mercoledì 9 settembre 2009

La Sacra Corona Unita è ancora in vita

La città è stata svegliata all’alba dal fragore sordo delle pale degli elicotteri di polizia e carabinieri che annunciavano l’esito dell’ultima operazione congiunta, quella che, usando i concetti del procuratore capo Cataldo Motta, ridisegna e definisce con più chiarezza il panorama degli anni bui del Salento, quando in seno alla Sacra corona unita si usava risolvere le frequenti dispute territoriali nel sangue. Si colmano alcuni buchi, dunque, nell’ambito della corposa inchiesta che s’insinua all’interno dell’ormai noto filone ribattezzato “Maciste” ed emergono volti nuovi in seno a fatti per i quali esistono già condanne, anche con sentenza irrevocabile.

Le indagini, condotte dalla squadra mobile di Lecce e dai carabinieri del Ros, hanno dunque acceso un nuovo faro sui principali capi storici della frangia leccese della Scu, attualmente detenuti. Tra questi: Giovanni De Tommasi, Mario Tornese, Angelo Tornese, Salvatore Rizzo, Bruno De Matteis, Remo De Matteis, Claudio Conte e Marcello Dell’Anna. L’analisi ha preso le mosse nel 2002 ed ha permesso di ricostruire, anche sulla base delle dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia, i moventi, gli autori e i mandanti di oltre diciotto omicidi e dieci tentati omicidi. Tutti fatti commessi durante la guerra di mafia che determinò lo scontro armato per il controllo del territorio. Tra il 1987 ed il 2002, furono contrapposti gli storici sodalizi leccesi De Tommasi e Tornese e successivamente all’interno dello stesso clan De Tommasi, i gruppi “Toma-Cerfeda” e “Pellegrino-Presta-Vincenti”. Con l’operazione di oggi, la mappa si amplia e l’autorità giudiziaria, concordando con le risultanze di squadra mobile e Ros, ha emesso il provvedimento di custodia cautelare a carico di 38 persone, molte delle quali già in carcere. La firma del gip arriva su richiesta della Procura distrettuale antimafia di Lecce. I capi d’imptuazione: omicidi e tentati omicidi aggravati dal metodo mafioso.

Tanti, dunque, gli episodi di riferimento. Si parte dall’assassino di Italo Pinto, avvenuto a Lecce il 12 febbraio del 1987. Pinto, ritenuto un affiliato alla Scu, sarebbe stato ucciso su mandato dell’allora capo Antonio Dodaro per dissidi nell’ambito dell’organizzazione nel traffico di stupefacenti. Il fatto è stato attribuito dagli inquirenti a Fabrizio Bernardini, Giovanni De Tommasi, Massimo Mello e Mario Tornese. Si tratta di un omicidio che ha fatto, per certi versi, scuola. “Siamo nella prima fase, quella dell’affermazione sul territorio - ha spiegato il procuratore Motta – con l’eliminazione della vecchia guardia della malavita locale”. Nello stesso ambito, rientra l’omicidio di Luigi Scalinci, del 19 gennaio 1989, scaturito nell’ambito del clan De Tommasi per il controllo delle attività illecite nella zona di Campi Salentina. L’episodio è stato attribuito in questo caso ad Alberto Agiolillo, Domenico Antonio Calabrese, Giovanni De Tommasi, Mario Margarito, Valerio Spalluto e Dario Toma. Ci sono poi i tentati omicidi ai danni di Francesco Politi (13 agosto 1989 e dicembre ’98), personaggio ritenuto già vicino al clan De Tommasi e successivamente sospettato di essersi alleato con il contrapposto clan Tornese nell’omicidio di Ivo De Tommasi, fratello del capo clan Giovanni. Il primo tentativo di eliminazione di Politi viene attribuito dalla Procura a Giovanni De Tommasi e Claudio Conte, il secondo a Dario Toma e Paolo Tomasi. In quest’ultimo caso, sarebbe risultato coinvolto anche Giuseppe Ricciardi, che però nel frattempo è deceduto.

