lunedì 7 settembre 2009

Colombia: lo sterminio degli Awà

"Nell'omicidio dei miei compagni il 26 agosto è coinvolto anche l'esercito": La denuncia arriva da Eder Burgos, il portavoce degli indigeni Awá, che non si stanca di ricordare, con la morte nel cuore, il massacro di dodici persone tra cui sette minorenni. Tra questi un bambino di appena un anno. "Ci sono oscuri interessi che cercano di insabbiare i veri autori della strage", spiega, un fatto che ha commosso l'opinione pubblica non solo colombiana.Tutto è accaduto nelle prime ore del mattino di mercoledì scorso, in una casa del resguardo indigeno di Gran Rosario, nel Tumaco, dipartimento al confine con il Nariño, nel sud-est del paese. Uomini incappucciati e in mimetica hanno sterminato questo gruppo di persone in una casa di El Divisio. Non è ancora ufficiale a che gruppo appartenesse lo squadrone che ha sterminato il gruppo di Awà, ma è noto che si tratti di un'area a vasta presenta paramilitare. E da sempre i paracos vanno a braccetto con l'esercito.

Eppure, per questa strage c'è già un capro espiatorio che le autorità si sono affrettate a consegnare alla giustizia. Si tratta di Jairo Miguel Paí, anch'egli indio, da tempo espulso dalla comunità per i suoi legami con i paramilitari. Ma Burgos non ci sta. Paí, secondo gli Awà, merita di restare dietro le sbarre, certo, ma perché ha tentato di estorcere denaro a molta gente, non certo perché mandante o responsabile di un crimine tanto efferato. "Adesso, quello che vogliono (le autorità di polizia) è che le indagini portino a dei colpevoli, siano quelli che siano", ha spiegato, precisando, appunto, che la sua comunità non condivide la tesi che Paí sia l'autore della strage.
E i fatti sembrano dar loro ragione. Non solo la zona è ad alta presenza paramilitare, e quindi sotto il loro diretto, quanto violento e illegale controllo, ma l'esecuzione dei dodici indigeni è avvenuta proprio nella casa di Sixta Tulia García, la donna 35enne che aveva osato denunciare la morte del marito, Gonzalo Rodríguez, puntando il dito contro l'esercito. Coincidenza o chiaro segnale di avvertimento in puro stilo mafioso?I nativi non hanno dubbi. Siamo di fronte all'ennesimo crimine di Stato, insabbiato e deviato grazie a un caprio espiatorio. E per questo difficile da dimostrare.
A indagare è la Fiscalia e l'unica cosa certa è che l'esecuzione è stata fatta usando pallottole calibro nove millimetri. Certo, c'è anche la testimonianza di chi descrive uomini in mimetica, ma in Colombia la mimetica la indossano tutti, indistintamente: esercito, paramilitari e persino guerriglieri. L'unico elemento distintivo, dato che sicuramente fasce e simboli sono scrupolosamente rimossi prima di ogni retata in cui l'anonimato è fondamentale, possono essere le calzature. È cosa nota che i guerriglieri di Forze armate rivoluzionarie colombiane o Esercito di liberazione nazionale siano soliti indossare stivali in plastica nera, in puro stile contadino. A differenza di militari e paracos che invece camminano con anfibi rinforzati e pieni di stringhe. Un piccolo particolare che però la gente calata in simili realtà è solita notare.
Intanto, a rincarare la dose sull'esistenza di un piano criminale teso a sterminare gli Awà è il presidente dell'Unità indigena di tale popolo (Unica), Gabriel Bisbicus, che parla di "forze oscure, con la complicità di organismi di sicurezza statale". E ricorda come da mesi gli Awà siano pedinati, minacciati, perseguitati, sia nel loro territorio che a Pasto, la capitale dello stato di Nariño. Da gennaio, sono 28 i morti ammazzati tra i 27mila cinquecento Awà, sparsi nei 21 resguardos tra Nariño e Putumayo, in un territorio di 322mila ettari. Tanto che le associazioni in difesa delle popolazioni indigene lo definiscono il popolo che corre il maggior rischio di estinzione in Colombia.Gli Awà, che in Awapit significa 'gente', hanno già subito molto dal conflitto armato che da 45 anni logora la Colombia. Intanto, nati cacciatori, hanno dovuto diventare agricoltori e allevatori di animali domestici, perché impossibilitati a muoversi dietro animali e branchi. Coloni, guerre civili, cercatori di oro e di legno, cocaleros, mine antiuomo, conflitti a fuoco, retate e blitz orchestrati da quelle forze che agognano le loro terre ricche e fertili, li hanno costretti a cambiare drasticamente stile di vita, limitandoli e castrando una cultura millenaria. E, come se non bastasse, restano nell'occhio del mirino.
E le altre popolazioni native non se la passano certo meglio in Colombia. Il relatore speciale dell'Ufficio Onu sui diritti umani dei popoli indigeni, James Anaya, in luglio ha dichiarato che la situazione di queste etnie nel paese andino "è grave, critica e profondamente preoccupante".
Stella Spinelli

