domenica 6 settembre 2009

La guerra nascosta delle Mafie a Fondi


A Fondi, mentre il Governo si ostina a non voler sciogliere il Consiglio Comunale, nonostante la richiesta del Prefetto che già un anno fa aveva individuato pesanti infiltrazioni mafiose nell’amministrazione municipale, le mafie consolidano la strategia del fuoco e dell’esplosivo. L’inchiesta della DDA di Roma e le indagini delle Forze di Polizia provocano la reazione dei clan che inviano messaggi con le bombe ai loro referenti politici. Ma il mancato scioglimento indebolisce le attività di contrasto e danno il segno dell’impunità per mafie e camorra. Intanto su Fondi sembra sceso di nuovo il silenzio della stampa nazionale e della maggioranza delle TV: anche per questo ha un senso l’adesione alla manifestazione nazionale per la libertà di informazione in Italia, cui hanno intenzione di aderire i cittadini e le associazioni libere di Fondi

Antonio Turri*

A Fondi sono le 2,30 del 3 settembre 2009, una bomba di elevata potenza deflagra nella centralissima via Spinete.
Lo scenario che si presenta ai soccorritori della polizia e dei carabinieri è impressionante. Un autocarro furgonato, appartenente ad una ditta per la fornitura di caffè a bar ed a ristoranti del sud Pontino, oggetto dell’attentato, è andato completamente distrutto. Vi sono rottami di autovetture,
cornicioni,serrande,finestre e portoni divelti sparsi a decine di metri sull’asfalto.
Nelle case sono andati in frantumi piatti,bicchieri ed i vetri dei lampadari.
Gli agenti delle forze di polizia si rendono conto , in particolare, della tanta paura e sgomento impressa nei volti dei cittadini svegliati dal fragore dell’esplosione.
Chi è presente sul posto comprende cosa vuol dire convivere con le mafie e che la potenza dell’ordigno avrebbe potuto provocare una strage se nella via fossero transitate delle persone.
Il boato della bomba ha svegliato tutta la città e sicuramente ha interrotto anche il sonno del sindaco Luigi Parisella che da mesi, in compagnia dei vertici politici amministrativi della provincia, nega la presenza delle mafie in quel comune. Da un anno il sindaco e i suoi riferimenti politici provinciali,regionali e nazionali sottovalutano,a mio avviso, il susseguirsi di episodi criminali che per consistenza e modus operandi sono annoverabili tra le tipiche manifestazioni di violenza mafiosa finalizzata al controllo del territorio.
E’ lunga ed inquietante la scia di attentati mafiosi verificatesi a Fondi negli ultimi mesi.
Tralasciando quelli di minor consistenza, è opportuno ricordare che nel dicembre del 2008 fu appiccato un incendio doloso ai capannoni della famiglia di imprenditori Fiore.
Un esponente della quale è consigliere comunale della città.
Nel febbraio del 2009 sono stati esplosi numerosi colpi di arma da fuoco contro le vetrine dei negozi della famiglia Tammetta ,ubicati nel centro storico .
Nello scorso mese di maggio,sulla via Appia ,alle porte di Fondi, sono andati distrutti, a seguito di un incendio doloso, i magazzini della ditta Fidaleo che contenevano decine di miglia di imballaggi.
Sempre a Maggio vengono sparati colpi di pistola contro le vetrine del centrale bar Imperial e viene appiccato del fuoco doloso da “ignoti” contro la sede dell’impresa Cobal .Le fiamme distruggono un autotreno e migliaia di cassette per la frutta.
Il 7 maggio di quest’ anno vengono incendiati e resi inservibili gli escavatori della ditta lombarda Elispanair , i cui titolari, prima minacciano di chiudere l’attività poi, visto il mancato sostegno della politica locale che si sbracciava a sostenere che la mafia non c’era , decidono di ritornarsene a nord.
Nei giorni scorsi il fuoco distrugge quasi completamente le serre e gli impianti ubicati sui terreni della famiglia Peppe, alcuni esponenti della quale sono rimasti coinvolti nella inchiesta giudiziaria Damasco, condotta dai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma.

