venerdì 11 settembre 2009

La lezione giapponese, un insegnamento ignorato

Stati Uniti ed Europa rischiano di ripetere gli stessi errori fatti dal Giappone negli anni Novanta, insistendo con politiche macroeconomiche che non servono a risolvere la crisi. Precondizioni di una ripresa economica sono la ripulitura dei bilanci delle banche e la ristrutturazione dei grandi debiti. Altrimenti, le crisi finanziarie continueranno a ripresentarsi. La teoria economica dovrebbe perciò elaborare un nuovo approccio nel quale gli intermediari finanziari siano al centro dei suoi modelli.

Le politiche di cui si discute oggi negli Stati Uniti e in Europa sono pressoché identiche a quelle messe in atto in Giappone una decina di anni fa. Nel 1990, c'era stato in Giappone lo scoppio della colossale bolla immobiliare, seguito poi da una serie di crisi quando le banche più importanti e le società finanziarie erano state travolte dalla rapida crescita delle sofferenze bancarie. Per tutti gli anni Novanta era opinione diffusa tra economisti e politici che una massiccia spesa pubblica e una immissione straordinaria di liquiditàavrebbero favorito la necessaria fiducia sui mercati e spinto la ripresa dell'economia. L'opinione pubblica di Stati Uniti ed Europa sembra ora pensarla allo stesso modo.

GLI ANNI NOVANTA DEL GIAPPONE

In effetti negli anni Novanta il Giappone ha avviato importanti progetti di lavori pubblici e di taglio delle tasse. Tuttavia, l'economia non è riuscita a stabilizzarsi, il prezzo delle attività ha continuato a scendere e il volume delle sofferenze a crescere. Lungi dallo svanire, il senso d’insicurezza che aveva permeato i mercati è cresciuto negli anni Novanta, portando infine nel 1997 al tracollo di molte tra le più importanti istituzioni finanziarie e provocando il panico.
Anche dopo tutto questo, gli sforzi per una ripresa hanno continuato a passare attraverso la spesa pubblica su larga scala, mentre il problema delle sofferenze bancarie si incancreniva. Solo verso il 2001 la società giapponese ha finalmente abbandonato l'idea che la ripresa economica avrebbe portato di per sé alla riduzione dei prestiti inesigibili e alla stabilità del sistema finanziario ed è arrivata a capire che, al contrario, per ottenere una qualsiasi ripresa si doveva prima stabilizzare il sistema finanziario e eliminare l'insicurezza sui mercati. Sono state condotte ispezioni speciali e le grandi banche giapponesi sono state costrette ad accettare massicci aumenti di capitale e una nuova stagione di fusioni. Intanto, la Resolution and Collection Corporation e l'Industrial Revitalisation Corporation ristrutturavano le imprese giapponesi oppresse dall'enorme carico di debiti, riuscendo a risolvere il problema dei crediti non esigibili. Tutto ciò ha avviato una ripresa della fiducia sul mercato e il Giappone ha goduto di un periodo di espansione economica tra il 2002 e il 2007.
Negli Stati Uniti e in altri paesi l'opinione comunemente accettata oggi è simile a quello che era il pensiero dominante nel Giappone negli anni Novanta: l'opinione pubblica, nella sua maggioranza, non si è ancora resa conto che politiche come la temporanea nazionalizzazione delle banche e la riabilitazione dei soggetti fortemente indebitati sono una precondizione della ripresa economica. (...)