Sotto la lente, poi, il tentato omicidio di Antonio Palazzo dell 22 agosto del 1989, quindi quello di Valerio Colazzo, con tentativo di eliminazione anche di Cristina Fema del 3 settembre 1989, a Campi. Per i casi Colazzo e Fema i fatti sono attribuiti a Dario Toma, Giovanni De Tommasi e Ciro Bruno. A questi episodi, si deve quindi aggiungere l’omicidio di Giuseppe Quarta (11 ottobre 1989), avvenuto in una località imprecisata e attribuito a Valerio Spalluto, Ciro Bruno e Dario Toma. Si tratta di personaggi, in tutti i casi, considerati già vicini al clan De Tommasi e ritenuti coinvolti a vario titolo nell’omicidio del già citato Ivo De Tommasi. Per l’assassinio di Quarta risultano già condannati con sentenza irrevocabile Giovanni De Tommasi, Francesco Taurino e Domenico Antonio Calabrese.

Sono del 15 ottobre del 1989, invece, l’omicidio di Piero Colapietro ed il tentato omicidio di Antonio Calcagnile, sulla strada che congiunge Porto Cesareo a Veglie. Per quei fatti Claudio Conte è stato già condannato, mentre vi è un’ulteriore attribuzione nei confronti di Giovanni Greco e di Sandro Angelelli, quest’ultimo indagato nel frattempo deceduto. Il tentato omicidio di Pietro Leo risale a qualche giorno dopo: era il 24 ottobre dell’89. Il 5 novembre dello stesso anno, quindi sempre dopo poco tempo, cadde sotto i colpi di fuoco Giovanni Corigliano: per questo episodio risultano già condannati Tonio e Cosimo D’Agostino ed ulteriore attribuzione è stata data a Giovanni De Tommasi, Antonio Pulli e Dario Toma.

A San Cesario, l’11 novembre, morì invece Donato Erpete: condannati Antonio Pulli e Claudio Conte, indagato Giovanni De Tommasi. Il 12 dicembre, in un’escalation continua di violenza, fu ucciso a Galatone Francesco Calcagnile. L’episodio è stato attribuito a Claudio Conte, Cosimo D’Agostino Franco Adriano, Antonio Pulli e Dario Toma. Risulterebbe anche in questo caso implicato il deceduto Sandro Angelelli. Il sangue tornò a versarsi nel 1990, quando il 28 maggio morì Maurizio Petrini. Il fatto è attribuito a Tommaso Guerrieri. Segue quindi l’omicidio di Ugo Causio, avvenuto a Nardò il 3 febbraio del 1991 insieme al tentato omicidio di Cosimo Basso, fatti addossati a Claudio Conte. Il duplice omicidio di Vincenzo Martena e Paolo Spada ed il tentativo di eliminazione di Giovanni Spada (Carmiano, 5 gennaio del 1993), sarebbero ascrivibili alla guerra di mafia tra i clan De Tommasi e Tornese e vengono attribuiti dagli inquirenti a Marcello Dell’Anna, Pietro Leo, Francesco Giovanni Monte e Fabio Perrone.

Scalpore fece anche, a suo tempo, l’omicidio di Romolo Morello, avvenuto il 15 luglio del 1991 a Lecce, maturato nell’ambito del clan Rizzo, su mandato del capo clan Salvatore Rizzo, ritenuto inaffidabile a seguito di alcune dichiarazioni fornite nell’ambito del primo maxi processo alla Scu all’autorità giudiziaria nei confronti di vari affiliati. Sarebbero coinvolti anche Luigi Catalano, Bruno e Remo De Matteis e Giovanni Prinari. Seguì, poi, l’assassinio di Roberto Valentini (Campi Salentina, 15 ottobre 1992) attribuito a Luciano Colazzo e Giuseppe Sirsi, quindi quello di Giuseppe Nacci (Lecce, 2 gennaio 1993) maturati nell’ambito del clan De Tommasi per la gestione delle attività illecite. In quest’ultimo caso, sono attribuiti a Massimiliano Pagliara e Fiorello Rapanà. Sono poi del 12 agosto del 1996, quindi, il tentato omicidio di Claudio Lo Deserto (attribuito a Massimo Nisi) e del 16 dello stesso mese l’omicidio di Ennio Zollino (attribuito a Fabio Tolentino e Realino De Mitri) e che sarebbero maturati nell’ambito del clan Lezzi per la gestione delle attività illecite.

