lunedì 27 luglio 2009

La crisi della destra americana


Washington, Dc. Trent’anni fa Eric Hobsbawm, il decano degli storici marxisti, scelse come soggetto per la sua conferenza alMarx memorial, “l’avanzata del lavoro si è fermata?”. Gli eventi andarono anche peggio di quanto si aspettava, in parte grazie all’ascesa dello spirito conservatore in America. Ma adesso stiamo assistendo alla vendetta di Hobsbawm: l’avanzata del conservatorismo americano si è fermata? La destra ha dominato la politica americana almeno dal 1980. I successi elettorali dei repubblicani sono stati sorprendenti: cinque elezioni presidenziali su sette dal 1980 e la drammatica conquista della Camera nel 1994 dopo 40 anni di guida democratica. Ancora più sorprendente è stato il successo della destra nell’influenzare il clima politico. Il partito repubblicano è solo la parte più visibile della destra americana. La forza più profonda della destra si trova nella sua base di conservatori. L’America è praticamente l’unico caso di nazione che possiede un movimento conservatore molto attivo. Ogni Stato ha organizzazioni che lottano in favore della libera circolazione delle armi e contro tasse e aborto. La destra cristiana può contare su “megachiesse” e collegi evangelici. I conservatori hanno creato anche un formidabile e influente establishment di esperti e gruppi di pressione.

E molti americani che non sono membri del movimento abbracciano con convinzione l’etichetta “conservatore”. Pensano a loro stessi come patrioti timorati di Dio che odiano un governo ingombrante e sono intransigenti su crimine e sicurezza nazionale. Nel 2004 circa un terzo degli elettori identificavano loro stessi come conservatori; giusto più del 20% si dice liberale (come gli americani di sinistra sono un po’ stranamente chiamati). I conservatori hanno guidato il dibattito politico su tutto, dal crimine al welfare alla politica estera.

Eppure, oggi questo potente movimento è in profonda crisi. […] I democratici sono in una buona posizione per riprendersi la Casa Bianca nel 2008. Certo, il principale candidato repubblicano, Rudy Giuliani, una “grande tenda” repubblicana che unisce visioni liberali sull’aborto e matrimoni gay con credenziali assolute come “sindaco d’America”, è un candidato forte. Il capofila dei democratici, Hillary Clinton, risente di gravi mancanze e dello scandalo del marito. Ma l’azione della Clinton sembra molto più professionale di quella di Giuliani, e quest’ultimo ha molti scandali nella sua vita. Complessivamente, i democratici sono molto più fiduciosi: il 40% dei repubblicani crede che i democratici vinceranno, ma solo il 12% dei democratici crede che saranno i repubblicani a vincere. Sono più motivati: nel secondo trimestre i due candidati democratici hanno raccolto 60 milioni di dollari, contro i 32 milioni dei due candidati repubblicani. E il 61% degli elettori democratici sono soddisfatti delle candidature, confronto con il 36% dei repubblicani. I sondaggi mostrano una preferenza per un presidente democratico con un margine di 24 punti, una distanza mai vista dall’era del Watergate.

È probabile che i democratici ottengano anche il Congresso. L’ondata che ha permesso al partito di ottenere 31 seggi alla Camera e sei al Senato nel 2006, insieme a 6 governatori e 321 seggi nelle assemblee federali, è ancora forte. Nel 2008, i repubblicani dovranno difendere seggi più vulnerabili rispetto ai democratici, e stanno perdendo la gara. Gli elettori sono favorevoli al controllo democratico del Congresso con un margine di 10-15 punti. Ufficiosamente, i repubblicani usano parole come “catastrofe” e “apocalisse” riferendosi al 2008. I temi che stanno a cuore alla gente favoriscono il percorso dei democratici. Un sondaggio della Pew Research risalente a marzo, sottolinea una preoccupazione crescente sul debito, insieme con il crescente sostegno per una rete sociale di sicurezza. La proporzione degli americani che credono che “il governo dovrebbe aiutare i bisognosi anche se questo significa aumentare il debito”, è aumentata dal 41% del 1994, nel punto più alto della rivoluzione repubblicana, al 54% di oggi. Il sondaggio rivela anche un declino nel sostegno a quegli elementi che avevano portato i repubblicani alla vittoria nella metà degli anni 90, come i valori morali tradizionali.