IL NUOVO PARADIGMA

Oggi si intravedono segnali di ripresa economica e diminuiscono i timori che la crisi travolga l'intera economia mondiale. Tuttavia, se iniziano a venir meno le risposte di politica economica di Stati Uniti ed Europa al problema delle attività in sofferenza, i sistemi finanziari di quei paesi saranno di nuovo vulnerabili a ricorrenti crisi finanziarie, come è accaduto più volte nel corso degli anni Novanta in Giappone .
Non sono mancati coloro che hanno riconosciuto che una ripulitura dei bilanci delle banche e la riabilitazione dei grandi debitori sono precondizioni necessarie per la ripresa economica, ma il riconoscimento è basato solo sulla base di osservazioni empiriche. L'attuale struttura teorica della scienza economica non è in grado di affrontare in un conteso integrato i problemi dell'andamento macroeconomico e la stabilità del sistema finanziario. Per esempio, nei tradizionali modelli neo-keynesiani o neo-classici, gli agenti economici sono le famiglie, le imprese e il settore pubblico, mentre il sistema finanziario è semplicemente considerato un velo tra gli altri tre settori. Il problema delle sofferenze è visto come un problema microeconomico relativo all'industria bancaria.
Ora, le crisi ricorrenti che ci troviamo ad affrontare sembrano richiedere un cambiamento nella struttura teorica della macroeconomia. Penso che sia necessario un approccio macroeconomico che comprenda gli intermediari finanziari e li collochi al centro dei suoi modelli di analisi. Il nuovo approccio dovrebbe soddisfare tre requisiti.

1. Il focus dovrebbe essere sulla funzione delle istituzioni finanziarie come mezzi di scambio e sulle condizioni che possono portare a un malfunzionamento di tale intermediazione. (...)
2. Il nuovo approccio macroeconomico dovrebbe fornire una cornice unificata per discutere i costi e l'efficacia di varie risposte politiche alla attuale crisi globale in un contesto integrato nel quale politica fiscale, politica monetaria e trattamento delle attività in sofferenza possano essere messe a confronto e pesate nel loro ruolo relativo.
3. Per fornire una cornice unificata di analisi politica, il nuovo approccio dovrebbe essere capace di inserire facilmente le crisi finanziarie nei tradizionali modelli di ciclo economico (i modelli di equilibrio generale stocastico e dinamico).

In un mio lavoro ho tentato di costruire un modello teorico che soddisfi i tre requisiti. Assumo che attività come quella immobiliare agiscono oggi come mezzi di scambio grazie allo sviluppo dei mercati, ma sono incapaci di svolgere questa funzione nel corso di una crisi finanziaria. (1)
In un modello di questo tipo, possiamo considerare la crisi finanziaria come una scomparsa dei mezzi di scambio, che innesca una brusca caduta della domanda aggregata. In questo caso, sia le politiche macroeconomiche (politica fiscale e monetaria) sia il trattamento delle attività in sofferenza possono esere interpretate come risposte mirate allo stesso scopo: ristabilire condizioni adeguate nei mezzi di pagamento. Possiamo così confrontare e analizzare tali politiche in un contesto integrato.
Se la politica macroeconomica e la stabilizzazione finanziaria attraverso il trattamento delle attività in sofferenza sono pensate per eliminare la stessa esternalità, la stabilizzazione finanziaria non è più solo un problema per lacomunità finanziaria, ma è fondamentale per la ripresa dell'economia nel suo insieme. Perciò, il disegno e l'attuazione di politiche capaci di affrontare la questione delle attività in sofferenza non sono un compito da lasciare solamente ai componenti della comunità finanziaria: dobbiamo invece discutere apertamente di come dovrebbero essere costruite quelle politiche. Il trattamento delle attività in sofferenza, comprese le iniezioni di liquidità nelle istituzioni finanziarie (o la nazionalizzazione temporanea), e la riabilitazione dei grandi debitori vanno considerati insieme agli stimoli fiscali e al monetary easing, con la nuova consapevolezza che anch'essi costituiscono le politiche macroeconomiche. Forse, abbiamo bisogno di adottare un nuovo paradigma di pensiero economico.


di Kobayashi, K., “Financial Crises and Assets as Media of Exchange”, 2009, mimeo.

