venerdì 25 settembre 2009

Chiarimenti Tirocinio Formativo Attivo


Dato l'enorme afflusso di lettori in merito all'argomento riguardante le nuove regole per ottenere l'abilitazione all'insegnamento(il cosiddetto TFA), volevo precisare che ad oggi non è stata fissata alcuna data riguardo il concorso. Una probabile data è Gennaio 2010. Per qualunque domanda vi consiglio questo blog (molto informato e tempestivo nelle risposte): clicca qui TFA

di Onoff - Redazionale

Alla conquista della Persia, il Grande Gioco si concentra in Iran


Da dove sia partito l'ordine è difficile dire. A volte, quando i passaggi della storia sono stati preparati in modo meticoloso, e per tempo, non è nemmeno necessario che un ordine specifico e perentorio venga dato. Le forze in campo si sono a tal punto concatenate, interessi trasversali e potenti sono così dilagati, che gli avvenimenti sembrano quasi procedere da soli, in modo inarrestabile ed ineluttabile.
In Iran esiste una questione sociale. Il paese è giovanissimo (la stragrande maggioranza della popolazione è sotto i 30 anni). La quasi decennale guerra con l'Iraq, negli anni '80, che ha provocato milioni di morti, ha falcidiato la generazione che oggi sarebbe dei 40-50enni. La cultura è elevata e diffusa presso tutte le classi sociali, ma gli stilemi occidentali, quelli che potremmo chiamare "modernizzazione", appartengono solo ad alcune minoranze. Il grosso del paese è tradizionalista.
Teheran, dove vive oltre il 10% della popolazione iraniana complessiva, ne è un chiaro esempio. La borghesia commerciale e industriale (soprattutto legata al settore petrolifero), i professionisti laureati, la massa degli studenti universitari (in cui il numero delle femmine supera ormai quello dei maschi), hanno istanze civili, sociali, economiche, che vengono quasi ignorate nelle province rurali lontane dai centri urbani.
Così, se per i benestanti abitanti dei quartieri di Teheran nord, o nelle fasce borghesi medio-alte delle grandi città industriali come Isfahan, le richieste sono di più libertà e più diritti civili, per il resto del paese i problemi più stringenti ed attuali sono legati all' altissima inflazione ed alla disoccupazione.
Queste contrapposizioni si riflettono sulla classe dirigente che appare divisa come non mai dalla rivoluzione khomeinista ad oggi. In Iran è in corso un vero e proprio scontro di potere.
Attualmente al comando è il gruppo dirigente che in Occidente viene definito comunemente conservatore se non ultra-conservatore, con la Guida Suprema spirituale Ali Khamenei ed il presidente Mahmud Ahmadinejad. Nella Repubblica Islamica dell'Iran esiste una forte compenetrazione tra potere religioso e politico, benché formalmente distinto, almeno dalla svolta in senso teocratico voluta dal padre spirituale della rivoluzione, Ruhollah Khomeini, che ritagliò per se stesso il ruolo di Guida Suprema e determinò l'esilio del primo presidente laico post-rivoluzionario, il socialista Bani Sadr. Da quel momento i presidenti che si succederanno al potere saranno tutti religiosi (Khamenei - poi successore di Khomeini come Guida Suprema, Rafsanjani, Khatami), almeno fino al 2005 quando torna sulla poltrona dell'esecutivo un laico, benché con un profilo marcatamente spirituale (in seguito si vedrà meglio in che senso), ovvero Mahmud Ahmadinejad (1)
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Il primo mandato di Ahmadinejad ha avuto la caratteristica di un parziale ritorno al primato della politica nella guida dello stato, appoggiandosi su quelle potenti componenti del sistema di sicurezza da cui lo stesso Ahmadinejad proviene. E così l'esercito, ma soprattutto i Guardiani della rivoluzione (Pasdaran) ovvero la milizia militare che ha sorretto il paese durante la guerra con l'Iraq, e il famigerato Basij, la milizia civile volontaria, sono diventati ancor più la spina dorsale della nazione. Queste strutture hanno autonome articolazioni amministrative e addirittura finanziarie. Sono pezzi di stato sempre più influenti e potenti che sono riusciti a portare un loro uomo alla presidenza a scapito del potere del clero.
L'autentica eminenza grigia di questa parte di società che vede il proprio potere corroso è Hashemi Rafsanjani, l'uomo più ricco del paese (settore immobiliare e commercio agroalimentare - in particolare pistacchi di cui l'Iran è grande esportatore), stretto collaboratore fin dalla nascita della Repubblica Islamica di Khomeini, di cui era stato discepolo alla Scuola teologica nella città santa di Qom, ha ricoperto per due mandati la carica di presidente (1989-1997) ed è attualmente a capo del Consiglio degli Esperti, un consiglio teologico di saggi col compito di risolvere conflitti istituzionali, nominare la Guida Suprema ed eventualmente ordinarne la destituzione.
