domenica 13 settembre 2009

Il regime "Berlusconi" cancella Ballarò per motivi di propaganda

Uno speciale di Porta a Porta in prime serata martedì, dedicato alla consegna delle prime case ai terremotati d'Abruzzo, farà slittare la prima puntata della nuova stagione di Ballarò. Una decisione che il vicedirettore generale Antonio Marano motiva con la volontà di "valorizzare un momento importante per il Paese". Ma che crea polemiche. "E' un atto immotivato ai miei occhi, non riesco a comprenderne le ragioni. Avremmo potuto trattare gli stessi temi dello speciale di Raiuno, non vedo il motivo di sostituirci" commenta il conduttore Giovanni Floris. "Si tratta di una decisione presa contro il nostro parere" sottolinea il direttore di Raitre, Paolo Ruffini. Marano, però, difende la scelta e nega contrasti: "Per Ballarò non c'è alcun problema, è solo uno spostamento che abbiamo ritenuto opportuno visto il tipo di evento e per non far sovrapporre due programmi di approfondimento". Spiegazioni che non convincono nè Floris nè Ruffini. "Abbiamo un inviato in Abruzzo da due settimane - spiega il giornalista di Rai 3 -, e la cerimonia del 15 settembre era un avvenimento previsto da prima che presentassimo la trasmissione. Naturalmente poi avremmo parlato anche di altro, di attualità politica e di attualità economica". Ruffini rincara la dose: "Ho detto al responsabile dei palinsesti che la decisione di stravolgere la programmazione con una comunicazione improvvisa via e-mail, a meno di 48 ore dalla messa in onda del programma, dopo che era già stata tenuta peraltro la conferenza stampa avrebbe inevitabilmente assunto un nuovo sapore e danneggiato l'immagine aziendale". Preoccupazioni che i vertici di viale Mazzini non hanno minimamente raccolto. E che alimenta i timori di chi parla di una volontà "normalizzatrice" da parte dell'esecutivo su Rai 3. "A tutti quelli che mi telefonano allarmati dico che mi auguro che sia solo un episodio sgradevole e grave, e che mi auguro che andremo in onda prima possibile dicendo tutto quello che abbiamo da dire" promette Floris.
Il consigliere d'amministrazione Nino Rizzo Nervo tira in ballo il direttore generale Mauro Masi parlando di "un'azione di disturbo sulla terza rete che ha come fine la sua 'normalizzazione'. Qualcuno dovrebbe spiegare al direttore generale che non è più a Palazzo Chigi e che vi è una profonda differenza tra televisione pubblica e televisione di Stato". E se il presidente della Fnsi Roberto Natale diche il vertice della Rai "sembra aver smarrito il senso della dignità del servizio pubblico", il Pd, per bocca di Paolo Gentiloni, parla di "un grave tentativo di trasformare la consegna delle prime case ai terremotati di Onna in una sorta di reality show governativo, col premier come protagonista". Ma da viale Mazzini si rivendica la giustezza della scelta, riaffermando come ad un evento come la riconsegna delle case ai terremotati è giusto dare il maggiore spazio possibile su Raiuno.

