venerdì 24 luglio 2009

Congo, la guerra dei minerali alimentata dalle multinazionali


La Global Witness, Ong che denuncia gli abusi di risorse e le violazioni dei diritti umani nel mondo, ha appena pubblicato un rapporto su come diverse multinazionali contribuiscono ad alimentare la guerra nel Congo.
Secondo l'organizzazione, molte aree minerarie dell'est sono controllate dall'esercito nazionale e dai ribelli, che sfruttano i civili per avere accesso alle preziose risorse del territorio. Alcune compagnie europee ed asiatiche, come la THAISARCO di Bangkok, l'inglese Afrimex e la belga Trademet, acquisterebbero materiali da fornitori che trattano con le parti in guerra, finanziando così i gruppi armati e alimentando il conflitto.
Attraverso inchieste e indagini sul campo, la Global Witness ha scoperto come l'esercito congolese e i gruppi ribelli, nonostante siano in guerra tra loro, collaborino regolarmente spartendosi il territorio e spesso anche i guadagni delle attività minerarie illegali. Ad esempio, i ribelli ruandesi usano strade controllate dalle Forze Armate della Repubblica del Congo e viceversa; oppure, i minerali prodotti dai ribelli sono esportati attraverso aeroporti locali gestiti dall'esercito nazionale.
Grazie alla situazione caotica del settore minerario in Congo, combinata alla la crisi dello stato di diritto e alla devastazione causata dalla guerra, questi gruppi hanno ottenuto un accesso illimitato alle risorse minerarie, avviando attività commerciali redditizie. Il rapporto della Global Witness mostra l'incapacità del governo non solo nel salvaguardare le zone ricche di minerali, ma anche nel controllare il suo stesso esercito, che sta facendo affari nel settore a spese dello stato.
I gruppi armati riescono a sopravvivere proprio grazie al loro controllo illegale delle miniere, in quanto i profitti permettono l'acquisto di armi ed equipaggiamento. Per mantenere questa fonte di ricchezza, le diverse fazioni hanno commesso orribili abusi dei diritti umani, come il frequente assassinio di civili inermi, le torture, gli stupri, i saccheggi, l'arruolamento di bambini-soldato e la rimozione forzata di centinaia di migliaia di persone dalle loro terre.
Questo legame tra i gruppi armati e il traffico illecito di minerali era già stato documentato dall'ONU nel dicembre 2008. I prodotti al centro della violenza comprendono la cassiterite, la columbite-tantalite (o coltan) e la wolframite, che dal Congo passano attraverso il Rwanda e il Burundi per poi raggiungere i paesi dell'Asia Orientale, dove sono lavorati per ottenere metalli preziosi, come lo stagno e il tungsteno, usati nell'elettronica.
Una delle compagnie citate nel rapporto è la THAISARCO, la quinta maggiore produttrice mondiale di stagno, di proprietà del gigante britannico dei metalli, la Amalgamated Metal Corporation (AMC). Il maggior fornitore della THAISARCO vende cassiterite e coltan da miniere controllate dai ribelli ruandesi. Un'altra compagnia, l'inglese Afrimex, già nel 2008 fu ammonita dal governo britannico perché acquistava prodotti da fornitori in affari con un gruppo ribelle, ma nessun provvedimento concreto è stato preso contro di essa.
Tutte queste multinazionali hanno replicato alle accuse della Global Witness definendole senza fondamento, sostenendo anzi di aver sempre seguito le direttive ONU per garantire la massima trasparenza riguardo all'origine dei minerali. Il rapporto però rivela che i comptoirs, ovvero le agenzie che comprano, vendono ed esportano i minerali gestiti dai gruppi armati, sono regolarmente registrate e autorizzate dal governo congolese. Le compagnie straniere usano così lo status "legale" dei loro fornitori come giustificazione per proseguire i rapporti commerciali con loro, senza verificare l'origine precisa dei materiali né l'identità degli intermediari.
La Global Witness ha infine sottolineato che paesi come la Gran Bretagna e il Belgio, evitando sanzioni pesanti contro le loro multinazionali coinvolte in questi traffici, stanno quasi vanificando tutti i loro sforzi diplomatici ed economici per porre fine alla guerra del Congo.
di Marco Menchi

Mario Mori, i misteri del generale-negoziatore


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Tutto cominciò a puzzare di patti e di ricatti dentro a quella villa di Palermo, ultima residenza conosciuta di Salvatore Riina detto "Curto" o anche "zio Totò", capo dei capi di Cosa Nostra catturato dopo ventiquattro anni e sette mesi di indisturbata latitanza. Su tutto ciò che è avvenuto dopo ha sempre pesato quella "ipoteca": la mancata perquisizione del covo del mafioso di Corleone. La "trattativa" era iniziata da almeno sei o sette mesi e quel giorno - il 15 gennaio 1993 - presero il boss e lasciarono "a posto" tutto il resto. Le carte che Totò Riina aveva in custodia, la sua cassaforte, i suoi segreti. Probabilmente il più feroce dei corleonesi fu venduto da qualcuno. In cambio di una nuova "politica" di Cosa Nostra. In cambio di una pace con lo Stato italiano dopo Capaci, dopo Paolo Borsellino e prima delle bombe in Continente.

