dopo l’estinzione dei dinosauri? No: nel senso che, dopo 102 anni di assenza, è tempo che il Nobel per la Pace venga assegnato a un italiano (così, non per meriti: per rispetto algebrico).

E questo italiano è Berlusconi.

Ah.

Lo ammetto: la prima reazione a tale notizia non sarebbe esattamente garbata (perfino per me, che in camera ho il poster di Lupi). Candidare Silvio Berlusconi a Premio Nobel per la Pace è come nominare Borghezio per il Memorial Martin Luther King, ma non dobbiamo fermarci all’apparenza. Questo è un comitato serio, che si è riunito come si deve e che denota il piglio di chi sa (cit).

Il senso dell’idea è così riassumibile: se lo hanno vinto Yasser Arafat, Jimmy Carter e Al Gore, perché non Berlusconi? Già, perché? In fondo, tra Arafat e Berlusconi, l’unica differenza era il turbante.

Ecco dov’era finita la società civile

Voi direte: è la solita trovata del Pdl. Farabutti che non siete altro. L’idea, spiegano gli esegeti di Silvio Nostro, “Non nasce per inziativa del PDL, di Silvio Berlusconi” (scritto così, un refuso e un accento sbagliato: così si fa). “Nasce per volontà della società civile”. Capito? La società civile si è trovata, un bel giorno, e ha detto: con tutti i problemi che abbiamo, qual è la nostra prima urgenza? Di cosa abbiamo davvero bisogno? Cosa può salvarci? Essi, in coro, si sono così risposti: il Nobel per la pace a Berlusconi. Certo, mi sembra logico (come un’elaborazione di Tony Polito).

Volete far parte di questo movimento? Volete partecipare al Comitato di Liberazione? Si può. Yes you can. “Se vorrai, potrai sostenere con un’oblazione (una OBLAZIONE) le spese per la promozione della candidatura di Silvio Berlusconi al Premio Nobel per la Pace o con carta di credito, cliccando sul bottone “donazione”, oppure effettuando un bonifico bancario intestato al Comitato della Liberta”. Che bell’esempio di democrazia partecipativa. Un bonifico - anzi: una oblazione - per Berlusconi. Come fare l’elemosina ad Abramovich.

Testimonial d’eccezione (e che eccezione)“Il presente Comitato”, leggo dall’augusto sito, “è completamente autofinanziato dai cinque soci fondatori”. Oh, questo è importante. Chi sono i cinque salvatori della patria? Dai che son curioso. Clicco e trovo subito ilritratto di un uomo che trasuda carisma manco fosse un geyser. Mi guarda in tralice, gli occhialini della cresima, la cravatta coi pixel fuori scala e lo sguardo di chi è stato baciato per la prima volta a 97 anni (e ciò nonostante si crede precoce).

Il Comitato è composto da Emanuele Verghini, Alessandro Carnevali, Gianmario Battaglia, Valerio Cianciulli e Edoardo Babusci: peccato, il Canaro di Frascati all’ultimo momento non ha aderito. All’iniziativa, tra gli altri, partecipano Pasquale Calzetta (apperò), Giuseppe Ciarrapico (una garanzia), Emerenzio Barbieri (chiiiii???) e… Laura Ravetto. Laura Ravetto. LAURA RAVETTO! Grande Laura, idolo di sempre, compagna di mille serate e tanti sogni andati via con la brezza del mattino (questa è di Bondi, scusate). Laura: il mio amore, la mia vita, il mio faro. Che bella. Je t’aime. Ovviamente, Laura ha mandato la sua adesione tramite il blackberry (confondendosi col T9).

Ci sono anche testimonial d’eccezione. Lo garantisce il sito: d’eccezione. Clicco ancora, certo di trovarmi davanti una carrellata di nomi indimenticabili. Josè Saramago, Noam Chomsky, Tony Renis.La pagina si apre e c’è ancora una foto: è lei, è lei, è Loriana Lana. Ha il petto in fuori, il mento eroicamente teso in un prognatismo stentoreo. L’effetto d’insieme ricorda i poster della Sagra del Baccello di Battifolle, quelli con le foto della banda del liscio che suonerà mazurca per tutta la notte, a uso e consumo di arzilli ottuagenari.

