mercoledì 16 settembre 2009

Berlusconi, Vespa e gli applausi in cassetta ad Onna


L'arrivo del presidente era previsto ad Onna per le 15,30. Alle 14 ero già lì. Decisa ad entrare fra e con i cittadini. Cittadini pochissimi, spiegamento enorme di forze dell'ordine e protezione civile e croce rossa e dame di carità e misericordia e tantissimi giornalisti. Entro senza problema. Mi accolgono le macerie di Onna che vedo, dal vivo, per la prima volta. Una curva, si apre davanti a me lo scenario delle casette mobili. Villaggetto colorato, fiori alle finestre. Il prato solo davanti ad una casa, quella che servirà per il set. Le altre hanno terra battuta coperta di paglia. Mi avvicino, apro una porta e varco l'uscio. Vedo un'abitazione che mi fa pensare ad una roulotte, ma decorosa e vivibilissima. Mi guardo intorno in cerca di cittadini. Nulla. I comitati avevano preparato degli striscioni e stavano arrivando alle 14,30, come da appuntamento. Decido di tornare all'ingresso del paese, dove si era stabilito di incontrarci. Appena arrivano i ragazzi del 3e32, la polizia si fa avanti. L'ordine è quello di non farli passare. E li bloccano. Io sono dall'altra parte. Dentro. Auto blu, sirene. Arriva Bruno Vespa. A seguire il presidente. Qualche cittadino arriva alla spicciolata. Mai avevo visto Berlusconi dal vivo. Fa impressione: una statua di madame Tussauds è molto più espressiva e mobile. Suda. Entra nell'unica casina col prato davanti. Mi rendo conto di essere invisibile. Ma voglio parlargli. Aggiro la casetta per raggiungere un'altra entrata. Improvvisamente un gruppo di signore, mai viste alle riunioni dei comitati, srotola uno lenzuolo, debitamente conservato in borsa. A seguire un altro. Recitano quello che vedete nelle foto. Il presidente esce dalla casina ed urlo con tutta la voce che ho, lui è lì a due passi, "presidente, venga a parlare con i cittadini", "presidente venga a sentire le nostre istanze". Subito un nugolo di poliziotti mi oscura, ma ora urlano anche le altre, "presidente, esistiamo anche noi, non solo i cittadini di Onna, questo non è un teatro, 50.000 sfollati chiedono di rimanere sulla propria terra". Lui suda e si allontana verso l'asilo. Qui iniziano i discorsi di rito. Ma intanto la stampa si è accorta di noi. E ci intervista. Sento degli applausi, voglio vedere chi applaude, se è Aquilano. Cerco mani che battono e non le trovo. Ma gli applausi ci sono, escono da un altoparlante. Come in una sit com. Dopo il nauseante discorso del vescovo Molinari, che d'amblé riconcilia i vescovi con il malcostume presidenziale, esaltando l'uomo del fare,il nostro decide, vista la protesta, di abbreviare la cerimonia e, sotto i fischi, si allontana. Nel frattempo, sono riusciti ad entrare, attraversando i campi, anche i comitati, con un altro striscione. La festa è finita. Noto che l'ottanta per cento dei presenti era gente di fuori, in divisa. Ma noi, stavolta, ci siamo fatti sentire. Incredibile, ci sono riuscite le donne delle nostre frazioni. Le massaie, mamme di famiglia. Qualcosa si sta muovendo. Non so cosa si riuscirà a vedere in televisione della nostra protesta. Probabilmente poco o nulla. Ma c'è stata. Ora tutti a Roma, per la manifestazione di sabato. Per la libertà di espressione. E per reclamare il diritto di vivere in un Paese democratico.

di MisKappa

Il potere del Papa


La Chiesa non è solo affare spirituale ma una potenza molto concreta, molto geopolitica. il papa ha una sua visione del mondo, sa cosa è importante e cosa meno per la sua pastorale e per la religione cattolica nel mondo.

