lunedì 24 agosto 2009

Xinjiang, una regione dai troppi interessi


La violenta repressione con la quale Pechino sta cercando di soffocare la dissidenza uiguri e le azioni di polizia che accompagnano gli scontri che dal 5 luglio scorso infiammato la capitale della provincia orientale dello Xinjiang, sono la dimostrazione pratica della fallimentare “politica dell’armonia” del presidente Hu Jintao: 197 morti, più di 1600 feriti, 1500 dimostranti fermati e detenuti senza formali incriminazioni, 319 persone ancora rinchiuse in carcere. Un clima di odio e di diffidenza che, giorno dopo giorno, alimenta il rischio di nuovi incidenti e che si radica e si diffonde attraverso i vari strati della popolazione: dalla rete, dove il leader del Partito islamico del Turkistan (Tip), Abdul-Haq al-Turkistani, grida vendetta e lancia appelli ai musulmani affinché attacchino tutto ciò che rappresenta la Repubblica popolare; dalla strada, dove le forze di polizia, nelle speranza di ottenere informazioni, distribuiscono la lista e le foto dei ricercati e dei latitanti che hanno partecipato agli scontri.

Una situazione difficile, che coinvolge Paesi come la Turchia - patria ancestrale per tutte le popolazioni turcofone - e che potrebbe fare da cassa risonante a tutti quei problemi che il nuovo assetto post-bipolare ha scatenato in Asia centrale. Sono ormai cinquant’anni che lo Xinjiang è colpito da una sfrenata politica di “ripopolamento”, un flusso migratorio che ha sempre favorito l’etnia han e ha dato luogo ad una vera e propria diaspora: oggi in Turchia vivono 300 mila uiguri, 50 mila in Kirghizistan, 300 mila in Kazakistan, migliaia negli Stati Uniti, in Europa e nelle repubbliche dell’ex Unione Sovietica. Un processo a senso unico che nell’ultimo decennio è cresciuto in maniera esponenziale e che il governo ha blindato attraverso una serie di intese che hanno coinvolto i Paesi confinanti.

I Trattati per il rafforzamento dell’appoggio militare e la riduzione delle forze nelle regioni di confine, sottoscritti nel 1996 e 1997 dal Gruppo di Shanghai, composto da Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan; la Dichiarazione che nel 2001 ha dato vita alla Shanghai Cooperation Organization (SCO), l’organizzazione intergovernativa che copre un’area di 30 milioni di chilometri quadrati e che abbraccia un miliardo e mezzo di individui, alla quale ha aderito anche l’Uzbekistan e con la quale la Cina si è assicurata la rinuncia al sostegno delle regioni secessioniste da parte dei Paesi firmatari; il Trattato per i buoni rapporti tra Stati confinanti, firmato nello stesso anno da Russia e Cina.

Per giustificare la mano pesante e sviare l’attenzione della comunità internazionale dalle aspirazione secessioniste delle province cinesi di confine, Pechino è ricorsa all’uso di uno spauracchio ormai collaudato, un argomento particolarmente caro all’ex presidente americano George W. Bush: l’islamismo radicale e i pericolosi legami della resistenza uiguri al terrorismo internazionale. Ma nel caso dello Xinjiang, il governo cinese è si è spinto anche oltre, arrivando a ritirare i film in concorso al festival cinematografico di Melbourne come ritorsione alla proiezione di “The 10 Conditions of Love”, il documentario di Jeff Daniels che illustra le persecuzioni cinesi contro la minoranza turcofona del Turkistan orientale.

Una politica che aveva già intrapresa trasformando Rebiya Kadeer, la donna d'affari che per quasi trent’anni ha lavorato in armonia con le autorità ed ha creato un impero commerciale da 30 milioni di dollari, nel capo di una spietata banda di sovversivi, la mente e l’organizzatrice dei gruppi ribelli e degli scontri di luglio. Una pericolosa terrorista insomma, che ha lasciato la Conferenza politica consultiva del Popolo per guidare la lotta per l’autonomia del Turkistan orientale, esiliata negli Stati Uniti dopo essere finita in carcere con l’accusa di spionaggio, condannata nel 1999 a sei anni di reclusione e liberata nel 2005 in occasione dell'arrivo in Cina di Condoleezza Rice.