Rafsanjani è dunque la naturale espressione del clero moderato che vuole tornare ad essere determinante nella conduzione dello stato e di quelle fasce sociali produttive, della borghesia commerciale e degli studenti che hanno animato le proteste delle ultime settimane.
Ma, benché potente, Rafsanjani è per lo più inviso al resto del popolo. Durante la sua presidenza sono circolate molte voci su una gestione opaca, se non addirittura corrotta, del potere, al punto che alla fine degli anni '90 faticò non poco a farsi rieleggere al Parlamento e nel 2005 è stato battuto alle presidenziali da Ahmadinejad. Rafsanjani si sta quindi muovendo dietro le quinte ed ha appoggiato il candidato moderato Mir Hossein Mussavi alle ultime elezioni.
Il programma politico di Mussavi risponde perfettamente alle richieste dell'elettorato di riferimento di Rafsanjani. Maggiori diritti civili, in particolare per le donne (la moglie di Mussavi, personaggio di primo piano durante la campagna elettorale, è una fervente sostenitrice delle rivendicazioni femministe); liberismo in economia con la previsione di massicce privatizzazioni, in particolare nel settore petrolifero, potenzialmente il più lucroso; attenuazione dei conflitti con la comunità internazionale così da superare gli embarghi economici e finanziari che ancora stringono l'Iran, per far tornare il paese un attore di primo piano nel commercio internazionale attirando gli investimenti stranieri, in particolare occidentali.
Il profilo di Ahmadinejad non potrebbe essere più distante. Apprezzato per uno stile di vita sobrio e modesto, che contrasta in maniera stridente con le accuse di corruzione al clero moderato, è fautore di una economia social-statalista che guarda alle masse popolari come destinatarie di aiuti pubblici con una politica di crediti a basso costo e sovvenzioni all'agricoltura. Ahmadinejad ha il suo elettorato di riferimento tra le masse rurali e quelle operaie, specie nei settori del petrolio e della chimica contrari alla privatizzazione delle imprese pubbliche. E del clero più legato alla concezione di una comunità (Umma) coesa, solidale e tradizionale.
Per quanto riguarda poi la collocazione geopolitica del paese, Ahmadinejad punta a far diventare l'Iran la potenza regionale di riferimento e un protagonista assoluto sullo scacchiere mondiale. Con una politica di influenza emergente in Iraq, Libano, Palestina, facendosi porta bandiera di un revanscismo islamico e terzomondista contro gli interessi occidentali e sionisti, Teheran sta minacciando il ruolo strategico delle monarchie arabo-sunnite del Golfo (Arabia Saudita in testa), dei cosiddetti "regimi moderati" come l'Egitto, ed è ormai l'unico vero nemico di Israele nella regione (tenuto conto che la Siria sta mostrando, almeno diplomaticamente, un profilo molto più basso e prudente).
Ma l'Iran è anche uno snodo fondamentale per l'acquisizione delle risorse energetiche in Asia centrale. Ahmadinejad guarda decisamente verso oriente, sia puntando a stringere accordi strategici con i confinanti Afghanistan e Pakistan per la costruzione di gasdotti, sia mirando a far entrare il paese a pieno titolo nella SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shangai) insieme a Russia e Cina. In particolare per Pechino, Teheran sarebbe l'alleato e partner ideale, potendo fornire gas e petrolio in cambio di manifattura, tecnologie, infrastrutture. L'alleanza politica, militare, economica, ed in prospettiva finanziaria, tra Cina, Iran e Russia, potrebbe saldare un blocco in grado di scalzare il dominio imperiale nordamericano.
Ma questa visione ha aperto crepe anche all'interno della leadership conservatrice iraniana. Alle ultime presidenziali Ahmadinejad si è dovuto scontrare anche con un candidato che fa riferimento al suo stesso blocco sociale e di potere, quel Mohsen Rezai già a lungo capo dei Pasdaran. Rezai critica duramente l'avventurismo del presidente in politica estera e preferirebbe un ruolo da "terra di mezzo" per il paese, aprendo alle offerte dell'Amministrazione Obama per attuare una politica di interesse nazionale su più fronti che sfrutti al massimo la congiuntura e le condizioni favorevoli. Di questa componente fanno parte altri esponenti di spicco dell'establishment, come il presidente del Parlamento Ali Larijani, ex mediatore con l'occidente sul nucleare.

