sabato 5 settembre 2009

I fondi sovrani non regnano più


Fino a poco più di un anno fagli interventi di investimento dei fondi sovrani incutevano timore ai principali paesi occidentali oggetto delle loro “attenzioni” e, rinfocolandone i tipici sentimenti dell’autentico nazionalismo economico, dividevano maggioranze di governo e pubbliche opinioni.

Titolari di un valore complessivo stimato allora in circa tre mila miliardi di dollari, l’impatto economico dei fondi sovrani era pronosticato in rapida crescita ed avrebbe dovuto moltiplicarsi, secondo noti centri internazionali di analisi economico-finanziaria tra cui il Fondo Monetario Internazionale, fino a raggiungere quota 10 - 12 mila miliardi di dollari nel periodo 2012/2015.

La crisi finanziaria esplosa nell’autunno dello scorso anno e la “grande recessione” che ne è seguita, hanno affievolito di molto la valenza della loro magnitudo e , pur corteggiati da quei circoli politici che avevano tentato di metterli al bando, si sono astenuti dal ripetere disastrose operazioni di salvataggio su mercati internazionali ormai in piena crisi, ripiegando, al massimo, su interventi nell’ambito del loro mercato interno.

Sebbene le stime su questa materia non siano mai a prova di smentita a motivo, innanzitutto, della ritrosia dei singoli fondi a rilasciare informazioni sui programmi di gestione interna, nelle borse dei fondi sovrani dovrebbero esserci, a seconda degli esercizi contabili operati dagli specialisti nelle ultime settimane, tra i 1.800 ed i 1.500 miliardi di dollari. Cifra comunque ragguardevole se solo si pensa che il valore delle riserve mondiali tradizionali e’ a quota 7.000 miliardi.

Le motivazioni del ridimensionamento di quasi tutti i 31 fondi sovrani esistenti, sono essenzialmente le stesse che hanno causato il dietro front di alcuni fenomeni tipici della fase rampante della globalizzazione. Drastica riduzione del commercio mondiale nei quadrimestri di fine 2008 ed inizio 2009 e conseguente inaridirsi dell’imponente bacino di liquidità che alimentava le riserve delle potenze esportatrici. Il crollo del prezzo del petrolio, che ha visto restringersi di molto gli introiti dei paesi esportatori netti di materie prime dell’energia, l’altra tipologia di paesi che attraverso i fondi sovrani avevano messo a punto un veicolo d’investimento pensato per essere più efficace e redditizio dell’acquisto dei buoni del tesoro statunitensi. Va aggiunto poi che gli investimenti effettuati dai principali fondi sovrani nel 2007 ed ancora all’inizio del 2008, hanno puntato sul settore finanziario e su altri comparti industriali tradizionali, ambiti particolarmente esposti alla bufera finanziaria ed economica iniziatasi lo scorso anno.

Il ridimensionamento maggiore sembra aver interessato le sorti del fondo russo. La Russia, per ammissione dei suoi stessi esponenti politici, potrebbe esaurire le stesse riserve in valuta estera accumulate nel periodo di prezzi petroliferi alle stelle, già nel corso del 2010, se non prima.Anche se l’attuale congiuntura puo’ fare intravedere per alcuni paesi un timido ritorno all’accumulo di nuove riserve, che dovrebbe comunque tenersi distante dai livelli record del periodo 2006 – 2007, è facile immaginare che i paesi del Golfo Persico, impegnati in costosi progetti strutturali interni, non abbiano intenzione di riproporre nel medio periodo un indirizzo a forte valenza esterna che comporti l’utilizzo di asset allocati nei loro fondi di stabilizzazione. La sospensione delle attivita’ di investimento dei fondi sovrani negli ultimi mesi - unica eccezione sembra essere in tal senso l’intervento sulla tedesca Porche del Qatar Investment Authority di fine luglio - e’, in tal senso, abbastanza esplicita.

