lunedì 14 settembre 2009

Misteriosa operazione a Barawe in Somalia di un gruppo speciale: statunitense o francese?


Quattro elicotteri militari che sbucano dal mare, tre razzi che colpiscono un convoglio di jeep e pick-up armate come "tecniche", un commando che si cala con le funi, circonda i mezzi, spara qualche raffica di fucili automatici, cattura quattro uomini e poi riparte sparendo di nuovo verso il largo. Per la prima volta in cinque anni, un raid aereo ha violato il sud della Somalia, nella città di Barawe, 200 chilometri da Mogadiscio, la regione adesso controllata completamente dai miliziani degli al Shabab, con un'operazione che puntava a colpire o catturare una delle figure di spicco del gruppo islamico, legato ad al Qaeda. Fonti vicine agli al Shabab hanno confermato il blitz sostenendo che gli elicotteri erano francesi.

La situazione è rimasta confusa per molte ore. In Somalia, da tempo, non esiste più una rete di informazione indipendente. I giornalisti sono minacciati e spesso uccisi e i pochi rimasti lavorano in condizioni difficilissime. Ma è stato lo stesso ministero della Difesa francese a smentire che unità militari di Parigi avessero partecipato ad un'operazione nel sud del paese. Gli al Shabab hanno subito accusato la Francia perché da due mesi c'è un agente del Sdce, i Servizi segreti, nella mani di un gruppo legato ai miliziani somali. Era stato portato via in piena notte da un albergo di Mogadiscio assieme ad un collega con il quale si era spacciato per giornalista. Dopo una settimana di silenzio, uno dei due agenti era riuscito a fuggire con modalità che sono rimaste misteriose; l'altro, affidato ad un altro gruppo, è invece rimasto prigioniero.

Molti hanno pensato che il blitz di poche ore fa fosse stato organizzato proprio per liberare l'altro agente del Sdce. Fonti somale di Nairobi, di solito bene informate, raccontano che gli elicotteri non erano francesi ma statunitensi e che l'obiettivo del raid fosse uno dei capi degli al Shabab. Sia gli Usa sia la Francia hanno una base operativa militare a Gibuti. Ma entrambi finora sono intervenuti solo per fronteggiare, in mare, i gruppi di pirati che continuano ad attaccare i carghi in transito davanti alle coste somale.

Nell'operazione, secondo gli abitanti della zona, sarebbe stato ucciso un terrorista ricercato dall'intelligence statunitense: si tratta di Saleh Ali Saleh Nabhan, 28 anni, cittadino kenyota, accusato di aver partecipato all'attentato contro un hotel nel 2002 dove erano alloggiati alcuni cittadini israeliani e di aver lanciato un missile contro un aereo dell'El Al decollato da Mombasa dopo aver raccolto i feriti e gli scampati all'esplosione. Fu grazie ad una abile e fortunosa manovra dei piloti se il velivolo diretto a Tel Aviv non fu raggiunto dal razzo.

di DANIELE MASTROGIACOMO

Insieme al Cunsky almeno trenta relitti in fondo al Tirreno


Bisogna indagare. Per andare avanti e fare chiarezza in questa vicenda che di chiaro ha ben poco. In Calabria è questo l’imperativo del procuratore di Paola, Bruno Giordano, all’indomani del ritrovamento del relitto che giace sul fondo del Tirreno, 14 miglia al largo di Cetraro. Della nave non si sa ancora il nome,perché la fiancata era illeggibile.

Centoventi fusti

Però un fatto è certo: quasi certamente il relitto trasportava 120 fusti pieni di scorie radioattive. Stando alla confessione di Francesco Fonti, ex narcotrafficante che dal 1995 collabora con la magistratura, il relitto sarebbe quello del Cunsky. È un mercantile che lo stesso Fonti avrebbe fatto saltare nel 1992, con il suo carico di fanghi radioattivi. A confermare il racconto c’è lo squarcio fotografato a prua, dal quale sono usciti due barili. Anche se, al riguardo, il procuratore di Paola non si sbilancia. Ha detto ieri: “Partiamo da un dato oggettivo: quella ritrovata è una nave clandestina che ufficialmente non è mai naufragata. L’ipotesi concreta è che sia stata fatta affondare per farla sparire insieme al suo carico”. Le priorità, in questo momento sono due, secondo il magistrato: scoprire il nome della nave e capire cosa trasportasse esattamente. Per questo secondo compito Giordano invoca l’aiuto dello Stato, giudicato indispensabile per il recupero dei fusti e l’analisi del loro contenuto, oltre che per l’operazione di bonifica.