Tutte queste dinamiche e pulsioni sembrano essere venute in collisione simultaneamente in occasione del voto del 12 giugno. Allo stato è impossibile avere certezze circa l'elemento scatenante questa crisi, ovvero l'accusa del candidato sconfitto e dell'opposizione al presidente confermato di avere rubato le elezioni con massicci brogli. Se probabilmente chiarezza non potrà mai essere fatta, alcune circostanze possono comunque essere sottolineate:
il voto, ufficialmente, ha avuto un risultato schiacciante con una differenza di trenta punti percentuali tra Ahmadinejad e Mussavi, corrispondenti ad oltre 10 milioni di schede. Se broglio c'è stato deve essere stato di dimensioni plateali e diffuso in tutto il paese essendo necessario che almeno un voto su quattro fosse manipolato. Ma le irregolarità rilevate non sono apparse così sostanziali da ribaltare il risultato finale;
alla vigilia nessun commentatore e analista pensava possibile una vittoria di Mussavi al primo turno. Vero è che negli ultimi giorni di campagna elettorale lo sfidante era sembrato guadagnare terreno con una mobilitazione crescente dei suoi sostenitori accompagnata da una sorta di fervore montante dell' "onda verde". Tuttavia il fenomeno era soprattutto legato alla capitale, e in ogni caso l'appoggio popolare ad Ahmadinejad nella stessa Teheran (di cui, è bene ricordare, il presidente è stato sindaco) non è mai venuto meno, anche visibilmente, con raduni e comizi oceanici;
un'agenzia di sondaggi americana, a tre settimane dal voto, ha effettuato in Iran delle rilevazioni demoscopiche indipendenti certificando che a quel momento il vantaggio di Ahmadinejad su Mussavi era effettivamente ampio, con un rapporto di 2 a 1, poi confermato dalle urne. I dati e l'analisi sociologica sulle intenzioni di voto rendono impraticabile l'ipotesi che Mussavi possa aver ribaltato in pochi giorni un orientamento così consolidato (2)
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il concatenarsi degli avvenimenti fa supporre una sorta di regia con intenti destabilizzatori in piedi già da tempo col chiaro intento di utilizzare le elezioni e i presunti brogli come pretesto, e in cui tutte le parti in causa, consapevoli o meno, hanno giocato un loro preciso ruolo. A due settimane dal voto l'attentato terroristico in una moschea nella regione del Balucistan (venti morti) ha inquinato la campagna elettorale nella più classica metodologia delle strategie della tensione, facendo venire alla ribalta contrapposizioni etnico-religiose tra sciiti e minoranza sunnita;
lo scontro tra i candidati è stato insolitamente duro e con un forte impatto mediatico. Per la prima volta sono andati in onda confronti televisivi diretti, in particolare quello tra Ahmadinejad e Mussavi ha impressionato il pubblico. Ahmadinejad è stato particolarmente duro e sprezzante, accusando l'avversario di mollezza, una sorta di burattino manovrato dalla consorte, e di essere il protetto di Rafsanjani, appellato senza mezzi termini come un corrotto. L'effetto è stato devastante, in un duplice senso: provocando e scandalizzando l'elettorato moderato, galvanizzando il proprio;
da quel momento la campagna elettorale si è incendiata, trasferendosi anche nelle piazze, in una sorta di polarizzazione tra fazioni contrapposte. Nelle assemblee dell'opposizione, specie nelle università, sono cominciate a circolare le parole d'ordine contro il "tiranno" Ahmadinejad e le voci che il regime stesse preparando dei brogli;
la notte del voto la situazione è cominciata a precipitare. Mussavi, a scrutinio ancora in corso, dichiarava (pare avendo avuto indicazioni ufficiose in tal senso dal ministero dell'Interno) di essere il vincitore con oltre il 60% dei voti. La commissione elettorale veniva quasi costretta a rilasciare un comunicato in cui, quando si era ancora a metà dello spoglio, risultava essere Ahmadinejad in vantaggio con quella ampia percentuale;
come rivelato da Thierry Meyssan, giornalista investigativo francese che risiede a Beirut ed in stretto contatto con l'intelligence di Hezbollah, i telefoni cellulari dei sostenitori di Mussavi (soprattutto dei giovani di Teheran) erano tempestati di sms che sostenevano essere in corso pesanti brogli, voci subito rilanciate e confermate sui blog dell'opposizione e sui social networks (3)
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gruppi di facinorosi, a notte fonda, invadevano le strade di alcuni quartieri della capitale, incendiando cassonetti e rompendo le vetrine di negozi e banche;
nei giorni successivi, dopo le prime manifestazioni popolari e gli incidenti (il più grave dei quali è avvenuto ai margini di un corteo, quando un gruppo di manifestanti ha cercato di assaltare una stazione di polizia, incendiandola, con la reazione degli agenti che hanno sparato sulla folla), né Ahmadinejad né Khamenei hanno cercato di stemperare gli animi e trovare una mediazione. Al contrario il presidente si è mostrato ancora sprezzante, accendendo ulteriormente gli animi, paragonando le manifestazioni e gli scontri a tafferugli da dopo partita provocati da ultras scontenti del risultato.