Nonostante le autorità abbiano tentato in ogni modo di nascondere gli effetti della crisi dello Xinjiang, i fatti del 5 e 6 luglio hanno avuto comunque un ampia risonanza, soprattutto tra quei Paesi che ospitano un significativo numero di esuli uiguri o che hanno forti affinità etnico culturali con la popolazione turcofona. In Turchia, dove il premier Recep Tayyip Erdogan ha addirittura parlato di genocidio, le scelte del governo sono state guidate dall’opinione pubblica e dai media che hanno raccolto ed amplificato le voci di una piazza arrabbiata e decisa ad appoggiare i fratelli musulmani. Determinante è stata la spinta del Partito per la giustizia e lo sviluppo, la formazione islamico-conservatrice di maggioranza che ha approfittato dell’occasione per rilanciare la Turchia nel suo ruolo di media potenza euroasiatica, un Paese guida che sembra destinato a svolgere una missione culturale, politica e religiosa in favore delle comunità turcofone di tutto il mondo.

Ad Ankara c’é però chi teme che la crisi possa avere ripercussioni anche nei rapporti commerciali con Pechino, relazioni che negli ultimi anni avevano fatto notevoli progressi e che alla fine di giugno, con la visita in Cina del presidente Abdullah Gul, invitato dallo stesso presidente Hu Jintao, erano arrivate al loro apice. Il 28 giugno, rivolgendosi agli studenti dell’università di Urumqi, il leader turco aveva parlato degli uiguri come del un ponte che unisce Ankara a Pechino, il legame di un’amicizia che nello Xinjiang si traduce in interessi economici a nove zeri. Secondo il giornale turco Hurriyet la delegazione che ha accompagnato il presidente Gul avrebbe infatti portato a casa contratti per tre miliardi di dollari e un accordo che prevede l’impegno della Chery Auto a costruire una fabbrica di auto in Turchia.

L’interesse e il modo nel quale in Turchia i media hanno seguito, sin dall’inizio, i fatti di Urumqi sembrano confermare che tra turchi ed uiguri il legame è molto più profondo del semplice rapporto inter-religioso. Mentre i commentatori parlavano di Turkestan orientale indipendente, Erdogan si diceva pronto a portare la questione di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: “Uno Stato che minaccia la vita e i diritti dei civili non può garantire sicurezza e prosperità. Che siano uiguri o cinesi, non possiamo tollerare simili atrocità. La sofferenza del popolo uiguri è la nostra sofferenza”. Parole alle quali hanno subito fatto eco quelle del ministro dell’industria, Nihat Ergun, cha ha invitato le aziende e la popolazione di tutto il Paese a boicottare i prodotti cinesi, seguite da quelle del vice primo ministro, Bulent Arinc, che alla televisione ha ricordato i profondi legami storici che uniscono i due popoli ed ha parlato della grande comunità uiguri che oggi vive in Turchia.

Quella dello Xinjiang non può essere considerata una crisi periferica. Troppi gli interessi in ballo: gas naturale, petrolio, carbone, ferro, miniere ricche di materie prime; un tesoro inestimabile che serve a far funzionare l’immensa macchina industriale cinese. Una regione strategicamente importante, ponte naturale tra la Cina e l’Asia centrale ed autostrada degli oleodotti che dal Kazakistan arriveranno entro qualche anno a Shangai, vero cuore pulsante dell’industria cinese. Legato alla provincia di Taoyuan, dove vive una grande comunità uiguri, lo Xinjiang confina con regioni altrettanto turbolente, Tibet, Qinghai, Gansu, e con nazioni ritenute veri e propri focolai del fondamentalismo islamico d’impronta jihadista, il Pakistan e l’Afghanistan.