Come aggirare la Censura Internet


Molto probabilmente sei un Internauta fortunato che non soffre di filtri e censure Internet, ma non é cosi per tutti, se pensi che il problema dellacensura internet riguardi solo la Cina e pochi altri paesi con regimi autoritari ti stai sbagliando di grosso.

Sono molti i paesi al mondo, Italia compresa, che tramite i fornitori di accesso internet (ISP), censurano determinati siti internet(siti a possibile contenuto pedopornografico per i quali questo controllo deve essere non solo necessario ma un impegno continuo e siti di scambio peer to peer per i quali invece si potrebbe aprire un dibattito) con differenti modalità di intervento.

Avevo già trattato l'argomento in un post precedente, Censura Internet: come funziona e come puoi aggirarla, ci ritorno ancora per segnalare una nuova ottima guida scritta a piú mani da molti autori, intitolata "HOW TO BYPASS INTERNET CENSORSHIP" che puoi leggere online o scaricare gratuitamente come e-book in formato .pdf qui, o con una migliore qualità di caratteri di stampa anche da Lulu.

Con l'avvento di Internet, negli anni 1970, agli Internauti di tutto il mondo é stata promessa libertà di accesso alle informazioni online, ma decenni più tardi, più di 25 paesi sono impegnati in pratiche di censura di Internet.

La guida è stata scritta per tutti gli Internauti con una conoscenza media sull'uso del PC, che vogliono eludere il filtraggio e la censura Internet o aiutare qualche amico che vive in una giurisdizione soggetta a queste pratiche che violano la libertà di informazione.

"HOW TO BYPASS INTERNET CENSORSHIP" in oltre 200 pagine passa in rassegna molto dettagliatamente tutte le metodologie adottate nella Censura Internet e le relative tecniche e trucchi pratici per aggirare le restrizionisia a livello di utente che di fornitore di accesso.

Fonte: Ab Techno

Link:http://abtechno.org/index.php/2009/01/30/tecniche_per_aggirare_censura_internet