Fonte la Repubblica

Petrolio, lo spericolato doppiogioco russo

Come mostrano gli ultimi dati resi pubblici dall’Opec, dal governo russo e dall’Agenzia Internazionale per l’Energia, la Russia nel secondo trimestre 2009 ha sorpassato l’Arabia Saudita come primo esportatore mondiale di greggio, con un volume di 7,4 milioni di barili al giorno (bpd) contro 7 del grande regno arabo, che deteneva il primo posto praticamente da sempre. Il “sorpasso”, tuttavia, è stato compiuto con una manovra che appare piuttosto rischiosa: la Russia ha infatti aumentato produzione ed esportazioni approfittando del drastico taglio ad entrambe deciso nel dicembre scorso dai paesi dell’Opec per far fronte al drammatico crollo del prezzo internazionale del greggio – che in quel momento era sceso di oltre cento dollari al barile rispetto al “tetto” storico raggiunto nel luglio 2008 e nel gennaio 2009 sarebbe arrivato a toccare il fondo con 32,7 dollari a barile. E questo, mentre contemporaneamente i massimi dirigenti di Mosca garantivano ai colleghi dei paesi Opec (la Russia non fa parte dell’organizzazione) che anche loro avrebbero fatto la loro parte riducendo il volume esportato. Una scommessa azzardata, da parte di Putin e Medvedev, basata sull’assunto che l’Opec comunque non avrebbe rischiato un nuovo vertiginoso crollo dei prezzi riaprendo i rubinetti delle esportazioni. Ma fino a quando sarà valido, questo assunto? e soprattutto, quanto ne risentirà la credibilità della Russia come partner nel gran business energetico?

Così, mentre i paesi Opec da dicembre a oggi hanno tagliato la loro produzione complessiva di circa 4,2 milioni di bpd (il taglio più drastico mai deciso nella storia dell’Opec), la Russia l’ha invece aumentata, sia pur di poco, con poderose facilitazioni fiscali per i nuovi giacimenti siberiani ed è andata ad arraffare importanti quote dei mercati internazionali – per giunta approfittando anche del graduale rialzo dei prezzi (oggi arrivati intorno ai 70 dollari) per realizzare larghi profitti. Un esperto russo ha quantificato in circa 20 miliardi di dollari le maggiori entrate fiscali per il Cremlino derivate da questo spericolato approfittarsi. Il doppio gioco di Mosca è stato talmente palese da rasentare la provocazione: negli stessi giorni in cui il Cremlino inviava il vicepremier Igor Sechin alla conferenza Opec per giurare che il suo paese aveva già ridotto di 350mila bpd la produzione rispetto al mese precedente e si preparava a ridurla di altri 320mila bpd nel mese successivo, i boss delle due più grandi aziende petrolifere russe, LukOil e Rosneft annunciavano l’intenzione delle loro compagnie di aumentare la produzione rispettivamente dell’1,5 e del 2,0 per cento per il 2009.

Parallelamente, le compagnie russe sgomitavano con successo per aumentare la propria quota di mercato: in particolare sul mercato statunitense, il più importante del mondo, la quota di forniture provenienti dalla Russia nei primi sei mesi del 2009 è aumentata del 33 per cento, raggiungendo il sesto posto (era al nono posto nel 2008) con 638.000 bpd: in pratica un barile di petrolio su dodici esportati dalla Russia va negli Usa (i quali Usa, nel frattempo, hanno importato molto petrolio nonostante un forte calo dei consumi, per allargare considerevolmente le loro riserve strategiche). Nello stesso periodo le esportazioni dell’Arabia Saudita negli Usa passavano dal secondo al quarto posto, dietro Canada, Venezuela e Messico.

Va anche detto che, per le particolari caratteristiche tecniche dei pozzi che estraggono il greggio dalla maggior parte dei giacimenti russi, non è possibile farvi quello che ha fatto l’Arabia Saudita con i suoi pozzi, cioè fermare l’estrazione per un periodo e riprenderla in seguito; né il paese dispone di depositi di stoccaggio sufficientemente grandi per immagazzinare riserve mentre le esportazioni vengono tagliate. In pratica, ridurre le esportazioni per la Russia significa chiudere dei pozzi, che poi sarà molto difficile e costoso rimettere in funzione. Da qui, anche, l’estrema dipendenza dell’economia del paese dall’andamento dei mercati dell’energia: la Russia tra gas e petrolio fornisce da sola energia al resto del mondo in quantità più che doppia rispetto a qualsiasi altro paese esportatore, e non può permettersi di rallentare la produzione (non in modo drastico, comunque) quale che sia il prezzo di vendita.


Link:http://mir.it/servizi/ilmanifesto/estestest/?p=883

di astrit

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