Fin dal 2002, ragionando in termini geopolitici si era pronosticato che la strategia imperiale anglosassone avrebbe portato inevitabilmente ad un confronto con l'Iran. Rimaneva da verificare con quali modalità, se diplomatiche o offensive, e con quale intensità. I successivi avvenimenti, nel corso di questi anni, sembrano confermare quelle analisi e preoccupazioni.
L'Iran è una terra fondamentale per il controllo dell'Heartland e quindi dell'Eurasia. Oltre che per le ricchezze di quel territorio, rimane lo snodo cruciale per la gestione del Medio Oriente, dell'Asia centrale, e del bacino del Mar Caspio. Mettere sotto tutela l'Iran, direttamente o indirettamente, o quanto meno fare in modo che nessuna altra potenza possa farlo, risulta determinante. L'antica Persia è una terra fulcro del pianeta sulla cui supremazia ogni forma di dominio imperiale non può prescindere.
La storia contemporanea dell'Iran dimostra, infatti, come il colonialismo britannico prima, e l'imperialismo nordamericano poi, abbiano sempre costantemente cercato questo controllo, scontrandosi ripetutamente con la volontà di autodeterminazione di quelle popolazioni. Il colpo di stato del '53, con cui si stroncò il tentativo nazional-progressivo di Mossadeq, portò al regime dello Shah Palevi che per quasi un trentennio tentò la modernizzazione, o meglio la occidentalizzazione dell'Iran, senza tuttavia scalfirne in profondità i caratteri più tradizionali, culturali e politici.
La grande rivoluzione di popolo che cacciò Reza Palevi avrebbe potuto avere di nuovo caratteri progressisti del tutto originali e peculiari, sia in senso politico che spirituale, ma, anche a causa della pressione di forze esterne, fu presto declinata in un senso teocratico piuttosto regressivo.
Tuttavia la vitalità della Persia, quasi che il suo popolo avesse una indomabile anima nascosta, continua a cercare, convulsamente, in perenne scontro con quelle forze esterne, subdole o apertamente minacciose, una sua strada.
Il destino dell'Iran incrocia ora quello del mondo. Dalla fine della guerra fredda gli architetti del pianeta stanno gettando le basi di un nuovo ordine mondiale. Da quel momento una nuova strategia di dominio si è sviluppata in maniera sistematica per confrontarsi da posizioni di forza con la nascente area geografica con cui si dovrà fare i conti in questo secolo: l'Asia.
Fin dalla prima guerra del Golfo, alle guerre nei Balcani, alla strategia delle "rivoluzioni colorate" (come si può considerare anche, ante litteram, la presa del potere di Eltsin in Russia), al post 11 settembre con le invasioni di Afghanistan ed Iraq e la destabilizzazione del Pakistan, tutta la fascia eurasiatica dall'Europa orientale all'Asia centrale, attraverso il Medio Oriente, è entrata in fibrillazione. L'anello mancante è l'Iran, ora il cerchio si deve chiudere.
Negli ultimi anni sono apparse opzioni diverse in seno alle Amministrazioni americane su come chiudere il dossier Iran. Una fazione nazional-militare, temendo in prospettiva come maggiore il pericolo del risorgente nazionalismo russo, ha spinto, e forse sta continuando a farlo, per una transizione pacifica dell'Iran nel campo occidentale, o quanto meno che non sia in maniera integrata in quello orientale. A questo si contrappone la visione neo-con e filo-sionista, che ha forze preponderanti anche all'interno del partito democratico, che fedele alla strategia originaria cerca una soluzione di forza definitiva, se non addirittura un annichilimento dell'Iran quale entità nazionale e di popolo.
Gli ultimi fatti, purtroppo, sembrano andare in questa direzione.
Appare probabile che nella crisi di Teheran ci sia la longa manus di potenze straniere. Non è un caso che il governo denunci infiltrazioni di agenti provocatori dopo che questi sono stati addestrati nel confinante Iraq, sia dai britannici nel sud sciita, che nel Kurdistan iracheno dove da anni sono arrivati i consiglieri militari israeliani e sui cui territori agisce l'organizzazione esule iraniana dei Mujaheddin del Popolo, considerata da Washington terrorista o guerrigliera a seconda delle necessità. Oppure che nel paese persiano sia arrivato il terrorismo politico ed etnico attraverso le frontiere di Afghanistan e Pakistan. Al Qaeda mette le bombe anche in Iran.