Sì, perché Loriana Lana è una cantante. Di più: una musicista. Di più: una testimonial d’eccezione. Di più: ha debuttato a RaiUno conducendo un programma per ragazzi (e poi ci si stupisce della fortuna dei pusher). Di più: ha collaborato con Paolo Conte (quando????). Di più: collabora con Fonopoli di Renato Zero (una sorcina, quindi). Di più: collabora al portale MyMovies (che sarebbe fatto anche bene, porcaccia la miseria). Di più: è coautrice de “Il mondo dello zainetto” (immagino l’inno dell’Invicta). Di più: ha firmato con Mariano Apicella “Tempo di rumba”, brano di punta del cd “L’ultimo amore” (“ultimo” era una promessa?).

Loriana Lana: l’anello di congiunzione tra le adenoidi infiammate e Cristina D’Avena.

Ne riparleremo più avanti, perché la ragazza merita.

Perché proprio Berlusconi?

Un lettore (criminoso) potrebbe a questo punto chiedersi: sì, ma Berlusconi che ha fatto per meritarsi proprio il Nobel per la pace? Che domande idiote che vi fate, a volte. Siete davvero farabutti. Fortunatamente per voi, il Comitato dei Cinque Carneadi ha riassunto in comode 78 pagine i meriti pacifisti di Berlusconi. Poiché però lo stile di Gianmario Battaglia è rimasto ai fonogrammi marziali dell’Istituto Luce, ve ne riassumo i passaggi irrinunciabili.

1) Berlusconi ha rinsaldato i legami con gli Stati Uniti (tattica straordinaria e inedita, la sua: ha totalmente azzerbinato l’Italia a Bush e alle sue paturnie, denotando un coraggio inedito).

2) Ha mediato risolutamente nella crisi in Georgia (così bene che la Georgia non se n’è accorta).

3) Ha avuto un ruolo riconosciuto (da chi, a parte Bonaiuti?) per una duratura pace (quale?) tra Israeliani e Palestinesi (qua siamo oltre la mitomania).

4) “Ha ricreato tra Stati Uniti e Federazione Russa lo stesso clima di dialogo e di amicizia che era sfociato nel vertice di Pratica di Mare del 2003, e che pose definitivamente fine alla Guerra Fredda” (occazzo, Berlusconi ha posto fine alla Guerra Fredda e io non me n’ero accorto. Pensavo che il merito fosse di Cindy Lauper, durante il concerto per la Caduta del Muro di Berlino).

5) Ha sempre sostenuto missioni di pace (con in mano una Luger e nell’altra uno strale per Gino Strada).

6) Ha riconosciuto, primo al mondo, le proprie responsabilità nei confronti di una ex-colonia, la Libia, al punto che di lui Gheddafi (noto epigono di Gandhi) ha detto: “Berlusconi è un uomo di ferro che ha preso una decisione storica”. Parole di cui vantarsi a tavola, tra una tartaruga e una farfallina (potresti dirmi sorellina in cosa credi tu/ cosa speri cosa sogni da grande che farai/ se ti blocchi contro il vento o spingi più che puoi/ se hai paura certe notti ti senti sola mai - mega-cit canterina).

7) Ha fatto sì che Rasmussen fosse nominato segretario generale della Nato (quando Rasmussen l’ha saputo, si è dissociato da se stesso).

Conclusione: Silvio Berlusconi ha salvato milioni di vite. Anche se erano solo quelle di Second Life.

Silvio Silvio grande è (garantisce Panajia)

Simili momenti, di cui ci renderà conto la storia, vanno accompagnati da musiche all’altezza. Per questo occorreva una nuova canzone, un salvifico inno di pace e gioia: una santificazione sonora che divinizzasse definitivamente Silvio Berlusconi. Ecco quindi che, in nostro soccorso, per la gioia di grandi e piccini, è stata scritta La pace può.

Qui urge un’analisi doviziosa, perché l’opera merita. Già il titolo, La pace può, lascia il messaggio sospeso, alimenta il nostro afflato di libertà, fortifica il bisogno di uomini - come Silvio Nostro - che ci salvino la Vita. Il titolo, in buona sostanza, anticipa così la bellezza della canzone (per chi capisce d’arte, certo: mica come voi, che ancora siete convinti che Vecchioni è bravo).

