martedì 8 settembre 2009

Van Jones, il progressista che ha sfidato i neoconservatori: perdendo

Una nuova tegola è caduta lo scorso fine settimana su un’amministrazione Obama già alle prese con una complicata battaglia per l’approvazione della riforma sanitaria e con il crollo di consensi per la guerra in Afghanistan. In seguito ad una valanga di critiche ed attacchi gratuiti provenienti dai repubblicani e dai commentatori politici di destra, il consigliere speciale del presidente per la creazione di posti di lavoro nell’ambito delle energie rinnovabili - il 40enne di colore Van Jones - è stato costretto ad abbandonare il proprio incarico. Le sue dimissioni sono state immediatamente accettate dalla Casa Bianca, che non ha esitato a liquidare un personaggio scomodo con un passato da attivista per i diritti umani ed uno dei pochissimi politici in una posizione di spicco a non provenire dalle file delle grandi corporation americane.

L’allora neo-presidente Obama lo scorso mese di marzo aveva scelto Van Jones - attivista, avvocato e scrittore del Tennessee con una laurea in Legge a Yale - per entrare a far parte del gruppo di consiglieri per la qualità dell’ambiente dopo la profonda impressione che aveva esercitato, tra gli altri, su due pesi massimi del Partito Democratico come Al Gore e Nancy Pelosi. Come Obama a Chicago, anche Van Jones poteva vantare un passato da carismatico “community organizer” a San Francisco, dove si era guadagnato una fama negli ambienti dell’attivismo per la lotta contro il cambiamento climatico. La sua presenza a Washington avrebbe dovuto così contribuire a delineare una visione compiuta di una nuova economia “verde” a beneficio del Congresso a maggioranza democratica.

In California però, l’ormai ex consigliere di Obama ha commesso l’errore che ha consegnato in questi giorni nelle mani dei falchi conservatori il pretesto per condurre una violenta campagna di discredito nei suoi confronti e che è sfociata inevitabilmente in dimissioni tutt’altro che rimpiante dalla Casa Bianca. Nel 2004, infatti, Van Jones firmò una petizione dell’organizzazione 911Truth.org che accusava i vertici dell’amministrazione Bush di aver deliberatamente permesso gli attacchi dell’11 settembre allo scopo di giustificare una guerra in Medio Oriente.

A fornire ulteriore materiale per le critiche della destra è stata poi anche un’espressione non esattamente cordiale utilizzata da Jones nel riferirsi ai repubblicani poco prima della sua nomina, così come deve aver disturbato non pochi il suo appoggio pubblico dato al condannato a morte di colore Mumia Abu-Jamal, ex membro delle Pantere Nere ed accusato di aver assassinato nel 1981 un poliziotto di Philadelphia in un processo molto controverso. La macchia più grande di Jones per la destra radicale rimane tuttavia il suo attivismo politico e i suoi legami con i movimenti radicali di protesta, per non parlare del colore della pelle, dal momento che le critiche hanno iniziato a piovergli addosso ben prima che la sua firma sulla petizione del 2004 venisse alla luce.

Gli attacchi frontali nei suoi confronti erano partiti a luglio dall’agitatore e demagogo di Fox News Glenn Beck, il quale aveva suscitato la reazione sdegnata dell’organizzazione no-profit “Color Of Change”, co-fondata dallo stesso Van Jones, dopo aver definito Obama razzista. Mentre il gruppo faceva appello alle aziende per non acquistare spazi pubblicitari nel programma televisivo di Beck, quest’ultimo iniziava la sua battaglia personale con il consigliere del presidente, intensificando i propri attacchi e definendolo, tra l’altro, “radicale anarco-comunista”. Gli assalti a Jones hanno cominciato a moltiplicarsi nei media conservatori, finché la scoperta di un blogger della petizione sull’11 settembre ha fatto aumentare le pressioni sulla Casa Bianca.