E' la 173^ Brigata Aviotrasportata di stanza a Vicenza la punta di diamante della campagna d’autunno dell’esercito USA in Afghanistan

Sarà la 173^ Brigata Aviotrasportata di stanza a Vicenza la punta di diamante della campagna d’autunno dell’esercito USA in Afghanistan. Lo ha confermato il Comando delle forze armate statunitensi in Europa a conclusione di una esercitazione tenutasi il mese scorso nelle colline di Hohenfels (Germania), a cui hanno partecipato 75 militari del Combat Team provenienti dalla base vicentina di Camp Ederle. Nello specifico, gli uomini hanno partecipato al primo corso per “operatori MRAP - Mine Resistant Ambush Protected”, i sistemi blindati che il Pentagono ritiene fondamentali per difendere le truppe da attacchi terroristici, imboscate ed esplosioni di bombe e mine. Per l’esercitazione di Hohenfels, sono stati trasferiti via nave dal Kuwait una quarantina di blindati leggeri MRAP utilizzati normalmente in ambienti urbani ed in operazioni antiguerriglia. La 173^ Brigata Aviotrasportata è stata la prima unità terrestre USA di base in Europa ad essere addestrata all’uso di questi veicoli. Un secondo ciclo di esercitazioni alla guida dei superblindati è previsto subito dopo il suo trasferimento in Afghanistan, in una località non ancora rivelata dal Pentagono.

L’US Army e l’US Marine Corps utilizzano i veicoli MRAP dal 2003. Si tratta di mezzi diversi in peso (da 7 a 22 tonnellate) e capacità di trasporto (da 6 a 12 militari per unità), in grado però di transitare agilmente nei terreni più accidentati. Il programma di sviluppo degli MRAP è considerato di altissima priorità dal Dipartimento della Difesa: nell’anno fiscale 2007 il segretario Robert Gates ha stanziato 1,1 miliardi di dollari per l’avvio della costruzione di veicoli blindati anti-mine di seconda generazione. E a fine giugno 2009, le forze armate statunitensi hanno commissionato alla Oshkosh Defense Corporation la produzione di 2.244 veicoli MRAP M-ATV (All-Terrain), da destinare alle unità impegnate in Afghanistan ed Iraq. I primi modelli M-ATV saranno consegnati il prossimo mese di ottobre ai reparti della 173^ Brigata Aviotrasportata di Vicenza che raggiungeranno il teatro afgano e si affiancheranno agli MRAP “Dash”, un modello più pesante e meno manovrabile.

Nonostante l’ingente impegno finanziario per ammodernare i sistemi di trasporto blindati (l’intero programma MRAP dovrebbe costare a Washington 17,6 miliardi di dollari), sono numerose le critiche sulla loro reale efficacia e sostenibilità militare. Le ridottissime velocità nei trasferimenti per le impervie montagne afgane e le difficoltà di mobilità nel passaggio per grandi arterie stradali e centri urbani accentuano l’esposizione dei blindati agli attacchi di sorpresa o agli attentati. Gli MRPA consumano inoltre grandi quantità di carburante, sono difficilmente trasportabili dagli aerei cargo e dalle navi anfibie e comunque con costi proibitivi. Lo US Transportation Command ha stimato una spesa di 750.000 dollari per il trasferimento di ogni singolo veicolo con i C-17 e i C-130, i giganteschi mezzi aerei in dotazione alle forze armate USA. Il Dipartimento della Difesa è stato così costretto a commissionare alcuni cargo russi “Antonov An-124”, già operativi presso la base aerea di Charleston, South Caroline, dove vengono stazionati i nuovi MRAP prodotti dalla Oshkosh Corporation.