La musica è del maestro Pino Di Pietro, e anche questo è straordinario. L’inno di Berlusconi è stato scritto da uno che si chiama Di Pietro. Come se Brunetta giocasse in una squadra di basket Nba.

Il testo è di Loriana Lana, la sorcina di cui sopra, quella che ha scritto l’inno Invicta e ha collaborato con Paolo Conte senza che Conte se ne accorgesse (si scherza, eh Lory: sono un tuo fanboy).
Con lei canta un tenore famosissimo, di cui ho tutti i dischi e i bootleg, addirittura Sergio Panajia. Mica cazzi: Sergio Panajia. E poi dicono che gli artisti sono di sinistra. Voi avevate De André e loro hanno Panajia. Vi mangiano in testa (cit).

La canzone potete ascoltarla qui. E’ bellissima, a me ingrifa davvero tanto. Loriana ne dà un’interpretazione squisitamente atonale e amusicale (doppia alfa privativa greca, per chi non ci fosse arrivato). La sua voce mi ha ricordato quella di Janis Joplin dopo una colecisti fulminante. Se Iva Zanicchi è l’Aquila di Ligonchio, Loriana Lana è il Fringuello Fioco de Roma (si scherza sempre, eh Lory: siamo tutti tuoi famboy). I suoi fraseggi con il Divino Panajia, che da par suo ricorda Andrea Bocelli a cui hanno trapiantato le corde vocali di Aldo Forbice, sono inebrianti.

Non provavo un’emozione musicale così dai tempi dei duetti di Aleandro Baldi con Francesca Alotta.

Parole come pietre

Se ne legga, ora, il testo.

Parte una musica elaborata col Vic 20, c’è Berlusconi che cammina tra le macerie aquilane con Barack Obama. Obama è comprensibilmente sgomento (e non per le macerie).

Vai Loriana, facce sogna’.

“La pace può…ripeterò… (già ripeti dopo tre parole? Che fantasia. Andiamo bene, vai)… queste parole senza smettere (suona come una minaccia)…e il vento penserà a diffonderle (pure il vento? Non bastavano Youtube e Brachino?)…e il mondo ascolteeeràààà (certo, non vedeva l’ora)”.

Qui entra il Divino Panajia, il cui impatto sulla canzone è paragonabile a quello di un quarterback ubriaco in una cristalleria.

“La pace può (vibrato tipo Pavarotti con gli U2 in Miss Sarajevo, ma appena un po’ peggio)…guarda anche tu (sul video compare un’insegna della Croce Rossa: bella prospettiva, grazie dell’ottimismo Sergio)…l’Abruzzo si risveglia incredulo (così incredulo che deve ancora risvegliarsi)…la neve e il sole che si incontrano (immagine di una banalità tale da imbarazzare financo Daniele Groff)…e la tua mano è qua… (qua dove? In Abruzzo? A Palazzo Grazioli? È un’allusione?)”.

Qui parte il coro. All’unisono, Loriana e Sergio. Come allo Zecchino d’Oro.

“C’è un preeeeesidente sempre presente (eh, lo so)…. Che ci accompagnerà (sì, contro un iceberg a bordo del Titanic)… SIAMO QUI PER TEEEEEEE, CUORE E ANIMAAAAAAA, UN NOBEL DI PACE, SILVIO GRANDE E’ (qui Sergio gliene dà secche, ci va giù con l’ugola)… SIAMO QUI PER TE, CORO UNANIME (ma anche no), UN’UNICA VOCE SILVIO SILVIO GRAAAAAANDE EEEEEEE!!!”.

Bello. Bello. Bello. Quest’inno mi gasa. Mi gasa. Al punto che mi è quasi venuta voglia di invadere la Polonia.

E ora scusatemi, vado a chiedere l’amicizia a Loriana Lana. Perché Silvio Silvio grande è (è la tivù che lo rimpicciolisce).

di Andrea Scanzi

Link:http://scanzi-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/09/25/piu-nobel-per-tutti-silvio-grande-e/

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