Gli altri casi

Fonti ha detto di sapere che altre due navi sono affondate e che sono almeno una trentina quelle fatte sparire al largo delle coste calabresi nei decenni passati, quando le mafie facevano affari con i rifiuti tossici. Ma dove sono queste navi? A quanto pare, scomparse nel nulla, dal momento che di loro non esiste traccia sui registri della Marina. Riemerge dal passato anche la vicenda della Jolly Rosso. La motonave si era arenata nel 1090 ad Amante. Il suo carico tossico sarebbe stato interrato in una zona interna, vicino al comune di Serra d’Aiello, causando enormi danni ambientali.

ISBN: 9788889014844

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Fonte: City.it

Link: http://city.corriere.it/2009/09/14/milano/documenti/i-veleni-navi-fantasma-relitto-svela-traffici-mafiosi-20515793793.shtml

I magistrati siciliani indagano sulla Co.Ge., la società di P.Berlusconi e del fratello del generale Mori


È vero - lo dice il procuratore Messsineo in risposta a Berlusconi - che Palermo non sta indagando sulle stragi di mafia del ‘92-‘93. Indaga piuttosto su chi prese parte alla trattativa fra Stato e Cosa nostra, il ruolo dell’ex sindaco Vito Ciancimino e del generale Mori. Sullo sfondo di questa indagine compaiono ora i nomi di Paolo Berlusconi e del fratello del generale Mori. Tutto nasce dall’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi mafiose chiusa nel 2002 con l’archiviazione dell’attuale premier Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri.

Sul tavolo dei magistrati di Palermo è arrivato un file dimenticato: una relazione della Dia del 1999 che parla di legami tra impreditori mafiosi e una ditta con due soci di rilievo: Paolo Berlusconi e un certo Giorgio Mori. Per il primo non c’è bisogno di presentazione. Il secondo invece è il fratello del generale Mori: insieme a Paolo Berlusconi è stato socio di una ditta di costruzioni, la Co.Ge. Il generale Mario Mori (ex capo del Ros e poi del Sisde, oggi capo dell’ufficio sicurezza del Comune di Roma e membro del comitato per la legalità e la trasparenza degli appalti dell’Expo di Milano. Assolto per la mancata perquisizione del covo di Riina è tutt’ora sotto processo per la mancata cattura di Provenzano) ha smentito in un aula del tribunale di Palermo che quel Giorgio sia suo parente. L’ha fatto sulla base di un argomento in apparenza inoppugnabile: suo fratello si chiama Alberto e non Giorgio come invece compare nel rapporto DIA. Circostanza, questa, che oggi la Dia chiarisce: un errore materiale di chi compila il rapporto cambia il nome vero Alberto in Giorgio.

Il socio della Co.Ge di Paolo Berlusconi è proprio il fratello del generale. Non più un problema di nomi, dunque, ma un fatto sostanziale. Ma perché il generale sostiene che il socio di Paolo Berlusconi non è suo fratello? La risposta è in quel rapporto DIA. All’inizio degli anni ‘90, nello stesso periodo in cui Mario Mori presenta alla Procura di Palermo un lungo rapporto su mafia e appalti, la ditta del duo Paolo Berlusconi-Alberto Mori sbarca in Sicilia. Tutto a posto? Per niente. Perché la Co.Ge compare nel rapporto del luglio 1999 in termini molto poco lusinghieri. Gli investigatori individuano la mano di Cosa nostra in alcune società: sono la Tecnofin (che costituirà la Co.Ge) sotto il controllo di Filippo Salamone; la stessa Co.ge, la Tunnedil e la Cipedil del gruppo Rappa di Borgetto.

Per la DIA queste ditte, insieme ad altre, sono sospettate di far parte del «tavolino degli appalti» un patto - sottolinea la DIA - «che garantisce i legami con la grande imprenditoria per la realizzazione dei lavori, il controllo su di essi di Cosa nostra, il recupero delle somme da corrispondere all’organizzazione e ai politici che assicuravano gli appalti». Gli imprenditori con i quali la Co.Ge. di Paolo Berlusconi e Alberto Mori tratta sono Filippo Salamone e Giovanni Bini condannati in via definitiva nel maggio del 2008 per concorso in associazione mafiosa. Il rapporto evidenzia «la sussistenza di specifici elementi di correlazione tra alcune delle società di interesse di Berlusconi e Dell’Utri ed altre società facenti capo a soggetti con ruoli di primo piano nei settori più fortemente condizionati dagli interessi e dalle direttive di cosa nostra». È in questo contesto che il fratello di Mori si muove quando in Sicilia vengono uccisi Falcone e Borsellino e il suo congiunto, colonnello al ROS, apre il contatto con Vito Ciancimino sul quale le la magistratura oggi indaga nell’ambito della cosiddetta «trattativa» tra stato e mafia. Una storia vecchia e complicata con una venatura di giallo per la questione del nome.

