lunedì 10 agosto 2009

I mercati festaioli nella crisi che non conosce ripresa


Negli Usa a giugno 247 mila persone hanno perso il lavoro ma i mercati hanno esultato perché il calo è stato minore del previsto, sebbene le perdite di maggio fossero state molto superiori alle aspettative. Il fattore che ha abbassato la disoccupazione statunitense dal 9,5% al 9,4% è dato dall’abbandono della ricerca attiva di lavoro da parte di 440 mila persone. Queste sono i disoccupati scoraggiati che - avendo perso ogni speranza nel trovare lavoro - escono dalle statitische riducendo paradossalmente la disoccupazione. Dal crollo della produzione industriale e del pil in Italia, alle perdite occupazionali americane, i dati positivi sono virtualmente inesistenti. Quelli negativi invece si accumulano: giorni fa è arrivata la notizia che (anche) in Giappone i salari sono calati, del 7%. Come può riprendere l’attività se la massa dei consumatori, i salariati appunto, subisce tali decurtazioni nel reddito? Ovviamente dopo circa due anni di cali ininterrotti si raggiunge il punto del cosiddetto bottoming out, ove ulteriori cadute sono meno drastiche. Successe così negli anni anni Trenta ma negli Usa la ripresa non venne, semmai vi furono delle oscillazioni, assai marcate, intorno al livello zero di crescita. Oggi proprio grazie all’esistenza di spese incomprimibili come le erogazioni delle pensioni e la più alta percentuale di impiegati pubblici – voci che per anni si è tentato di schiacciare, per fortuna senza molto successo – forse il pavimento non dovrà sprofondare ai livelli degli anni Trenta. Ma da qui a dire che c’è la ripresa è puro falso ideologico.

Invece i mercati danzano felici e contenti non avendo nulla a che vedere con l’economia da cui dipende la vita della stragrande maggioranza della popolazione. Ricapitoliamo le ragioni principali del rinnovato exploit della finanza. Essa risiedono nell’intervento dei governi e nei soldi dati alle banche in crisi. Nel capitalismo tutto deve essere rappresentato come una transazione che rispecchi la forma della proprietà privata, quindi le elargizioni sono state presentate al pubblico come dei prestiti dello Stato al sistema bancario privato. In realtà, come ha spiegato Bernanke alla tv Cbs, si è trattato di stampare moneta per consegnarla elettronicamente alle banche. Il processo è avvenuto facilitando la concentrazione finanziaria in un contesto ove le megabanche non solo ricevono i soldi dal governo ma quest’ultimo si accolla le perdite delle società fagocitate delle nuove concentrazioni bancarie. In tale contesto non c’è alcun bisogno di intelligenza manageriale per fare dei guadagni che scaturiscono invece dai meccanismi istituzionali messi in atto. Il casinò globale è ripartito come se nulla fosse accaduto, scriveva Der Spiegel nel suo numero di fine luglio. Il settimanale tedesco osserva che col peggio che appare alle spalle, le banche si comportano come durante gli anni precedenti la crisi. Per Der Spiegel è «perfino peggio, grazie a garanzie governative ed al denaro a basso costo delle banche centrali, per le banche non è mai stato così facile far soldi».

L’azione delle banche centrali sul mercato dei titoli, in aggiunta all’elargizione diretta dei soldi, è un elemento centrale per la realizzazazione di profitti facili da parte delle private. Quest’ultime si trovano in posizione quasi nonopolistica (da venditore privilegiato) nei confronti delle banche centrali. La tecnica fa parte dell’orrendo piano di salvataggio delle cartacce senza valore ideato da Geithner e Summers, ma si applica più o meno ovunque. La Federal Reserve annuncia i titoli che si appresta a comprare e fa scattare il rialzo dei prezzi di vendita da parte delle banche. E’ un gioco da ragazzi, specialmente nel nuovo contesto di iperconcentrazione finanziaria. Ne risulta un aumento della differenza tra i prezzi domandati dalle banche centrali e quelli «offerti» dalle private. Il differenziale opera in favore delle private che vendono cartacce a prezzi monopolistici. Ma ciò, spiegava il Financial Times, è voluto dalla Fed che vuole far far soldi a Wall Street. L’ideologia dominante dice che la ripresa occupazionale passa attraverso simili politiche, ma economisti lontani anni luce dal marxismo come Paul Krugman sul New York Times non fanno che criticare quest’andazzo. In realtà penso che le politiche Geithner-Summers siano molto più radicate nel sistema di quanto appaiano. Esse esprimono il mutamento non internamente correggibile della struttura economica capitalistica verso la finanziarizzazione, vale a dire verso un circuito in cui il passaggio della moneta alla merce per poi riapparire in un accresciuto ammontare monetario, si sia allentato in maniera irreversibile. La disgiunzione tra sistema finanziario e produttivo, come anche ambientale, è attuata dallo Stato stesso. L’effetto «keynesiano» di tali operazioni è nullo mentre la loro continuità è garantita dallo Stato. Infatti se i mercati sono in festa i governi, come quello inglese e quello di Washington, annunciano che le politiche di elargizione di soldi alle banche e di acquisti drogati di titoli deve continuare per evitare che la crisi si aggravi. Ognuna di queste dichiarazioni apre nuove prospettive di lucro finaziario senza prospettive per chi vive e vivrà nelle prossime ondate di disoccupati, la crisi sulla sua pelle. La risposta a questo stato crisi è, almeno concettualmente, marxista non keynesiana.

di Joseph Halevi

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