A Fondi, città dell’omonima piana, è stata un’estate calda non solo dal punto di vista climatico.La causa è di sicuro da ricercare anche nelle polemiche seguite al mancato scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose.
Del mancato provvedimento di scioglimento,avanzato dal prefetto Frattasi di Latina ,ormai nel lontano settembre
2008 , e confermato dal Ministro dell’Interno Maroni, dopo gli accertamenti svolti dalla Polizia di Stato,dall’Arma dei Carabinieri e dalla Guardia di Finanza, sui consolidati rapporti tra mafie e pezzi politica e dell’economia, si è assunta la responsabilità il premier Silvio Berlusconi e alcuni suoi ministri che sembrerebbero avere interessi in questa area martoriata (non solo dal fuoco e dall’esplosivo).
Perché i gruppi “militari” delle organizzazioni mafiose non si rendono meno visibili a Fondi , nonostante sulla città siano accesi i riflettori di importanti organi di informazione e vi sia un oggettivo scontro politico tra centro-destra e centro-sinistra sulle sorti di quella amministrazione comunale?
La risposta, a mio avviso, è da ricercarsi nella centralità che ha assunto il caso Fondi nel panorama delle politiche di contrasto alla mafia in questo Paese .
Don Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera, parla giustamente di Fondi come caso nazionale in cui si segnerà il futuro delle politiche di contrasto alle mafie.
Le ali militari della criminalità organizzata laziale (la quinta mafia), mandano a dire ai loro referenti politici ed economici che non intendono farsi scaricare.
Non intendono pagare con il carcere duro, come nel caso degli ergastoli comminati nel recente processo denominato “anni novanta”, le responsabilità per aver creato, su parte del territorio della regione Lazio, un sistema mafioso capace di controllare larghi settori dell’economia attraverso meccanismi di accumulazione del capitale, frutto di attività illecite come il traffico di droga e di armi, del racket e dell’usura ed il conseguente riciclaggio nella cosiddetta economia legale: quella dei settori dell’edilizia, del commercio e del turismo .
A Fondi e,spero di sbagliare, non solo a Fondi ,senza un duro interevento del Governo,l’ala militare della quinta mafia non si fermerà e userà ancora il fuoco,le armi e l’esplosivo.
Come tutte le altre mafie non vuole processi e chiede a
quella parte della politica che ha sostenuto di evitare il
carcere, ma soprattutto sequestro e confisca dei beni, come invece sta avvenendo in questi mesi ad opera delle Questure di Roma,Latina e Frosinone e della Magistratura antimafia .
In questa partita tutti a parole sono contro la mafia ma il confronto, come si vede, è anche all’interno delle Istituzioni. E’ palese la dissonanza tra Forze di Polizia, Prefetto da una parte e Governo dall’altra. E’
palese la difficoltà del ministro dell’Interno Maroni ad avere ragione dei ministri contrari allo scioglimento.
I cittadini di Fondi,nella stragrande maggioranza, sono vittime innocenti di questo scontro tra chi chiede di vivere libero dall’oppressione del sistema mafioso e chi vuole conviverci.

*Referente per il Lazio di Libera -Associazioni, nomi e numeri contro le mafie

Link: http://www.articolo21.info/8919/notizia/fondi-il-governo-tace-le-mafie-usano-il-tritolo.html

Slovenia, la meteora goriziana


Aveva tentato la scalata al traballante impero dell'ex mago della finanza Boško Šrot. Ma la holding controllata da Pierpaolo Cerani era piena di debiti e le banche slovene hanno requisito le azioni che controllava. Una serie di aziende slovene, dopo la privatizzazione, sono ora di fatto ritornate in mano allo Stato.

L’imprenditore goriziano Pierpaolo Cerani sembra essere stato in Slovenia una meteora estiva. Aveva fatto la sua comparsa a luglio acquisendo una fetta del patrimonio in dissoluzione di Boško Šrot, ex amministratore della holding del birrificio di Laško che era diventato in pochi anni proprietario di un impero. Controllava praticamente tutta l’industria nazionale delle bevande, due prestigiosi giornali ed una serie di altre aziende, tra cui una fetta consistente della Mercator, la più importante catena di supermercati slovena, con forti diramazioni nel resto dei Balcani.

La crisi finanziaria ha dato lo scossone decisivo al suo impero e poi la politica ha fatto chiaramente capire che non avrebbe consentito che si salvasse. Šrot aveva iniziato la sua scalata potendo contare su una serie di generosi crediti per le sue operazioni finanziarie e su cessioni molto convenienti. Dietro di lui c’erano le banche ed anche alcuni politici. Non a caso i finanziamenti principali erano arrivati da istituti bancari controllati dallo Stato.

Quando Šrot fu all’apice della sua potenza suo fratello venne messo addirittura alla guida del partito popolare. Una formazione oggi all’opposizione, ma che nei due mandati precedenti era stata prima al governo con il centrosinistra e poi con il centrodestra. La politica probabilmente pensava di poterlo controllare, mentre lui ad un certo punto sembrava voler invertire i ruoli. Aveva, però, fatto male i suoi calcoli. Così quello che fino a ieri era considerato un mago della finanza, oggi viene presentato come un volgare profittatore.