Dunque il socio della Co.Ge di Paolo Berlusconi è proprio il fratello del generale. Lo scorso gennaio al processo che lo vede imputato generale Mori ha ammesso che in effetti suo fratello Alberto, dunque quello vero, ha lavorato per la Fininvest, anche se solo fino al 1991. Ma non ha aggiunto il resto, negando la parentela. Perché? Eppure nel decreto di archiviazione dei mandanti esterni del 2002 si sottolinea che «il collegamento non è sufficiente a prefigurare che l’alto ufficiale dell’Arma potesse aver avuto contatti con Berlusconi e dell’Utri e quindi potesse essere stato “ambasciatore” di costoro nel rapportarsi con gli uomini di cosa nostra». Oggi però alla luce delle nuove indagini sul ruolo di negoziatore che il generale ha avuto con Vito Ciancimino, sul ruolo che don Vito ha avuto nell’arresto di Riina e sulla mancata cattura di Provenzano, per cui Mori è sotto processo, quella parentela negata assume ben altro significato.

di Nicola Biondo

II guerra mondiale tra carneficine e processi inconcludenti



Di solito ci viene offerta una visione della II Guerra Mondiale fatta soprattutto di scene di battaglie terrestri e navali: Stalingrado, El Alamein, Normandia, Midway hanno come protagonisti carri armati, aerei, corazzate o sottomarini. Ma se prendiamo in considerazione ciò che la guerra significò in termini di costi di vite umane, cifra che si aggira intorno a i 70 milioni, la storia cambia completamente. La prima cosa che sorprende è scoprire che il presunto conflitto mondiale fu soprattutto una guerra fra tedeschi e russi: dei 20 milioni di militari morti, 16 appartenevano agli eserciti russo e tedeso, mentre i morti degli eserciti francese, inglese e americano, sommati fra loro, sono poco piu di un milione.


E ancora più importante notare che una delle caratteristiche che distinguono questa guerra da quelle che si produssero anteriormente nella Storia è il fatto che ci furono molti più morti civili che militari: per lo meno due ogni tre dei morti di guerra furono uomini, donne e bambini assassinati al margine di qualunque processo legale, annichiliti in campi di concentramento o di lavoro, o vittime della fame causata dal conflitto

Le battaglie ci offrono spettacoli terribili: i 60.000 soldati tedeschi morti a Stalingrado e la distruzione prodotta a Kursk, la maggiore battaglia di tutti i tempi, alla quale parteciparono milioni di uomini, 13.000 carri armati e 12.000 aeroplani. Jrushchov che ritornò su quel campo alcuni giorni dopo , probabilmente ricorderà per tutta la vita le centinaia di carri armati che incominciavano ad ossidarsi sotto il sole dell'estate, dopo aver bruciato coi suoi equipaggi all'interno, e l'odore di morte che si spargeva dappertutto. O l'ultima gran battaglia della guerra, quella di Okinawa, dove morirono 70.000 soldati giapponesi e 12.000 nordamericani e dove persero la vita più di 100.000 degli abitanti dell'isola, accerchiati dal fuoco di entrambi gli schieramenti.

Due grandi carneficine

E, senza dubbio, questi sono solo episodi minori paragonati con le due maggiori macellerie della guerra che furono l'olocausto nazista ed il meno conosciuto, ma non meno atroce, olocausto dei giapponesi durante il tentativo di conquista del continente asiatico

Nel caso dei nazisti, si parla sempre di almeno sei milioni di ebrei sterminati, però quasi sempre si dimentica che queste non furono le uniche vittime, perchè dobbiamo includere, tra le vittime, circa 3 milioni di prigionieri di guerra sovietici, i quali furono reclusi in prigioni, senza alimenti per sopravvivere. La Guida dell'Olocausto dell'Università della Columbia ammette che, in una definizione più ampia, si può considerare che le vittime dell'olocausto nazista furono circa 17 milioni.