L'inspiegabile strage di Alcamo Marina


Correva l’anno1976. Nel bel mezzo della notte del 27 gennaio un piccolo commando fece irruzione nella casermetta dei carabinieri di Alcamo Marina. Due carabinieri,Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta (nella foto) furono uccisi barbaramente nelle loro stanze durante il sonno.
E’ necessario però fin da subito collocare la città di Alcamo nel contesto storico del tempo: il pericolo terrorismo, le brigate rosse e tantissimi omicidi di mafia erano la triste e quotidiana attualità.
Tante furono le ipotesi vagliate dagli inquirenti, molte delle quali legavano la vicenda al terrorismo di quei famosi anni 70, detti gli anni della tensione. Oggi sembra però che la vicenda sia relazionata a ben altre motivazioni e a scenari ben più complicati che forse coinvolgono personaggi di spicco della mafia e che si allontano dalla pista della semplice bravata di gioventù e da quella di ispirazione terroristica.
Le brigate rosse dunque non c’entravano nulla con l’accaduto e nemmeno vari gruppi terroristici siciliani sembrarono allora coinvolti. Anzi, questi ultimi smentirono fin da subito il loro coinvolgimento e le stesse BR il 30 gennaio dichiararono la loro estraneità ai fatti di Alcamo. A capo delle indagini fu posto il colonnello Giuseppe Russo,braccio destro del generale Dalla Chiesa, che poi sarà ucciso dalla mafia nel 1977 nell’agguato di Ficuzza.
Colonnello dei carabinieri G. Russo
Ma chi era stato ad uccidere Apuzzo e Falcetta? La svolta avvenne il 13 febbraio. A un posto di blocco fu fermato un giovane alcamese, Giuseppe Vesco, su un’auto rubata con una targa di cartone. Questi aveva in mano una pistola (si pensa che fosse scarica dato che il giovane aveva un arto amputato) e dopo una perquisizione ne venne trovata una seconda. Era una Beretta in dotazione ai carabinieri, probabilmente rubata durante l’omicidio della casermetta. Dopo una perquisizione a casa del ragazzo e attente analisi si dimostrò che Vesco era in possesso dell’arma del delitto. Troppo poco però per condannarlo per omicidio volontario. Fu dunque interrogato dai carabinieri ma questi negò in modo deciso la sua partecipazione all’agguato dicendo che doveva solo consegnare le armi a qualcuno.
La situazione stava diventando sempre più critica. Alle indagini collaboravano ora molte persone, anche esponenti dell’antiterrorismo di Napoli. Giuseppe Vesco fu bendato e legato. L’obiettivo iniziale era conoscere a tutti i costi il luogo dove erano tenute le armi e le divise trafugate dalla casermetta. Probabilmente non si svlse però un normale interrogatorio.
Giuseppe Vesco
Giuseppe Vesco
Un ex brigadiere dei carabinieri, dopo 30 anni, ha confessato nel settembre del 2007 al giornale trapanese Quarto Potere che furono usati dei mezzi poco leciti per far parlare il giovane alcamese e costringerlo ad ammettere le sue colpe. In quei famosi 30 minuti gli venne posto un imbuto in bocca e versata acqua e sale diverse volte. Nonostante ciò Vesco non cambiò versione. Si proclamava innocente. (La descrizione delle torture subite è ampiamente descritta nelle famose lettere di Giuseppe Vescodal carcere di Trapani)
Dopo ulteriori torture Vesco si dichiarò disponibile a far ritrovare armi e divise. In poco più di un’ora in una stalla di proprietà di un partenicese, Giovanni Mandalà, fu finalmente trovato quello che si cercava.
Ai carabinieri non bastava però il ritrovamento di armi, divise e tesserini. Chi faceva parte del commando? A questa domanda Vesco si rifiutava di rispondere ma ben presto, dopo ulteriori torture (come ha confermato l’ex brigadiere), il ragazzo cambiò strategia. Firmò infatti una dichiarazione in cui confessava di aver partecipato all’uccisione dei carabinieri insieme ad altri tre ragazzi: Gaetano Santangelo, Giuseppe Gulotta, Vincenzo Ferrantelli.