Ciò è stato particolarmente vero con Giovanni Paolo II, che con i suoi viaggi ha avvicinato la Santa Sede ai suoi fedeli in tutto il mondo e accentrato l'attenzione sulla figura del pontefice.

Invece l'attuale papa, il tedesco Ratzinger, ha incentrato la sua visione geopolitica soprattutto sull'Europa e sulla riconquista dell'Europa al cattolicesimo e ha forse perso un po' di vista le sconfinate praterie della periferia del cattolicesimo.

Proprio la periferia cattolica è destinata a diventare sempre più importante. Per ragioni demografiche l'Africa e l'America Latina conteranno sempre più.

La Chiesa sarà sempre più meno europea e sempre più africana e latinoamericana.

di Alfonso Desiderio - carte di Laura Canali

La Gelmini sottovaluta la società civile


Gelmini pensava che il nuovo anno scolastico iniziasse con lei che augura in bocca al lupo come un buon Gesù in mezzo a una folla di bambini. Sbagliato. In Italia non c’è mai stato inizio d’anno con più manifestazioni di protesta: in quasi ogni città docenti e genitori degli studenti si sono fatti sentire. Lei lo sapeva già, era corsa ai ripari. Prima facendosi ritrarre da Galli Della Loggia, un ritrattista di corte, come una novella San Sebastiano: insomma, buttandola sulla lamentazione. Poi, sempre sul Corriere, lanciando addirittura una sfida ai docenti: “Chi fa politica, lasci la scuola”. Spiegando che “criticare è legittimo”, ma non a scuola.
Bene, Gelmini, accettiamo la sfida. Ma con delle regole: la corretta informazione. E ricordandole che ogni protesta non è avvenuta a scuola (come sa l’anno scolastico è iniziato regolarmente) ma fuori, facendo una chiara distinzione tra “ruolo istituzionale” del docente e no, cosa a cui lei non è abituata.
Detto questo, quest’anno non sarà come tutti gli altri. La campanella d’inizio è l’inizio di una partita. Durerà almeno un anno – se il prossimo marzo ci saranno oltre alle regionali anche le politiche. Probabilmente tre anni. Due squadre in campo. Da una parte la squadra di governo capitanata da Gelmini, con i media governativi come centravanti di sfondamento, Rai e Corriere compresi: lo scopo è ridurre ancor di più i fondi alla scuola, licenziare dopo i prima 60mila ben 150mila persone in tre anni e insomma, smantellare la scuola pubblica. Dall’altra parte del campo la squadra del mondo della scuola – precari, docenti, studenti, genitori, opposizione, sindacati – che in questo primo giorno di scuola hanno ridato vita al movimento di protesta dell’Onda primaria.
Cosa c’è in palio per chi vince? Il futuro dei nostri figli. Non è colpa loro né dei loro genitori se sono nati quando sono nati e non qualche anno prima. Non è colpa dei loro docenti. Per questo vanno difesi. Perché i diritti acquisiti faticosamente in passato in nome dei nostri figli, se non si difendono, qualcuno è pronto a farli saltare in nome di parole come “razionalizzazione”: quelle non sono solo parole, ma le lame dei tagli sulla pelle e sul cervello dei nostri figli. Loro sono i San Sebastiano, non Gelmini.
La partita si giocherà sull’informazione e con l’intimidazione Se i docenti criticano la riformaccia, saranno “segnalati” dai dirigenti. Se questi non lo faranno, potranno essere a loro volta “segnalati”. E così a catena. Siamo alle liste di proscrizione. Al fascismo. Invece di vergognarsene, Gelmini stessa lo dice: ”Se un insegnante vuole far politica deve uscire dalla scuola e farsi eleggere”. Intimidire: strategia disperata, anche se vuole apparire rigorosa. Per questo è importante stare uniti docenti e genitori degli studenti.
Sarà una partita lunga, dura. Si vuole ridurre qualità e diritti. Pensate, nonostante l’Ausl certifichi un tot di ore, per risparmiare, già a un alunno disabile ne vengono assegnate meno della metà con l’insegnante di sostegno di cui ha diritto. Idem per gli studenti stranieri. E con un solo docente che deve gestire tutto, ci sarà meno tempo e attenzione per tutti: compresi gli studenti italiani e non diversamente abili.
Come reagire? O si diventa più razzisti, perché una cattiva legge può anche fomentare il razzismo, – “io non voglio bambini diversamente abili o stranieri nella classe di mio figlio perché lui è normale e dopo resta indietro sul programma!”. O si cerca di difendere insieme, genitori e docenti, tutti i bambini. E fare di tutto, come dice la nostra Costituzione, per aiutare chi ha situazioni di svantaggio. Ma senza togliere nulla agli altri. Invece oggi, in Italia, c’è chi vuole, partendo proprio dalla scuola, mettere genitori contro i docenti, diversamente abili contro chi non lo è, dirigenti contro genitori, e così via. Un gioco al massacro di tutti contro tutti. E a farne le spese saranno soprattutto bambini e ragazzi. E’ insopportabile in un paese civile.
Stia tranquilla, Gelmini, nessun “docente o dirigente non applicherà la sua riforma”. Anzi, anche al di fuori delle aule e dell’orario scolastico, la spiegheremo a tutti i genitori dei nostri studenti. Proprio perché vogliamo che sappiano e capiscano bene come è. E non siano presi in giro dalla maggioranza dei mezzi di informazione di questo nostro paese di oggi. Poi saranno loro a scegliere che scuola pubblica vogliono veramente per i loro figli. La sua o, come noi crediamo, un’altra.

