venerdì 18 settembre 2009

Gli italiani sanno cosa sta accadendo in Afghanistan?


Quanto accaduto a Kabul non richiede solo un'espressione di formale cordoglio per i soldati italiani che, ancora una volta, sono caduti compiendo il loro dovere. Se davvero si ha rispetto per le nostre Forze Armate e per i giovani che oggi muoiono prestandovi servizio, occorre spiegare in modo chiaro al Paese cosa sta accadendo in Afghanistan.
L'Afghanistan è un paese in guerra almeno dal 1979, quando gli Stati Uniti favorirono l'invasione del Paese da parte dell'Urss, secondo quanto ha dichiarato Zbigniew Brzezinsky, allora consigliere per la sicurezza nazionale del presidente americano Carter: "Noi non volevamo spingere i russi ad intervenire, ma consapevolmente accrescevamo le probabilità che lo facessero. (...) Il giorno in cui i russi ufficialmente attraversarono la frontiera, io scrissi al presidente Carter che noi avevamo ora l'opportunità di dare all'Urss il suo Vietnam. Infatti, per almeno dieci anni, Mosca ha dovuto portare avanti un conflitto insostenibile, un conflitto che ha condotto alla demoralizzazione prima ed alla dissoluzione finale dell'impero sovietico poi"(1).
Le forze islamiste sunnite, armate e addestrate dall'Occidente e usate per dieci anni come
freedom fighters anti-comunisti, divennero dal quel momento utilissime sia in funzione anti-iraniana sia per estendere il controllo occidentale alle deboli repubbliche della Inner Asia, emersa come un'area strategica di importanza mondiale dopo il crollo dell'Urss, anche a causa delle sue enormi riserve energetiche. Ma, mentre servivano in tal modo gli interessi occidentali anche dopo il ritiro sovietico del febbraio del 1989, le fazioni che avevano condotto la resistenza anti-sovietica proseguirono in una guerra civile che non ebbe del tutto fine nemmeno dopo l'ascesa al potere del regime talebano, nel 1996, con la conquista di Kabul. Una guerra civile che ha portato ad oltre un milione e mezzo di vittime e a cinque milioni di profughi, riducendo di un terzo la popolazione del Paese.
La terza fase di disintegrazione dell'Afghanistan è iniziata il 7 ottobre 2001, con il lancio dell'operazione
Enduring Freedom, conseguente alla risposta americana all'attacco dell'11 settembre: con gli accordi di Bonn del 5 dicembre e la risoluzione Onu n. 1386, il Consiglio di Sicurezza autorizzava la costituzione di una forza internazionale di sicurezza guidata dal Regno Unito, cui partecipano altri 18 Paesi, fra cui l'Italia. Ebbe così inizio la missione Isaf, prolungatasi fino ai nostri giorni con una serie di successive risoluzioni Onu (quella attualmente in corso è infatti la XI Isaf) che hanno progressivamente esteso, anche sul piano territoriale, i compiti delle truppe alleate, poi passate dal 2003 sotto il comando della Nato, mentre in parallelo rimane attiva l'operazione Enduring Freedom. Le due missioni sono oggi coordinate da un comandante americano che detta la strategia complessiva, sulla quale occorre dire qualcosa.
L'intensificazione della resistenza anti-occidentale in Afghanistan a partire dal 2005 e la "guerra delle moschee" esplosa in Iraq con l'attentato a Samarra il 22 febbraio 2006 hanno infatti imposto un cambiamento di rotta che ha portato all'elaborazione di una dottrina di impiego, denominata
Anaconda Strategy, la cui paternità è attribuita al generale Petraeus, comandante in capo delle forze alleate in Iraq. Petraeus ha riportato in auge le antiche dottrine sulla contro-insurrezione che integrano strategie militari, politiche ed economico-sociali per sradicare la resistenza, cercando di spostare i compiti di presidio del territorio sulle forze armate e di polizia locali; sulla creazione di sistemi di controllo per aree provinciali, sperimentato inizialmente proprio in Afghanistan; sulla formazione di contractors stipendiati, come nel caso degli oltre novantamila iracheni del programma Sons of Iraq, addestrati ed armati direttamente dal governo americano ed utilizzati in operazioni di contro-guerriglia.
