lunedì 17 agosto 2009

Artic Sea ritrovato nell'Atlantico a 480km da Capo Verde


La conferma arriva dal ministro della Difesa russo, Anatoli Serdyukov: l'Arctic Sea è stato ritrovato a circa 480 chilometri da Capo Verde. Come si sia arrivati a questo risultato, però, è ancora un mistero. I quindici marinai, comunque, stanno tutti bene e sono stati trasferiti a bordo di un sottomarino russo.

"L'equipaggio - ha spiegato il ministro - è stato interrogato per chiarire tutti gli aspetti relativi alla scomparsa e alla perdita di segnali della nave". Il presidente russo Dmitri Medvedev ha chiesto di fare piena luce sulla vicenda.

L'ipotesi di un atto di pirateria, che rimane la più accreditata, era stata smentita qualche giorno fa da Martin Selmayr, portavoce del commissario ai Trasporti della Commissione Europea. La polizia di Helsinki, inoltre, aveva parlato di una richiesta di riscatto, che stando ai media russi sarebbe stata di un milione e mezzo di euro.

Il cargo russo, battente bandiera maltese, era partito il 23 luglio dalla Finlandia, diretto in Algeria con un carico di legname del valore di 1,16 milioni di euro. Le ultime notizie risalivano al 28 luglio, quando la nave entrò in contatto la guardia costiera britannica a Dover. Due giorni dopo fu avvistata al largo delle coste atlantiche della Francia, prima di far perdere le proprie tracce.

Fonte: la Repubblica

Il comune di Chicago sulla bancarotta


Oggi è vietato ammalarsi a Chicago. Guai ad avere bisogno di un certificato, o di qualsiasi altro servizio municipale. La spazzatura resterà a fermentare sui marciapiedi nell'afa estiva: è sospesa anche la nettezza urbana. La città di Barack Obama non ha più soldi nelle sue casse. Il sindaco Richard Daley, democratico, ha dovuto ricorrere a misure estreme. Fra cui tre giorni di vacanze forzate, a casa senza stipendio, per i dipendenti municipali. Il Comune annuncia che farà del suo meglio per garantire i servizi d'emergenza - le volanti della polizia, le ambulanze e i vigili del fuoco - ma è meglio non immaginare cosa succederà oggi a chi finisce in una "E. R." (emergency room, o pronto soccorso) col personale ai minimi e tutti gli altri reparti ospedalieri chiusi.

La sospensione di ogni servizio pubblico oggi provocherà disagi gravi ma farà risparmiare solo 8,3 milioni di dollari di stipendi, un'inezia rispetto alla voragine di perdite della città. Perciò Daley ha già preannunciato altri sacrifici e tagli ai servizi essenziali: tutti gli impiegati comunali dovranno prendersi molti giorni di riposo non remunerato, compresi gli insegnanti alla riapertura delle scuole. Ne risentirà anche la sicurezza: per mancanza di fondi viene sospeso il celebre piano del sindaco per ritirare le troppi armi in circolazione ricomprandole ai privati.

Pazienza se è un duro colpo per l'immagine della città-vetrina di Obama, quella in cui il presidente si fece le ossa come militante politico di quartiere, proprio nelle lotte per migliorare la qualità dei servizi sociali. Invecchia precocemente anche il mito della "rinascita di Chicago", vantata dai magazine come città-modello capace di schivare lo choc della recessione; la metropoli elegante e raffinata che continua a investire nell'architettura moderna (ieri Frank Lloyd Wright, oggi Renzo Piano) per lucidare il proprio glamour turistico internazionale.

Tutto vero, fino a poco tempo fa. Ora la bancarotta della finanza locale contagia anche la metropoli più ricca e cosmopolita del Mid-West, stremata per il crollo delle entrate. Come tutte le città americane anche l'amministrazione locale di Chicago dipende in modo prevalente dall'imposta sulla casa e da qualche tassa sui consumi: le voci di gettito su cui la recessione ha avuto un impatto catastrofico.

La "chisura per bancarotta" di Chicago fa scalpore perché è la città del presidente, ma non è un caso isolato. In Pennsylvania 255 impiegati pubblici sono stati licenziati in tronco - dieci giorni di preavviso e zero liquidazione - con una motivazione secca: "Mancanza di fondi". Oggi si fermeranno per sciopero il metrò e gli autobus di San Francisco, dopo l'aut aut della città agli autoferrotranvieri: o accettano una riduzione del 7% degli stipendi o scattano i licenziamenti collettivi.