Senza ottenere un appoggio convinto da parte del presidente e del suo staff, Jones ha finito per dare l’addio all’amministrazione Obama, che ha tirato verosimilmente un sospiro di sollievo per non dovere sostenere ulteriori attacchi alla vigilia della riapertura dei lavori al Congresso per la riforma del sistema sanitario. “Il presidente ringrazia Van Jones per i servizi resi in questi primi otto mesi di mandato, per l’aiuto fornito nel coordinare la strategia per la creazione di nuovi posti di lavoro nell’ambito delle energie rinnovabili e per aver gettato le basi del nostro sviluppo economico del futuro”, sono state le parole del portavoce della Casa Bianca che non hanno nascosto la freddezza nei confronti del consigliere dimissionario.

Da parte repubblicana, alcuni parlamentari non hanno perso tempo nel criticare i metodi di valutazione messi in campo dall’amministrazione Obama per scegliere i candidati a entrare a far parte dello staff presidenziale. I consiglieri della Casa Bianca - i cosiddetti consiglieri speciali o “zar” - a differenza dei membri del gabinetto non sono d’altra parte sottoposti al voto di conferma del Senato, ragione per cui sui precedenti di Van Jones non sarebbero state effettuate ricerche sufficientemente approfondite.

Già agli albori della sua presidenza, peraltro, Obama aveva visto naufragare le candidature di altre personalità di spicco a causa di vicende precedenti alla nomina sulle quali si era chiuso un occhio o erano sfuggite alle squadre di esaminatori, tra cui quelle di Tom Daschle alla guida del Dipartimento della Salute e di Nancy Killefer all’ufficio per il budget, entrambi travolti da scandali legati a tasse non pagate.

La conseguenza più inquietante dell’intera vicenda, aggravata dall’inefficace reazione dell’amministrazione Obama, è che con la dipartita di Van Jones la Casa Bianca ha perso una delle poche personalità, per non dire l’unica, realmente progressista e proveniente dal mondo dei movimenti di protesta e dell’attivismo democratico. L’entourage di Obama risulta così sempre più affollato di ex consulenti o membri dei consigli di amministrazione di grandi banche di investimento, a cominciare dal primo consigliere economico del presidente, Larry Summers, e dal capo di gabinetto, Rahm Emanuel.

Le dimissioni di Van Jones, inoltre, difficilmente contribuiranno a placare gli animi di una destra sempre più pericolosamente combattiva e già protagonista della distorsione del dibattito sulla riforma sanitaria durante l’estate. Sul fronte opposto, la delusione dell’elettorato liberal risulta palpabile e va ad aggiungersi allo sconforto già troppe volte provato in questa fase iniziale del primo mandato di Obama per la mancanza di incisività dimostrata in diversi ambiti. Il tutto, ancora una volta, a discapito del livello di gradimento di un presidente giunto invece a Washington sull’onda di un’enorme popolarità e di una promessa di cambiamento radicale del sistema.

di Michele Paris

L'isola che non c'è: di Ernesto Galli Della Loggia

Lo spettacolo, che va in scena da quindici anni, ha avuto una nuova replica da una televisione di Casa Berlusconi. Consueto il paradigma del capo del governo: un manipolo di "comunisti e catto-comunisti" conduce una "campagna eversiva" per tirarlo giù dalla sedia dove è stato collocato dalla volontà popolare e inaugurare "una tirannia". Addirittura, una tirannia. C'è qualcosa di disperante e di disperato in questa rappresentazione del discorso pubblico e domestico.