Nel 2002 l’elettorato era equamente diviso tra democratici (43%) e repubblicani (43%). Oggi, solo il 35% allinea se stesso con i repubblicani e il 50% con i democratici. I repubblicani sono particolarmente in difficoltà tra gli indipendenti (il gruppo più in crescita tra l’elettorato) e i votanti più giovani. Nella fascia d’età tra 18 e i 25 anni, la percentuale di chi sostiene i repubblicani è scesa dal 55% del 1991 al 35% del 2006 (secondo un sondaggio Pew). Tony Fabrizio, un sondaggista repubblicano, nota che gli elettori repubblicani oltre i 55 anni stanno aumentando dal 28% del 1997 al 41% di oggi, anche se il favore dei più giovani è sceso dal 25% al 17%. […]

I repubblicani hanno alienato un blocco elettorale in forte crescita – gli ispanici – con la loro inflessibile opposizione a una riforma dell’immigrazione. Quasi il 70% degli ispanici ha votato il partito democratico nel 2006, ben oltre il 55% del 2004. Il trend verrà sicuramente rafforzato dal recente naufragio della legge McCain-Kennedy, a causa di una rivolta interna agli stessi repubblicani e zeppa di xenofobia. Lyndon Johnson una volta ha sottolineato che l’attenzione dei democratici ai diritti civili è costata loro tutto il Sud, per una generazione; l’opposizione del partito repubblicano a una legge sull’immigrazione potrebbe costare i voti degli ispanici, per una generazione.

I repubblicani hanno raccolto una forte opposizione anche tra gli elettori medi, per i temi sociali. L’opposizione religiosa della destra all’aborto è sempre stato un obbligo elettorale: solo il 30% degli elettori è favorevole al rovesciamento della sentenza Roe v Wade (decisione con cui la Corte suprema ha dichiarato l’aborto diritto costituzionale, ndr). Ma negli ultimi anni, i “social-conservatori” hanno messo a dura prova la pazienza della gente anche con un emendamento federale sul matrimonio e con il caso di Terri Schiavo. Il 72% degli elettori repubblicani si è opposto al tentativo dei repubblicani di usare il governo federale per tenere viva una donna senza funzioni celebrali. […] I conservatori hanno perso tutte le iniziative di voto, dall’aborto al matrimonio dei gay.

PERCHÉ IL CONSERVATORISMO COLLASSA?

La causa ovvia dell’implosione della destra, è l’implosione della presidenza Bush. Bush ha i favori più bassi da Jimmy Carter: 29% secondo Newsweek e il 31% per l’Nbc. Solo il 19% degli americani pensa che gli Stati Uniti è guidata nel modo giusto da Bush. Un sorprendente 45%, compreso un 13% di repubblicani, accusa Bush, secondo l’American Research Group. La causa più ovvia dell’implosione della presidenza Bush è il disastro in Iraq. Il più grande vantaggio del partito repubblicano sui democratici è sempre stata la politica estera e di difesa. Si votavano i democratici se si aveva a cuore la scuola e gli ospedali. Ma si votavano i repubblicani se si dava più importanza alla sicurezza dell’America in un mondo pericoloso. L’11 settembre 2001 ha ribaltato velocemente questo vantaggio. I repubblicani hanno usato la “guerra al terrore” per stracciare i democratici alle elezioni del 2002 e di nuovo nel 2004.

Ma la guerra in Iraq ha seppellito questo vantaggio vitale sotto una montagna di sorprendente incompetenza. Un sondaggio della Cbs News/New Yorl Times ha scoperto che solo il 25% degli americani approva il modo con cui Bush ha portato avanti la situazione in Iraq. Un altro sondaggio dell’Abc News/Washington Post ha evidenziato che il 63% degli intervistati non crede che l’amministrazione Bush sia riuscita a riportare onestamente le possibile minacce provenienti da altre nazioni. Il danno non è limitato all’amministrazione Bush: un sondaggio della Rasmussen del 25-26 luglio ha evidenziato che la Clinton supera Giuliani perché gli elettori credono di più nella sicurezza nazionale.
Bush ha anche preso parte alla più grande espansione delle spese del governo dai tempi dell’altro texano, Lyndon Johnson, cosa che ha provocato ire nella destra. […] Ha aumentato le spese per l’istruzione federale di circa il 60% e ha aggiunto circa settemila pagine di nuove regole federali. Pat Tommey, il capo del “Club per la crescita”, sostiene che la base dei conservatori prova “disgusto per quello che sembra essere un totale abbandono della politica del governo ‘limitato’”.
Molti attivisti conservatori vorrebbero dare la colpa solo a Bush. […] Bruce Bartlett, un ex amministratore economico sotto Regan, lo accusa di “rinnegare” il movimento conservatore. Altri conservatori preferirebbero dare la colpa al partito repubblicano. “Dobbiamo riconoscere che questo è stato un fallimento del partito democratico, non dei conservatori”, ha dichiarato Newt Gingrich - ex portavoce della Camera - dopo le elezioni di metà mandato del 2006.

