mercoledì 19 agosto 2009

Il nepotismo baronale di un'Italia dai costumi mafiosi


Antonio Iavarone e Anna Lasorella sono italiani, italianissimi; ma in Italia torneranno solo per presentare l’importante risultato della loro ricerca sui tumori maligni del cervello. Fuggiti causa nepotismo baronale nel 1999 dal Policlinico Gemelli di Roma, hanno potuto proseguire le loro importanti ricerche negli Stati Uniti, prima all'Albert Einstein College of Medicine, poi al Columbia University Medical Center. L’individuazione del ruolo svolto dalla proteina Huwe1 nella crescita delle cellule staminali neuronali, ha permesso di studiare il rapporto tra la sua assenza e la proliferazione incontrollata delle cellule nel caso del glioblastoma multiforme, la peggiore forma di tumore maligno cerebrale.

Negli Stati Uniti hanno collezionato successi, i loro lavori sono stati pubblicati su importanti riviste di settore. All’Università Cattolica di Roma il loro prezioso lavoro era soffocato dalle pressioni del Prof. Mastrangelo, contro cui hanno vinto nella causa per diffamazione intentata dal barone, che aveva un figlio da collocare ad ogni costo, e da un ordinamento universitario che, come descritto in una lettera pubblicata nel 2002, ricordava nella scelta di equipe e collaboratori il vecchio stile del feudalesimo.

L’Italia paga un prezzo alto nel fenomeno cosiddetto del “Brain drain”. La sintesi brutale dice che si formano eccellenze che vengono poi utilizzate da altri. Cervelli che fuggono da scarse opportunità, da mancanza di trasparenza nella carriera e da pastoie moraleggianti che, quando non trasformano i laboratori in luoghi di peccato, li paralizzano con overdose di burocrazia. La storia di Iavarone e di sua moglie assomiglia purtroppo a tante altre che la cronaca sgocciola ogni tanto, quasi non volendo, ricordando che questa malattia sembra non essere curabile, che le istituzioni tacciono per omertà mentre il futuro della ricerca semplicemente non sta nell’agenda della politica.

Questa scoperta, che a settembre sarà presentata in Italia, ricorderà a tutti l’occasione che il nostro Paese ha perduto per sempre. Occupato a organizzare ammende e leggi spartane sugli immigrati per fingere di difendere i propri cittadini, costringe all’esilio le sue menti migliori o, per dirla meglio, le lascia andare via senza muovere niente di quell’osannato orgoglio di patria che sventola sui media. L’immigrazione indigna scatenando gli istinti più primitivi e l’emigrazione, che questa volta non è quella delle valigie di cartone e non colpisce più le braccia del popolo, non sembra interessare granché.

Il problema della ricerca italiana non è solo nei fondi disponibili, nella ristrutturazione degli enti di ricerca, finora perseguita a colpi di mannaia proprio sui ricercatori precari; non è solo l’aumento di finanziamenti di grandi privati - a tratti anche molto rischiosa soprattutto nella genetica medica - o la fondazione di un centro di ricerca di riferimento per tutto il paese, come ripete la Gelmini promettendo grandi manovre entro dicembre. E’ il metodo che governa l’assegnazione di posti e concorsi, gli equilibri di potere nei campus universitari e nelle aziende ospedaliere, il criterio del profitto legato al risultato, che fatica ad essere metabolizzato in un paese dove gli uomini di potere hanno un gran da fare per assicurarne altrettanto ai loro discendenti.

Ma il nepotismo nella sfera del pubblico non si fonda solo sull’eredità dei cognomi; esso, infatti, per quanto accentuato in alcune aree (l’università soprattutto), ha limiti numerici che lo rendono statisticamente relativo. E’ invece la partitocrazia, la vera sanguisuga del sapere e del meritare. Come una piovra dai tentacoli infiniti, l’occupazione dei partiti e dei poteri forti dei centri nevralgici della cultura italiana, ha come obiettivo tanto l’accaparramento delle risorse ad essa destinati, quanto il controllo totale sulla formazione delle classi dirigenti. La capacità di veicolare fondi e strutture dirigenti, infatti, è lo scopo di una struttura di potere che fa della cosa pubblica il suo regno privato, del merito strame e della raccomandazione metodo. Questo è l’assetto che permette la stagnazione del sistema paese.

E non risultano digeribili al nostro buonsenso, i finti rimedi delle presunte riforme istituzionali. Rimane una questione culturale e morale che ci porta indietro di tanto tempo e che ci colloca in un pietoso ritardo e lascia che le nostre giovani matricole ancora oggi s’interroghino sull’opportunità d’intraprendere carriere di studio come la medicina o la giurisprudenza provenendo da famiglie comuni.

Fa un po’ sorridere l’Italia che si avventura maldestra nelle teorie economiche del capitalismo più spavaldo, che vuole seguire la moda del “self made man”, sulle orme della religione del berlusconismo in tutte le salse più deteriori e meno nobili, e non riesce invece ad abbandonare la cultura della famiglia come curriculum e posizionamento sociale.

Lontana dalla modernizzazione, nemica della crescita e dell’innovazione, dietro le forme americane della propaganda si mantiene, impunita, un’antica aristocrazia di potere, illegittima ed illegale. Qualcuno la spiega come un effetto collaterale della storia mafiosa, qualcun altro come l’incapacità di una specifica cultura di valorizzare il singolo e il merito in un tessuto sociale dove al centro c’è sempre stata una massa condizionabile e i suoi illustri capipopolo. Ma è potere, controllo del territorio e delle risorse; perché controllare l’oggi, significa determinare il domani.

Il male del nepotismo è un vizio storico, profondo, del nostro Paese. In Italia, sul virus della casta e dei suoi privilegi ereditati per testamento, per sangue, per tessere, si scrivono fiumi di denunce e polemiche. Escono libri, si rincorrono trasmissioni. Chi non ricorda l’albero di cognomi illustri che infestava con la cadenza di un rosario l’università di Bari, presa d’assedio da Annozero? Si scrive, si segnala, si denuncia, ma ogni tentativo di cambiamento è ingoiato da un immobilismo indiscutibile.

La casta non è solo quella che copre di polemiche gli onorevoli della politica. La rimozione del merito e l’ereditarietà del ruolo di successo sono purtroppo presenti, con maggiore possibilità di danno, anche nella scienza e nel mondo della ricerca, a confermare una forma mentale che non riesce ad affrancarsi da quel costume mafioso che continua a legare il potere e i suoi vantaggi alla perpetuazione del comando. L’unico modo per dimostrare che si esiste.

di Rosa Ana De Santis

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