venerdì 21 agosto 2009

Hezbollah, la resistenza libanese e gli italiani dell'Unifil


L'11 agosto 2006 la risoluzione ONU 1701 dava mandato ai caschi blu della missione Unifil, composta da militari italiani, francesi, spagnoli, di schierarsi come forza di interposizione di pace nel sud del Libano al confine con Israele. Erano le premesse per la cessazione delle ostilità della cosiddetta "terza guerra libanese" scoppiata per incidenti di confine tra le milizie sciite di Hezbollah e l'esercito di Tel Aviv.
I 34 giorni di conflitto avevano causato la morte di alcune migliaia di civili libanesi, quasi un milione di rifugiati e pesanti danni alle infrastrutture del Paese dei Cedri in seguito ai massicci bombardamenti dell'aviazione e l'invasione del sud da parte dell'esercito israeliano.
Tuttavia l'incapacità delle preponderanti forze di Tsahal (l'esercito israeliano) di piegare la tenace resistenza militare di Hezbollah e infine l'accettazione da entrambe le parti della risoluzione ONU, hanno lasciato la generale impressione di una vittoria, quanto meno politica, del Partito di Dio libanese.
Ma osservando i fatti in un contesto più ampio ed in una prospettiva di periodo, altre considerazioni si possono aggiungere. Israele fronteggia quattro scenari di possibile guerra o guerriglia. I "fronti interni" palestinesi (in particolare la Striscia di Gaza governata da Hamas), i confini nord con appunto Libano e poi Siria, e il nemico "finale" Iran, specialmente se quest'ultimo dovesse continuare la politica di dotarsi (come pretende la diplomazia occidentale) di armamenti atomici.
Israele ha considerato e sta considerando di affrontare uno scontro militare diretto contro l'Iran, che sarebbe soprattutto un confronto aereo e missilistico. In un tale drammatico contesto la sicurezza del paese necessiterebbe che le retrovie fossero poste sotto stretto controllo.
Infatti, con l'operazione Piombo Fuso dello scorso inverno, Israele sembra avere definitivamente invalidato la possibilità di Hamas di proporre con una qualche efficacia operazioni militari contro lo stato ebraico. Allo stesso modo la guerra del Libano del 2006 sembra aver posto sotto tutela eventuali velleità di Hezbollah.
La missione Unifil, fortemente voluta in Italia dall'allora governo Prodi, ed in particolare dal ministro degli Esteri Massimo D'Alema, col consenso pressoché unanime di tutte le maggiori componenti politiche anche d'opposizione, si insediò e partì con una ambiguità di non poco conto. Se la risoluzione 1701 prevedeva infatti, accanto al ritiro dell'esercito israeliano, il disarmo di Hezbollah da compiersi da parte dell'esercito regolare libanese e della stessa Unifil, fin da subito le forze in campo ritennero impraticabili operazioni di disarmo delle milizie combattenti, salvo doversi scontrare apertamente con esse.
Hezbollah ha quindi mantenuto la sua capacità militare, e gli uomini dell'Unifil si trovano tra due fuochi costantemente sul punto di riaccendersi. In questi tre anni non sono mancate provocazioni e rotture della tregua, sia da parte israeliana che da parte di groppuscoli riferibili alla resistenza libanese. Nel 2007 un attentato colpiva la missione provocando sei vittime nel contingente spagnolo.
E le notizie che arrivano in quest'ultimo periodo dal Libano non sono affatto rassicuranti. Il britannico Times ha riportato che Hezbollah ha ammassato al confine circa 40mila razzi di medio raggio in grado di colpire Tel Aviv. I comandi militari ebraici sostengono che "la guerra può scoppiare da un minuto all'altro".
Nel contempo il leader del Partito sociale progressista, appartenente alla componente drusa, Walid Jumblatt, ha dichiarato di voler lasciare la coalizione filo-occidentale appoggiata dall'Arabia Saudita che ha recentemente vinto le elezioni (in seggi anche se non in voti) ed ha espresso il primo ministro Saad Hariri. Questo rimescolerebbe le carte delle complesse alchimie ed alleanze che caratterizzano il panorama politico libanese, nonché determinare un momento di destabilizzazione e vuoto di potere.
In Italia è del tutto assente un dibattito politico ed intellettuale sulle sorti della missione nel caso che la situazione precipiti. Eventualità non certo trascurabile. Il rischio evidente è che la nostra classe politica possa trovarsi, come spesso accade, impreparata (volutamente impreparata?) agli eventi e quindi facilmente trascinata dentro scenari allestiti da chi possiede capacità strategiche e di analisi ben più sviluppate.
Fin dalla metà degli anni '90 i think tanks usraeliani concepirono la strategia che avrebbe improntato, fino ai nostri giorni ed a seguire, le mosse politiche di Tel Aviv, l'ormai celeberrimo Clean Break che avrebbe garantito ad Israele una pace duratura su una posizione di potenza nella regione.
In questo contesto tre sono i possibili scenari pesantemente critici:
Israele attacca preventivamente l'Iran e lascia all'Unifil il compito di fermare con la forza una eventuale reazione delle milizie filo-iraniane di Hezbollah;
incidenti di confine, provocazioni e contro-provocazioni, fanno divampare di nuovo la guerra e l'Unifil si trova nel mezzo degli scontri: se colpita, reagirà e contro chi?;
l'instabilità politica interna libanese provoca una guerra civile sostanzialmente combattuta per procura, tra Iran e Siria da una parte ed Arabia Saudita e Israele dall'altra, attraverso le varie fazioni del paese. Se all'Unifil venisse chiesto, come da suo mandato originario, di disarmare Hezbollah, come si dovrà comportare?
Un incubo è ricorrente nelle tre ipotesi. La missione di pace a guida italiana potrebbe essere costretta da eventi determinati da forze esterne ad entrare in armi nel conflitto contro una delle componenti sul terreno, Hezbollah e la resistenza libanese.
Rientra questo negli scenari previsti ed accettati dalla nostra classe politica, dall'intelligence, dai vertici delle Forze Armate? Più in generale corrisponde alla vocazione italiana che ha costruito tra innumerevoli difficoltà, e spesso con arditi equilibrismi geopolitici, una solida tradizione di mediazione e pacificazione nel Mediterraneo ed in Medio Oriente?
Siamo pronti a buttare al vento in questa partita decenni di politica internazionale? Perché siamo in Libano? Quali sono i nostri obiettivi strategici? Chi sono, se ci sono, gli alleati e chi i nemici? Quali regole di ingaggio devono adottare i nostri militari?
Furono probabilmente ben pochi gli italiani che nella matura estate del 2006 si posero queste domande. Ora devono essere molti meno visto che della nostra missione Unifil in Libano non si parla praticamente più. Invece è necessario che ogni cittadino che ha a cuore il destino del Paese si interroghi e ponga con forza alla nostra classe dirigente queste stesse domande, nel modo e con la possibilità che ognuno ha.
Altrimenti, a giochi fatti, potremmo ritrovarci a piangere nostri soldati, a celebrare nostri eroi, caduti, come troppo spesso negli ultimi anni, in una guerra forse non nostra, e combattuta per altri.