Ma i fenomeni insurrezionali presenti nel teatro mediorientale non sono assimilabili a quelli dei conflitti anti-coloniali degli anni Cinquanta e Sessanta o alla cosiddetta "guerra rivoluzionaria" d'Algeria e della lunga stagione delle guerre in Indocina, culminate con la sconfitta americana in Vietnam del 1975. In Medio Oriente, infatti, non si è davanti ad una strategia politico-militare collegata ad un'ideologia unitaria, a un movimento centralizzato, rigidamente organizzato e compartimentato: vi sono invece molteplici centri di opposizione, spesso in conflitto fra loro sul piano etnico e religioso, che hanno come motivazione prioritaria la resistenza all'occupante. Per questo, oltre la obiettiva difficoltà di sradicare un avversario così indefinito, alla prova dei fatti la sola componente della strategia di Petraeus che ha dato frutti, presentata come un'ondata risolutiva (
Iraq troop Surge), è stata quella che a Baghdad ha fatto sì che, a colpi di orribili stragi, le popolazioni di diversa appartenenza religiosa si riposizionassero nei quartieri della capitale, creando di fatto aree settariamente contrapposte, costituendo un precario equilibrio sul territorio, tanto precario da essere già rimesso in discussione con le nuove stragi di questa estate 2009.
Qualcosa di simile si sta tentando di ottenere anche in Afghanistan, come dimostrano gli avvicendamenti al vertice del comando integrato, gen. David McKiernan è stato sostituito, dopo appena undici mesi di comando, dal gen. Stanley A. McCrystal, fino ad oggi comandante del
Joint Special Operations Command, l'unità di comando che dirige tutte le operazioni delle forze speciali alleate. La motivazione di questa scelta, secondo fonti americane, è che "abbiamo una nuova strategia e con una nuova strategia dovranno esserci alcuni cambiamenti di leadership per portarla avanti"(2). Ufficiali che provengono dalle forze speciali americane sembrano cioè più idonei alla propagazione della Anaconda Strategy anche in Afghanistan, dove tuttavia il problema è, se possibile, ancora più complesso di quello iracheno per il quadro etnico-tribale del Paese che ha da tempo provocato il diretto coinvolgimento nella guerriglia del Pakistan occidentale, dove è in corso di ulteriore estensione.
Il naufragio di questa superata strategia contro-insurrezionale è già da tempo dimostrato dalle decine di migliaia di vittime tra la popolazione irachena che hanno portato il bilancio di quel conflitto, all'agosto 2009, a una cifra fra i 90.000 ed i 100.000 iracheni caduti (altre stime parlano di 30.000 militari e quasi 700.000 civili caduti) e a 4331 soldati americani, 933
contractors e 318 soldati di altre nazionalità caduti; mentre per l'Afghanistan parliamo di 682 soldati americani, 75 contractors e 382 caduti di altre nazionalità, oltre a più di 11.000 soldati afgani e oltre 7.500 vittime civili, che a loro volta si vanno a sommare alla cifre spaventose di quasi trent'anni di una guerra ininterrotta.
Si aggiunga a questo disastro militare il fatto che, in Afghanistan come in Iraq, abbiamo assistito al fallimento anche della strategia politica, costruita a tavolino dai teorici nordamericani, del
democracy building con la quale si è tentato e si tenta di giustificare un attacco, come quello all'Iraq, ingiustificato da tutti i punti di vista, compreso quello del diritto internazionale. Le elezioni in Afghanistan di agosto sono state un'altra dimostrazione dei fallimenti di questa costruzione in vitro della democrazia: mentre i media italiani continuavano a celebrarle come una vittoria politica, sappiamo che la partecipazione al voto è stata inferiore al 50%, che la vittoria di Kharzai è contestata dal suo oppositore e, negli ultimi giorni, che si è reso necessario il riesame dei suffragi per l'estensione dei brogli elettorali - con buona pace di quanti si sono stracciate le vesti a proposito della vittoria di Ahmadinejad in Iran, incontestabile in termini numerici.