Oltre che sugli M-ATV, per la nuova missione in Afghanistan gli uomini della 173^ Brigata Aviotrasportata potranno contare sugli aerei senza pilota “Shadow 200”, recentemente assegnati ai reparti d’elite dell’esercito USA di stanza in Germania e a Vicenza. Con un raggio massimo d’azione di 125 chilometri ed un’autonomia di volo per circa 12-14 ore, i velivoli possono volare a grandi altitudini, tra gli 8.000 e i 10.000 piedi d’altezza in condizioni di luminosità e tra i 6.000 e gli 8.000 piedi durante la notte. Equipaggiati con sofisticati sensori e telecamere, gli “Shadow 200” vengono utilizzati per le operazioni di riconoscimento diurno e notturno, sorveglianza, acquisizione dei target e danneggiamento dei sistemi di comando di guerra avversari. Il nuovo sistema d’arma viene impiegato poi per dirigere le operazioni di combattimento terrestre e i raid aerei e fornire assistenza alle attività di ricerca e riscatto del personale disperso nei campi di battaglia.

Per i paracadutisti della 173^ Brigata USA si tratta della quarta missione di guerra in Afghanistan dal 2003. Nel marzo del 2004 al Southern European Task Force SETAF di Vicenza (oggi SETAF/ US Army Africa) fu pure affidato il comando delle operazioni alleate. L’ultima campagna militare si è invece sviluppata nelle aree meridionali del paese tra il maggio 2007 e il luglio 2008 e ha visto impegnati 3,400 militari. Nei quindici mesi di violenti combattimenti in cui non sono state risparmiate le popolazioni civili, ci sono state alcune vittime tra i reparti USA. Secondo dati ufficiali, sarebbero già 35 i militari della brigata che hanno perso la vita in Afghanistan, 4 dei quali in occasione di un incidente di volo ad un CH-47 precipitato nell’aprile 2005 nella zona di Ghazni, a circa cento miglia a sudovest di Kabul.

I reduci della 173^ Brigata sono stati sottoposti a cure psichiatriche intensive e a programmi di “recupero” in centri di villeggiatura in compagnia dei propri familiari. Intanto certi operatori economici veneti e friulani starebbero fiutando il business che potrebbe svilupparsi attorno alle attività di “riabilitazione” specie quando si completerà il trasferimento presso l’aeroporto Dal Molin di Vicenza delle unità della 173^ Brigata attualmente ospitate in Germania. A Tonezza del Cimone, ad esempio, dove sino a qualche tempo fa sorgevano due postazioni dell’Aeronautica militare italiana (la prima sul Monte Toraro e l’altra sul Passo Coe a Malga Zonta, sul Passo Coe), il sindaco Amerigio Dalla Via si è fatto portavoce della richiesta di riconversione delle infrastrutture in “centri di villeggiatura e riabilitazione” per i soldati americani di Vicenza che “rientrano dall’Afghanistan o dall’Iraq”. Secondo Il Giornale di Vicenza, la proposta sarebbe già stata discussa in ambienti governativi e sarebbero perfino stati effettuati alcuni sopralluoghi a Tonezza per studiarne la fattibilità. Attualmente l’unico “centro di recupero” in Europa per i reduci di guerra statunitensi si trova a Garmisch, in Germania.

Intanto il Comando SETAF/US Army Africa conferma che al Dal Molin i lavori per la nuova installazione USA procedono speditamente. “I contractor italiani rappresentati dalla Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna e dal Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna hanno impiantato 800 palificazioni per sostenere le fondamenta di alcuni edifici polivalenti”, ha dichiarato Susan Wong, senior project manager dell’Ufficio di trasformazione e costruzione dell’Us Army. “Gli edifici serviranno come uffici e caserme per i 1.200 militari dei quattro battaglioni attualmente di base a Bamberg e Schweinfurt. Tutto procede secondo il programma e le nuove costruzioni dovrebbero essere completate entro l’estate del 2012. Sono già state demolite tutte le palazzine che dovevano essere demolite, così come una parte della pista di volo che il governo italiano aveva designato per l’uso da parte degli Stati Uniti d’America. La parte restante della pista ricadente nella installazione rimane intatta, ma non è abbastanza lunga per essere utilizzata”.