Le persone accusate da Giuseppe Vesco di far parte del commando
Santangelo, Gulotta, Ferrantelli e Mandalà (in senso orario dall’alto)
I tre ragazzi alcamesi più il partenicese Mandalà furono poi tutti tratti in arresto per omicidio e costretti a confessare con le solite modalità, secondo la ricostruzione dell’ex brigadiere. Così tutti e quattro firmarono un verbale di riconoscimento di colpevolezza.
La versione accertata dei fatti fu la seguente: Giovanni Mandalà, il bottaio di trentotto anni di Partinico, avrebbe forzato la porta della caserma con la fiamma ossidrica e a sparare invece sarebbero stati Giuseppe Gulotta e Gaetano Santangelo, due giovani alcamesi di diciannove e diciassette anni, mentre Vincenzo Ferrantelli, uno studente di sedici anni di Alcamo, avrebbe solo messo a soqquadro le stanze.
La nostra storia non finisce però qui. Dopo qualche mese, un altro colpo di scena.Giuseppe Vesco ritrattò tutto e scagionò i presunti complici.
Purtroppo fu ritrovato morto il 26 ottobre del 1976, pochi giorni prima di essere ascoltato dagli inquirenti. Nelle sue lettere ha affermato piùvolte di aver accusato persone innocenti per consentire ai veri complici di fuggire. Risulta comunque incredibile come un uomo privo di una mano possa impiccarsi legandosi alle barre di una finestra alta più di 2 metri. Questo particolare inoltre non fu mai chiarito. Nuovi misteri si aggiungono così alla vicenda, di per se già molto complessa. Quasi nessuno crede dunque al suicidio di Vesco nel carcere San Giuliano di Trapani.
Fra i quattro ragazzi indicati come complici da Giuseppe Vesco solo Giuseppe Gulotta e Giovanni Mandalà hanno conosciuto il carcere pur dichiarandosi sempre innocenti. Gli altri due ragazzi (Santangelo e Ferrantelli) invece riuscirono a scappare all’estero e, una volta al sicuro, anche loro hanno negato di essere coinvolti nella strage. Mandalà ha fatto 21 anni di carcere e una volta uscito è morto appena dopo 3 mesi, invece Gulotta dopo 17 anni di carcere attualmente risulta in semi-libertà.
Le stranezze di questo caso sono proprio tante. Cerchiamo di capire però chi erano i due carabinieri uccisi e a cosa stavano lavorando.
casermetta aclcamo marina
La casermetta di Alcamo Marina, luogo della strage
La caserma in cui è avvenuto l’agguato è ancora oggi in un territorio strategico che in quel periodo era di grande importanza per la mafia. Non è vero, come hanno sostenuto tanti nel corso di questi anni, che si trattava di una zona tranquilla. Da quel territorio partivano infatti enormi carichi di droga diretti al mercato americano e c’erano numerosi depositi di armi. Una prima ipotesi potrebbe essere questa: “Che qualcuno abbia deciso di ucciderli per tappargli la bocca?”
Carmine Apuzzo, diciannove anni, originario di Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, in servizio da circa un anno, era arrivato da poco ad Alcamo Marina. L’appuntato Salvatore Falcetta invece attendeva il trasferimento con ansia, vista la grave malattia che aveva colpito la madre. Contava i giorni, l’appuntato, per avvicinarsi al paese natale ed assistere l’anziana donna, costretta a letto da un enfisema polmonare. “Dovrò sostituite un collega che ha chiesto un periodo di licenza più lungo del previsto, poi andrò a Buseto”, disse ai familiari in una delle ultime telefonate dopo l’Epifania di quel ‘76. Per molti però i due carabinieri erano soloufficiali con licenza di contravvenzionare automobilisti indisciplinati o venditori ambulanti abusivi. In quel freddo inverno del 1976, nel territorio di Alcamo Marina, località di villeggiatura presa d’assalto durante la stagione estiva da villeggiati e turisti, non c’erano automobilisti indisciplinati. Non c’erano neanche venditori abusivi. C’erano invece pericolosi criminali. L’appuntato Salvatore Falcetta ed il carabiniere Carmine Apuzzo, durante i servizi di controllo del territorio, potrebbero aver visto qualcosa che doveva restare segreto e per questa ragione sarebbero stati uccisi.