Mentre i crimini nazistii ebbero ampia pubblicità al termine della guerra, non accade la stessa cosa per quelli del Giappone, al quale si attribuiscono dai 20 a 30 milioni di vittime civili, specialmente di etnia cinese, ma che beneficiò di un occultamento da parte dei nordamericani, interessati ad ottenere il sostegno giapponese nella Guerra Fredda.

A differenza dell'ampia diffusione di ciò che accadde in campi come quello di Auschwitz, si parlò molto poco delle atrocità commesse dai giapponesi con i prigionieri di guerra e con i civili nelle crociere della morte ed in alcuni campi di concentramento destinati ai lavori forzati.

O si parlò molto di piu di Mengele che del generale Ishii Shiro, che dirigeva il centro di ricerca sulle armi batteriologice di Pingfan, vicino Harbin (in Manciuria), e conosciuto come “unità segreta 731, dove un un migliaio di ricercatori giapponesi sperimentarono armi batteriologiche sui detenuti cinesi e praticarono la vivisezione senza anestesia di esseri umani. Si decise di occultare le responsabilitá di coloro che avevano partecipato a questa infamia e fu offerto loro immunitá in cambio dei risultati delle loro ricerche.

Per soddisfare il bisogno di vendetta, fu messa in scena in Germania una rappresentazione di punizione nel processo di Norimberga che emanò 12 sentenze di morte, allo stesso modo si celebrò un altro processo simile a Tokyo. Ma nella realtà ci fu poco impegno nel punire coloro che avevano commesso quei crimini.

Molte sentenze di morte a carico di membri della Gestapo o delle SS furono convertite in detenzioni a pochi anni, di modo che alcuni di loro, di lì a poco, erano giá dirigenti delle grandi aziende tedesche. E gli industriali che avevano tratto beneficio sfruttando disumanamente gli operai prigioneri, ne uscirono liberi e puliti.

Fra questi soprattutto i giapponesi, che ancor'oggi si rifiutano di pagar indennizzi, adducendo, come fa Mitsubishi, che è abbastanza discutibile affermare che il Giappone invase la Cina e che questa questione debba essere consegnata agli storici perchè la chiariscano in un futuro (nel 2008 il generale Tamogami, capo delle forze aeree giapponesi, ammise pubblicamente che furono occupati i territori asiatici per liberarli dall'imperialismo occidentale)

Milioni di espulsi

Però l'esistenza di questi casi di impunità a beneficio sopratutto delle classi dirigenti, non implica che la sconfitta non causasse vittime delle quali non si parla quasi mai e che non si aggiungono alle liste ufficiali come dovrebbe essere, a onor del vero. Il peggiore fra i danni subiti dai vinti si consumò in Europa, dove civili, sopratutto tedeschi, furono obbligati ad abbandonare non solo le terre occupate dopo la conquista nazista, ma anche regioni nelle quali le loro famiglie vivevano da molto tempo. Tutto iniziò con la migrazione verso est di coloro che abitavano la Prussia orientale, la Pomerania e la Slesia impauriti dall'avanzata dell'esercito russo.

Nell'estate del 1945, appena finita la guerra, cinque milioni di tedeschi avevano giá partecipato a questa fuga. E questo fu solo l'inizio. Il peggio fu l'espulsione, nei 30 anni che seguirono e d'accordo con le misure approvate in Postdam da parte delle potenze vincitrici, di altre setti milioni di uomini e donne che abitavano in Polonia, Cecoslovacchia, Romania o Ungheria. Il costo totale in termini di vite umane di questo sanguinario post guerra europeo, come conseguenza dei maltrattamenti, violenze, linciaggi, e suicidi a danno degli espulsi, in special modo a carico di coloro che vivevano in Polonia e Cecoslovacchia, può essere stimato in circa due milioni di civili, senza contare gli altrettanti, o forse più, soldati detenuti dai vincitori.

Il Giappone si vide obbligato allo stesso modo a rimpatriare i circa sette milioni fra soldati e civili che si erano insediati in Corea, Manciuria e Taiwan. Questo sguardo all'indietro sui costi umani della II Guerra Mondiale dovrebbe non solo cambiare la nostra percezione del dramma di questo confilitto ma anche renderci piu sensibili ai costi umani della violenza che regna oggi in un ordine mondiale sgangherato, che, per esempio, continua pagando un costo di 5 milioni di vite umane, negli ultimi 10 anni in Congo, davanti all'indifferenza generale.