In realtà, il partito repubblicano al Congresso è responsabile tanto quanto Bush per la maggior parte dei problemi recenti. […] La maggioranza dei repubblicani ha anche incitato Bush a imboccare la strada per Baghdad. Aggiungendo a questo la corruzione di alcuni uomini del Congresso come Tom Delay, un eroe conservatore, e la semi-corrotta relazione istituzionale che i repubblicani hanno avuto con i lobbisti, e ci si rende conto che Bush è parte di un problema più grande.
I conservatori non possono neanche affermare che Bush sia un repubblicano country-club, come suo padre. Egli ha dedicato le sue energie a dare al movimento quello che voleva: l’invasione dell’Iraq per i neoconservatori; il tagli delle tasse per gli uomini d’affari e per i conservatori che vogliono un governo leggero; riduzine dei fondi federali per la ricerca sulle cellule staminali per i social-conservatori; e i giudici conservatori per fare contente tutte le fazioni.
[…]

I problemi dei repubblicani stanno creando una guerra civile all’interno della destra su come tirarsi fuori da dove sono sprofondati. Questo sta producendo molte riflessioni da parte degli intellettuali, fatto che prova come ci sia ancora una vita intellettuale a destra. Ma queste lotte interne tendono ad allontanare gli elettori. E questa guerra civile ha il problema aggiuntivo che la parte sbagliata ha vinto troppe importanti battaglie, non da ultima quella sull’immigraizione.
Una battaglia è sul peso e lo scopo del governo. Conservatori a favore di un governo leggero accusano Bush di aver tradito il principio fondamentale: il governo è il problema, non la soluzione. […] Una seconda battaglia è sui social-conservatori. I “libertariani” (vicini al Libertarian Party, piccolo gruppo di estrema destra ndr) sostengono che iul partito repubblicano è troppo legato a vecchi social-conservatori come James Dobson del Focus sulla famiglia, attivisti che non rappresentano le idee degli evangelici comuni, lasciato da soli in mezzo agli altri americani. […]

Un terzo fronte di scontro riguarda la politica estera di Bush, e in particolare la sua ostinata difesa della guerra in Iraq. Alcuni conservatori hanno predetto che la “guerra contro il terrore” potrebbe prendere il posto della “guerra al comunismo”, entrambe da intendere come una sorta di colla per tenere insieme i conservatori e la garanzia di lungo periodo di un vantaggio dei repubblicani sui democratici. Questo è avvenuto per un certo periodo. Ma la permanenza in Iraq ha aperto profonde divisioni nella destra - non solo tra Bush (che lascerà nel gennaio del 2009) e politici destinati a rimanere per più tempo. I senatori repubblicani sono vicini a una rivolta su grande scala contro la Casa Bianca.

LA DESTRA È MORTA?

C’è sempre la tentazione di leggere in questa o quella crisi. David Frum ha predetto una sorte nera per i suoi colleghi in Dead Right proprio mentre Gingrich era vicino a riprendere il controllo del Congresso. […] La fortuna dei democratici è più il risultato del collasso dei repubblicani che un successo dei democratici. Il sondaggio della Pew di marzo mostra che la proporzione di persone che esprimono una visione positiva sul partito democratico sta diminuendo di 6 punti dal gennaio 2001. è solo che la percentuale di popolazione che esprime un giudizio positivo sul partito repubblicano è diminuita di 15 punti. Il controllo del Congresso da parte dei democratici è anche più impopolare che quello di Bush, con tassi favorevoli bassi come mai negli ultimi 35 anni.

Gli americani rimangono scettici sullo strumento preferito dai democratici per migliorare il mondo: l’azione di governo. Un sondaggio della Democracy Corpsha scoperto che la maggioranza degli americani crede che il governo renda più difficile alle persone vivere. […]
I democratici hanno ceduto molto terreno ai conservatori. Il partito hanno messo in panchina i gruppi liberali che si oppongono alla pena di morte o che vogliono rendere più severe le leggi sul porto d’armi. I tre più importanti candidati democratici fanno a gara per mostrarsi i più religiosi: la signora Clinton dichiara continuamente che lei è una “persona che prega”, che una volta ha pensato di diventare un ministro metodista. Il partito porta avanti candidati contrari all’aborto sia in Colorado sia in Pennsylvania.
[...]