di Simone Santini - Redazione: http://clarissa.it/

La denuncia di Aftonbladet(giornale svedese):esercito israeliano 'rapisce' palestinesi per prelevarne gli organi


L'articolo del principale giornale svedese, Aftonbladet, che accusa i soldati israeliani di rapire palestinesi per prelevarne gli organi, sta causando un terremoto diplomatico tra i due Paesi. L'ambasciata di Israele a Stoccolma prenderà 'provvedimenti' in queste ore, mentre è prevista la convocazione dell'ambasciatore svedese al ministero degli Esteri israeliano.Aftonbladet è uscito la settimana scorsa con una serie di racconti di palestinesi che denunciano come nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania giovani feriti o uccisi vengano 'prelevati' dalle Forze armate israeliane (Idf) e riconsegnati alle famiglie senza alcuni organi. "I nostri figli diventano involontari donatori, mi hanno raccontato i parenti di Khaled di Nablus, o la madre di Raed di Jenin, o gli zii di Machmod e Nafes a Gaza, tutti scomparsi per alcuni giorni e riportati alle famiglie nottetempo, già cadaveri e sottoposti ad autopsia", scrive l'autore dell'articolo, Donald Bostrom. Questi cita anche un episodio risalente al 1992, durante la prima Intifada. Secondo Bostrom, l'Idf avrebbe rapito un giovane, Bilal, che tirava pietre alle truppe israeliane nell'area di Nablus. Colpito al petto, alle gambe e allo stomaco da proiettili israeliani, è stato portato in un ospedale militare in elicottero e condotto in un posto "ignoto ai parenti". Cinque notti dopo, il corpo è stato riconsegnato ai genitori, avvolto in lenzuola verdi da ospedale. Sempre secondo Bostrom, Bilal era stato aperto dallo stomaco alla gola per un preciso motivo.