Tutt’altro approccio vogliono e possono invece permettersi i governanti cinesi. “Dobbiamo combinare la proiezione esterna delle nostre aziende con l’utilizzo delle riserve in valuta estera”, ha dichiarato recentemente alla stampa il premier cinese, Wen Jibao, in un evidente tentativo di ribadire la necessità di una manovra che stemperi l’affidamento della Cina al valore del dollaro USA. “Tutti ci consigliano di andare sui mercati occidentali e rastrellare titoli a basso costo. Io credo che non dobbiamo rivolgerci a Wall Street, ma dovremmo guardare ai mercati ricchi di materie prime”, gli ha fatto eco Chen Yuan, presidente della China Development Bank (CDB), posseduta dal ministero delle finanze di Pechino e dal China Investment Corporation (CIC), fondo sovrano cinese. La CDB che ha già assicurato prestiti legati all’ingresso delle aziende cinesi sui mercati dell’energia di Russia e Kazahkstan, così come interventi in Africa ed Australia, sarà con tutta probabilità la punta di diamante della rinvigorita strategia d’investimento cinese. Ma non c’e solo l’incremento record degli acquisti delle commodities dell’energia fatto registrare gia’ all’inizio di quest’anno. A poca distanza dalle dichiarazioni del premier cinese, la CDB ha annunciato, infatti, l’apertura della prima sede fuori dal mainland cinese, ad Hong Kong, struttura pensata per fare da base di lancio per la prossima apertura di uffici in Russia, Egitto e Brasile.

L’approccio di Pechino non è certo casuale ed il rilancio cinese, in controtendenza, sui mercati esteri, e’ figlio di un quadro economico-finanziario che si e’ mantenuto molto positivo rispetto a quello di altri paesi tradizionalmente investitori. Nel secondo trimestre di quest’anno, infatti, le sue riserve hanno ricominciato ad agganciare un tasso di crescita molto rapido e viaggiano verso l’obiettivo dei 2.200 miliardi di dollari. Si osservi inoltre che gli interventi, in perdita del circa il 6%, del CIC sui mercati esteri (si ricordino gli investimenti in Blackstone e Morgan Stanley cui seguì una sospensione delle operazioni sull’estero), se paragonati alle performance negative degli omologhi di Abu Dhabi e Singapore, ben più coinvolti di CIC sui mercati internazionali, possono, ora, essere visti come un quasi-successo..

Barack Obama il marxista?


