giovedì 30 luglio 2009

Business afghano


Quando i Talebani arrivarono in un villaggio della provincia di Farah a maggio, gli anziani del luogo si rivolsero loro chiedendogli di andarsene. Dissero ai Talebani che se i combattenti fossero rimasti, gli stranieri avrebbero bombardato il loro villaggio. I Talebani risposero: “Stiamo combattendo e morendo per l’Islam e così dovreste fare voi. Perché voi dovreste essere risparmiati dalla morte? Il vostro sangue è forse più rosso del nostro?”

E così gli aerei stranieri arrivarono, sganciarono le loro bombe e, stando a quanto sostenuto dalla popolazione locale, uccisero più di 100 civili. “Cosa potevamo fare?”, ha detto un abitante del villaggio all’Afghan Service della BBC. “I Talebani erano giovani con fucili e granate. Noi non avevamo armi per proteggerci e nessun giovane ad aiutarci”.

Ma l’intervento occidentale in Afghanistan ha smesso da molto tempo di essere incentrato sul miglioramento della vita dei civili. E’ diventato una realtà separata, con la propria economia, che crea lavori lucrosi – per coloro che sanno come sfruttare la situazione. Non tutti gli afghani sono usciti da questa guerra poveri e bisognosi; non tutti gli stranieri stanno morendo laggiù. Gli afghani disoccupati espatriati in Occidente sono tornati nel Paese, creando ONG e mandando in giro i propri parenti – che sono diventati loro dipendenti – a bordo di elicotteri, con il denaro degli aiuti stranieri. Dopotutto, l’80% di questi aiuti è distribuito attraverso le ONG. Afghani sconsiderati, esperti nell’uso della violenza, sono stati reclutati per fornire sicurezza alle forze speciali straniere.

Una cricca di screditati signori della guerra afghani, accusati di crimini di guerra e cacciati dai Talebani, si sono alleati con le truppe straniere contro i Talebani e sono stati cooptati dentro il sistema, diventando ministri, membri del Parlamento e governatori. Per gli afghani, essi sono rimasti semplicemente signori della guerra, anche se ora hanno nuovi titoli “democratici” e sono amici degli occidentali. L’intervento del 2001 fu un’istintiva reazione all’11 settembre, fatta al risparmio. Come dice la saggezza popolare, ci sono tre tipi di persone in Afghanistan oggi: “al-Qaida” (i combattenti), “al-faida” (gli arricchiti) e “al-gaida” (quelli che rimangono fregati). Molti afghani appartengono alla terza categoria.

Dalla prospettiva degli afghani che sono sul terreno, l’Occidente è parte di questo meccanismo di corruzione che prospera sul perpetuarsi della situazione attuale. Se la leadership afghana è corrotta e incompetente, lo è anche la leadership occidentale coinvolta in Afghanistan. Se i signori della guerra afghani ignorano le norme internazionali sulla guerra e sono coinvolti nelle torture, la stessa cosa fanno gli USA a Bagram e Guantanamo. Se i Talebani mettono a repentaglio le vite dei civili con attacchi suicidi, lo stesso fanno le truppe militari straniere mettendo in atto sconsiderati attacchi aerei. La linea di demarcazione tra il bene e il male, tra il problema e coloro che intendono risolverlo, è divenuta confusa. Inoltre, coloro che vogliono risolvere il problema sono diventati essi stessi parte del problema; sono costosi ma inefficaci. Ogni piccolo progetto, dallo scavare un pozzo al condurre un progetto di ricerca, comporta l’assunzione di un entourage di guardie di sicurezza armate.

Ben lungi dal disarmare le molte bande di miliziani afghani, l’attuale intervento ha creato un nuovo insieme di uomini armati, che sono altamente addestrati e ben equipaggiati. Il loro lavoro quotidiano è quello di proteggere i “problem-solvers” stranieri. Ma nel loro tempo libero essi gestiscono il loro business criminale personale, rubando e intimidendo la gente del luogo e, recentemente, addirittura uccidendo un responsabile governativo.

La popolazione locale è in grado di svolgere molti di questi progetti ad un costo molto più ridotto (e senza una sola guardia del corpo) ma non è stata assunta per questo compito. I “problem-solvers”, civili o militari, sono isolati dalla popolazione che dovrebbero aiutare. Essi parlano fra loro ma non con gli afghani, a meno che gli afghani in questione non siano parte dell’élite anglofona. Come ha detto un membro del MEP (Model European Parliament) che ho incontrato recentemente, “Noi abbiamo delle buone idee; la sola cosa che manca in queste idee sono gli afghani stessi”.

Da una prospettiva locale, l’Afghanistan è diventato un laboratorio dove un insieme disparato di “problem-solvers” internazionali, civili e militari, insieme ai loro colleghi afghani, sta sperimentando e scartando varie idee, ricavandone un confortevole mezzo di sostentamento. Non tutti sono affamati in Afghanistan. Gli “al-faida” stanno bene.