Il caso della California è uno dei più drammatici. Dal 2 luglio lo Stato più grande e più ricco degli Usa (se fosse indipendente avrebbe un Pil superiore all'Italia e farebbe parte del G8) sta pagando tutti i suoi fornitori e creditori con delle cambiali, pezzi di carta di cui bisogna fidarsi: sono quasi due miliardi di dollari di "promesse future", perché in cassa non ci sono i fondi. E' con rinvii e sotterfugi di questo genere che il governatore Arnold Schwarzenegger ha tamponato provvisoriamente un buco di 24 miliardi di dollari nel suo bilancio. Tutti i servizi essenziali sono vittime dei tagli. Oltre 500 milioni di dollari sono stati tolti all'assistenza sanitaria per i più bisognosi. Le carceri dovranno liberare fino a 43.000 detenuti entro il prossimo biennio. E non è detto che siano solo i condannati per reati minori a uscire in libertà.

"Di questo passo - dice la presidente dell'assemblea legislativa californiana, Karen Bass - dovremo semplicemente aprire le porte delle prigioni". Soffre perfino quello che è stato per decenni il fiore all'occhiello del "modello California": il suo sistema universitario, capace di attirare nei campus da Berkeley a Ucla l'élite scientifica e il meglio degli studenti da tutto il mondo. Oggi le varie facoltà del sistema statale University of California subiscono riduzioni dal 20% al 30% dei loro stanziamenti.

L'università California State Fullerton ha inviato una lettera a tutti gli iscritti che inizia così: "Caro studente, come sai la California attraversa una drammatica crisi di bilancio. Pertanto siamo spiacenti di dover cancellare diversi corsi ai quali ti eri iscritto".

Professori e ricercatori sono costretti anche qui a prendersi delle vacanze non pagate, un modo elegante per mascherare delle riduzioni nette di stipendio. In America e nel mondo intero si ha l'impressione che l'Amministrazione Obama abbia risposto alla recessione con un poderoso aumento dell'intervento statale: la misura più nota è la maximanovra di spesa pubblica da 787 miliardi di dollari varata dal Congresso a fine gennaio. A livello locale però sta accadendo il contrario. Gli Stati e le municipalità sono costretti a ridurre crudelmente le spese più essenziali.

La ragione? A differenza del governo federale di Washington, la quasi totalità degli Stati (fa eccezione solo il Vermont) adottarono a fine anni Settanta delle costituzioni che proibiscono i deficit. La possibilità di indebitarsi è circoscritta entro limiti rigidi. Con due effetti pericolosi. Da una parte a livello locale la spesa pubblica non agisce affatto per attutire la recessione, ma al contrario contribuisce ad aggravarla. Inoltre si depaupera ulteriormente la qualità dei servizi e delle infrastrutture pubbliche, già in decadenza da decenni.

di Federico Rampini

Srdjan Aleksić, l'eroe bosniaco


In Bosnia Erzegovina oggi tutto è diviso, anche gli eroi sono o “nostri” o “vostri”. Quello che per alcuni è coraggio per altri è tradimento. Tra questi paladini, nostri e vostri, ce n'è però qualcuno riconosciuto e accettato da tutti
E’ un nome e cognome molto comune, come Mr. Smith in Inghilterra, o Schwartz in Germania, oppure signor Rossi in Italia. Eppure quando nell’area dell'ex Jugoslavia si nomina Srdjan Aleksić, si sa esattamente di chi si sta parlando. “E’ un vero eroe” afferma il professore belgradese Cedomir Cupić. “E’ morto facendo il suo dovere da uomo”, ricorda il padre di Srdjan.

Nel 1993, a soli ventisette anni, Srdjan Aleksić fu ucciso da quattro cetnici, cosi si facevano chiamare i nazionalisti serbi arruolati nell’esercito dei serbo-bosniaci. I quattro aggredirono l’amico di Srdjan, un musulmano bosniaco, Alen. Srdjan cercò di difenderlo e venne ucciso.

“Ha meritato di morire perché cercava di difendere un “balia” (il termine dispregiativo utilizzato per designare i musulmano-bosniaci)”, ha dichiarato l’avvocato che ha difeso in giudizio le quattro persone colpevoli dell'omicidio.

Una decina di giorni fa un vicolo nel centro di Novi Sad, in Vojvodina, è stato intitolato a suo nome. Nell’occasione il sindaco Aleksandar Jovanović ha dichiarato che “la tolleranza è quello che i cittadini di Novi Sad hanno in comune con Srdjan Aleksić”.

Anche Tuzla, città nel nord della Bosnia, conosciuta per la sua mescolanza etnica e tolleranza religiosa, ha intenzione di onorare Srdjan Aleksić. I suoi cittadini vogliono dedicare un parco nel centro della città, un viale o una piazza al giovane eroe. “Srdjan è un simbolo, uno che in tempi pericolosi ha mostrato coraggio, ha difeso l’amico senza badare al nome, alla religione, alla nazionalità”, spiega Sinan Alić, presidente della Fondazione “Verità, giustizia e riconciliazione”.