Infatti, a differenza di quanto avvenuto nel secondo dopoguerra, quando fu possibile imporre la democrazia a Germania, Giappone e Italia, trattandosi di Paesi unificati e culturalmente omogenei, ad un livello di sviluppo socio-economico paragonabile a quello delle grandi democrazie atlantiche - in un Medio Oriente devastato da decenni di conflitti insanabili la democrazia occidentale suona, nel migliore dei casi, come un'opportunità per i ristretti gruppi di potere legati agli Alleati di imporre i propri interessi per lo più di
clan o economici: negli altri casi è una vuota parola, priva di qualsiasi possibile applicazione in contesti sociali completamente disintegrati, lacerati da conflitti religiosi ed etnici, spesso spregiudicatamente alimentati da forze esterne. Si aggiunga a questo che gli Stati Uniti hanno diretto la politica di occupazione, sia in Iraq che in Afghanistan, con una visione, tipica del pensiero wilsonista che predomina nelle amministrazioni nordamericane da un secolo, che non ha tenuto in alcun conto la complessa storia di questi Paesi.
Ora gli Stati Uniti sono impegnati in uno sforzo bellico internazionale le cui dimensioni ed il cui peso sul Paese sono notevolissimi: più di 350.000 uomini, pari a oltre il 25% delle forze armate Usa, sono attualmente all'estero; di questi, 190.400 erano impegnate in Iraq e nelle aree limitrofe alla fine dell'anno fiscale 2008; altri 32.300 erano dislocati in Afghanistan, ma sappiamo già che nel corso del 2009 almeno altre 17.000 unità sono state aggiunte a questo contingente e nell'agosto del 2009 si sta parlando di impiegare altre 40.000 unità, provvedimenti che porteranno a quasi 100.000 uomini la presenza militare americana in quel Paese. A causa della complessiva situazione del reclutamento Usa, che rappresenta un fattore critico di cui si parla pochissimo in Occidente, la maggior parte di queste unità saranno sottratte all'area irachena e del Golfo Persico, grazie agli accordi per il disimpegno. Il costo complessivo di questa presenza, secondo valutazioni attendibili, è stato nel 2008 di 102,5 miliardi di dollari, pari al 42% del bilancio per la sicurezza globale degli Usa che assommava a 630 miliardi di dollari per l'anno fiscale 2008.
Il ruolo della Nato e quindi delle forze italiane inserite nella missione Isaf è quindi chiaramente di contribuire a colmare i vuoti che queste missioni stanno provocando nell'apparato militare americano: questo è il dato di fatto che occorre comprendere e valutare in sede politica. Non stiamo quindi combattendo in Afghanistan per il fantasma di una democrazia che questi Paesi non intendono avere da noi: stiamo combattendo per sostenere gli interessi strategici nordamericani nell'area mediorientale e centro-asiatica. Ora, la coincidenza di questi interessi con quelli europei e, nel loro ambito, italiani è la questione che dovrebbe essere posta al centro del dibattito, se finalmente un serio dibattito si aprisse nel nostro Paese su questa missione delle nostre Forze Armate.
A nostro avviso, né l'Europa né l'Italia hanno alcun interesse a proseguire l'occupazione dell'Afghanistan, soprattutto ora che, come molti sembrano dimenticare, questo conflitto si sta estendendo anche alle regioni occidentali del Pakistan, destabilizzandolo ulteriormente e introducendo così un ulteriore fattore di rischio nell'area del Medio Oriente allargato, tenuto conto del fatto che stiamo parlando di un Paese dotato di armamenti nucleare e con un contenzioso territoriale ed etnico-religioso aperto da sessant'anni con l'India.
Né vale continuare a richiamarsi, come fanno i nostri ministri, al pericolo costituito dal "terrorismo internazionale" perché è ben chiaro che questa strategia di occupazione militare sembra fatta apposta per alimentare il terrorismo in tutte le sue forme, oltretutto fornendo ad esso un'eccezionale motivazione, quella appunto della resistenza contro gli occupanti occidentali.
La complessiva pochezza della nostra classe politica fa sì che essa stia cercando in ogni modo di evitare che si affronti la questione nei suoi termini reali, giacché questo richiederebbe ben altro profilo nei confronti dell'alleato americano. Noi riteniamo invece che affrontare la questione nei suo veri termini sia la sola maniera seria di onorare i nostri caduti.