Sempre secondo Susan Wong, al Dal Molin lavorerebbero attualmente 145 operai che diventeranno 550 quando sarà avviata la costruzione degli edifici. Considerato che la commessa per le aziende della Lega delle Cooperative è di oltre 245 milioni di euro, non si può certo dire che la nuova base di Vicenza abbia significative ricadute occupazionali.

di Antonio Mazzeo

Link: http://www.contropiano.org/Documenti/2009/Settembre09/11-09-09ParaUsaVicenza.htm

Tarantini, Frisullo e la strana politica pugliese

Sicuramente Massimo D’Alema non immaginava gli sviluppi del caso Tarantini quando, davanti a centinaia di persone assiepate alla Festa dell’Unità di Grosseto, martedì sera ha avvertito: «Vedrete, ci saranno altre scosse». A quell’ora la prima edizione del Corriere con i bollenti verbali di Gianpaolo Tarantini era già in preparazione. E Berlusconi aveva già detto da Milano: «A Bari si è aperta un’inchiesta interessante. Mi sono stancato di prenderle soltanto...». Dieci ore dopo tra Roma e la Puglia per il Pd è stato un risveglio amaro. Non che le novità di quelle dichiarazioni siano così rilevanti, i particolari infatti erano già usciti a pezzi su altri giornali. Ma il timore c’è e ha due facce. La prima: se fosse solo l’antipasto di una campagna più vasta? La seconda: e se passasse l’idea che in fondo destra e sinistra sono uguali, donne e affari? Che poi è quel che desidera Berlusconi.

D’Alema, ovviamente, non l’ha presa bene. È amareggiato, dice chi l’ha sentito, Ma anche determinato a fare chiarezza. Insomma, nervi saldi. I suoi aggiungono: sappiamo quel che facciamo e quindi non ci preoccupiamo. Prima di partire per Perugia (dove ha reagito duramente alle «accuse ridicole») il leader del Pd ha mandato una lettera al Corriere dello stesso tenore: ho fatto tanti pranzi e tante cene elettorali, Tarantini non l’ho mai conosciuto, è assurdo occuparsi di una cena e non dei festini del premier.

Ma chi ha organizzato, nel Pd, quella strana cena? Possibile non sapesse chi era Tarantini visto che a Bari quell’imprenditore era già noto a tutti? Il sindaco Emiliano, per esempio, sapeva che era indagato e oggi conferma di aver portato via da quel ristorante D’Alema che «non sapeva nulla» di quei partecipanti e rischiava di essere «coinvolto da condotte leggere di altri dirigenti del Pd». Quali? Nei verbali si fa il nome di Michele Mazzarano, vice coordinatore del Pd pugliese. Il quale respinge qualsiasi sospetto: «Non so proprio da chi era organizzata quell’iniziativa. Ho deciso di andarci solo perché c’era D’Alema. È stato un errore pensarla e organizzarla». Mazzarano parla di un «quadro pessimo» ma sul responsabile non vuole nemmeno azzardare un'ipotesi.

A Bari molti però sono convinti che la mente di quell’evento sia proprio Sandro Frisullo, il vicepresidente della Regione chiamato in causa da Tarantini per il giro di prostitute e che si è dimesso qualche settimana fa. Il suo cellulare squilla a vuoto oppure tace: non raggiungibile. Ma è davvero lui l’uomo che ha rischiato di mettere nei guai Massimo D’Alema? La domanda che molti si fanno però non è questa ma che effetti potrà avere questo nuovo «caso barese» su un partito impegnato in un congresso difficile. Nel quartier generale dalemiano mostrano serenità: non credono che qualcuno pensi di approfittarne. A parte la destra e i suoi giornali, ovviamente, ma a questo, dicono, siamo abituati e pronti. Al Nazareno, sede del Pd, fanno sapere che in fondo «non ci sono novità rilevanti» e stanno a guardare in silenzio. Qualcuno però lontano dal palazzo sussurra: «Va bene, ma quel Frisullo che ci sta a fare nel Pd?».