Josep Fontana
Fonte:www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=90758

Yemen, la disintegrazione di un paese


Il governo yemenita del Presidente Ali Abdallah Saleh è stretto fra la ribellione dei seguaci di al-Huthi al nord e la volontà di secessione del sud. Solo il tempestivo aiuto dei paesi vicini e della comunità internazionale potrà impedire la disintegrazione del paese – scrive il giornalista britannico Patrick Seale.

Al potere per più di 30 anni, il feldmaresciallo Ali Abdallah Saleh, navigato Presidente dello Yemen, sta ora lottando per la sua vita politica. Egli ha governato il nord a partire dal 1978, e l’intero paese a partire dal 1990, ma i problemi che ora lo assalgono da ogni parte sono i peggiori che egli abbia mai dovuto affrontare.

Al pari degli altri autocrati arabi, come ad esempio il Presidente Hosni Mubarak in Egitto, al potere dal 1981, e Muammar Gheddafi, la “Guida” della rivoluzione libica del 1969, il Presidente dello Yemen governa un Paese che, in teoria, ha un sistema politico pluripartitico. In realtà, la sua parola è legge – ma una legge che ora è fortemente contestata in molte zone del Paese.

Molti dei problemi che egli deve affrontare hanno origine dagli eventi chiave del passato, spesso violento, dello Yemen. In particolare, il rovesciamento dell’imamato teocratico zaidita per mano di un golpe repubblicano nel 1962 e, nel 1990, l’unione fra lo Yemen del Nord, governato dal Congresso Generale del Popolo (il partito del Presidente Ali Abdallah Saleh), ed il Sud, allora governato dal partito socialista. L’unione non fu un completo successo.

La creazione del nuovo Stato fu seguita ben presto da alcuni disastri. In particolare ricordiamo l’espulsione, nel 1990, di circa un milione di lavoratori yemeniti dall’Arabia Saudita, quando lo Yemen appoggiò Saddam Hussein nella sua occupazione del Kuwait. Questo serio colpo, inferto a un Paese già di per sé molto povero, portò ad una miseria diffusa. Nel 1994, il Sud cercò di separarsi dal Nord con una guerra di secessione. La guerra però terminò, dopo un notevole spargimento di sangue, con la vittoria del Nord e l’occupazione, il 7 luglio, di Aden, la capitale del Sud. Tutto ciò ha creato molti risentimenti rimasti latenti, ma che ora stanno emergendo.

Si potrebbe dire che la storia si stia prendendo la rivincita sul feldmaresciallo assediato. Il Sud ancora una volta sta chiedendo a gran voce di staccarsi dall’unione e di creare un proprio Stato indipendente, sotto la leadership di Ali Salem al-Beid, l’ex Presidente della regione meridionale.

A guidare la spinta secessionista è il cosiddetto Movimento Pacifico di Mobilitazione Meridionale, che chiaramente non è così pacifico come vorrebbe suggerire il suo nome. Sembra infatti che il Sud si stia armando per prepararsi ad un nuovo confronto. Quest’estate si sono avute violente manifestazioni contro il governo a Sanaa, che hanno suscitato la dura repressione delle autorità.

Un nemico del governo centrale almeno altrettanto pericoloso è Abd al-Malik al-Huthi, leader di un movimento ribelle nel nord del Paese, che è stato in lotta con il governo, in maniera discontinua, fin dal 2004. Hussein al-Huthi, primo leader del movimento e parente di Abd al-Malik, fu ucciso nei primi mesi della rivolta. Il Presidente Ali Abdallah Saleh ha promesso di schiacciare i ribelli, accusando i seguaci di al-Huthi di voler distruggere la Repubblica e ripristinare l’imamato zaidita.

Questo mese, il Presidente ha lanciato un’offensiva contro i ribelli del nord – l’operazione “Terra bruciata” – la quale, stando a quanto affermato da Aboudou Karimou Adjibade, rappresentante UNICEF nello Yemen, ha portato alla fuga, con grande sofferenza, di più di 100.000 persone, molte delle quali sono bambini. L’UNHCR a Ginevra afferma che, nella roccaforte ribelle di Saada – capitale della provincia più settentrionale dello Yemen, al confine saudita – 35.000 persone hanno abbandonato le loro case nelle ultime due settimane. La scorsa settimana, il World Food Program delle Nazioni Unite ha trasportato per via aerea 40 tonnellate di biscotti ad alto contenuto energetico nello Yemen, per sfamare i rifugiati. Ma avere accesso a questi ultimi è difficile a causa dei combattimenti.