di Gaetano Colonna


(1) Jauvert V., Les révélations d'un ancien conseiller de Carter, «Oui, la CIA est entrée en Afghanistan avant les Russes...», in "
Le Nouvel Observateur" , n. 1732, 15-21 gennaio 1998.
(2)
International Herald Tribune, 15 maggio 2009


I segreti del successo di Berlusconi tra le frequentazioni del siciliano Dell'Utri, l'Opus Dei e la P2


Questione di attitudini. E di predisposizioni. Anche loro sono nel Dna, come gli occhi azzurri o i capelli ricci. Ci nasci, ed è difficile cambiare. L’attitudine al commercio, ad esempio: Silvio Berlusconi ce l’ha sempre avuta. Tra i banchi del liceo salesiano Sant’Ambrogio di via Copernico s'inventa la formula «soddisfatti o rimborsati» che avrà tanto successo nei suoi grandi magazzini trent'anni dopo. È bravo a scuola, specie in latino, greco e italiano, sono tempi di magra postbellici ma s'intravvede il boom e Silvio inventa ogni modo per raggranellare qualche soldo. Tra le fonti di guadagno i suoi compagni di classe. Racconta uno di loro, Giulio Colombo: «Faceva i compiti in un baleno e poi aiutava i vicini di banco ma pretendeva in cambio caramelle, oggettini, di preferenza 20 o 50 lire. Se però il compito non raggiungeva la sufficienza, restituiva i soldi».

L’attitudine alla bugia, così, per il gusto di spararla perchè certe cose anche se non sono vere suona benedirle. Fanno scena. E per Berlusconi la scena vale più delle parole e dei fatti. Le biografie autorizzate raccontano che ha studiato due anni alla Sorbona, lo ha ripetuto a Sarkozy il 26 febbraio 2009 durante un incontro ufficiale. Falso. Forse ci ha fatto un corso estivo. Però fa scena il giovane talentuoso e squattrinato che arriva alla Sorbona. Le solite biografie autorizzate, che attingono soprattutto da aneddoti raccontati da Berlusconi medesimo alle convention di Publitalia, dicono della passione per la musica e del gruppo I Quattro doctores (siamo nei primi anni universitari) con Fedele Confalonieri al pianoforte e Silvio al microfono che sale e scende dal palco per sedurre le ragazze; di Confalonieri geloso che lo caccia ma poi è costretto a riprenderlo perchè senza non funziona; delle serate al «Tortuga» di Rimini e al «Gardenia» e al «Miramare» di Milano; delle crociere a fare l’animatore di bordo; della tournèe in Libano. Difficile dire dove inizi il falso e finisca il vero. Tranne il Libano, assolutamente falso: ma quanto fa esotico dirlo. Con queste attitudini Silvio Berlusconi nasce a Milano il 29 settembre 1936. Il padre Luigi, 28anni, è impiegato della Banca Rasini, un solo sportello in piazza Mercanti 5.La mamma Rosella Bossi, donna robusta, sguardo fiero, amante dei grandi cappelli, smette di lavorare alla Pirelli quando nasce Silvio. La famiglia vive in un quartiere di ringhiera, l'Isola Garibaldi. La guerra travolge tutto e tutti. Anche i Berlusconi: il padre è soldato semplice di fanteria e dopo l’8 settembre ‘43 si rifugia in Svizzera. Mamma Rosa, Silvio – viso tondo, il sorriso di chi la sa lunga, lo stesso di oggi, la capigliatura castana foltissima - e la neonata Maria Antonietta (Paolo nascerà nel 1949) sfollano a Oltrona di San Mamette, nel comasco. Berlusconi ama raccontare un aneddoto che vede mamma Rosa affrontare un soldato tedesco e, aiutata dai passeggeri di un treno, salvare una donna ebrea. La famiglia si riunisce solo nel luglio 1945. Silvio ha già 9 anni, papà Luigi torna a lavorare in banca e nel 1948 lo mette in collegio dai salesiani, il Sant’Ambrogio, dove «s’imparava a stare sui libri fino a capire a fondo e ricordare bene». Dice Padre Erminio Furlotti, uno dei suoi insegnanti, in Una storia italiana, opuscolo elettorale del 2001: «Era geniale, disinvolto, padrone di sé e di facile comunicativa. I discorsi ufficiali venivano sempre affidati a lui che spesso improvvisava». Lo chiamavano Mandrake.