Le prime ipotesi, come abbiamo detto, furono diverse. Si vagliò l’ipotesi di una vendetta organizzata contro i due militi che avrebbero intralciato, forse casualmente, un illecito affare di un non meglio precisato clan mafioso della zona; venne seguita anche la tesi del disegno terroristico del delitto per creare confusione politica nel Paese; inoltre non si escluse il movente per questioni d’onore”. Gli interrogativi sono purtroppo tanti.
Perché i sicari decisero di fare irruzione all’interno della caserma? Perché correre dei rischi quando sarebbe stato possibile colpire i due carabinieri in qualunque altra parte del territorio? Chi ha compiuto questa strage voleva lanciare forse un segnale? Ciò indurrebbe a riconsiderare la pista politica, quella pista che gli inquirenti avevano vagliato nelle prime fase delle indagini e che avevano repentinamente abbandonato dopo la confessione di Giuseppe Vesco.
SINGOLARI VICENDE LEGATE ALLA STRAGE DI ALCAMO MARINA:
Giovanni Mandalà è protagonista di altre tristi vicende legate a questa strage. Ha sostenuto infatti fin dall’inizio che il locale in cui sono state ritrovate le divise dei due militari uccisi era stato preso in affitto proprio da Giuseppe Vesco e che lui non era a conoscenza dei piani di Vesco. La moglie ha raccontato sempre al giornale trapanese Quarto Potere che la giacca di Mandalà su cui sono state ritrovate delle macchie di sangue era stata manomessa. Ha raccontato che quando questa fu sequestrata non c’era alcuna macchia di sangue. Dopo il sequestro il fratello di Mandalà si recò presso la caserma di Partinico. Gli fu assicurato che non c’era alcuna macchia e che potevamo stare tranquilli. Successivamente, attraverso i giornali, la famiglia Mandalà scoprì invece che erano state rilevate delle tracce. Sempre il cognato andò allora dal maresciallo con un registratore. Quest’ ultimo, secondo la versione della difesa, ancora una volta ammise che sulla giacca c’era la presenza di due sole macchioline che però non erano di sangue ma solo di semplice vino. Sempre la moglie di Mandalà ha dichiarato su Quarto Potere che consegnarono successivamente la bobina ai giudici e nel corso del processo furono inoltre sollevati molti dubbi in relazione all’attendibilità dei risultati della perizia effettuata sulla giacca. I giudici decisero così di disporre ulteriori esami ma quando andarono a cercare la giacca e la bobina erano entrambe scomparse. Il maresciallo, chiamato a deporre, non si presentò mai in aula adducendo motivi di salute e così i giudici, in assenza di ulteriori prove contrastanti, decisero di condannare Giovanni Mandalà all’ergastolo.
Anche Peppino Impastato è stato coinvolto nella vicenda. Questi, la cui casa fu inoltre oggetto di perquisizone pochi giorni dopo la strage di Alcamo, riteneva invece che l’uccisione dei due carabinieri fosse maturata in un contesto diverso da quello in cui si inserisce Vesco e i 4 complici accusati. In una delle registrazioni di Radio Aut, Peppino Impastato dice letteralmente: “Il duplice omicidio di Alcamo era un avvertimento sanguinoso dato ai carabinieri per la loro conduzione delle indagini sul rapimento e l’uccisione di Luigi Corleo, gabelliere ed erede del potentato di Bernardo Mattarella nel trapanese“. I carabinieri erano vicini all’individuazione del mandante e quindi è possibile che la strage della casermetta si collochi come espediente per distrarre l’arma dei carabinieri dalle indagini su questo caso. Emergerebbe a questo punto un possibile legame con l’avvocato Vito Guarrasi, uno degli uomini più potenti della Sicilia negli anni settanta.
Fonte: senzamemoria.wordpress.com