Si arriva così, seguendo un rigido ordine cronologico, all’eliminazione di Antonio Filieri (Nardò, 2 settembre 1997), scaturito per dissidi nella gestione delle attività illecite del clan Dell’Anna ed attribuito a Giuseppe Durante, Giuseppe Fiorito e Raimondo De Simone, poi ai tentati omicidi di Paolo Tomasi (luglio 2000) e Sergio Notaro (28 luglio 2000), maturati nell’ambito del clan De Tommasi nel periodo di reggenza di Dario Toma. Nel primo caso sarebbe coinvolto Nicola Luperto, nel secondo Fabio Schiavone (oltre, ovviamente, ai due stessi interessati, in una sorta di tiro incrociato).

L’operazione di oggi rappresenta, dunque, la prosecuzione di ulteriori due attività investigative che hanno generato nel 2005 e nel 2006 diversi provvedimenti di custodia cautelare. Il 12 luglio del 2005, la sezione del gip del Tribunale di Lecce ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di Salvatore Caramuscio e altri dodici, in relazione a vari episodi delittuosi scaturiti nell’ambito dello scontro armato tra i gruppi “Toma-Cerfeda” e “Presta-Pellegrino-Vincenti”. Si tratta dell’omicidio di Roberto Scippa, avvenuto a Lecce il 5 marzo del 2001, del tentato omicidio di Giuseppe Vincenti (avvenuto a Surbo tra il 20 gennaio ed il 15 giugno del 2000, del tentato omicidio di Valerio Paladini (Surbo, 8 novembre 2000), dell’omicidio di Willam Vincenti (Surbo, 7 maggior 2002), di quello di Andrea Pisa (Surbo, 15 agosto 2002) e della tentata estorsione ai danni di Gianfranco Spedicati.

Il 16 giugno del 2006 è quindi arrivato l’arresto di Oronzo Cagnazzo e di altri sette, per ulteriori episodi di mala scaturiti nell’ambito dello scontro tra i gruppi “Toma-Cerfeda” e “Presta-Pellegrino-Vincenti”. In questo caso, il sequestro di persona di Roberto Maggio e Carmelo Giordano (fatti avvenuti a Surbo tra il 4 e 5 febbraio del 1999), il tentativo di omicidio di Mario Perrone (Surbo, 11 febbraio 1999), l’attentato dinamitardo ai danni dell’Unione sportiva di Trepuzzi del 14 febbraio 1999, un altro tentato omicidio, quello di Maurizio Macella (Trepuzzi, 20 febbraio 1999), gli attentati dinamitardi contro la “Stockhouse”, riconducibile a Dario Toma (Lecce, 24 e 27 febbraio 1999), il duplice omicidio di Cosimo Conversano e Gianfranco Gianfranco Fantastico, quelli, tentati, di Giuseppe Ricciardi, Ivan Cipponi ed Ezio Immorlano (Squinzano, 18 gennaio 1999) e l’omicidio, alla fine eseguito, del già citato Ricciardi, avvenuto nella marina leccese di Casalabate il 29 luglio 1999. Chiude il conto il duplice omicidio di Fabrice Negro e Antonio Della Bona, fatti avvenuti a Surbo il 13 marzo del 2001.