In collegio fino alla maturità classica, Silvio si iscrive alla Statale, Giurisprudenza. Il padre gli chiede di aiutarsi negli studi. Non c’è problema: belloccio («dicono che ero un fusto »), fama di sciupafemmine, s’inventa piazzista di spazzole, fotografo di matrimoni e funerali, cantante. Intrattenitore e venditore, intenderà più o meno allo stesso modo anche la politica. Negli anni universitari stringe rapporti che saranno poi decisivi nella sua carriera. Con l’Opus Dei di Josemarìa Escrivà de Balaguer, anzitutto, di cui frequenta la Residenza internazionale Torrescalla, e dove nasce l’amicizia con il palermitano Marcello Dell’Utri. uno dei suoi più stretti collaboratori. Intanto, nel 1957, Luigi diventa direttore della Banca Rasini. Silvio si laurea nel 1960 con una tesi sulla pubblicità e vince una borsa di due milioni di lire della concessionaria di pubblicità Manzoni. Prende 110 e lode. Ha 25 anni. Le idee chiarissime su cosa fare. E come farlo. È il 1961, in dieci anni Milano e l’hinterland hanno visto arrivare seicentomila immigrati, c’è fame di case e appartamenti. Miele per i palazzinari. Zucchero per Silvio Berlusconi che già nell’ultimo anno di università ha lavorato con la Immobiliare Costruzioni. Una volta laureato e schivata – lui che si vanta d’essere di sana e robusta costituzione – la naja, mette insieme domanda e offerta e il gioco è fatto. Sarà un crescendo impressionante: via Alciati, il primo minuscolo, ma significativo gruppo di case; poi i mille appartamenti di Brugherio; il modello new town a Segrate con Milano 2, dove prende forma nel 1974 il primo embrione di Canale 5, e a Basiglio con Milano 3. In pochi anni Berlusconi riesce a ottenere linee di credito riservate e superagevolate, concessioni edilizie, varianti urbanistiche, a diventare socio di già noti finanzieri, a trovare compratori nonostante la crisi, addirittura a far deviare gli aerei che, da Linate, attraversano il cielo sopra i suoi palazzi. Il “miracolo milanese” di Sua Residenza è in realtà una sequenza di stupefacenti anomalie. E se il mito da lui alimentato favoleggia dell’uomo che si è fatto dal nulla, non si tiene conto, in questo nulla, dei miliardi di lire che gli sono inspiegabilmente piovuti tra le mani.