La Nova Ljubljanska banka (NLB) aveva anche tentato di dilazionare il pagamento delle pendenze, ma l’operazione è costata la testa al suo direttore Draško Veselinovič, che - pressato dal governo - si è trovato costretto a dover rassegnare le dimissioni. In ogni modo quando le banche hanno deciso di chiudere il rubinetto e di chiedere il rientro dei finanziamenti tutto è iniziato a crollare come un castello di carta.

A quel punto era abbastanza chiaro che se i crediti non fossero rientrati le banche avrebbero messo in vendita le azioni che Šrot aveva dato in garanzia. Per un po’ i banchieri avevano tentennato cercando di spiegare che per gli istituti di credito non sarebbe stato un grande affare, poi quando è sceso in campo Cerani si sono decise a far scattare l’operazione.

L’imprenditore goriziano si è presentato sulla scena come un coniglio uscito dal cilindro. Nessuno sapeva chi fosse. Le sue prime dichiarazioni poi non hanno mancato di suscitare un certo divertito sbigottimento. Si sarebbe, infatti, comprato le più importanti aziende slovene perché sarebbe un amante della Radenska, l’acqua minerale con cui avrebbe voluto invadere il mercato americano.

Cerani comunque chiedeva di essere ascoltato per presentare il suo piano di rientro. Nessuno gli ha dato credito. La Infond holding, di cui è diventato recentemente amministratore, agli inizi di agosto controllava il 54% della holding del birrificio di Laško ed il 25% della Mercator. Oggi possiede poco più del 3% delle azioni del birrificio e l’1,35% di quelle della Mercator. La società sarebbe insolvente e per molti potrebbe essere destinata a fallire. Secondo i calcoli del quotidiano Dnevnik avrebbe, infatti, 40 milioni di euro di patrimonio e 100 di debiti.

L’azienda ha comunque annunciato che starebbe intentando causa contro le banche visto che ci sarebbero state irregolarità nella vendita delle azioni. Le banche, infatti, in molti casi, avrebbero ceduto a loro finanziarie le quote requisite. Per la Infond holding non avrebbero potuto farlo e se le avessero messe realmente sul mercato la quotazione sarebbe stata più alta.

In ogni modo persino il compassato capo dello Stato, Danilo Türk, si è preso la briga di entrare nel merito della vicenda affermando che con la requisizione delle azioni da parte delle banche si sono tutelati sia gli “interessi nazionali” sia quelli dei proprietari. Per molti anni, comunque, gli “interessi nazionali” si difendevano non “svendendo” le aziende slovene agli stranieri. Ora il nuovo governo sembra essere meno disposto a cavalcare questo argomento.

Sta di fatto che adesso sia il birrificio di Laško sia la Mercator sono in mano alle banche o più precisamente alle loro finanziarie. Siccome i principali istituti di credito sono controllati dallo stato si potrebbe dire che con la privatizzazione s’è fatto molto rumore per nulla. Le aziende dopo un giro di valzer, seppur indirettamente, sono tornate lì dov’erano in origine, cioè in mano allo stato.

L’operazione di Cerani, comunque, è servita per scrivere un’altra pagina buia per il giornalismo sloveno. Quando è entrato sulla scena alcuni giornali non hanno mancato di cercare di capire chi fosse e lo hanno presentato come un “imprenditore controverso”. Fiumi d’inchiostro sono stati versati per raccontare del suo passato, della sua amicizia con Vittorio Emanuele di Savoia e dei suoi affari nei Balcani ed in Africa. Ad ogni modo, non era stato scritto nulla di più di quanto era già stato pubblicato dalla stampa italiana e da quella internazionale. Particolarmente cocciuto nell’indagine il Dnevnik di Lubiana.

Un giudice, così, ha vietato al giornale di scrivere “su determinate attività che Cerani ha svolto in passato”. Ne andava della sua credibilità di imprenditore. Pena una multa di 50.000 euro che potrebbe arrivare sino a 500.000. D’un tratto tutti i mezzi d’informazione hanno smesso di parlare di Cerani, anche se non hanno mancato di mettere in rilievo che è stato inferto un duro colpo alla libertà di stampa.

Subito ha reagito l’organizzazione internazionale Reporters sans frontierer : “I tribunali sloveni - hanno scritto in un comunicato di condanna – legalizzano una forma di censura inaccettabile nell’Unione europea”. Dure proteste anche delle associazioni dei giornalisti sloveni. La vicenda ha fatto aprire il dibattito nel paese sul confine tra la privacy e la libertà di stampa, che a parole, naturalmente, tutti giurano di voler difendere.

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