L'articolo include anche un collegamento a una recente inchiesta su un gruppo criminale nel New Jersey, che include diversi rabbini statunitensi, accusati di negoziare la compravendita di un rene umano per un trapianto.

La critica alla pesante denuncia di Aftonbladet giunge dapprima da un altro giornale svedese, il liberale - e rivale - Sydsvenskan, che accusa apertamente Bostrom di antisemitismo: "Abbiamo già sentito questa storia - scrive la testata - in una forma o nell'altra. Segue il classico schema della cospirazione: i teorici prendono un numero enorme di fili sparsi e tentano il lettore a metterli insieme in un tessuto che non ha alcuna connessione. Sussurri, fonti anonime, voci. E' tutto. La difesa è ugualmente prevedibile: 'Anti-semitismo', e la risposta 'No no, solo critica di Israele".

Il ministero degli Esteri ha reagito con furore, per bocca del portavoce Yigal Palmor, che ha definito la pubblicazione un "marchio d'infamia" per la stampa svedese, un'"isteria razzista nella sua forma peggiore". "Nessuno - ha aggiunto - dovrebbe tollerare questo infame medievale libello demonizzante che sicuramente può incoraggiare a compiere crimini contro gli ebrei".

Oggi è arrivata la risposta di Donald Bostrom, l'autore dell''infamante' articolo: "Non sono antisemita - dice - e mi rattrista molto sentire persone che mi accusano di questo. Ora che la storia riemerge in superficie, la mia intenzione era di evidenziare il legame con la 'cosca' del New Jersey e il fatto che debba aprirsi un'inchiesta sul caso del prelevamento degli organi".

L'ambasciata svedese a Tel Aviv ha condannato l'articolo come "scioccante e terribile, per noi svedesi come per i cittadini israeliani. Come in Israele, la libertà di stampa prevale anche in Svezia. Ma la libertà di stampa e quella di espressione sono libertà che portano con sè una certa responsabilità", ha detto l'ambasciatrice svedese Elisabet Borsiin Bonnier.

Luca Galassi

Link:http://it.peacereporter.net/articolo/17308/Giornale+svedese:+esercito+israeliano+'rapisce'+palestinesi+per+prelevarne+gli+organi

San Marino, l'efficiente necropoli fiscale


Altro che "buon vicinato". Nel diritto internazionale si chiama ancora così il trattato che dal 1939 regola i rapporti tra Italia e San Marino, l'antica repubblica romagnola che con 12 banche e una cinquantina di finanziarie è allo stesso tempo una roccaforte del segreto bancario e un'efficiente necropoli fiscale. Ma tra inchieste giudiziarie, rogatorie respinte e pressioni politiche a tutti i livelli, quello che Roma prepara per l'autunno è ormai un vero assedio al Titano.