Vittima illustre delle sommosse di Teheran è stata l'unità nazionale del paese, indispensabile quando si devono affrontare momenti epocali come l'attuale. Soprattutto tra riformisti e conservatori, ma anche all'interno dello stesso campo conservatore. È improbabile che le manifestazioni avessero lo scopo di attuare subito un "regime change", quanto piuttosto l'intento di creare le condizioni fertili per il futuro: si è ottenuta da un lato la rottura della pace sociale interna al paese, dall'altro un ampio risultato mediatico/psicologico soprattutto a livello internazionale. Non è un caso che le manifestazioni e l'uso di internet si rivolgessero più che altro alle opinioni pubbliche occidentali (europee ed americane), come testimoniato dagli slogan in inglese ("where is my vote?") e dal massiccio tam tam della comunicazione che, quasi senza filtro (o forse con un filtro accuratissimo), veniva riversato dalla rete direttamente nei telegiornali occidentali contro un impatto poco rivelante presso il popolo iraniano.
Altra vittima illustre la possibilità di dialogo tra occidente e leadership iraniana sul nucleare. Benché nella loro ambiguità, le aperture di Obama corrispondevano ad istanze concrete dentro la sua amministrazione. È preoccupante che l'attuale leadership iraniana non sembri rendersi conto della gravità del pericolo. Piuttosto che verso una radicalizzazione dello scontro sarebbe stato necessario spuntare le armi del nemico e le sue manovre. Al contrario, Ahmadinejad ed il suo blocco di potere militarista sembrano intenzionati a tagliare tutti i ponti con l'occidente, anche con quelle parti con cui si potrebbe instaurare un dialogo.
Con le ripetute fughe in avanti volte a spezzare il filo della diplomazia, il continuo prestare il fianco a strumentalizzazioni su antisemitismo e negazione della Shoah, il presidente Ahmadinejad sembra essere davvero l'uomo giusto al posto giusto per i radicalismi delle due parti, che fanno di tutto per giungere allo scontro.
Possono esistere altre motivazioni oltre quelle politiche e sociali interne o di una visione nazionalistica e di ruolo regionale del paese? Quando quattro anni fa giunse alla presidenza, si indicò Ahmadinejad come il rappresentate politico di una antica società segreta esoterica che aveva egemonizzato le forze armate ed i Pasdaran, la Hojjattieh. Questa organizzazione ha lo scopo ultimo di preparare l'avvento del Mahdi (l'Atteso) che dovrà ristabilire l'ordine e la giustizia attraverso il Giudizio divino. Una visione escatologica che ritrova omologhi nella tradizione ebraica e cristiana con l'Armageddon ed il Giudizio universale.
Nelle tradizioni di tutte queste religioni, alla Rivelazione finale si giungerà attraverso prove apocalittiche, da fine del mondo. Se Ahmadinejad ha fatto spesso riferimento, anche nei suoi discorsi pubblici, a queste prove finali, altrettanto è possibile riscontrare queste pulsioni presso ambienti di potere in Israele che vorrebbero la creazione di un Grande Israele che fosse specchio della Gerusalemme Celeste, ma anche nelle Chiese Evangeliche americane che non poco hanno contribuito alla ideologia del neoconservatorismo nelle amministrazioni di George W. Bush.
Se anche queste forze sono, come pare, attivamente in campo, allora il treno in corsa verso lo scontro finale sembra difficilmente arrestabile. La sindrome persiana che vuole impedire a questo popolo una volontà autentica di autodeterminazione colpirà ancora. Forse in modo decisivo.


(1) Per un sintetico approfondimento del modello rivoluzionario iraniano si può fare riferimento a L'esperienza della rivoluzione iraniana di Gian Carlo Caprino, http://www.clarissa.it/esteri_int.php?id=1189

(2) L'analisi, pubblicata sul Washington Post, può essere letta, tra le altre, su questa pagina: Il popolo iraniano parla ,http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkuVEFyyVkVcxoCcde.shtml

(3) La CIA e il laboratorio iraniano , Thierry Meyssan - VoltaireNet 20 giugno 2009.http://www.voltairenet.org/article160687.html

di Simone Santini

Link:http://clarissa.it/editoriale_int.php?id=269&tema=Divulgazione

Un movimento giovanile per governare uno Stato fantasma: la Transnistria


Alena Arshinova è la leader di “Proriv”, organizzazione giovanile che si batte per il riconoscimento internazionale della Transnistria, territorio de facto indipendente che in era sovietica apparteneva alla Repubblica Socialista Sovietica moldava. L'abbiamo incontrata nella sede dell'organizzazione a Tiraspol. Un'intervista
”Proriv” (traducibile come “fare breccia”, “sfondare”) è stata fondata nel 2005 come organizzazione giovanile patriottica e a favore della Russia, con lo scopo di preservare la Transnistria dall'ondata delle “rivoluzione colorate” che stava prendendo piede nell'area post-sovietica e di sostenere il riconoscimento internazionale della Transnistria come stato indipendente. Che cos'è diventata oggi Proriv?