Questa freddezza non si ritrova però tra quelli che sono in prima linea. «È uno schifo», dice senza giri di parole Sergio Blasi, dalemiano e candidato alla segreteria regionale per la mozione Bersani. «Chi si iscrive al Pd deve avere un certo stile di vita, altrimenti via. Sulla questione morale non si scherza». Anche il suo antagonista Guglielmo Minervini, un cattolico che viene dal volontariato, dice che i problemi non vanno lasciati marcire. «Non si può parlare di debolezza umana. Ma nemmeno si può usare questo tema come una clava dentro il Pd». Chi lo fa? Risposta: il sindaco di Bari, Michele Emiliano, che «sta inasprendo lo scontro», anche se ieri le sue parole erano di diverso tenore. Il suo obiettivo è essere riconfermato segretario regionale: e allora quale argomento migliore della questione morale per raggiungere la meta? Una certa tensione si respira anche nel Palazzo della Regione. Il presidente Nichi Vendola non vuole parlare ma chi gli sta vicino racconta che sta vivendo con apprensione questa fase anche se ha fatto per tempo quel che c’era da fare: azzerare la giunta e fare pulizia. Alla fine insomma lungo l'asse Roma-Bari corre il sospetto che comunque non finirà qui. Qualcuno ci vede addirittura la longa manus di Berlusconi che spera di dimostrare così che le vere «porcherie politiche» le fa la sinistra con gli affari della sanità. Lui al massimo passa la notte con le escort pagate da un altro che giura di averlo fatto a sua insaputa. E che sarà mai per il principe dei maschi italiani? Sia o non sia così, ritorna alla mente la frase di un anonimo dirigente del Pd che solo un mese fa a Bari giurava: «Vedrete che a settembre si ballerà...».

di Pietro Spataro

Arctic Sea una misteriosa storia di spionaggio

Gli ingredienti per la sceneggiatura di un film o per un libro noir ci sono tutti. L'ultimo episodio della saga dell'Arctic Sea, il cargo battente bandiera maltese scomparso alla fine di luglio nel Canale della Manica e ritrovato a Capo Verde a metà agosto, riguarda la scomparsa del premier israeliano Benjamin Netanhyau, introvabile per dieci ore.