di Giuseppe Caliceti

La banca è sempre più simile ad una immensa sala scommesse?



Dopo il rally di fine anno 2008 gli istituti di credito sembravano avere le ore contate. Cadute a picco dei listini azionari, perdite gigantesche, panico agli sportelli. Nel secondo trimestre del 2009 la situazione si è completamente rovesciata: utili da record che vengono inanellati da quasi tutte le grandi banche europee e americane. Credo sia sufficiente menzionare il caso della Bank of America che ha guadagnato ben 32 miliardi di dollari o della Citigroup con "soli" 29,9 miliardi.
Cosa è successo? Lo spettro della crisi ha indotto gli Stati nazionali e le banche centrali (Federal Reserve e BCE in particolare) a pompare nel sistema enormi quantità di danaro. La prova di ciò risiede nel fatto che la base monetaria nell'ultimo anno è aumentata di oltre il 100% (cosa mai accaduta nel passato). Le grandi banche hanno potuto approvvigionarsi di liquidità (danaro) presso le rispettive banche centrali al tasso dell'1% annuo. Un tasso di interesse così basso ha permesso agli istituti di credito a tralasciare l'impiego di questa liquidità in prestiti a favore di aziende e cittadini (economia reale), ma di destinare gran parte del piatto in attività speculative. Oggi le banche sono più interessate a comprare titoli di stato o altre obbligazioni per lucrare sul differenziale di interesse e a buon bisogno a giocare sul corso del titolo.
Speculazione, nient'altro che speculazione. "Analisi mercati finanziari" de "Il sole 24 ore" ha passato in rassegna 12 delle principali banche europee e americane ed ha scoperto che il 59% dei ricavi sono arrivati da commissioni, dividendi e attività di trading.
Insomma la banca è sempre più simile ad una immensa sala corse o ad un fondo speculativo.
Quella che dovrebbe costituire l'attività cardine della banca, raccolta e impieghi ad aziende e privati, diventa la meno interessante. Tanto i profitti provengono dalla speculazione. Salvo poi ricorrere ai soldi dello Stato quando il meccanismo s'inceppa e le operazioni di trading si trasformano in perdite senza fondo.
Ma che importa, tanto lo Stato (cioè noi) sistemerà tutto.