Proriv è un movimento sociale, un'organizzazione giovanile e un partito politico. L'organizzazione giovanile è stata fondata quattro anni fa, e il partito politico un anno più tardi, perché ci siamo resi conto che nessuno dei partiti presenti qui in Transnistria era in grado di rappresentare le nostre opinioni. Cerchiamo di incoraggiare una nuova generazione di giovani che siano attivi in qualsiasi ambito, non solo politico ma anche nella vita sociale, nell'economia e in altri campi.

Abbiamo anche i nostri media, un sito internet e un giornale. Il giornale è veramente importante per la nostra organizzazione perché tutti gli altri media locali non parlano mai delle nostre attività. Abbiamo la nostra posizione indipendente e, certamente, questo non piace alle autorità della Transnistria. Loro vogliono controllare tutto qui, ma noi manteniamo la nostra opinione. Non abbiamo più la possibilità di andare in televisione, il nostro programma radiofonico è stato sospeso dal ministero dell'Informazione e hanno tentato di chiudere il nostro giornale. Le autorità stanno perfino cercando di cacciarci dalla nostra sede principale qui nel centro città.

Qual è la posizione di Proriv per ciò che riguarda le relazioni della Transnistria con i suoi vicini?

La nostra organizzazione è a favore della Russia. Abbiamo avuto un referendum [in un referendum del 2006 più del 97% dei votanti si è espressa a favore dell'indipendenza e dell'unione con la Russia] e la maggior parte dei nostri cittadini ha votato a favore dell'unione con la Russia. Condividiamo radici comuni con la Russia. E anche i nostri giovani cercano di studiare a Mosca, San Pietroburgo e altre città russe. Ma per quello che mi riguarda ho senz'altro amici in molti altri posti come Bucharest, Chişinău, Kiev...

Il nostro governo a volte non ci tollera perché noi vogliamo che vi siano dei negoziati tra Moldavia e Transnistria e che l'Unione Europea e la Federazione Russa trovino un compromesso per ciò che riguarda questa ed altre questioni.

Cosa pensa della situazione irrisolta tra Transnistria e il Governo di Chişinău?

Indubbiamente vogliamo che si raggiunga un'intesa. A conferenze o tavole rotonde si trova spesso qualcuno che afferma che la Transnistria è un territorio autonomo all'interno della Moldavia. Dichiarazioni come questa mi fanno soltanto ridere, perché come potete vedere non è una regione autonoma, ma uno stato separato. La gente non dovrebbe mentire a se stessa, questo è uno stato separato.

Abbiamo uno stato indipendente, ma non riconosciuto, e la gente non ne può più. Ed è veramente difficile vivere in uno stato quando le autorità locali fanno cattivo uso dei loro poteri...

Ci ha detto alcune ragioni del perché non piacete alle autorità locali. Ci dice quali sono le cose che a voi non piacciono delle autorità locali?

Oggi siamo in una situazione difficile non solo perché non siamo riconosciuti ma anche a causa delle lotte interne alla Transnistria. Con questo intendo la guerra tra potere esecutivo e legislativo, tra Presidente e Parlamento. Ritengo che tutto ciò non sia salutare per il nostro piccolo Paese non riconosciuto. Queste persone stanno cercando di dividere la nostra società. Durante gli anni che hanno seguito la caduta dell'Unione Sovietica eravamo come un'unica persona, ciascuno desiderava una comunità forte, lottare per l'indipendenza. Avevamo passione. Ora abbiamo una moltitudine di posizioni differenti, alcuni supportano il Presidente, altri il Parlamento. Altri ancora né l'uno né l'altro, come me. Ma non credo che questo sia un momento opportuno per avere conflitti interni.

Avete proposte di riforma concrete?

Noi vogliamo un sistema elettorale proporzionale con un Primo Ministro e un Governo. Temo che non lo avremo presto. Ma vorremmo che la gente ne discutesse.

Inoltre non ci piacciono certi atteggiamenti dell'amministrazione statale, per esempio quando tentano di vietare le nostri manifestazioni. Una volta ci siamo appellati alla corte contro una decisione delle autorità locali e abbiamo vinto. Nessuno credeva che avremmo vinto, ma è successo.