Ma anche considerano tutti questi elementi, la situazione della destra rimane disastrosa. […] I repubblicani hanno fallito il più importante test di un movimento politico: maneggiare il potere con successo. Hanno portato avanti malamente una guerra. Hanno sperperato. E si sono alienati un’ampia parte della popolazione. Adesso, riguarda i democratici se vincere o perdere il gioco.

fonte: The Economist

Il progetto Bulava sabotato da inglesi e americani?


Sei fallimenti su undici lanci, l’ultimo crash il 15 luglio proprio nel test che era considerato cruciale per dimostrare la bontà del progetto: e invece, niente da fare. Partito regolarmente dal sommergibile nucleare Dmitrij Donskoj in navigazione nell’Oceano Artico, l’undicesimo esemplare del missile intercontinentale russo Bulava è finito fuori rotta e si è autodistrutto pochissimi minuti dopo il lancio. I tecnici hanno poi spiegato che si è verificato un difetto nel corpo del primo stadio del missile (che di stadi ne ha tre, e con l’ultimo porta fino a dieci diverse testate atomiche, ciascuna puntata su un diverso obiettivo), che si è surriscaldato, non si è staccato nei tempi e nei modi previsti e ha fatto finire decisamente fuori rotta l’ordigno, che quindi si è autodistrutto per non provocare danni a terra.

Succede. Ma nel caso del Bulava (in russo clava, bastone) incidenti del genere stanno succedendo un po’ troppo spesso, ogni volta diversi, per poterli accettare: anche perché non si tratta di un sistema d’arma qualsiasi ma dell’Arma con la A maiuscola, quella che nei piani dello Stato maggiore (e del Cremlino) dovrebbe costituire il cuore della difesa strategica della Russia nei prossimi dieci-vent’anni insieme alla sua versione terrestre Topol (pioppo), basato su rampe mobili. La Russia ha puntato davvero tutto su questi due missili, e in particolare sul Bulava: enormi somme sono state spese, nonostante un budget militare molto più ridotto in un tempo, al punto che la più gran parte dei mezzi convenzionali (aerei, navi e tank) è rimasta senza manutenzione o quasi pur di non lasciar perdere il progetto Bulava. Il quale è anche l’unico sistema d’arma strategico prodotto dopo il 1991 nella nuova Russia: tutti i missili dell’enorme arsenale russo sono di progettazione sovietica e risalgono a più di vent’anni fa; i più importanti tra essi – come i missili intercontinentali Ss-18 (terrestri) e Ss-27 (da sottomarini), che costituiscono la punta di diamante delle forze strategiche – sono obsoleti al limite della sopravvivenza e tenerli “in attività” costerebbe cifre enormi oltre a richiedere la collaborazione, oggi alquanto improbabile, delle aziende ucraine che in epoca sovietica producevano alcuni componenti chiave. Dunque la sostituzione di questi ordigni è una necessità impellente, urgentissima, per la leadership russa, sia per motivi economici che per motivi di orgoglio e di sicurezza nazionale. Perché, oltre a tutto, Bulava e Topol sono stati progettati anche per superare le difese antimissile statunitensi: hanno caratteristiche tali da renderne molto difficile se non impossibile l’identificazione nella fase iniziale del loro mortifero viaggio (in pratica i razzi, molto potenti, restano accesi per un tempo brevissimo) e da sfuggire all’intercettazione nella fase finale. Oltre alle misure elettroniche, c’è anche la capacità di resistere senza deviazioni a un’eplosione nucleare a 500 metri di distanza (pochi lo sanno, ma alcuni sistemi per contrastare un attacco condotto con missili balistici intercontinentali sono basati su missili “intercettori” che a loro volta portano una testata nucleare).