Ci sono voluti molti anni prima che gli afghani criticassero apertamente il coinvolgimento occidentale nel Paese. La paura che le critiche potessero scoraggiare i simpatizzanti internazionali è stata un forte incentivo a mantenere il silenzio, e coloro che hanno avuto il coraggio di parlare, come il candidato presidenziale Ramazan Bashardost, sono stati puniti per aver osato inimicarsi gli occidentali.

Perciò la cospirazione volta a mascherare i problemi si è protratta fino a quando la verità non ha cominciato a fare ritorno in patria sotto forma di bare. La popolazione afghana condivide con il popolo inglese la rabbia e lo sconcerto per la situazione. Ogni soldato straniero che muore fa aumentare le possibilità che l’Occidente abbandoni l’Afghanistan. Gli afghani ne sono consapevoli, ma cosa possono fare? Dopotutto, i mendicanti non hanno scelta.

Quando le truppe straniere arrivarono in Afghanistan, si preoccuparono ben poco per l’opinione pubblica afghana. Da allora, esse hanno avuto sette anni per vincere una guerra contro i Talebani, all’epoca caduti in disgrazia. Sette anni per riparare la diga idroelettrica di Kajaki ed accattivarsi i cuori e le menti del sud ribelle e produttore di oppio. Sette anni per disarmare le milizie ed assicurare i criminali di guerra alla giustizia, come promesso nel 2001. Ora che la crisi del settimo anno è iniziata, queste truppe potrebbero decidere di andarsene proprio come erano arrivate, frettolosamente e senza preoccuparsi per l’opinione degli afghani più di quanto avevano fatto quando erano arrivate.


di Nushin Arbabzadah

Nushin Arbabzadah è cresciuta a Kabul durante l’occupazione sovietica; è laureata in letteratura tedesca e spagnola all’Università di Amburgo, e in studi mediorientali all’Università di Cambridge; ha collaborato con la BBC trattando questioni politiche e sociali dell’Afghanistan contemporaneo.

Fonte: http://www.guardian.co.uk/

Traduzione: http://www.medarabnews.com/

Link: http://www.medarabnews.com/2009/07/29/industria-afghana/


Titolo originale:

The Afghanistan “industry”

Le misteriose manovre dell'AMISOM a Mogadiscio


In attesa che la fine dei monsoni consenta la ripresa della pirateria, la Somalia sembra sparita dai nostri schermi. La situazione tuttavia non è per niente tranquilla e meriterebbe maggiore attenzione. Le ultime settimane hanno portato sviluppi interessanti, dopo che l'ennesimo governo provvisorio sostenuto dall'Onu e dalla comunità internazionale sembrava sul punto di soccombere alla pressione degli islamisti più radicali. Il governo del presidente Sharif Sheikh Ahmed, già al potere prima che l'invasione etiope costringesse alla fuga il suo governo, nonostante il suo carattere “islamico” non piace agli al Shabaab, decisamente più estremisti, e fino a qualche giorno fa sembrava sul punto di essere rovesciato.

Quando ormai sembrava inevitabile la caduta della capitale sono però intervenute le truppe dell'AMISOM, che nella capitale risiedono ormai da anni senza mai intervenire nel conflitto. L'improvviso cambio nella politica delle truppe sotto mandato dell'Unione Africana e dell'ONU (fornite da Uganda e Burundi) ha colto di sorpresa gli islamisti che sono passati dall'illusione di una vittoria imminente a un cocente sconfitta che ne ha decimato gli effettivi nella capitale. Capitale che ora sembra divisa in tre parti rette da tre governatori, perché la dura sconfitta rimediata dagli al Shabaab ha consentito l'affermazione di Hizb al Islam, formazione concorrente ed alleata guidata dal signore della guerra Hassan Dahir Aweys, che ha nominato a sua volta un governatore di Mogadiscio. La capitale ha dunque ora tre governatori, nessuno dei quali in grado di governare realmente.

A testimonianza di una frattura tra l'opposizione armata al governo giunge anche la vicenda del sequestro di due esponenti dei servizi segreti francesi, ufficialmente nel paese per “addestrare” le forze governative. Catturati da una banda, i due sono stati poi contesi dalle due formazioni armate, che hanno trovato un accordo solo dividendosi gli ostaggi. Ostaggi che si vanno ad aggiungere ad un inglese, una giornalista canadese e un giornalista australiano già catturati mesi addietro.