Siamo pro-russi ma non vogliamo che il governo ci dica cosa è giusto e cosa non lo è. Vogliamo pensare con le nostre teste.

Come si è sviluppato negli ultimi anni il settore delle organizzazioni non governative in Transnistria?

Vi sono state fasi differenti. La gente qui è veramente attiva, ci sono molte persone di talento e il settore delle ONG è molto interessante. Ma il suo sviluppo dipende dalla situazione politica interna. Questo è un periodo favorevole, ma ad esempio quattro anni fa non era così. Oggi qui abbiamo più di 2000 ONG.

Realisticamente, quante di queste sono attive?

Concretamente sono circa dieci le ONG che possono dirsi attive, forse venti. A volte collaboriamo con loro. A dire la verità siamo più coinvolti in progetti politici e sociali come tavole rotonde, conferenze e simili. Ma forse sarebbe necessario assumere una posizione comune su varie questioni, in primis il conflitto tra Moldavia e Transnistria.

Ritenete possibile sostenere il processo di pace a partire dalla base? Crede che sia fattibile e utile avere un dialogo con le organizzazioni attive a Chişinău?

Crediamo che sia utile non solo comunicare attraverso mezzi informali, ma esprimere la nostra posizione, le nostre idee e spiegare ciò che sta avvenendo in Transnistria. Qui in Transnistria siamo al corrente di ciò che accade a Chişinău e in Moldavia ma so che la maggioranza dei giovani moldavi non sa come stanno le cose in Transnistria.

Potrei parlare senza problemi dei principali personaggi della politica interna moldava, tutti qui sono in grado di farlo.

Ma nessuno a Chişinău conosce i politici della Transnistria. Penso che per noi sia veramente importante, perfino necessario, spiegare che cosa sta succedendo qui, in modo che sia chiaro perché siamo qui, perché abbiamo determinate idee e perché non vogliamo fare parte della Moldavia.

Proriv si autodefinisce un'organizzazione patriottica. Che cosa è per lei “patria”?

Posso dirti che ho vissuto tutta la mia vita cosciente qui in Transnistria e questa è la mia patria. Ma anche la Russia è la mia patria e mi considero una cittadina del mondo. Sono nata in Germania, ho parenti in Siberia e mio padre è un militare russo che si è trasferito qui.

Ho sangue bielorusso, polacco, turco, italiano, americano, russo e ucraino e forse altro ancora. Questa è il motivo per cui mi considero cittadina del mondo. Siamo seduti qui assieme, ma veniamo da paesi diversi e possiamo comunicare tra di noi in modo molto semplice e avere relazioni strette.

Ma sento che questa è la nostra patria. Viviamo qui, e desideriamo che la nostra gente viva in condizioni migliori, se lo merita, ce lo meritiamo. E faremo tutto il possibile per rendere migliori le condizioni di vita di chi come noi decide di rimanere qui.

di Giorgio Comai e Bernardo Venturi

Sraffa abbandonò l'amico Gramsci nella questione della "famigerata lettera" di Grieco?


C’è un oscuro episodio della vita di Gramsci cui è stata a più riprese dedicata notevole attenzione: nel febbraio 1928 Ruggero Grieco invia a Gramsci in carcere una lunga lettera contenente informazioni sullo scontro politico Stalin-Trockij, e sulla situazione politica internazionale. La lettera (che curiosamente fu recapitata in copia fotografica, e il cui originale non è stato mai trovato) sconcerta Gramsci, che in una lettera alla cognata Tatiana Schucht la definisce «strana», aggiungendo che l’aveva fatto «inalberare». Col tempo egli arriva a considerarla una vera e propria provocazione: secondo Gramsci essa avrebbe potuto fornire al Tribunale Speciale (davanti al quale egli avrebbe dovuto di lì a poco comparire) prova che egli fosse il capo del partito, e quindi aggravare la pena da comminargli. Gramsci si chiede: «Si trattò di un atto scellerato, o di una leggerezza irresponsabile? È difficile dirlo». Incoraggiano Gramsci a pensare alla «scelleratezza» sia il giudice istruttore fascista (che gli consegna la lettera dicendogli: «onorevole Gramsci, lei ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo in galera»), sia la cognata, la quale gli riferisce che anche una persona «agli antipodi» del fascista, da lei interpellata, aveva definito «criminale» la lettera (ella arrivò poi ad accusare apertamente della scelleratezza Togliatti stesso). Di questa vicenda – che Gramsci finì col vedere addirittura come uno spartiacque nella sua vita – non è stata fornita spiegazione soddisfacente.