Ma come cambia il panorama attuale, negli affari illeciti? “Gli affiliati alla Sacra corona unita – spiega il procuratore Motta – hanno capito che non conviene usare violenza e allarmare la gente. Quest’indagine è, dunque, una sorta di rilettura di molti episodi, per alcuni dei quali vi è già stato il giudizio. Si tratta di un completamento dell’identificazione”. La Scu è dunque diversa, oggi, rispetto al passato. “Si sono abbandonate certe logiche di schieramento che hanno portato ai conflitti all’interno della stessa Sacra corona unita. C’è stato un periodo in cui si sono svolti affari tra gruppi una volta contrapposti, con un cambiamento radicale dell’atteggiamento, e adesso gli omicidi sono ridotti e gli affari continuano con una dimensione anche transnazionale”. Rientrerebbero in questa logica anche appalti e aste giudiziarie, “ma non in rapporto organico”, precisa Motta. “Si tratta, in vari casi, di persone esternamente affiliate e, comunque, di attività non di appannaggio esclusivo della Sacra corona unita”.

“L’operazione effettuata in mattinata contro 38 presunti affiliati alla Sacra corona unita, costituisce l’ennesima, concreta, risposta delle forze di polizia alla richiesta di tutela e di controllo del Salento”, commenta a margine della conferenza tenutasi in Procura, il sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano. “Pur non essendo direttamente collegata a episodi criminali, di varia matrice e privi di collegamento organico come ripetutamente sottolineato, che hanno interessato Lecce e provincia nelle ultime settimane, in quanto indirizzata a colpire autori e mandanti di delitti e disegni criminali del recente passato, l’operazione di oggi, consegnando alla giustizia elementi di spicco di quella che è stata la principale organizzazione criminale salentina, contribuisce a bonificare un territorio che vede sistematicamente stroncato ogni tentativo di riorganizzazione dei tradizionali assetti criminali. Per questo – conclude Mantovano - esprimo sincera gratitudine alle forze di polizia e all’autorità giudiziaria”.

Fonte: Lecceprima.it

All'alba dello Scisma in Vaticano

La legge che regolamenterà la fine della vita di tutti i cittadini italiani, è una legge che fonda le sue ragioni e i suoi cavilli proibizionisti in una concezione cristiana e cattolica dell’esistenza. Non sarà quindi quella che definiscono una legge laica “attenta alla vita”, ma una legge etica che garantirà l’esercizio della libertà individuale secondo il criterio della fede personale. Troppo, davvero troppo, anche per 41 sacerdoti che, su Micromega, cinque mesi fa, hanno difeso la libertà di coscienza che questa legge a molti toglierà. Il Sant’Uffizio appare di nuovo, stavolta trasformato in una cosa dolce e annacquata che si chiama Congregazione per la dottrina della fede. Ma intanto, questa morbida congregazione post conciliare, ha scritto ai vescovi cui quei sacerdoti fanno riferimento perché li richiamassero all’ordine e decidessero come reagire all’insubordinazione.

Il dato interessante non é che la Chiesa si comporti al pari di un organismo militare, alimentato da gerarchia e regole indiscutibili, verticismo e linguaggio da tribunale. Questa è la Chiesa. Nulla di straordinario. Interessante è proprio questa crepa sul fianco. I 41 sacerdoti che non trovano giustificabile che una legge dello Stato sia fatta su misura per i cittadini cattolici. Interessanti sono loro che non faticano a riconoscere la sacralità della libertà di coscienza, il valore di tutte le coscienze e a tenere la croce al collo. Non c’è e non può esserci più contraddizione tra lo Stato e la Chiesa, se questa non ambisce più al potere politico e al dominio istituzionale. Per questo i 41 preti, oltre ad essere religiosi illuminati, sono religiosi scomodi.