Se pure il governo sembra guadagnare terreno, la situazione è ancora confusa e ben lontana da una soluzione stabile; troppe sono ancor le ingerenze manifeste dei paesi confinanti e robusti sono ancora i canali di approvvigionamento delle diverse milizie, ciascuna delle quali sembra godere del supporto di diversi attori statali, ciascuno con la propria agenda. Un gioco che coinvolge quasi tutti i paesi confinanti, la comunità internazionale, l'Unione Africana e diversi paesi del Golfo, oltre al tradizionale coinvolgimento di alcuni paesi europei in ordine sparso e degli Stati Uniti. Troppe voci dissonanti e troppi piani in conflitto per immaginare una sintesi pacifica in tempi brevi.

La situazione pesa ovviamente sulla popolazione somala e i recenti combattimenti nella capitale hanno provocato l'ennesima fuga in massa della popolazione civile mentre la fine dei monsoni è attesa da decine di migliaia di somali che vorrebbero compire la traversata e rifugiarsi nel vicino Yemen.

Nel frattempo sembra in stallo la trattativa per la liberazione dell'equipaggio della nave italiana Buccaneer. Al silenzio stampa chiesto dal governo italiano, non sembrano corrispondere trattative utili, lo denunciano gli ostaggi e gli stessi rapitori. Una nave tedesca, sequestrata contemporaneamente al Buccaneer, è già stata liberata dietro il pagamento di un riscatto e non si capisce bene cosa intenda fare la Farnesina, che ha escluso riscatti e interventi armati. Forse al ministero degli esteri pensano di prendere i rapitori per stanchezza.

Stanchezza che ha già colto i famigliari di alcuni ostaggi, che si sono rivolti nientemeno che a Mario Scaramella. Già condannato per il depistaggio che portò in carcere alcuni inconsapevoli ucraini accusati (nientemeno) di voler attentare alla vita di Paolo Guzzanti, una volta uscito dalle patrie galere Scaramella è apparso a una riunione organizzata dal comune di Itti in qualità di “esperto”, insieme ad alcuni suoi vecchi compagni di merende: una “task force” destinata ad alimentare polemiche e le illusioni dei parenti degli ostaggi nel silenzio del governo. L'intervento di Scaramella nella vicenda la dice lunga sulla serietà dell'approccio italiano alle vicende della Somalia, paese che da sempre sembra attirare faccendieri e criminali italiani come le mosche al miele.

La situazione è sempre più tragica e le ingerenze internazionali non aiutano per niente, così come la mancanza d'attenzione dei media internazionali sembra la garanzia necessaria e sufficiente perché sul paese persista un cono d'ombra utile alla perpetuazione dell'intreccio di numerose guerre per procura nel paese. Della Somalia si tornerà a parlare quando la situazione meteo permetterà la ripresa delle gesta dei pirati, solo allora il paese tornerà a “fare notizia”. Le storie di pirati vendono tantissimo e molti governi potranno farsi belli inviando un paio di navi contro i “pirati” cattivi.

Nel frattempo milioni di somali dipendono per la loro sopravvivenza dagli aiuti internazionali, decine di migliaia sono morti per malattie e fame e gli appelli delle organizzazioni umanitarie al loro soccorso sono stati ignorati. In nessun paese al mondo i media hanno organizzato campagne o iniziative per il soccorso ai poveri somali, trovare un solo politico occidentale che si sia mostrato preoccupato per il paese è impossibile, dice Sharif Sheikh Ahmed. Un contrasto stridente con la reattività dimostrata contro i pirati, ma anche con le numerose campagne in favore dei profughi del Darfur, che sembrano gli unici destinatari dell'attenzione e della carità occidentali in Africa, continente nel quale situazioni come quella dei profughi del Darfur sono numerose e spesso anche peggiori. L'evidente dimostrazione dell'esistenza di un'agenda politica e di una discriminazione delle crisi umanitarie sulla base di interessi che non hanno nulla di umanitario.