Un accerchiamento che ha buone probabilità di successo, perché per la prima volta anche all'interno c'è chi pensa che per evitare di finire nella "black list" degli Stati-canaglia ormai ci sia una sola ricetta: applicare senza indugi le regole Ocse in materia di anti-riciclaggio, collaborare con Roma sul fronte della lotta all'evasione e strappare, in cambio, la garanzia di poter continuare a fare dumping fiscale in qualche settore come i fondi d'investimento o l'elettronica di largo consumo. Questo realismo è alla base dell'ultima relazione che la Banca Centrale di San Marino ha consegnato al governo. Un documento riservato del quale "L'espresso" ha ottenuto una copia e che contiene due ammissioni notevolissime: che l'economia locale vive in buona parte sull'evasione fiscale italiana e che la stessa evasione, in realtà, è reato anche sul Titano. Motivo per cui crollerebbe anche l'ultimo cavillo al quale si aggrappa la magistratura sammarinese per respingere le rogatorie, e cioè che da loro non è reato rubare sulle tasse. Il documento è composto di 15 pagine, datate 9 gennaio 2009 e dirette all'onorevole Gabriele Gatti, "Segretario di Stato per le Finanze, il Bilancio e le Poste", in pratica una sorta di super-Tremonti, con competenze su tutto il sistema bancario e finanziario. A firmarlo è il professor Luca Papi, il banchiere quarantenne sulla cui faccia pulita il governo aveva puntato per recuperare un po' di credibilità internazionale. Papi è il direttore generale della Banca centrale, e fino a pochi mesi fa era da solo perché a San Marino ci hanno messo un anno a trovare qualcuno che rischiasse la reputazione assumendo la presidenza. A maggio ha accettato l'incarico un economista di scuola Bankitalia, Biagio Bossone, che ha subito messo in discussione il segreto bancario sammarinese. Il contesto in cui nasce la relazione Papi è quello di uno Stato tutto banche e turismo, finito nella grey list dei centri offshore. Ma soprattutto sempre più sotto pressione, con il ministro Giulio Tremonti che ha appena istituito una "Unità speciale" per indagare, insieme alla Guardia di Finanza, sui contribuenti italiani con il vizietto dell' "off-shore". Prima del governo, però, s'era mossa la Procura di Forlì, con le indagini dei pm Fabio Di Vizio e Marco Forte sulle banche sammarinesi.

I magistrati romagnoli hanno scoperto la vera proprietà sammarinese della Delta, una società di credito al consumo che si spacciava per italiana, e della Banca di credito e risparmio della Romagna, istituto controllato da un'altra banca del Titano, la Asset, e specializzato nel raccogliere a domicilio l'evasione degli italiani. Bene, basta arrivare a pagina 3 del documento per leggere che tra gli elementi di vulnerabilità di San Marino c'è la forte dipendenza dai soldi "cash", sempre più sinonimo di attività ai confini della legge. La Banca centrale fa notare al governo che il soddisfacimento di questo bisogno di contante "è assicurato dall'esterno", e che il volume di questa dipendenza "è enorme se paragonato ad altri paesi con un simile livello di reddito e sviluppo".

Da dove arrivi tutta questa montagna di banconote, lo si spiega poche righe dopo: "il mercato di riferimento attuale del sistema finanziario è infatti il mercato interno alla Repubblica rappresentato dai residenti e prevalentemente dai non residenti che per propria iniziativa scelgono spesso di recarsi fisicamente presso banche e finanziarie sanmarinesi piuttosto che presso intermediari del proprio paese". E se i "rapporti" sono essenzialmente di natura bancaria, quali sono stati i punti di forza sammarinesi? La relazione lo riporta con onestà a pagina 4: "La peculiarità del segreto bancario, l'attività fiduciaria e la mancanza di controlli sistematici alla frontiera", con ovvio corredo di conti cifrati, ampio viavai di spalloni e scarsa o nulla collaborazione alle indagini italiane.

Molto istruttivo è anche il passaggio in cui si ammette che San Marino è ormai una discarica finanziaria: "La suddetta applicazione assoluta del segreto bancario costituisce un incentivo a insediare a San Marino veicoli che non possono trovare in piani industriali e sbocchi di mercato competitivi la fonte dei propri ritorni economici, quanto piuttosto in operatività sempre più marginali, inquinate e rischiose". Certo, non è che queste osservazioni siano di per sé delle gran rivelazioni, ma la novità assoluta è che sono messe nere su bianco dalle autorità locali, le stesse che in questi mesi sono impegnate in una costosa opera di lobbismo con le autorità italiane. Da un paio d'anni, lo Studio Ambrosetti è il loro consulente e la scorsa primavera una pattuglia di deputati italiani, guidati da Giulia Bongiorno, si è arrampicata sul Titano per testimoniare solidarietà alla medioevale repubblica. Ma il succitato documento è una miniera di rivelazioni. Come il fatto che non è vero che l'evasione fiscale non sia reato da quelle parti: "l'articolo 389 del codice penale sammarinese configura l?e vasione fiscale come misfatto", scrive la banca centrale. A questo punto i magistrati italiani che si sono visti respingere le rogatorie, come da ultimo quelli di Forlì, si chiederanno con quali argomenti giuridici San Marino abbia sempre chiuso loro la porta in faccia.

di Francesco Bonazzi

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