Tutto cominciò a ingarbugliarsi in quel covo dei misteri, controllato sulla carta ma in realtà abbandonato poche ore dopo l'arresto dello "zio Totò". Tutto cominciò con una "operazione sbirresca" contrabbandata come "più grande successo antimafia" dopo le stragi siciliane del 1992. "Il fatto non costituisce reato", hanno scritto i giudici della III sezione del tribunale di Palermo assolvendo il colonnello Mario Mori - allora vice comandante dei reparti speciali dei carabinieri e poi nominato capo del servizio segreto civile nel terzo governo Berlusconi - e il famosissimo capitano Ultimo per l'accusa di avere favorito Cosa Nostra. Avevano intrappolato Totò Riina, avevano giurato di "tenere sotto controllo" la villa e invece se n'erano andati. Quattro o cinque ore dopo avevano smontato le telecamere intorno al covo di via Bernini, avevano assicurato al procuratore Caselli che erano ancora lì, ma per diciannove giorni la villa fu un porto di mare. Entrarono tre o quattro mafiosi che - sereni e tranquilli - lo ripulirono. Perché andarono così le cose?

"Una dimenticanza", disse il colonnello. Fu smentito clamorosamente dal "diario" di un procuratore aggiunto, che aveva preso nota di tutti i suoi rapporti in quei diciannove giorni di falso controllo del covo. Perché si comportarono così quei carabinieri? Le motivazioni della sentenza di assoluzione sono contraddittorie. Da una parte dicono: "Se la cattura fosse stato il frutto di un accordo con lo Stato, tramite il quale era stata siglata una sorta di pax capace di garantire la restituzione e il ripristino della vita democratica sconquassata dagli attentati, e a Cosa Nostra la prosecuzione dei propri affari, sotto una nuova gestione latu sensu moderata, non si comprenderebbe perché l'associazione criminale abbia invece voluto proseguire con le eclatanti azioni delittuose, colpendo i simboli storico-artistici, culturali e sociali dello Stato". Dall'altra parte dicono i giudici: "L'imputato Mori pose in essere un'iniziativa spregiudicata che, nell'intento di scompaginare le file di Cosa Nostra ed acquisire utili informazioni, sortì invece due effetti diversi ed opposti: da una parte la collaborazione del Ciancimino che chiese di poter visionare le mappe della zona Uditore dove si sarebbe trovato il Riina...; dall'altra la "devastante" consapevolezza che le stragi effettivamente "pagassero" e lo Stato fosse ormai in ginocchio, pronto ad addivenire a patti". Assolti ma con riserva per via di una "serie concatenata di omissioni", assolti anche se "non è stato possibile accertare la causale delle condotte degli imputati".

Poi è arrivato il pentito Giovanni Brusca a raccontare che il colonnello Mori, nel frattempo diventato generale, aveva trattato con la mafia. Al processo in Firenze, quello delle stragi in continente, udienza dopo udienza si parlò del famigerato "papello". Il generale ha sempre negato di averlo visto, pur confermando di avere incontrato in quell'estate l'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino per "negoziare" con i boss. Quando? "Dopo le stragi in Sicilia", ha ammesso Mori. "Non è vero, è stato tra Capaci e via D'Amelio", ha rivelato alla fine del 2008 Massimo Ciancimino ai procuratori palermitani Antonio Ingroia e Nino Di Matteo. Uno sfasamento di tempi che ha fatto riaprire un'indagine nell'indagine.

Dal covo mai perquisito ai faccia a faccia con don Vito fino all'ultimo giallo: la latitanza infinita di Bernardo Provenzano. E' un altro degli affaire che è finito dentro alle inchieste di questi mesi sulla trattativa e sulle stragi. C'è già un processo in corso e l'imputato "per avere favorito Cosa nostra" è sempre lui: il generale Mario Mori. Secondo la denuncia di un suo vecchio collega, il colonnello Michele Riccio, in sostanza Mori non avrebbe voluto arrestare Provenzano che allora era ricercato da 32 anni. Riccio denuncia Mori, Mori denuncia Riccio: i magistrati palermitani hanno creduto al primo e mandato a giudizio il secondo. La testimonianza di Michele Riccio al processo: "Il mio confidente Luigi Lardo mi aveva avvertito telefonicamente di un suo incontro con Bernardo Provenzano. Lo dissi a Mori, ma non mostrò alcun cenno di interesse".
di ATTILIO BOLZONI

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