In via Alciati si affaccia un terreno che il giovane Silvio giudica perfetto per costruire abitazioni per gli immigrati che arrivano dal sud e dal Veneto rurale. Giuseppe Fiori ne «Il venditore» (Garzanti) e Giovanni Ruggeri ne «Gli affari del Presidente» (Kaos) ricostruiscono i passaggi dell’investimento. L’area costa 190 milioni di lire, Silvio ne ha solo 10, ma non molla. Anzi. Cerca, e trova, dilazioni nei pagamenti, una fidejussione e un socio. Lo aiuta Carlo Rasini, che ha preso in mano la omonima banca (che alcuni atti giudiziari definiranno «crocevia degli interessi della malavita milanese in genere e in specie quella facente capo a Cosa Nostra») di cui il padre Luigi è direttore nel 1957. Il socio è un cliente dell’istituto di credito, il costruttore Pietro Canali, che accetta non solo di aprire il portafoglio ma anche, racconta Berlusconi («Io ho fatto fortuna così», Capital, aprile 1981), di sottoscrivere «una compartecipazione al 50 per cento». L’operazione va in porto, in due anni vengono costruiti gli appartamenti e i soci della Cantieri Riuniti Milanesi ci guadagnano pure qualcosa. È qui che Berlusconi s’inventa «la vendita sulla pianta», non la casa mostrata ma raccontata: sempre ben vestito e sorridente, va in cantiere con il potenziale cliente, lo prende sottobraccio e gli spiega «...qui lei immagini la camera da letto, qui la cucina luminosa, qui il box per la sua 1100». Lo ubriaca di discorsi, strappa l’anticipo al compromesso, un’altra quota con l’avanzamento dei lavori, il saldo alla consegna. Nasce così il tormentone anche della sua carriera politica: «Io sono sempre stato convesso con il concavo e concavo con il convesso». Significa che il cliente ha sempre ragione, o almeno bisogna farglielo credere. Anche se poi chi vende fa come gli pare. Lo ripeterà trenta e passa anni dopo quando parla delle trattative con i potenziali partner e gli avversari politici. Alla fine fa sempre come vuole lui. Vende le case che ancora non esistono, fa patti che restano sulla carta. Come con la nascita del Pdl: una sintesi di più anime, la casa comune, aveva detto ai militanti di Fi e An. Macché: una caserma. Che ora ha pareti con lunghe crepe.
Ma torniamo ai palazzi della Milano del boom economico. Nel 1963 si chiude il cantiere di via Alciati e prende forma un progetto innovatore: costruire dal nulla una città dove c’è tutto, dalla clinica dove si nasce al cimitero, la prima new town europea. Giudica perfetta quella fetta di pianura tra l’Adda e il Lambro, a sud del canale Villoresi, avvolta tra le nebbie e i fumi delle fabbriche nel comune di Brugherio.
Ma un costruttore e un uomo d’affari deve essere, prima di tutto, un buon marito e padre di famiglia. Così gli hanno insegnato i salesiani. Così pretende la regola dell’Opus Dei. Nel 1964 il ventottenne Silvio incontra Carla Elvira Dall’Oglio, spezzina trasferita a Milano con la famiglia negli anni cinquanta. È un colpo di fulmine. Si sposano neppure un anno dopo. Nel 1966 nasce Maria Elvira (Marina), tre anni dopo Pier Silvio. Vanno a vivere in via San Gemignano, ancora la periferia di Milano...continua...

di Claudio Fusani

Sud Italia, via dalle trappole mafiose con destinazione l'inferno Afghano


Vengo da una terra di reduci e combattenti. E l'ennesima strage di soldati non l'accolgo con la sorpresa di chi, davanti a una notizia particolarmente dolorosa e grave, torna a includere una terra lontana come l'Afghanistan nella propria geografia mentale. Per me quel territorio ha sempre fatto parte della mia geografia, geografia di luoghi dove non c'è pace. Gli italiani partiti per laggiù e quelli che restano in Sicilia, in Calabria o in Campania per me fanno in qualche modo parte di una mappa unica, diversa da quella che abbraccia pure Firenze, Torino o Bolzano.

Dei ventun soldati italiani caduti in Afghanistan la parte maggiore sono meridionali. Meridionali arruolati nelle loro regioni d'origine, o trasferiti altrove o persino figli di meridionali emigrati. A chi in questi anni dal Nord Italia blaterava sul Sud come di un'appendice necrotizzata di cui liberarsi, oggi, nel silenzio che cade sulle città d'origine di questi uomini dilaniati dai Taliban, troverà quella risposta pesantissima che nessuna invocazione del valore nazionale è stato in grado di dargli. Oggi siamo dinanzi all'ennesimo tributo di sangue che le regioni meridionali, le regioni più povere d'Italia, versano all'intero paese.