Una regione complessa quindi, con 19 milioni di abitanti, la metà dei quali uighuri; una regione che ora diventa teatro per il rilancio del Panturchismo, l’ideologia collegata all’idea turanica che alla fine del XIX secolo cercò di riunire, intorno ad un forte sentimento di comunanza delle origini, tutti i popoli turchi, i così detti Popoli turatici, quelli che oggi abitano la Turchia, l’Azerbaijan, l’Uzbekistan, il Turkmenistan, il Tajikistan, il Kyrgyzstan, il Kazakhstan e il Turkistan orientale.

di Eugenio Roscini Vitali

Gli undici giorni della Clinton per il predominio di Washington nel continente africano


Qualche giorno fa si è concluso il lungo viaggio di 11 giorni del Segretario di Stato USA, Hillary Rodham Clinton, nel continente africano. Nel suo tour l’ex first lady ha toccato sette paesi, con l’intenzione, dopo la beve visita del presidente Obama in Ghana lo scorso mese di luglio, di rafforzare la posizione americana in Africa a fronte della sempre maggiore influenza esercitata da altri paesi, primo fra tutti la Cina. In una trasferta durante la quale si sono sprecati i richiami alla responsabilità dei singoli governi nella battaglia contro la corruzione e per la creazione di sistemi democratici efficienti, Hillary ha mancato tuttavia di ricordare le responsabilità occidentali nell’impoverimento e nel degrado del continente, così some il contributo del proprio stesso paese nell’instaurare regimi dittatoriali corrotti che ancora oggi governano molti paesi africani.

Nella Repubblica Democratica del Congo, ad esempio, la Clinton ha fortemente condannato il dilagare degli episodi di violenza sessuale, senza tuttavia misurare minimamente gli effetti catastrofici sulla condizione delle donne prodotti dall’invasione di questo paese, appoggiata dagli USA, degli eserciti di Uganda e Ruanda nel 1998. Un intervento militare che diede inizio alla destabilizzazione di una regione ricca di giacimenti minerari e che causò la morte di oltre 5 milioni di morti.

In precedenza, Hillary Clinton aveva incontrato in territorio keniano il presidente del Governo Federale di Transizione somalo (TFG), Sheikh Sharif Ahmed, al quale ha promesso nuovi aiuti militari nella lotta contro le forze ribelli degli estremisti islamici del gruppo radicale Al Shabaab. La situazione in Somalia rimane una delle più esplosive di tutto il continente africano, con centinaia di migliaia di civili rifugiati presso campi profughi attorno alla capitale Mogadiscio e a sud, lungo il confine con il Kenya.

Le responsabilità americane per il massacro di almeno un milione di persone in Somalia nel recente passato riguardano l’appoggio garantito all’invasione dell’esercito etiope nel 2006 in funzione anti-islamica, che inasprì ulteriormente un già violento conflitto interno. L’invio di forniture militari è dunque il solo mezzo assicurato al governo somalo da Washington per il mantenimento del controllo strategico sul Corno d’Africa.

Un altro tema che spiega a sufficienza la continua militarizzazione dei rapporti tra Stati Uniti e paesi africani e che, pur non essendo emerso nei resoconti ufficiali del viaggio della numero uno del Dipartimento di Stato, è affiorato nei colloqui ufficiali, è la possibile sede del nuovo quartier generale del comando militare USA in Africa (Africom). In precedenza, le operazioni militari americane nel continente africano erano suddivise tra il comando europeo e mediorientale. L’amministrazione Bush ha deciso successivamente di stabilire un comando separato per il territorio africano, sottolineando l’importanza strategica di questo continente per gli interessi a stelle e strisce.

Attualmente, la sede dell’Africom è in Germania, dal momento che il predecessore di Obama non è stato in grado di convincere alcun governo africano ad ospitare il quartier generale USA dopo le reazioni negative della comunità internazionale alle invasioni di Afghanistan e Iraq. In concomitanza con la visita di Hillary, il comando americano ha inoltre infittito il proprio programma di attività in Africa, con la visita di una propria nave da guerra nel porto della capitale della Tanzania, Dar es Salaam, e con l’organizzazione di un seminario su “sanità e sicurezza” a Lusaka, in Zambia. D’altra parte, fonti dello stesso Dipartimento di Stato hanno di recente evidenziato come il budget per le proprie attività diplomatiche in Africa risulti di gran lunga inferiore a quello assicurato dal governo all’Africom.