Per Barack Obama l’autunno si annuncia caldo, anzi rovente. Basti pensare al putiferio che sta suscitando una quisquilia come il discorso – annunciato per martedì mattina – del presidente a tutti gli scolari per la riapertura delle scuole. Un atto rituale, quindi scontato, ma i genitori di destra sono insorti: «Non voglio che mio figlio sia indottrinato da un presidente marxista», «voglio prima leggere quel che dirà per non esporlo ai veleni liberal». Alla fine Obama ha detto che renderà pubblico il testo del discorso lunedì. Ma non è bastato a placare gli animi.
È solo un sintomo del veleno che ormai circonda una presidenza nata sotto i migliori auspici appena otto mesi fa. E non importano tanto i nuovi minimi di consenso toccati dai sondaggi: conterà solo il sondaggio del novembre 2010, per le elezioni di metà mandato, per rinnovare tutta la Camera e un terzo del Senato.
Obama si trova in un impasse su tre fronti: Afghanistan, disoccupazione e riforma sanitaria. In Afghanistan, è ormai preso nella trappola che si era costruito da solo in campagna elettorale: allora aveva promesso escalation a Kabul per bilanciare il disimpegno da Baghdad e non alienarsi tutto il complesso militar-industriale. Ora lo sganciamento dall’Iraq è ancora parzialissimo (ma almeno i soldati Usa non muoiono più, chiusi come sono nelle loro basi), mentre l’Afghanistan si sta confermando come “il cimitero degli imperi”: le perdite della coalizione toccano record mai raggiunti in sette anni di guerra.
Lo staff di Obama e si rende conto delle implicazioni politiche di un’equazione escalation afghana = escalation in Vietnam. Il problema per il presidente è che non ha la forza per opporsi ai generali, ma nessuno sa in che cosa potrebbe mai consistere una vittoria sul terreno: spazzare via i taleban è chiaramente impossibile. Né c’è la minima idea su una strategia di sganciamento.
A prima vista l’economia parrebbe più favorevole a Obama, se (e solo se) è vero che la recessione sta esaurendosi. Ma le banche e, in parte, Wall street, si sono riprese solo perché la maggior parte del denaro riversato dal governo (cioè dai contribuenti) è fluito sulle banche stesse che lo hanno usato anche per giocare di nuovo in Borsa: da qui il rialzo dei vari mercati. Ma quanto è stato fatto finora va catalogato sotto la voce «socializzazione delle perdite», mentre pochissimo è andato ad alimentare l’occupazione e accrescere il potere d’acquisto della «classe media»: senza queste due misure, qualunque rilancio dell’economia potrà basarsi solo su un’altra bolla del credito e cioè sullo stesso meccanismo che ha provocato la crisi. Un piccolo indizio della gravita della situazione: gli acquisti per la riapertura delle scuole sono crollati, cioè i genitori sono restii a comprare persino zainetti, quaderni e accessori. Senza contare i dolori prossimi venturi per General Motors e Chrysler (e quindi per Fiat), ora che gli incentivi alla rottamazione sono finiti, aggravando ancora i problemi di disoccupazione.
Sulla riforma sanitaria, ormai non passa giorno senza che Casa bianca e leadership democratica non annuncino un passo indietro o un ridimensionamento. Gli strateghi repubblicani sono riusciti a dare un seguito e un’eco mediatica inauditi all’«Obama stacca la spina a nonnina», cioè alla tesi che la riforma imporrà l’eutanasia su tutti gli anziani per ridurre i costi del servizio sanitario. Di fronte alle assemblee comunali prese d’assalto da vegliardi imbufaliti, la reazione dei parlamentari democratici è stata inefficace, se non imbelle. Ormai l’obiettivo è portare a termine non la migliore riforma sanitaria possibile, ma una riformetta qualunque, pur di averla alle spalle l’anno prossimo.
Obama è perciò prigioniero delle piattaforme bipartisan su cui ha costruito la sua vittoria elettorale. Per vincere aveva proposto: 1) uno scambio tra Kabul e Baghdad per accontentare la sua base di colombe (che esigeva il ritiro dall’Iraq) ma non irritare i falchi; 2) un’uscita dalla crisi favorevole al mondo della finanza e delle banche, in cambio dell’appoggio elettorale che Wall street gli ha garantito; 3) una riforma sanitaria al ribasso per non avere contro di sé le lobbies: e infatti case farmaceutiche e assicurazioni avevano foraggiato la sua campagna assai più di quella di Bush, anche perché scommettono sempre sul cavallo favorito.
Il risultato è quindi il contrario di quello a cui punta ogni buon stratega, da Clausewitz in poi: invece di animare le proprie truppe e scoraggiare i nemici, Obama sta infiammando gli avversari e demotivando i sostenitori: in questa dinamica delle forze, più che nell’istantanea del potere, sta il suo vero impasse politico. Di fronte a una destra scatenata che brandisce il bisnonno morente e i discorsi agli scolaretti, il popolo di Obama è ora preso da scoramento per i regali alle banche e il delinearsi di una riformetta sanitaria e un’escalation in Afghanistan. Nei siti di discussione delle sinistra Usa leggi sempre più domande tipo: «Dove è finito il movimento della pace? Perché non ci mobilitiamo per la riforma sanitaria con la stessa aggressività con cui la destra si mobilita contro di essa?» Il paradosso è che, in economia, come sulla sanità, Obama è considerato un pericoloso rivoluzionario marxista dalla destra, proprio mentre la sinistra si sente abbandonata da lui e lo vede pronto ai compromessi più disonorevoli.
Nella politologia Usa il concetto critico è il momentum, quel che in fisica si chiama impulso o quantità di moto: non tanto la forza di cui disponi, ma lo slancio: puoi essere davanti, ma se stai frenando, stai per perdere, mentre puoi stare dietro, ma se in accelerazione, la vittoria ti arriderà. Ecco, per Obama il problema è che ormai ha perso momento, si è esaurita la spinta propulsiva dovuta alla sua elezione. Ora, riacquistare un impulso perso è assai più difficile che mantenerlo. Ma è questo il compito che l’aspetta. In altre parole, si gioca tutto nei prossimi mesi.

di Marco D'Eramo

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