A sedici anni dalla morte di Srdjan Aleksić però, nella sua città natale, Trebinje, Erzegovina, un’organizzazione non governativa “Il movimento dei giovani cetnici” ha annunciato l’intenzione di educare “circa diecimila cetnici all’anno”. L’obiettivo è di salvaguardare l’ideologia dei cetnici come “la più importante e più sacra tradizione serba”, si precisa in un comunicato. Il capo del futuro centro educativo a Trebinje sarà Siniša Vućinić, autoproclamato voivoda (duca) dei cetnici. Le sue raccomandazioni per l’incarico sono più che adeguate. Il futuro docente Siniša Vućinić si vanta “di aver ucciso centinaia di musulmani e croati”.

Il gesto di Srdjan Aleksić, nonostante la sua straordinarietà, non fu l'unico atto di umanità, sacrifico ed eroismo che le gente comune ha mostrato durante l’ultima guerra in Bosnia Erzegovina. Tanti casi simili sono stati ad esempio raccontati nel libro di Svetlana Broz "I giusti nel tempo del male". L’autrice, rischiando essa stessa, ha girato durante la guerra per la Bosnia Erzegovina raccogliendo centinaia di testimonianze di persone che hanno ricevuto o dato aiuto a persone di altre etnie.

Un lavoro simile ha fatto l’ex professore universitario di Sarajevo, il sociologo Dzjemal Sokolović, che oggi vive in Norvegia. Ha collezionato cinquecento casi di eroi per caso e ha realizzato un documentario dal titolo “E’ fu la luce”.

In Bosnia Erzegovina oggi tutto è diviso, anche gli eroi sono o “nostri” o “vostri”. Perciò quello che per alcuni è coraggio per altri è tradimento. In tale ottica distorta fa eccezione anche la straordinaria storia di Sekul Stanić, medico pediatra.

Il dottor Stanić era il direttore dell’ospedale di Foća, città della Bosnia occidentale, sul fiume Drina, durante la guerra luogo di crimini contro i musulmano-bosniaci. Quando il medico vide che i nazionalisti serbi avevano messo a fuoco le case dei suoi vicini musulmani, incendiò con le proprie mani la sua stessa casa. Seduto su una sedia stette a guardare l'incendio che si portava via tutto quello che possedeva. Per un anno intero il dottor Stanić continuò ad aiutare i suoi concittadini musulmani e croati: li curava, difendeva e nascondeva. Alla fine lui stesso venne ucciso ... ma qui non si può dire dai suoi serbi. Un atto criminale, come del resto un gesto nobile, non ha niente a che fare con la nazione o la religione.

Fu guidato da una profonda umanità anche Aleksandar Jeftić, un serbo della città croata di Vukovar, quando aiutava i civili e militari croati rinchiusi in un campo di concentramento. Poco tempo fa Aleksandar Jeftić ha ricevuto una medaglia dal presidente croato Stipe Mesić. ”Il suo fu un gesto di grande coraggio che gli poteva costare la propria vita”, ha ricordato Mesić.

Un altro eroe non “di parte” ma riconosciuto da tutti è il medico chirurgo Nedret Mujkanović. E’ stato decorato con il “Il giglio d’oro” - il più importante riconoscimento militare bosniaco - e onorato con la medaglia di “San Pietro Dobrobosanski”, il più alto riconoscimento della chiesa serbo ortodossa in Bosnia Erzegovina.

Era un giovane stagista all’inizio della guerra nell'ospedale di Tuzla. Di chirurgia sapeva solo quello che poteva vedere assistendo agli interventi. Nell'ottobre del 1992 accettò di andare nella Srebrenica assediata, dove mancava un medico chirurgo. Dopo sette giorni di cammino notturno, per evitare le linee serbe, arrivò a Srebrenica. Ci rimase nove mesi.

L’ospedale locale era strapieno di feriti e ammalati, si moriva per lesioni o infezioni anche lievi, perché mancava di tutto. Nedret Mujkanović realizzava otto interventi importanti, ogni giorno, con mezzi medievali. Amputazioni senza anestesia, ripuliva ferite con l’acqua salata, le bende si riutilizzavano e lavavano quattro-cinque volte, non c’erano antibiotici, di trasfusioni non se ne parlava proprio, mancava la corrente elettrica e l'acqua corrente. E tutto questo alla fine del vetesimo secolo, a una trentina di chilometri dalla Serbia, dove non mancava niente e a un'ora di aereo dalle capitali europee.

