sabato 8 agosto 2009

IRAN: Di chi sarà la prossima mossa?


L'insediamento del riconfermato presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad giunge in un momento di profonda crisi istituzionale e di acute divisioni interne al paese. Le proteste popolari che hanno contestato la regolarità delle elezioni del 12 giugno si sono affievolite ma non del tutto sopite, e sembrano sempre sul punto di potersi riaccendere al minimo pretesto.
Il regime ha risposto con fermezza alle contestazioni. Sotto processo, con l'accusa di essere responsabili delle violenze post-elettorali, sono finiti diversi esponenti di spicco del campo riformista. Tra questi il vice-presidente Abtahi e il portavoce Ramazanzadeh del governo dell'ex presidente Mohammad Khatami, e altri due ex ministri di primo piano (degli Esteri e dell'Industria).
Scalpore hanno destato in udienza le deposizioni dell'ex vice di Khatami. Mohammed Ali Abtahi si è infatti dichiarato non solo pentito di aver partecipato alle proteste ma ha lanciato una sequela di accuse contro il candidato Mehdi Karroubi, di cui è stato consigliere durante la campagna elettorale, per averlo sobillato, e contro l'eminenza grigia Hashemi Rafsanjani di aver tramato con lo stesso Khatami e con l'altro candidato Moussavi per vendicarsi della sconfitta subita da Ahmadinejad alle presidenziali del 2005.
Abtahi ha quindi ammesso la regolarità del voto e la legittimità dei risultati: "I brogli in Iran sono una menzogna e una manipolazione che è stata creata per provocare gli scontri, così che il paese diventi come l'Afghanistan e l'Iraq, e subisca i loro stessi danni e sofferenze".
La pubblica abiura è stata immediatamente contestata dai leader moderati chiamati in causa. Khatami, Moussavi, Karroubi, hanno usato parole di fuoco. Il governo è "illegittimo", il processo "una farsa", le confessioni estorte con violenze e torture "medievali".
Ma la spaccatura appare profonda anche tra le due fazioni del campo conservatore, quella militarista/messianica del presidente Ahmadinejad e del potente comandante dei Pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione) Mohammad Jafari e del loro mentore religioso, l'ayatollah Mesbah Yazdi, e quella più pragmatica/realista dell'ex candidato presidenziale Mohsen Rezai (anche lui, in passato, a capo dei Pasdaran), del presidente del Parlamento Ali Larjani, e del sindaco di Teheran Mohammed Ghalibaf, esponente in forte ascesa.
Il picco dello scontro si è avuto recentemente con le polemiche attorno alla intenzione di Ahmadinejad di nominare come suo primo vice il fedelissimo Esfandiar Mashaie, legato a lui da rapporti di parentela (il figlio di Ahmadinejad ha sposato la figlia di Mashaie) e conosciuto come compagno d'armi durante la guerra Iran/Iraq che ha forgiato quella classe dirigente che attraverso i Pasdaran è giunta ora al potere.
I conservatori realisti sono insorti contro Mashaie reo di avere, in passato, fatto dichiarazioni concilianti a favore del nemico internazionale ("il popolo iraniano è amico del popolo di Israele e americano") e di aver sposato una ex appartenente ai Mujaheddin del popolo, una organizzazione considerata terrorista.
In realtà la sfida, aldilà delle motivazioni contingenti, appare puramente politica. Il timore è che Ahmadinejad possa accentrare un blocco di potere ai vertici dello stato a lui organicamente affine e che questo vada ad incrinare gli equilibri su cui si fonda la Repubblica islamica. La lettera con cui la Guida Suprema Khamenei indicava come inopportuna la nomina di Mashaie, è stata sostanzialmente ignorata da Ahmadinejad per alcuni giorni, ciò che ha provocato una bufera sul governo uscente con le dimissioni del ministro dell'Informazione (servizi segreti) Mohseni-Ejei e la minaccia di altri tre ministri di fare altrettanto. Alla fine è stato lo stesso Mashaie a tirarsi indietro per evitare un duro scontro di potere.
Le conseguenze non sono però mancate. L'influente ayatollah ultraconservatore Khatami (solo omonimo dell'ex presidente riformista) che durante i disordini post-elettorali aveva apertamente appoggiato Ahmadinejad, ha dichiarato che quell'appoggio non è certo incondizionato e non significa che il presidente sia ritenuto "infallibile". E il capo delle forze armate, generale Firouzabadi, si è detto "stupito" che Ahmadinejad non avesse con prontezza dato seguito alle richieste della Guida Suprema di rimuovere Mashaie.