Don Vitaliano, Don Gallo e don Cassano, solo per citarne alcuni, e le loro quotidiane battaglie c’entrano poco con i calcoli sullo scacchiere politico pontificio. Loro sono ortodossi solo con il Vangelo alla mano, sono capaci di difendere i diritti di un trans o di fare uno sciopero della fame per i monaci birmani senza prudenze da diplomatici, privi della freddezza del realismo politico. Impulso e sentimento: il carisma della carità. Proprio quella che ha ispirato l’ultima enciclica del Papa.

Dal blog “Fides et forma”, subito dopo le polemiche scatenate da quest’ultima inquisizione ecclesiastica, viene precisato che alcuni dei 41 sacerdoti già da tempo sono stati sospesi “a divinis” e la cosa non sorprende. Sono proprio questi sacerdoti di frontiera la spina nel fianco della Chiesa cattolica, non il nichilismo dilagante o la “reconquista” musulmana. La frontiera in cui lavorano, quelle delle parrocchie di confine, degli emarginati, delle periferie estreme inquinate di malavita diventa la metafora di una frontiera insidiosa nella dottrina e nella dogmatica.

Quella che può scardinare privilegi e follie di dottrina costruite unicamente sulla storia dei secoli e sulle invenzioni umane. Bugie che a Roma hanno ridotto troppe volte il cristianesimo a una marmellata di poteri e assurdità morali utili al potere dello Stato della Chiesa. Non c’è traccia di Cristo in questa storia qui soprattutto se, come testimoniano le scritture, fu proprio lui, con toni perentori, a dividere Cesare da Dio.

I sacerdoti ribelli ci dicono, con l’abito talare indosso, che si può essere cattolici e sostenitori di uno Stato laico. Che è solo questo il modo di essere giusti e rispettosi con tutti, che non c’è scusa per la privazione di libertà di cui soffriranno tanti cittadini come Eluana dopo l’approvazione di questa legge, che solo un orientamento laico salva dalle persecuzioni. Quelle che il Pontefice ricorda solo quando ci sono di mezzo i regimi comunisti. Che proprio i cristiani devono sostenere queste battaglie in prima linea. E i cattolici?

I preti della lista nera sono pietre di scandalo, direbbe il vangelo. C’è chi scrive su Liberazione come don Albino Bizzotto, chi è impegnato da sempre con le minoranze come don Gallo. Eretici direbbe la dottrina, scisma preferiamo dire noi. Termini che pensavamo dormissero negli archivi e nella polvere del passato remoto forse non sono poi così inadatti. Forse un pericolo di spaccatura c’è e forse proprio questo va alimentato per sottrarre il Paese da una controriforma disastrosa. Bizzarro ma probabile, che ad aiutarci nella battaglia politica per la laicità saranno proprio i preti ribelli, mentre la Chiesa incorona il ministro Calderoli come difensore dei valori cristiani e la Camera corre, frettolosa e notte tempo, ad impedire un’altra Eluana.

di Ana Rosa De Santis

La guerra del tributarista Tremonti agli economisti

Tremonti chiede agli economisti di tacere perché non accetta critiche al suo operato. Una presa di posizione di economisti che ribadiscono che parte integrante della loro professione è valutare l'operato di chi ha in mano le leve della politica economica. Non si faranno intimidire. Quali che siano le pressioni che il ministro esercita sui media.