Le truppe governative, appoggiate dall’aviazione e dall’artiglieria, hanno cercato di aprire le strade verso Saada, che erano state bloccate dai ribelli. Ma questi ultimi ancora controllano le montagne che dominano la città. Questo è il peggiore scoppio di violenza nello Yemen dai tempi della guerra di secessione del 1994. Si dice che il numero delle vittime sia estremamente elevato.

Sebbene i seguaci di al-Huthi siano zaiditi – una branca dell’Islam sciita – non è chiaro se essi realmente aspirino a ripristinare l’imamato, o se si stiano semplicemente ribellando contro quello che considerano un trattamento ingiusto ed economicamente discriminatorio da parte di Sanaa. Certamente essi stanno chiedendo un certo grado di autonomia.

In ogni caso, il conflitto rischia di provocare il coinvolgimento di potenze esterne. Il Ministro yemenita dell’informazione Ahmad al-Lawzi ha indirettamente accusato l’Iran di appoggiare i ribelli di al-Huthi, mentre l’esercito yemenita ha sostenuto di aver sequestrato armi di fabbricazione iraniana – incluse mitragliatrici, razzi a corto raggio e munizioni. L’Arabia Saudita è preoccupata che la guerra possa dare all’Iran l’opportunità di estendere la sua influenza fino ai confini sauditi. Teheran, intanto – sempre interessata alla sicurezza delle comunità sciite – ha chiesto che si arrivi ad una soluzione pacifica del conflitto.

Queste ribellioni nel nord e nel sud del paese hanno colto il Presidente e il suo governo in un momento difficile. La produzione di petrolio, attualmente di circa 320.000 barili al giorno, sta diminuendo. La caduta dei prezzi del petrolio ha duramente colpito il Paese. Ci si aspetta che il tasso di crescita demografica molto al di sopra del 3% – il più alto del Medio Oriente – farà crescere la popolazione dagli attuali 18 milioni fino a 35 milioni nel 2029, aggravando i molti problemi sociali ed economici.

L’eterno problema dello Yemen è la produzione di qat, una droga dalla quale molti yemeniti sono dipendenti. E’ la principale forma di raccolto del Paese, occupando circa 145.000 ettari di terra, rispetto agli 80.000 ettari di dieci anni fa. E’ un’importante fonte di entrate fiscali, ma anche la causa di molta corruzione, coinvolgendo alcuni fra i più alti responsabili dello Stato così come numerosi agricoltori. Essa, inoltre, contribuisce anche alla grave carenza di acqua di cui soffre lo Yemen.

Come se non bastasse, lo Yemen sembra aver attirato alcune cellule di al-Qaeda, inclusa quella responsabile dell’attentato alla USS Cole nel porto di Aden, nell’ottobre 2000, che uccise 17 marinai statunitensi. Molti affiliati ad al-Qaeda furono arrestati e incarcerati ma, nel febbraio 2006, 23 di essi – inclusi i presunti responsabili dell’attentato all’USS Cole – riuscirono a evadere dalla prigione scavando un tunnel che portava ad una vicina moschea.

Tra gli evasi vi era Nasir al Wahayshi, 33 anni, ex segretario di Osama Bin Laden, che è considerato il leader di al-Qaeda nello Yemen. Le notizie suggeriscono che le cellule nello Yemen e in Arabia Saudita si sono unite a formare il gruppo di al-Qaeda nella Penisola Araba, facendo crescere la preoccupazione delle agenzie anti-terrorismo negli Stati Uniti e altrove, le quali temono che lo Yemen possa diventare un rifugio sicuro per i terroristi.

Lo Yemen potrebbe aver bisogno della mediazione dei Pesi vicini – inclusi gli Stati del Golfo, l’Arabia Saudita e addirittura l’Iran – affinché lo aiutino a risolvere i suoi conflitti interni. Innanzitutto, lo Yemen ha bisogno urgentemente di aiuti per la sanità, l’istruzione, lo sviluppo economico e la creazione di posti di lavoro. USAID quest’anno sta fornendo allo Yemen una somma pari ad appena 24 milioni di dollari, una cifra vergognosa se si considerano i miliardi di dollari che sono stati sprecati dagli Stati Uniti in guerre non necessarie e impossibili da vincere.


di Patrick Seale

Patrick Seale è un giornalista inglese specializzato in questioni mediorientali; è autore del libro “The Struggle for Syria”

Traduzione: http://www.medarabnews.com/

Link: http://www.medarabnews.com/2009/09/14/lo-yemen-si-sta-disintegrando/

Fonte: Agence Global

Titolo originale:

Is Yemen Breaking Apart?

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