di Mazzetta

Le malefatte della UE


I governi di Angola, Namibia e Sudafrica hanno reso noto che non firmeranno nessun Accordo di Partenariato Economico (Epa) provvisorio con l'Unione Europea, a seguito del fallimento delle trattative su alcuni punti ritenuti fondamentali dai tre paesi per la salvaguardia delle loro economie nazionali: sostegno all'agricoltura, procedure per la cooperazione internazionale, passaggi intermedi per l'attuazione dell'Epa e impossibilità per i paesi firmatari di stringere ulteriori accordi commerciali con paesi terzi. Anche la Comunità degli Stati dell'Africa Occidentale (Cedeao), che sta ancora trattando, sembra scettica riguardo la possibilità di accordo con gli europei entro novembre.
Ma che cosa sono gli Epa? Occorre fare un po' di storia. Nel 1975, a Lomé (Togo), l'allora Cee firmò con le ex colonie europee in Africa, Caraibi e nel Pacifico (Paesi ACP) un accordo di cooperazione e sviluppo commerciale che mirava ad integrare le economie degli stati aderenti con il fine ultimo di creare un grande mercato unico. A questo accordo fece seguito il trattato di Cotonou (Benin), firmato nel 2000 e ancora attivo, che ambisce alla riduzione ed eventuale sradicamento della povertà, contribuendo ad uno sviluppo sostenibile e ad una graduale integrazione degli stati ACP nell'economia globale. Obbiettivi dichiaratamente ambiziosi, da raggiungere attraverso gli Accordi di Partenariato Economico che ogni stato ACP deve contrarre con l'Ue basandosi su tre principi fondamentali: reciprocità (abbattimento delle barriere doganali e conseguente apertura dei mercati da parte di entrambi i contraenti), regionalismo (incoraggiamento ai paesi ACP di aderire agli Epa in gruppi regionali e non singolarmente) e trattamento speciale per i cosiddetti Paesi del Quarto Mondo (39 su 77 paesi ACP), invitati a non accettare gli Epa e continuare le proprie relazioni economiche con l'UE attraverso la cosiddetta regolazione EBA (Everything but arms).
Gli Epa avrebbero dovuto entrare in vigore dal 2008, in realtà le trattative si sono ben presto arenate sul loro significato intrinseco e sulle capacità di questi accordi di migliorare le economie dei paesi contraenti. Sia i governi, sia le ONG che la società civile appaiono molto scettiche: secondo Percy Mokoenda, della "Rete per la giustizia economica" gli accordi getteranno i paesi contraenti in una situazione di grande povertà, pregiudicando la vita di chi abita e impedendo ai paesi africani di raggiungere gli Obbiettivi del Millennio. Il problema principale degli accordi sarebbe la liberalizzazione dei mercati africani alle merci europee, una politica che ricorda i giorni peggiori dell'ultraliberismo del FMI negli anni Ottanta e Novanta che portò alla distruzione delle fragili economie industriali dei paesi africani, impreparati a competere con i colossi occidentali e asiatici e privi di una legislazione di protezione sulle proprie produzioni, che causò una disoccupazione dilagante, con conseguente diminuzione di servizi e aumento della criminalità. Scettico anche l'economista namibiano Wallie Roux che parla di "effetti negativi sui processi di integrazione regionale, perché spingerebbero i produttori africani ad una concorrenza squilibrata a vantaggio dei produttori europei" causando un crollo nel volume di scambio regionale. Sulla stessa linea il Ministro del Commercio del Sudafrica che ricorda come sia necessario costruire un'area di libero scambio a livello regionale, "prima di firmare un qualsiasi accordo con paesi lontani". Illuminante, e ampiamente condivisibile, la tesi del movimento "L'Africa non è in vendita" nato in seguito agli studi sugli Epa e di cui fanno parte anche alcune ONG italiane: "L'Africa non ha bisogno di più commercio internazionale e nemmeno di più aiuti, se la condizione è l'apertura dei propri mercati. Ha bisogno semplicemente di regole economiche più giuste che gli Epa non le garantiranno. È necessario un maggior coinvolgimento della società civile e delle organizzazioni contadine dei paesi ACP nei negoziati, allo scopo di ricondurli finalmente alla loro originaria dimensione di sviluppo". Quasi un manifesto!
Ci sono poi da valutare alcune considerazioni prettamente fiscali: nel 2002 il 97% delle merci entrate in Europa dai paesi ACP era già esente da dazi, per cui gli Epa sembrano essere vantaggiosi soltanto per l'UE. Sempre Mokoenda ricorda come "gli Epa sono un modo per far rientrare dalla finestra questioni respinte ai negoziati del ciclo di Doha del WTO". E ancora:"E' più chiaro che mai che gli Epa sono lo strumento usato dall'Europa per congelare le relazioni tra Africa ed Europa: visti dall'Africa, non sono altro che ricolonizzazione". Uno studio del Commonwealth britannico può chiarire alcuni punti circa le preoccupazioni africane: l'apertura dei mercati farebbe perdere ai paesi contraenti circa 9,2 miliardi di dollari in gettito fiscale. Solo la Nigeria perderebbe, a causa di questo sgravio fiscale 427 milioni di euro. Il Ghana 193 milioni, il Cameroon (che ha già firmato un Epa provvisorio) 149 milioni. I paesi ACP hanno chiesto più volte di risolvere questo problema dei costi di attuazione degli Epa attraverso uno stanziamento di fondi da parte dell'UE. Ma da questo orecchio gli europei non vogliono sentire. Usando le parole di Francesco Affinito, responsabile nel 2007 dello sviluppo per l'area del Pacifico presso l'Unione Europea, bisogna prima "sottoscrivere un trattato, al fine di ottenere i soldi necessari ad arginare i danni derivati da quello stesso negoziato". Prima lascia che ti spari, così poi posso portarti all'ospedale. E mi ripaghi anche la benzina e il disturbo.

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