In un recente libro (La storia falsa, Rizzoli, Milano 2008) Luciano Canfora ha sostenuto che la lettera sarebbe un falso, perpetrato dalla polizia fascista inserendo nel testo originale della lettera di Grieco la parte sullo scontro politico in URSS e la situazione internazionale, che sarebbe stata gravemente compromettente.

La tesi del falso ha molti punti deboli, in primo luogo quello di trascurare che il processo a Gramsci era un processo farsa, in cui la necessità di fabbricare prove era tutt’altro che stringente. Lo stesso Gramsci ben prima di ricevere la lettera di Grieco aveva scritto alla madre che la condanna sarebbe stata molto dura (venti anni) – come infatti essa fu. E non risulta che della lettera sia stato fatto alcun uso nel processo.

Canfora si occupa anche di Piero Sraffa – che insieme a Tatiana Schucht fu la persona più vicina a Gramsci durante la prigionia. Interpellato da Tatiana dopo la morte di Gramsci circa la possibilità di sollevare a Mosca presso il Comintern la questione della «famigerata lettera» di Grieco, Sraffa le risponde che secondo lui si era trattato di una leggerezza dello scrivente, un malinteso la cui portata era stata ingigantita da Gramsci nell’esasperazione dell’isolamento carcerario. Tatiana reagisce violentemente a questa posizione di Sraffa, e gli risponde: «la vostra ultima, indipendentemente dalla vostra intenzione, ha lasciato in me un’impressione penosissima». E va avanti nella sua intenzione di far indire un’inchiesta dal Comintern.

Canfora sostiene che Sraffa avrebbe mentito per «logica di partito», allo scopo di fermare Tatiana, e che il suo vero giudizio sulla lettera sarebbe stato tutt’altro: secondo lui sarebbe Sraffa la persona che nel 1928 aveva detto a Tatiana Schucht che la lettera di Grieco era «criminale». Basterebbe forse notare che, se fosse stato così, sarebbe inspiegabile che Tatiana, nella sua forte reazione all’affermazione di Sraffa che la lettera di Grieco fosse semplicemente dovuta a leggerezza, non lo avesse accusato di voltafaccia, ricordandogli che egli stesso la aveva in precedenza definita “criminale”. D’altronde Sraffa disse a Spriano che non era lui la persona che nel 1928 aveva dato quella definizione della lettera (in effetti nella primavera del 1928, quando sorge la questione, Sraffa e Tatiana Schucht non si conoscevano neanche).

L’unico elemento citato da Canfora a sostegno della sua tesi è una lettera di Sraffa a Spriano del 1969, dove Sraffa parla (senza ulteriori chiarimenti) di due «disastri» nei tentativi di liberazione di Gramsci: secondo Canfora uno di questi due disastri «non può che essere la famigerata lettera». Ma è sfuggito (non solo a Canfora) che il padre di Piero Sraffa, Angelo, che si era a più riprese interessato alle vicende legali di Gramsci, scrisse due lettere al figlio nel 1933, una prima volta nel maggio, parlando della pubblicazione su L’Humanité di una allarmata relazione medica sullo stato di salute del carcerato, che (nelle parole di Angelo Sraffa) aveva causato un «patatrac» nei tentativi di liberazione di Gramsci, ed una seconda volta nel dicembre dello stesso anno, quando scrive che, superato quel primo «guaio», ne è sorto «uno nuovo» (la scoperta di una circolare della centrale comunista di Basilea che dava direttive sulla richiesta di libertà condizionale) che «rendeva impossibile al Tribunale una decisione favorevole» a Gramsci. Che siano questi i due «disastri» cui Sraffa alludeva nella lettera a Spriano del 1969 è chiarito al di là di ogni ragionevole dubbio da un’annotazione nella sua agenda alla data 25 marzo 1972, dove Sraffa scrive di aver consegnato a Giorgio Napolitano «serie completa fotocopie di lettere di Tatiana (e 2 di papà [quelle del maggio e del dicembre 1933] su disastri liberaz. Gramsci)».

Sia il buon senso sia i documenti vanno contro la tesi di uno Sraffa che antepone una «logica di partito» alla lealtà nei confronti dell’amico ucciso dai fascisti. Gramsci certamente fino alla fine ebbe la più totale fiducia in Sraffa – e non esiste la minima prova che tale fiducia fosse mal riposta.

Giancarlo de Vivo :professore ordinario di economia politica nell’Università di Napoli “Federico II”.

Basato su un articolo dallo stesso titolo, pubblicato nel n.77 (2009) della rivista Passato e Presente.

Link:http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/gramsci-sraffa-e-la-famigerata-lettera-di-ruggero-grieco-1/

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