Parla più di Berlusconi, e delle sue ossessioni, che di un Paese governato con una maggioranza sovrabbondante e un'opposizione solida come il vapor acqueo. Ci dice molto di più dei fantasmi che, in chiave paranoide, assediano il premier che delle critiche che gli vengono proposte, da qualche isolata voce, in Italia e, da un coro, nel mondo. Risoluto a fare dei nostri giorni una nera notte con un unico punto di luce - se stesso - , Berlusconi è oggi incapace di riconciliarsi con la realtà o almeno con un suo succedaneo. È come se la strategia di comunicazione che lo ha condotto a uno straordinario successo, personale e politico, lo abbia imprigionato precludendogli ogni apprezzabile sguardo sul reale. Il Mago è stato sequestrato dallo specchio in cui ama guardarsi, dalle Lanterne che egli stesso ha costruito. Le relazioni con il Vaticano? Eccellenti, dice. L'azione del governo? Irresistibile, dice. Gli italiani? Vogliono essere come me, giura. Le domande che mi rivolgono? Insulti, mistificazioni, diffamazione, accusa.

È stupefacente che siano state dieci ordinarie domande a precipitarlo in questa sindrome che oggi preoccupa anche alleati, come Gianfranco Fini, ultima vittima delle sue fobie. Berlusconi avrebbe fatto meglio a rispondere, a levarsi dallo stato di "minorità civile" che lo ha afferrato, come gli suggerivano i consiglieri più sapienti. Non lo ha fatto e, peggio, ha chiesto l'intervento della magistratura perché non gli siano mai più proposte, siano vietate per ordinanza di un giudice. Un'intimidazione, concorda con qualche ritardo il Corriere della sera con Ernesto Galli Della Loggia. Dei suoi argomenti è utile discutere. Scrutiamo la trama del suo ragionamento. C'è una premessa: l'iniziativa giudiziaria del premier è "sbagliata e riprovevole, ha di fatto un innegabile contenuto di intimidazione censoria". La premessa, che sembra richiamare un mondo comune - un codice e un metodo condiviso tra i media, qualche principio logico, un rispetto di regole, doveri e diritti, un'attitudine disinteressata alla discussione - , è utile a preparare un giudizio (dubbio) e due risultati (stralunati). Il giudizio. Quelle domande sono un "puro strumento retorico" (è lo stesso argomento degli avvocati di Berlusconi, ahimè, che giudicano quelle domande diffamatorie e ne chiedono la censura). Quindi, sono quesiti tendenziosi: "Quale risposta sensata si può dare alla domanda: quali sono le sue condizioni di salute? Una domanda di quel tipo vuole affermare in modo indiretto, ma precisissimo, che non sarebbe adatto a fare il capo del governo".

La valutazione apre la strada alla prescrizione di quel che la stampa non deve fare. Non è "compito della libera stampa l'organizzazione di interminabili, feroci campagne giornalistiche". "Non è compito dei giornali decidere se qualunque persona è adatta o inadatta a guidare il governo, è compito degli elettori e soltanto degli elettori".