Indipendentemente da dove abitiamo, indipendente da come la pensiamo sulle missioni e sulla guerra, nel momento della tragedia non possiamo non considerare l'origine di questi soldati, la loro storia, porci la domanda perché a morire sono sempre o quasi sempre soldati del Sud. L'esercito oggi è fatto in gran parte da questi ragazzi, ragazzi giovani, giovanissimi in molti casi. Anche stavolta è così. Non può che essere così. E a sgoccioli, coi loro nomi diramati dal ministro della Difesa ne arriva la conferma ufficiale. Antonio Fortunato, trentacinque anni, tenente, nato a Lagonegro in Basilicata. Roberto Valente, trentasette anni, sergente maggiore, di Napoli. Davide Ricchiuto, ventisei anni, primo caporalmaggiore, nato a Glarus in Svizzera, ma residente a Tiggiano, in provincia di Lecce. Giandomenico Pistonami, ventisei anni, primo caporalmaggiore, nato ad Orvieto, ma residente a Lubriano in provincia di Viterbo. Massimiliano Randino, trentadue anni, caporalmaggiore, di Pagani, provincia di Salerno. Matteo Mureddu, ventisei anni, caporalmaggiore, di Solarussa, un paesino in provincia di Oristano, figlio di un allevatore di pecore. Due giorni fa Roberto Valente stava ancora a casa sua vicino allo stadio San Paolo, a Piedigrotta, a godersi le ultime ore di licenza con sua moglie e il suo bambino, come pure Massimiliano Radino, sposato da cinque anni, non ancora padre. Erano appena sbarcati a Kabul, appena saliti sulle auto blindate, quei grossi gipponi "Lince" che hanno fama di essere fra i più sicuri e resistenti, però non reggono alla combinazione di chi dispone di tanto danaro per imbottire un'auto di 150 chili di tritolo e di tanti uomini disposti a farsi esplodere. Andando addosso a un convoglio, aprendo un cratere lunare profondo un metro nella strada, sventrando case, macchine, accartocciando biciclette, uccidendo quindici civili afgani, ferendone un numero non ancora precisato di altri, una sessantina almeno, bambini e donne inclusi.

E dilaniando, bruciando vivi, cuocendo nel loro involucro di metallo inutilmente rafforzato i nostri sei paracadutisti, due dei quali appena arrivati. Partiti dalla mia terra, sbarcati, sventrati sulla strada dell'aeroporto di Kabul, all'altezza di una rotonda intitolata alla memoria del comandante Ahmad Shah Massoud, il leone del Panjshir, il grande nemico dell'ultimo esercito che provò ad occupare quell'impervia terra di montagne, sopravvissuto alla guerra sovietica, ma assassinato dai Taliban. Niente può dirla meglio, la strana geografia dei territori di guerra in cui oggi ci siamo svegliati tutti per la deflagrazione di un'autobomba più potente delle altre, ma che giorno dopo giorno, quando non ce ne accorgiamo, continua a disegnare i suoi confini incerti, mobili, slabbrati. Non è solo la scia di sangue che unisce la mia terra a un luogo che dalle mie parti si sente nominare storpiato in Affanìstan, Afgrànistan, Afgà. E' anche altro. Quell'altro che era arrivato prima che dai paesini della Campania partissero i soldati: l'afgano, l'hashish migliore in assoluto che qui passava in lingotti e riempiva i garage ed è stato per anni il vero richiamo che attirava chiunque nelle piazze di spaccio locali. L'hashish e prima ancora l'eroina e oggi di nuovo l'eroina afgana. Quella che permette ai Taliban di abbondare con l'esplosivo da lanciare contro ai nostri soldati coi loro detonatori umani.

E' anche questo che rende simili queste terre, che fa sembrare l'Afganistan una provincia dell'Italia meridionale. Qui come là i signori della guerra sono forti perché sono signori di altro, delle cose, della droga, del mercato che non conosce né confini né conflitti. Delle armi, del potere, delle vite che con quel che ne ricavano, riescono a comprare. L'eroina che gestiscono i Taliban è praticamente il 90% dell'eroina che si consuma nel mondo. I ragazzi che partono spesso da realtà devastate dai cartelli criminali hanno trovato la morte per mano di chi con quei cartelli criminali ci fa affari. L'eroina afgana inonda il mondo e finanzia la guerra dei Taliban. Questa è una delle verità che meno vengono dette in Italia. Le merci partono e arrivano, gli uomini invece partono sempre senza garanzia di tornare. Quegli uomini, quei ragazzi possono essere nati nella Svizzera tedesca o trasferiti in Toscana, ma il loro baricentro rimane al paese di cui sono originari. È a partire da quei paesini che matura la decisione di andarsene, di arruolarsi, di partire volontari. Per sfuggire alla noia delle serate sempre uguali, sempre le stesse facce, sempre lo stesso bar di cui conosci persino la seduta delle sedie usurate. Per avere uno stipendio decente con cui mettere su famiglia, sostenere un mutuo per la casa, pagarsi un matrimonio come si deve, come aveva già organizzato prima di essere dilaniato in un convoglio simile a quello odierno, Vincenzo Cardella, di San Prisco, pugile dilettante alla stessa palestra di Marcianise che ha appena ricevuto il titolo mondiale dei pesi leggeri grazie a Mirko Valentino. Anche lui uno dei ragazzi della mia terra arruolati: nella polizia, non nell'esercito. Arruolarsi, anche, per non dover partire verso il Nord, alla ricerca di un lavoro forse meno stabile, dove sono meno certe le licenze e quindi i ritorni a casa, dove la solitudine è maggiore che fra i compagni, ragazzi dello stesso paese, della stessa regione, della stessa parte d'Italia. E poi anche per il rifiuto di finire nell'altro esercito, quello della camorra e delle altre organizzazioni criminali, quello che si gonfia e si ingrossa dei ragazzi che non vogliono finire lontani.