Andiamo con ordine. Il quotidiano israeliano Jerusalem Post, nell'edizione di ieri, scrive che il premier di Tel Aviv si è allontanato dal Paese senza che nessuno al di fuori dei suoi più stretti collaboratori sappesse dove si trovava. Oggi un altra testata d'Israele, lo Yedioth Ahronoth, citando fonti anonime e ben informate, sostiene che Netanhyau si sia recato a Mosca lunedì, per una visita lampo al governo russo. Stesse conferme sarebbero giunte al terzo grande quotidiano israeliano, Ha'aretz, in merito alla scomparsa del primo ministro d'Israele. Con Netanhyau sarebbero partiti Uzi Arad, responsabile della sicurezza nazionale dello Stato ebraico e il generale Meir Kalifi, segretario dell'esecutivo per gli affari militari. Motivo del viaggio? Il carico dell'Arctic Sea. Secondo il giornale israeliano il cargo trasportava un carico di batterie anti missile S-300, di fabbricazione russa, destinate alla vendita all'Iran. Il governo di Teheran, secondo le fonti del quotidiano, ha il bisogno di acquistare quel tipo di sistema difensivo per mettere in sicurezza i siti nucleari e porre il loro programma di sviluppo di energia atomica al riparo da un colpo di mano dei caccia bombardieri israeliani che, in barba ai negoziati internazionali, potrebbero decidere di risolvere a modo loro il dossier nucleare degli ayatollah. Netanhyau sarebbe andato di persona a tentare di convincere i russi a non provarci di nuovo e chiedendo un chiarimento più generale sulla fornitura di armi e tecnologia bellica da parte dei russi a Siria, Iran ed Hezbollah in Libano. Dal governo d'Israele nessuno conferma, nessuno smentisce.
A Mosca, invece, sempre ieri, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha definito ''prive di ogni fondamento'' le ricostruzioni circolate in questi giorni rispetto alla scomparsa dell'Arctic Sea, che secondo la versione ufficiale sarebbe stata vittima di un'aggressione dei pirati (novità assoluta nella Manica dai tempi di Sir Francis Drake nella seconda metà del Cinquecento). L'equipaggio del cargo, quindici marinai russi, sarebbe stato sequestrati da otto uomini, estoni, russi e lituani. Obiettivo dei pirati ricattare l'armatore per ottenere un riscatto e il recupero del carico di legname del valore di 1,8 milioni di dollari, partito dal porto russo di Kalinigrad e diretto al porto algerino di Bedjaia, dopo aver caricato la merce in Finlandia.Lavrov ha ribadito che la versione ufficiale è l'unica attendibile, ma ha anche promesso un'inchiesta accurata. Non ha risposto, invece, alla domanda più importante. Se l'Arctic Sea trasportava solo legname, per quale motivo il governo russo ha inviato una mini flotta di quattro navi da guerra alla ricerca del natante? Per salvare i quindici marinai? Difficile crederlo. Anche perché i russi hanno impedito a chiunque di avvicinare la nave alla fonda a Capo Verde e i marinai liberati.
Non ci ha creduto neanche per un istante Mikhail Voitenko, direttore del quotidiano online Sovfracht, specializzato nel mondo della marina mercantile, che è stato il primo a scrivere che quel cargo non trasportava legname ma armi e che i dirottatori non erano criminali, ma agenti segreti israeliani impegnati a bloccarne il carico. Voitenko, che citava fonti del ministero della Difesa russo e aveva riceuto e pubblicato alcune lettere dei familiari dei marinai sequestrati, ha abbandonato la Russia in tutta fretta e ha detto di non voler rivelare la sua attuale posizione. Il giornalista, secondo quanto raccontato dal suo editore alla Bbc, è terrorizzato dalle telefonate minatorie ricevute nei giorni successivi alla pubblicazione del suo articolo sula ricostruzione della vicenda dell'Arctic Sea. Secondo Voitenko, dall'altra parte del telefono c'erano agenti del temuto Fsb, il servizio d'intelligence russo, che facendogli capire con chi aveva a che fare lo hanno 'invitato' a farsi gli affari suoi.
Cosa che non ha fatto l'ammiraglio Tarmo Kouts, ex capo delle forze armate estoni e relatore per l'Unione Europea per la pirateria internazionale, che in un'intervista al periodico Usa Time ha dichiarato come solo la presenza di missili a bordo della nave è in grado di spiegare lo strano comportamento russo nella faccenda. ''Ognuno può dire quello che gli pare, ma la ricostruzione ufficiale non è credibile. Che otto uomini assaltino un cargo in acqua europee e si dileguino nel nulla dopo aver raggiunto Capo Verde è irrealistico'', ha dichiarato Kouts. Un mistero fitto, insomma, ma che non dovrebbe stupire più di tanto. Il Mossad, il servizio d'intelligence israeliano, non è nuovo a questo genere di operazioni. Ad aprile scorso, secondo quanto riportato dal giorale egiziano El-Aosboa, un'unità speciale israeliana ha intercettato un cargo diretto alla Striscia di Gaza e partito dal Sudan, carico di armi proveniente dall'Iran. Stessa sorte, questa volta a Dubai, secondo il Financial Times, per un cargo carico di armi provenienti dalla Corea del Nord e diretto in Iran. La Guerra Fredda è finita, i metodi con i quali la si combatteva non sono passati di moda.


Christian Elia

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