È evidente che di "comune" nel mondo dell'informazione predicato da Galli Della Loggia c'è molto poco, quasi nulla. Domandare, vi appare un'offesa. Reiterare una domanda che non trova ostinatamente una risposta è addirittura "ferocia". Chiedere poi della salute di chi ci governa, un passo a mezzo tra l'insensatezza e la provocazione. Così non è, con buona pace del Corriere, in tutto il mondo occidentale. I candidati alla Casa Bianca presentano in pubblico, con le cartelle del fisco, le cartelle cliniche per dimostrare che le loro capacità psicofisiche sono adeguate alla responsabilità che chiedono agli elettori. Thomas Eagleton, vice di George McGovern, in piena campagna elettorale nel 1972, abbandonò quando si scoprì che era sottoposto ad elettroshock per curare la depressione. Nel 1984, al secondo mandato, l'età di Ronald Reagan, 73 anni, fu motivo di perplessità e pressioni dei media. Nel match televisivo con Walter Mondale, 56 anni, Reagan esordì con una risposta strepitosa alla domanda di un giornalista: "Non farò della giovane età e inesperienza del mio rivale un motivo di scontro". Anche Mondale rise con il pubblico e il fattore età non ebbe più alcuna importanza. Ritornò rilevante quando Reagan fu operato per un cancro al colon. Lo staff medico rese trasparente i guai del presidente. Lo stesso è accaduto a John McCain quando Time (14 maggio 2008) chiese in copertina "Quanto è sano McCain?". Il candidato non si tirò indietro e i medici della Mayo Clinic misero a disposizione dei cronisti le cartelle cliniche (Cnn, 23 maggio 2008). Anche in Italia è apparso legittimo - né stravagante né tendenzioso - interrogarsi sullo stato di salute di Francesco Cossiga, presidente della Repubblica a cavallo degli anni Novanta. Egli ammise "una depressione" e lo stesso Galli Della Loggia ne paventò una sindrome dietro "il suo ossessivo presenzialismo televisivo" (la Stampa, 8 dicembre 1991). Il lato comodo dello scrivere in Italia è che basta esporre i fatti. È stata la moglie del premier a porre all'attenzione pubblica la questione della salute di Silvio Berlusconi, dopo averla proposta in privato a Gianni Letta. "[Silvio] non sta bene. Ho chiesto al suo medico di aiutarlo come si fa con le persone che non stanno bene", ha detto Veronica Lario e, anche le rivelazioni di Patrizia D'Addario, raccolte proprio dal Corriere, hanno confermato quell'ipotesi di sexual addiction che avvelena la vita del capo del governo. Dinanzi a quella denuncia pubblica, bisognava tacere forse? Chiudere gli occhi, far finta di niente? Non è compito dell'informazione accertare lo stato delle cose? Repubblica ha cercato di farlo. Nel modo più diretto e corretto. Domenica 10 maggio, ha chiesto al sottosegretario Letta di incontrare il premier per rivolgergli alcune domande sollecitate dalle incoerenze emerse dal "caso Noemi", una minorenne, e dalle sue personali difficoltà svelate dalle parole di Veronica Lario. Si convenne che entro 72 ore ci sarebbe stata una risposta di Palazzo Chigi. Non è mai arrivata. Così si è deciso di rendere pubbliche le domande destinate al premier. È "feroce", questo metodo o è una prassi ordinaria, accettata nel "mondo comune" dell'informazione occidentale che non pretende di sostituire naturalmente gli elettori nelle loro decisioni (che ovvietà!), ma di renderli più consapevoli e informati nelle loro scelte. Il ruolo dei media non è altro che questo, come ha dimostrato l'Economist quando giudicò Berlusconi "inadatto al governo" sia nel 2001 che nel 2008, senza guadagnarsi le reprimende etiche, politiche e deontologiche di un Galli Della Loggia forse distratto.

Quel che preoccupa (e dovrebbe preoccupare chiunque) nel ragionamento del Corriere della sera è l'accettazione che la realtà, quale che sia, non possa fare capolino nel discorso pubblico più di tanto. Che evocarla, magari nelle prudenti anche se ostinate forme dell'interrogazione, sia una mossa abusiva e politicamente scorretta e faziosa. È una convinzione che appare del tutto egemonizzata culturalmente da un'idea di informazione effimera e istantanea. Disegna un mondo dove non esistono "fatti" né alcun modo di stabilire ciò che è vero perché non c'è più alcun criterio di verità praticabile se si esclude "ciò che viene dichiarato vero in ogni istante". È il mondo, il metodo, il dispositivo di potere di Berlusconi. Il premier pretende di confondere e confonderci avviluppandoci in un garbuglio di "credenze" che annullano eventi, circostanze, parole, ma il mestiere dell'informare non è accompagnare questa deriva, ma opporvicisi. È quello che ha fatto e farà Repubblica. Siamo certi che lo farà anche il Corriere quando accerterà che non c'è alcun "complotto eversivo catto-comunista" alle viste né alcuna "tirannia" alle porte, ma soltanto un uomo prigioniero dei suoi fantasmi e di una rabbia pericolosa per le istituzioni che rappresenta e il Paese che governa.

di Giuseppe D'avanzo

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