La cosa più sconcertante però, è che ormai pare chiaro che la filiera di produzione di queste superarmi strategiche, così fondamentali per la Russia, sta fuori controllo. Fonti del ministero della difesa hanno detto chiaro e tondo alle agenzie di stampa che si può parlare di sabotaggio, e che nell’inchiesta sul fallito test del 15 luglio verranno coinvolti i servizi segreti: “Pezzi difettosi sono stati introdotti lungo la catena di produzione dei diversi componenti”, dicono le fonti, “perché le aziende coinvolte non rispettano i necessari standard di controllo qualitativo” e di sicurezza. Il capo del programma Bulava, aggiungono, sarà licenziato se non peggio. Si affaccia l’ipotesi della corruzione, della speculazione sui materiali, tutte le peggiori cose della tradizione aziendale russa, che sembrerebbe assurdo veder riprodotte nella produzione non di televisori per le masse ma degli strumenti strategici più importanti della difesa nazionale. Come che sia, “il progetto Bulava andrà avanti comunque, anche se un’analisi accurata di quanto è successo sarà fondamentale”, ha fatto sapere il Comitato militar-industriale del governo.


di Astrit Dakli

Link: http://mir.it/servizi/ilmanifesto/estestest/?p=833

Il saccheggio delle casse Americane


Secondo la sorveglianza che sovrintende al programma di salvataggio finanziario del governo federale, la piena esposizione a partire dal 2007 ammonta all’enorme cifra di 23,7 trilioni di dollari, ossia 80mila dollari per ogni cittadino americano.

L’ultima volta che siamo stati in grado di ottenere una misura del costo totale del salvataggio, era pari a circa 8,5 trilioni di dollari. Passati otto mesi da quella linea, la cifra è quasi triplicata.

La cifra di 23,7 trilioni di dollari ricomprende «circa 50 iniziative e programmi stabiliti dalle amministrazioni Bush e Obama, nonché dalla Federal Reserve», secondo l’Associated Press.

In un documento di asseverazione che sarà consegnato alla supervisione della Camera e al Comitato governativo di riforma domani [21 luglio 2009, Ndt], Neil Barofsky, l'ispettore generale per il programma TARP, dirà al Congresso che «il Dipartimento del Tesoro ha ripetutamente omesso di adottare raccomandazioni volte a rendere il programma TARP più responsabile e trasparente ».

Secondo Barofsky, i contribuenti sono al buio su chi ha ricevuto il denaro e su quel che ne fanno.

Come abbiamo più volte sottolineato, la destinazione di circa 2mila miliardi di fondi TARP è stata oggetto di un’azione legale presentata da Bloomberg alla fine dello scorso anno dopo che la Fed aveva rifiutato di rivelare i destinatari. La causa è ancora in corso, giacché Bloomberg tenta di scoprire i nomi delle istituzioni finanziarie private che hanno ricevuto il denaro.

Sarà il popolo americano in ultima analisi a doversi accollare tutto visto che il dollaro è svalutato poiché la Fed presta il denaro dal proprio bilancio o essenzialmente stampa solo più denaro, come ha spiegato un articolo della San Francisco Chronicle l'anno scorso.

I salari non terranno il passo dell'inflazione e, se si aggiunge all'equazione la serie di nuove tasse introdotte dall’amministrazione Obama, le conseguenze sono evidenti: un abbassamento del tenore di vita per milioni di appartenenti alla classe media americana.

paulson

Nel frattempo, Henry Paulson, uno dei principali architetti del “bailout” nonché l'uomo che ha perpetrato del terrorismo finanziario all’atto di minacciare il Congresso con scenari di legge marziale e rivolte alimentari, qualora non avessero approvato il primo pacchetto TARP, sfacciatamente s’intasca 200milioni in profitti Goldman Sachs esentasse mentre distribuisce miliardi in guadagni illeciti ai suoi compari banchieri, tutto questo dopo aver tirato un'esca e passare a cambiare l'intero centro del salvataggio dall’acquisto dei titoli di debito tossico fino a dare il denaro direttamente alle istituzioni finanziarie.

Abbiamo paura di pensare a quali saranno le cifre del salvataggio fra altri otto mesi. Triplicheranno ancora fino a 70 trilioni di dollari? Che ne dite di 100 trilioni di dollari?

L'unica cosa che può porre fine allo sfrenato saccheggio è il disegno di legge di Ron Paul volto all’auditing della Fed, che ha ricevuto un sostegno in Parlamento ma è stato bloccato da traditori occasionali prezzolati al Senato, che avrebbero invece dovuto vedere una continuazione del grande furto, anziché la responsabilità e la trasparenza.

di Paul Joseph Watson

Articolo originale: Paul Joseph Watson, Cost Of Bailout Hits A Whopping $24 Trillion Dollars. $80,000 for every American, «Prison Planet», Monday, July 20, 2009.

URL: http://www.prisonplanet.com/cost-of-bailout-hits-a-whopping-24-trillion-dollars.html.

Traduzione a cura di Pino Cabras

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