di Marco Da Buscareta,

Gli USA abbandonano il petrolio, via libera al gas naturale


Ce l'hanno in casa, ora costa molto meno, usandolo non si finanzierebbero Paesi ostili e ci guadagnerebbe anche l'ambiente, quindi tutti noi. Gli Stati Uniti, che consumano un quarto del petrolio estratto ogni giorno nel mondo, stanno pensando di convertirsi al gas naturale. Il dibattito è ancora agli inizi e non è detto che i progetti diventino realtà. Ma di sicuro si continuerà a parlarne per molto, e non solo negli Usa.L'anno scorso il prezzo del gas aveva sorpassato i 13 dollari per milione di British Termal Unit (Btu); attualmente, dopo una discesa costante che potrebbe non essere ancora finita, il prezzo è sceso a 2,8 dollari. Dato che 5,8 Btu corrispondono alla quantità di energia prodotta da un barile di petrolio - che al momento costa attorno ai 70 dollari - si capisce perché gli investitori ci abbiano messo gli occhi sopra: è come se un barile di greggio ora costasse neanche 16 dollari.

Perché il prezzo del gas è sceso così tanto? La recessione mondiale ha avuto sicuramente un peso, facendo calare la domanda di energia elettrica, e non sono da escludere giochi speculativi. Ma soprattutto, mentre ancora alla metà di questo decennio si pensava che le riserve di gas naturale fossero in esaurimento, nell'ultimo le compagnie energetiche hanno localizzato riserve gigantesche di gas nel sottosuolo statunitense, anche grazie all'impiego di nuove tecniche di esplorazione. Di conseguenza, si calcola che le riserve Usa siano diventate le più estese al mondo; sufficienti per 100 anni di consumi nazionali, sostiene il magnate dell'energia T. Boone Pickens, uno dei grandi sostenitori del passaggio al gas.

Oltre alla forbice tra i prezzi delle due materie prime, intervengono anche ragioni di sicurezza nazionale: gli Usa importano i due terzi del greggio che consumano, acquistandolo da varie fonti tra cui i Paesi del Medioriente e il Venezuela di Chavez. Dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, chiunque faccia notare il nesso sa di colpire un nervo scoperto degli americani. E per finire, il gas naturale emette il 25 percento di emissioni nocive in meno rispetto al petrolio, nonché la metà di quelle del carbone, utilizzato ancora in molte centrali termoelettriche.

Dato che affidarsi solo all'energia solare ed eolica è ancora utopistico, perché i costi rimangono più alti rispetto alle fonti tradizionali, i promotori del gas propongono un suo ruolo da "tecnologia ponte" tra le due epoche, il petrolio e l'energia pulita. Secondo tali piani, l'intero parco automobilistico americano - responsabile del 70 percento del consumo petrolifero nel Paese - dovrebbe essere convertito al gas, capacità al momento condivisa da una frazione (solo 150mila) di veicoli negli Usa. Le centrali elettriche dovrebbero abbandonare il carbone per il gas; alcun - dato il crollo del prezzo alcune - hanno già provveduto.

Pickens, assieme al tycoon Ted Turner, è a capo della lobby che durante l'estate ha cercato di preparare il terreno in vista della battaglia legislativa che cercheranno di portare al Congresso questo autunno. A Washington se ne parla sempre di più, e senza dubbio dei vantaggi ambientali si discuterà in vista del vertice sul clima di Copenaghen, il prossimo dicembre: gli argomenti sono accattivanti, e anche gli ambientalisti sono indecisi. Ma non è detto che le idee vengano davvero messe in pratica.

Negli Stati orientali la lobby del carbone è ancora molto forte. Soprattutto, se si intende far viaggiare le auto e i camion americani a gas, al momento manca la rete distributiva del carburante, e non sono infrastrutture che vengono costruite in pochi mesi. Altri analisti fanno notare che se il prezzo del gas salisse di nuovo, non necessariamente ai picchi dell'anno scorso, molti dei calcoli economici attuali non sarebbero più validi. Si tratterebbe insomma di un cambio epocale, che al momento rimane una scommessa. Che se venisse giocata, però, potrebbe avere effetti a catena - ambientali, strategici, politici - sul resto del mondo.

Link:http://it.peacereporter.net/articolo/17696/Gli+Usa+a+tutto+gas

Alessandro Ursic

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