Cosa c'entra lo Stato con la strage di Alcamo Marina


Quattro carabinieri indagati e antiche ingiallite pagine che vengono rilette da qualche mese, armadi polverosi che si riaprono, offrono......tutti scenari inquietanti gli stessi che da decenni accompagnano tanti gialli che fanno parte della storia delle vicende trapanesi, dove mafia, massoneria, servizi deviati hanno qui sempre trovato utili punti di convergenza.
C’entrano le armi, le connessioni tra apparati dello Stato e organizzazioni malavitose e mafiose, strategie diverse che hanno attraversato il nostro Paese, e forse superando gli stessi confini nazionali. La provincia di Trapani è da sempre «terreno fertile» per connivenze, per traffici non leciti ma fatti sotto occhi che al momento gusto avrebbero fatto finta di non vedere. Il territorio di Alcamo poi ha avuto sempre una sua specificità. La si scopre ancora oggi questa specificità, mentre si parla di indagini sui mandanti occulti delle stragi del ’92, si scopre che era in mano ad alcamesi, e a potenti mafiosi di Castellammare, un cellulare clonato usato da chi in quel luglio del 1992 si stava occupando di come potere uccidere il giudice Paolo Borsellino. In quell’estate pochi giorni prima della strage di via D’Amelio, i mafiosi trapanesi, Matteo Messina Denaro in testa, si ricordarono di un «alcamese» che non era stato ai «patti», che non aveva saputo evitare una guerra di mafia, ad Alcamo, dove avevano sparato tutti ma proprio tutti i pezzi da 90 di Cosa Nostra trapanese e palermitana, ma Vincenzo Milazzo, capo cosca della zona, era diventato scomodo per non avere saputo tenere a banda una banda di emergenti, e fu ucciso con la sua compagna, Antonella Bonomo. Anni dopo si seppe che i due avevano contatti con uomini dei servizi segreti, potevano sapere qualcosa o potevano riferire qualcosa di pericoloso che si stava preparando.
I quattro carabinieri indagati di cui si parla adesso con queste vicende non c’entrano nulla. Sono sotto inchiesta per altro e lo resteranno per poco perchè la Procura di Trapani ha chiesto per loro l’archiviazione, per prescrizione dei reati. Alcamo invece c’entra e continua ad entrarci. Non foss’altro perchè la Procura di Trapani ha deciso, notizia conosciuta oramai da qualche tempo, di riaprire le indagini su chi il 27 gennaio del 1976 uccise i due carabinieri che prestavano servizio presso la casermetta di Alcamo Marina, Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo.
La rivelazione di un ex brigadiere dell’arma hanno fatto accertare che i «balordi» arrestati per quel duplice omicidio non erano i veri colpevoli. Non si sa chi fu, ma loro, Vesco, Gulotta, Santangelo e suo cugino Ferrantelli, Mandalà, non erano stati. Sotto accusa è finito un gruppo di carabinieri, la «squadra» che lavorava con un carabiniere importante, finito anni dopo ucciso in modo vile dalla mafia, a Ficuzza, nel palermitano, il colonnello Giuseppe Russo: indagati per le violenze fatte patire a quei allora giovani, sono Elio Di Bona, Giovanni Provenzano, Giuseppe Scibilia, Fiorino Pignatella. Vesco e compagni furono presi e portati in un caserma di campagna, in località Sirignano, tra Alcamo e Camporeale, con acqua e sale, torture, furono fatti confessare quei delitti. Una indagine che però non era perfetta se ci sono voluti una serie interminabili di processi per arrivare però alle condanne. Ingiuste secondo i particolari che emergono raccontati da quell’ex brigadiere.
I carabinieri indagati hanno deciso di non rispondere alle domande dei magistrati della Procura di Trapani, dalla loro parte il fatto che non andranno incontro a conseguenze alcune, i reati nei loro confronti sono prescritti per cui usciranno presto dalle indagini. Difficile che alla loro coscienza invece potranno decidere ancora di non rispondere. Sapevano quello che stavano facendo e forse per il peso, forse per altro, alcuni di loro hanno per tempo raccontato ai loro familiari quello che accadde in quell’inverno del 1976. Chi si sta occupando nuovamente di queste indagini ha appreso la circostanza ascoltando delle intercettazioni scattate all’indomani della riapertura delle indagini sull’eccidio della casermetta di Alcamo Marina e sulle violenze patite da chi con quel duplice efferato delitto pare non c’entri nulla. I familiari di un maresciallo, Giovanni Provenzano, uno di quei sottufficiali dei quali si fidava tanto il colonnello Russo, sono stati sentiti parlare di quella storia, la moglie ed i figli di Provenzano hanno svelato, parlando tra loro, che loro sapevano, “papà ci raccontò tutto” sono stati sentiti dire i figli Michele e Rossana, e la loro madre, Lina, ad un certo punto spiega quasi a giustificare quell’azione, che c’erano stati quei carabinieri ammazzati e i loro colleghi avevano tanta rabbia in corpo “e per farli parlare allora hanno usato…..”
E se l’indagine sui carabinieri che con le violenze, agli ordini del loro comandante, come ha raccontato quell’ex brigadiere che fece parte di quel gruppo messo su in tutta fretta appena scoperto l’orrendo delitto dei due militari ad Alcamo Marina, ascoltato apposta dai magistrati, dopo che questi ad un blog affidò il suo sfogo, si appresta ad essere archiviata come ha chiesto la Procura di Trapani, ce ne è un’altra indagine che ha ripreso a camminare, quella sull’omicidio dei due carabinieri di Alcamo Marina che i pm trapanesi vogliono tentare di risolvere, e poi capire quale sia stato lo scenario. E’ in questo ambito che si rileggono carte ingiallite e si riaprono antichi armadi. Quel 27 gennaio del 1976 fu una pattuglia di scorta all’allora leader Msi Almirante a scoprire quei carabinieri ammazzati nella casermetta. Non ci sarebbe stato ragione di fermarsi, eppure lo fecero. Ed è da lì che le indagini sono ripartite. E sembra che il filo di questa matassa, sbrogliandosi, sia finito con l’entrare dentro altre vicende, strane, di armi e connessioni, in quei periodi in cui, per dirla come c’è scritto in qualche sentenza, con la quale in provincia di Trapani sono stati condannati mafiosi e loro complici, non sempre Stato e antistato stavano su opposte barricate.

di Rino Giacalone

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