Sin da quando ha riassunto responsabilità di governo, nel 2008, il Ministro Giulio Tremonti ha intrapreso un processo agli economisti. Accusatore e giudice al tempo stesso, ha emesso successivi verdetti di condanna, la pena consistendo nell’obbligo al silenzio per almeno due anni, in specie su questioni di politica economica. La motivazione pare essere la seguente: non avere gli economisti previsto la crisi e aver anzi accettato o addirittura esaltato le degenerazioni che la provocarono. Per un’opportuna opera di rieducazione viene suggerita la lettura dei libri del Ministro.
Nessuno di noi è disposto a stare zitto. Un compito importante della nostra professione, in Italia e altrove, consiste nel sottoporre a valutazione ragionata la politica economica dell’esecutivo. Lo abbiamo fatto con i governi passati, continueremo a farlo e ci pare preoccupante che oggi in Italia sia tanto difficile avere un confronto pubblico pacato sulla politica economica in tempi di crisi: sulla Legge Finanziaria 2010, sull’efficacia de provvedimenti che il governo ha finora adottato (dalla social card al bonus famiglia) e sulla loro sorte.
Non abbiamo difficoltà a riconoscere che questa crisi pone una sfida alla nostra professione (di cui alcuni di noi hanno anche scritto): non certo per non averne previsto il quando e il come, quanto per non aver pienamente percepito le cause e le conseguenze di un’anomala crescita del credito e dell’esposizione al rischio e per avere trascurato i problemi di stabilità finanziaria. Il disagio degli economisti, comunque, non può essere certo maggiore di quello di governanti, banchieri centrali e vigilanti, soprattutto di oltre Atlantico, i quali ancor meno seppero prevedere e prevenire. Semmai, quando si cerchino eccezioni alla disattenzione generale, le si trovano proprio fra gli economisti, tra cui quelli della Banca dei Regolamenti Internazionali e non pochi accademici.
Ma tanto non può certo bastare al Ministro, il quale afferma che egli sì aveva previsto tutto, e da tempo. Notiamo che l’affermazione reiterata negli anni che presto o tardi vi sarà una crisi non rappresenta una previsione, ma una scommessa a esito sicuro. Nel suo ultimo libro Tremonti discute delle miserie dell’Europa, della sua paralisi politica, dei costi della globalizzazione. La breve analisi della crisi finanziaria, già in atto da nove mesi, pur se efficace e corretta, non si distanzia da altre che in quei mesi venivano pubblicate. Nella parte propositiva si tratta di questioni generali, mai tuttavia toccando i temi della riforma del sistema finanziario.
Ma soprattutto ci chiediamo se la capacità di previsione di cui egli è fiero abbia ispirato la sua azione di governo. Una ricerca in questa direzione dà risultati deludenti. Non troviamo traccia di gravi preoccupazioni sulla stabilità finanziaria globale nei documenti ufficiali firmati dal Ministro; né rinveniamo espressioni di preoccupazione manifestate nei consessi internazionali a cui egli partecipò prima della crisi. Di più: alcuni provvedimenti assunti nell’estate del 2008 (quando, anche prima di Lehman, gli Stati Uniti e, sola in Europa, l’Italia erano già in recessione) paiono poco comprensibili in una realtà in cui l’occupazione si riduceva, aumentava la cassa integrazione e i bilanci delle banche esibivano crescenti sofferenze.
Ma questo dibattito riguarda ormai il passato, né conviene continuare. Di altro vorremmo discutere con lui, se, restituendoci il diritto di parola, egli accettasse di farlo: delle vicende dell’economia italiana e dei suoi mali oscuri; delle ragioni che lo inducono a ritenere che noi usciremo meglio degli altri dalla crisi, pur essendoci entrati assai prima e in condizioni peggiori. Vorremmo conoscere la sua opinione su una stagnazione, indipendente dal ciclo politico, che ormai dura da quindici anni, rammentando che negli anni in cui il Ministro ha avuto la responsabilità della politica economica (2001-2005, quando il suo primo documento di programmazione prometteva “un nuovo miracolo economico”, e 2008) la crescita italiana ha esibito un divario negativo di oltre 5 punti rispetto alla crescita europea. In definitiva, vorremmo comprendere come egli si proponga di trasformare in realtà le sue speranze sul futuro del paese.

Giorgio Basevi, Pierpaolo Benigno, Franco Bruni, Tito Boeri, Carlo Favero, Francesco Giavazzi, Luigi Guiso, Tullio Jappelli, Marco Onado, Marco Pagano, Fausto Panunzi, Michele Polo, Lucrezia Reichlin, Pietro Reichlin, Luigi Spaventa.

Fonte: la Voce.info

Link: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001261.html

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