Proprio la figura di Khamenei aleggia su tutti. A lui spetta il compito di mantenere in equilibrio le forze in campo per evitare che la Repubblica si disgreghi. E diversi analisti vedono che in prospettiva possa essere lo scontro tra Ahmadinejad e Khamenei il vero momento decisivo della battaglia in corso.
Dall'esterno, intanto, si osservano con grande attenzione le convulsioni del regime iraniano. Il sito israeliano Debka riferisce che a fine luglio si è svolto a Tel Aviv un vertice ai più alti gradi dei servizi di sicurezza americani e israeliani. Per parte statunitense erano presenti il Consigliere per la Sicurezza nazionale, il generale James Jones, e l'inviato speciale di Obama per il Golfo Persico Dennis Ross; per la parte israeliana il capo del Mossad Meir Dagan e il direttore dell'intelligence militare Amos Yadlin. Dal vertice sono filtrate interessanti conclusioni: le divisioni interne all'Iran rendono il momento propizio "per rovesciare il governo di Ahmadinejad"; l'azione dovrà essere svolta attraverso "pressioni invisibili" destabilizzanti, coperte da "inviti al dialogo"; evitare attacchi allo scoperto che possano "ricompattare" le forze attorno al regime.
Il sito Debka è considerato vicino ai servizi segreti israeliani, dunque utile per diffondere notizie con intenti disinformativi. Due elementi appaiono in tal senso interessanti. I servizi potrebbero avere interesse a far trapelare indiscrezioni fuorvianti circa le modalità dei loro piani: ad esempio, da parte israeliana, potrebbe essere utile indicare gli inviti al dialogo come facenti parte di una manovra destabilizzatrice così da bruciare agli occhi iraniani anche quelli genuini che potessero venire da componenti americane; e così non attuare attacchi diretti perché controproducenti (come raid aerei contro i siti nucleari iraniani) avrebbe certo senso, ma allo stesso tempo gli svantaggi potrebbero essere solo momentanei. Una parte del favore popolare di cui gode Ahmadinejad deriva dal fatto che il presidente è stato considerato un negoziatore duro, capace di tirare la corda ottenendo il massimo ma senza lasciare che questa si spezzi. In Iran la stragrande maggioranza della popolazione non vuole la guerra, e se l'esito andasse in questa direzione, nel medio periodo e con un aggravamento delle condizioni sociali, il prestigio di Ahmadinejad ne sarebbe minato al punto da renderlo più esposto agli attacchi che vogliono il suo defenestramento (un "regime change" interno accompagnato dall'esterno).
In un contesto di instabilità nella regione, un fattore cruciale potrebbe riguardare direttamente l'Italia. Il Times ha rivelato (citando fonti israeliane e Onu) che Hezbollah, il partito filo-iraniano che controlla il sud del Libano, ha ammassato al confine 40mila razzi terra-terra a lunga gittata capaci di colpire Tel Aviv. Secondo i vertici militari dello stato ebraico "la pace può saltare da un minuto all'altro".
Tre anni fa l'invasione del Libano da parte israeliana venne considerata una mezza sconfitta militare, ma Gerusalemme ottenne lo scopo strategico di cinturare il confine con le truppe Onu della missione Unifil (contingenti italiani, francesi, spagnoli, comandati attualmente dal generale Claudio Graziano). Se la tregua venisse rotta le truppe Unifil rischierebbero di essere trascinate in guerra, ovviamente contro Hezbollah perché sarebbe politicamente impraticabile che esse si rivolgessero, come forza di interposizione, anche contro le armate israeliane. L'Europa si troverebbe inevitabilmente precipitata nell'intrico mediorientale, non come elemento di pace ma come diretto contendente dell'Iran e dei suoi alleati.
Di chi sarà la prossima mossa? Dei riformisti iraniani attraverso ulteriori sollevazioni popolari? Dei conservatori anti-Ahmadinejad che vogliono arginare il potere del presidente? Dello stesso Ahmadinejad che per sfuggire all'isolamento può rischiare una pericolosissima fuga in avanti? Di Israele e delle componenti sioniste internazionali? Lo scacchiere regionale sta assumendo sempre più l'aspetto di un campo minato in cui ogni passo rischia di far precipitare la situazione.

di Simone Santini

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