“Operavo finché potevo stare in piedi. C’era gente che rimaneva totalmente conscia durante le amputazioni o operazioni allo stomaco”, raccontò in seguito il dottor Nedret. Tenne un conto preciso di cosa fece: 1390 interventi, cento amputazioni, quattro cesari. Curò circa 4000 pazienti tra i quali il 10 o 15 percento morirono a causa della mancanza di medicinali adeguati. Tra dicembre e marzo, ogni giorno, morirono tra le venti e le trenta persone per polmoniti o altre malattie provocate dal freddo e dalla denutrizione.

Nell’ospedale di Srebrenica vi erano anche pazienti serbi, accanto a quelli bosgnacchi. Il dottor Mujkanović li curava senza fare differenza tra loro e gli altri, e quando occorreva, li difendeva da possibili vendette.

“Un serbo che curavo, ferito al ginocchio e con una cancrena in corso, mi pregava di salvargli la gamba, temeva l’amputazione. Quando guarì, mi augurò di poter rivedere mio figlio. Era il massimo che uno ti poteva augurare in tempi di guerra: sopravvivere. Ma la mia più grande soddisfazione, come medico, fu di vederlo uscire dall’ospedale camminando sulle proprie gambe”.

La sua vita a Srebrenica fu raccontata nel libro “The True Story of Surgery And Survial” (La vera storia della chirurgia e della sopravvivenza), autrice la giornalista americana Lee Fink. Di quell' “inferno sulla terra” come descriveva lui stesso Srebrenica, il dottor Nedret ricorda un giorno in particolare: il 12 aprile 1993. All’improvviso, alle due di pomeriggio, i serbi bombardarono la scuola strapiena di profughi.

“Nel cortile i ragazzi giocavano a calcio, tanti stavano seduti a guardarli. In un minuto cambiò tutto: 36 morti, 102 ferriti. C’erano pezzi di resti umani ovunque, ho visto una madre che teneva, per la mano due bambini, tutti e due senza testa. Non sapevo a chi dare soccorso per primo. Altre sedici persone sono morte la stessa notte, la metà erano bambini. Lavoravo e piangevo”, ricordava il dottor Mujkanović. “Ero ormai crollato psicologicamente”, ha ammesso poi.

Durante l’ultima evacuazione dei ferriti e malati più gravi da Srebrenica Nedret Mujkanović ottenne il permesso di imbarcarsi sull'elicottero dell'Alto commissariato dei rifugiati, con il consenso anche dei colleghi serbi, che stavano ispezionavano l’evacuazione. L’arrivo del dottor Mujkanović all’aeroporto di Tuzla, nell'aprile del 1993 è stato così descritto da Peter Maas, giornalista americano, autore del libro “A story of War”( Una storia della guerra):

“Quasi tutti coloro i quali scendevano dall'elicottero erano sulla barella o con le stampelle. In quella confusione totale, tra le grida dei feriti, le urla di chi rilasciava ordini e le sirene dei mezzi sanitari, nell’ammasso di militari, giornalisti e osservatori internazionali, tra gente con addosso solo stracci e dalla forte puzza emerge una figura dalle spalle larghe, vestito in giacca di seta, con luccicanti scarpe italiane e un berretto alla francese sulla testa. Sembrava un signore della guerra, un contrabbandiere che aveva corrotto qualcuno per imbarcarsi sull’elicottero. Era il dottor Nedret Mujkanović, il medico di Srebrenica”.

Quando la gente di Srebrenica infatti seppe che il dottor Nedret stava per lasciarli lo vollero vestire adeguatamente. Non volevano che il loro medico si presentasse come un poveraccio. Qualcuno portò una giacca di seta, qualcuno i pantaloni adoperati solo una volta, per il matrimonio, qualcuno le scarpe italiane conservate come ultima moneta di scambio per un chilo di pane, lo zucchero o la legna per riscaldarsi. Una fila di mille persone si creò per salutarlo. “Piangevano tutti, pure io”, raccontò il dottor Nedret.

Per anni, dopo la guerra, Nedret Mujkanović tenne lezioni, nelle università più prestigiose del mondo, sulla chirurgia di guerra che aveva imparato in circostanze così drammatiche. Ma non ha vissuto sulla sua fama. Ottenne alte specializzazioni e divenne direttore dell’ospedale di Tuzla.

Durante un'intervista con il giornalista americano Chuck Sudetic, Nedret Mujkanović definì chiaramente il peso di quell'esperienza e l'incubo che gli era rimasto dentro: “Si immagini uno che rappresentava l’unica speranza per tanti feriti gravi, uno che però non poteva fare tutto il necessario per salvare loro la vita”. Le vite perse, quello che non era riuscito a fare, condizionò la sua vita dopo la guerra. Il dottor Mujkanović aveva le spalle larghe, ma la sua anima non reggeva più. Nel dicembre 2008 si tolse la vita.

di Azra Nuhefendić
Link: http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/11680/1/42/

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