La militarizzazione della politica estera degli Stati Uniti nei confronti dell’Africa è insomma un dato di fatto e se, da un lato, riflette le difficoltà a contrastare con i soli mezzi economici la crescente influenza cinese nel continente, dall’altro evidenzia impietosamente lo scollamento tra gli intenti dichiarati ufficialmente dalla retorica di Obama e di Hillary Clinton e la realtà dei fatti. Recentemente, infatti, la Cina ha superato gli USA come principale partner commerciale dell’Africa. Nel 2008, Pechino ha scambiato con i paesi africani beni per 107 miliardi di dollari, contro i 104 di Washington, con un incremento di dieci volte nell’ultimo decennio.

Ma la Cina non è l’unica potenza emergente a guadagnare terreno in Africa sul fronte delle relazioni commerciali. Solo qualche settimane fa, il presidente russo Dmitry Medvedev è stato protagonista di un viaggio in Angola nel quale si è assicurato sostanziosi contratti a favore delle aziende del proprio paese. Brasile e India poi continuano ad estendere le proprie attività economiche sul suolo africano a discapito degli USA.

La reazione americana al peso crescente di questi paesi in Africa è giunta piuttosto tramite l’influenza esercitata presso in Consiglio di Sicurezza dell’ONU o il Fondo Monetario Internazionale. Ad esempio, l’accordo di 9 miliardi di dollari tra Congo e Cina per la realizzazione di una serie di progetti infrastrutturali in cambio di concessioni minerarie, è stato preso di mira dal FMI, che ha minacciato, in caso l’intesa fosse andata a buon fine, di rivedere la propria politica di alleggerimento del debito nei confronti del gigante africano. In Kenya, invece, Hillary ha promesso di utilizzare il peso americano all’interno del Consiglio di Sicurezza per deferire alla Corte Penale Internazionale i mandanti politici delle violenze post-elettorali nel 2007, nell’eventualità che il governo keniano non riesca a fare chiarezza sui fatti.

Nel suo viaggio africano, Hillary ha toccato anche la Nigeria, uno dei principali fornitori di petrolio degli USA, e la Liberia. In quest’ultimo paese, diventato di fatto un protettorato americano dopo la caduta del regime di Charles Taylor nel 2003, il Segretario di Stato ha annunciato la cancellazione di 1,2 miliardi di dollari di debito e offerto il suo appoggio incondizionato alla Presidente Ellen Johnson Sirleaf, finita nell’occhio del ciclone dopo aver ammesso il suo appoggio all’ex presidente, attualmente sotto processo per crimini di guerra al tribunale de L’Aja.

Nonostante l’approvazione - quasi un decennio fa - dell’African Growth and Opportunities Act (AGOA) da parte del Congresso USA per aprire il mercato americano a una serie di prodotti africani, i legami economici con questo continente rimangono incentrati in gran parte sulla fornitura di petrolio. Il 22% delle importazioni totali di petrolio degli Stati Uniti provengono infatti dall’Africa, una quantità maggiore anche rispetto al quella fornita dal Medio Oriente.

Ciò spiega, tra l’altro, l’atmosfera cordiale dell’incontro di Hillary Clinton con le autorità dell’Angola, dove il presidente José Eduardo dos Santos governa con il pungo di ferro dal 1979. L’Angola sta infatti emergendo rapidamente come il principale produttore di petrolio del continente e promette di servire al meglio le necessità energetiche americane rispetto ad una Nigeria tuttora nel caos.

La visita di Hillary, in definitiva, aveva lo scopo di utilizzare l’enorme popolarità del presidente Obama nel continente per ristabilire i legami con i paesi dell’area dopo i disastrosi otto anni di George W. Bush, anche su questo fronte diplomatico. L’avvicendamento alla Casa Bianca, almeno per il momento, non si è tuttavia tradotto in un’inversione di rotta della politica americana verso l’Africa. Il predominio in Africa rimane l’obiettivo principale di Washington e l’espansione dell’influenza militare rimane il mezzo di gran lunga principale per la difesa dei propri interessi economici e strategici.

di Michele Paris

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