E sembra strano, ma per questi ragazzi morti oggi come per molti di quelli caduti negli anni precedenti, fare il soldato sembra una decisione dettata al tempo stesso da un buon senso che rasenta la saggezza perché comunque il calcolo fra rischi e benefici sembra vantaggioso, e dalla voglia di misurarsi, di dimostrare il proprio valore e il proprio coraggio. Di dimostrare, loro cresciuti fra la noia e la guerra che passa o può passare davanti al loro bar abituale fra le strade dei loro paesini addormentati, che "un'altra guerra è possibile". Che combattere con una divisa per una guerra lontana può avere molta più dignità che lamentarsi della disoccupazione quasi fosse una sventura naturale e del mondo che non gira come dovrebbe, come di una condizione immutabile.

Sapendo che i molti italiani che li chiameranno invasori e assassini, ma pure gli altri che li chiameranno eroi, non hanno entrambi idea di che cosa significhi davvero fare il mestiere del soldato. E sapendo pure che, se entrambi non ne hanno idea e non avrebbero mai potuto intraprendere la stessa strada, è perché qualcuno gliene ne ha regalate di molto più comode, certo non al rischio di finire sventrati da un'autobomba. Infatti loro, le destinazioni per cui partono, non le chiamano "missione di pace".

Forse non lo sanno sino in fondo che nelle caserme dell'Afghanistan possono trovare la stessa noia o la stessa morte che a casa. Ma scelgono di arruolarsi nell'esercito che porta la bandiera di uno Stato, in una forza che non dispone della vita e della morte grazie al denaro dei signori della guerra e della droga. Per questo, mi augurerei che anche chi odia la guerra e ritiene ipocrita la sua ridefinizione in "missione di pace", possa fermarsi un attimo a ricordare questi ragazzi. A provare non solo dolore per degli uomini strappati alla vita in modo atroce, ma commemorarli come sarebbe piaciuto a loro. A onorarli come soldati e come uomini morti per il loro lavoro. Quando è arrivata la notizia dell'attentato, un amico pugliese mi ha chiamato immediatamente e mi ha detto: "Tutti i ragazzi morti sono nostri". Sono nostri è come per dire sono delle nostre zone. Come per Nassiriya, come per il Libano ora anche per Kabul. E che siano nostri lo dimostriamo non nella retorica delle condoglianze ma raccontando cosa significa nascere in certe terre, cosa significa partire per una missione militare, e che le loro morti non portino una sorta di pietra tombale sulla voglia di cambiare le cose. Come se sui loro cadaveri possa celebrarsi una presunta pacificazione nazionale nata dal cordoglio. No, al contrario, dobbiamo continuare a porre e porci domande, a capire perché si parte per la guerra, perché il paese decide di subire sempre tutto come se fosse indifferente a ogni dolore, assuefatto ad ogni tragedia.

Queste morti ci chiedono perché tutto in Italia è sempre valutato con cinismo, sospetto, indifferenza, e persino decine e decine di morti non svegliano nessun tipo di reazione, ma solo ancora una volta apatia, sofferenza passiva, tristezza inattiva, il solito "è sempre andata così". Questi uomini del Sud, questi soldati caduti urlano alle coscienze, se ancora ne abbiamo, che le cose in questo paese non vanno bene, dicono che non va più bene che ci si accorga del Sud e di cosa vive una parte del paese solo quando paga un alto tributo di sangue come hanno fatto oggi questi sei soldati. Perché a Sud si è in guerra. Sempre.
Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency
di ROBERTO SAVIANO

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