mercoledì 22 luglio 2009

Vicenda Rio Tinto, la Cina non dialoga con l'Australia


Il ministro degli Esteri australiano Stephen Smith oggi ha detto di sperare in un incontro con la controparte cinese per discutere dell'arresto di impiegati di Rio Tinto dopo che fonti di Pechino hanno riferito che non c'è in programma alcun incontro.

L'arresto dell'australiano Stern Hu e di suoi tre colleghi di nazionalità cinese ha gettato un'ombra sulle relazioni tra Australia e Cina, e Pechino ha intimato a Canberra di rispettare la sua indipendenza in tema di giustizia. L'arresto ha inoltre agitato il settore del commercio di minerali ferrosi, ma la Rio Tinto, che ne vende grandi quantità alle fabbriche cinesi ogni anno per miliardi dollari, ha detto che continuerà a rifornirle. "Rio Tinto è convinta che le accuse riportate recentemente dai media che i dipendenti fossero coinvolti in un giro di corruzione di dirigenti delle industrie minerarie cinesi siano completamente infondate", ha detto Sam Walsh, AD della divisione minerali ferrosi di Rio Tinto.

Fonte: Reuters e WallStreetItalia

L’impero americano delle basi militari e delle ambasciate fortificate è destinato a mandare in bancarotta gli Stati Uniti d’America


Il recente annuncio della costruzione di una nuova mega-ambasciata americana in Pakistan segue di pochi mesi l’inaugurazione della mastodontica ambasciata americana di Baghdad, la più grande del mondo. Ma l’impero americano delle basi militari e delle ambasciate fortificate è destinato a mandare in bancarotta gli Stati Uniti d’America – sostiene il professore americano Chalmers Johnson
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L’impero delle basi militari americane – che con i suoi 102 miliardi di dollari all’anno costituisce già la più costosa impresa militare del mondo – è diventato ancora più caro. Per cominciare, il 27 maggio scorso il Dipartimento di Stato ha annunciato la costruzione di una nuova “ambasciata” a Islamabad, in Pakistan, che, con i suoi 736 milioni di dollari, sarà la seconda ambasciata più costosa mai costruita. E costerà solo 4 milioni di dollari in meno (se i costi non aumenteranno) rispetto all’ambasciata – grande quanto la Città del Vaticano – che l’amministrazione di George W. Bush ha costruito a Baghdad.

Secondo quanto riferito, il Dipartimento di Stato aveva anche pianificato di acquistare l’Hotel a cinque stelle (con piscina) Pearl Continental a Peshawar, vicino al confine con l’Afghanistan, da utilizzare come consolato e residenza per il suo personale in loco.

Purtroppo per questi piani, il 9 giugno i militanti pakistani hanno lanciato contro l’hotel un camion carico di esplosivo, uccidendo 18 persone, ferendone almeno 55, e causando il collasso di un’intera ala dell’edificio. Da allora non vi è stata più alcuna notizia circa l’intenzione del Dipartimento di Stato di proseguire con l’acquisto.

Indipendentemente da quelli che saranno i costi reali, essi non saranno inclusi nel già mastodontico bilancio militare degli USA, sebbene nessuna di queste strutture sia stata progettata per essere una vera e propria ambasciata – ovvero un luogo dove gli abitanti locali si recano per i visti, e i funzionari americani rappresentano gli interessi commerciali e diplomatici del loro paese. Al contrario, queste cosiddette ambasciate saranno in realtà dei complessi circondati da mura, simili a fortezze medievali, in cui spie, soldati, funzionari e diplomatici americani cercheranno di tener d’occhio le popolazioni ostili in una regione in guerra. Si può predire con certezza che esse ospiteranno un numeroso contingente di marines ed avranno sul tetto una piattaforma per l’atterraggio degli elicotteri, come rapida via di fuga.

Sebbene possa essere di conforto, per i dipendenti del Dipartimento di Stato che lavorano in luoghi pericolosi, sapere di poter godere di una qualche protezione fisica, deve essere ovvio anche ai loro occhi, così come agli occhi delle popolazioni nei paesi in cui essi svolgeranno il loro servizio, il fatto di essere visibilmente parte di un’aggressiva presenza imperiale americana. Non dovremmo sorprenderci se i militanti che attaccano gli Stati Uniti trovano nelle nostre ambasciate simili a fortezze (per quanto pesantemente sorvegliate) dei bersagli più facili rispetto alle grandi basi militari.

Ma cosa viene fatto, invece, con le nostre basi militari, che ammontano a quasi 800 in tutto il mondo? Persino mentre il Congresso e l’amministrazione Obama si azzuffano riguardo al costo dei salvataggi delle banche, del nuovo piano per la sanità, dei controlli dei tassi di inquinamento e di altre spese nazionali necessarie, nessuno suggerisce che la chiusura di alcune di queste impopolari e costose enclave imperiali potrebbe essere un buon modo per risparmiare un po’ di denaro.

Invece, con tutta evidenza, esse stanno per diventare ancora più costose. Il 23 giugno, il Kirghizistan, l’ex repubblica sovietica dell’Asia centrale che nel febbraio del 2009 aveva annunciato la sua intenzione di espellere le forze armate USA dalla base aerea di Manas (utilizzata dal 2001 come scalo per la guerra in Afghanistan), ha dichiarato di essersi convinto a lasciare in loco le forze americane.

Ma ecco qui l’inghippo: in cambio di questo favore, il canone d’affitto annuo che Washington paga per l’uso della base sarà più che triplicato rispetto al valore precedente (da 17,4 milioni a 60 milioni di dollari), a cui bisogna aggiungere ulteriori milioni di dollari da utilizzare per i promessi miglioramenti dei servizi aeroportuali, e per altri “contentini” finanziari. Tutto questo perché l’amministrazione Obama, che si è impegnata ad estendere la guerra nella regione, è convinta di aver bisogno di questa base per il deposito ed il trasbordo dei rifornimenti in Afghanistan.

Ho il sospetto che questi sviluppi non passeranno inosservati negli altri paesi in cui gli americani sono una presenza impopolare e indesiderata. Ad esempio, gli ecuadoriani hanno chiesto agli Stati Uniti di lasciare la base aerea di Manta entro novembre. Naturalmente, essi devono difendere il proprio orgoglio, per non parlare del fatto che a loro non piace avere soldati americani che bighellonano in Colombia e in Perù. Tuttavia, essi potrebbero probabilmente aver bisogno di un po’ più di denaro.
E cosa dire dei giapponesi, che per più di 57 anni hanno profumatamente pagato per ospitare basi americane sul loro territorio? Recentemente, hanno raggiunto un accordo con Washington per trasferire alcuni marines americani dalle basi di Okinawa a Guam, in territorio americano. In questo processo, tuttavia, essi sono stati costretti a pagare non solo per il costo del trasferimento dei marines, ma anche per costruire nuove strutture a Guam per il loro arrivo. È possibile che ora prendano spunto dal governo del Kirghizistan, e dicano agli americani di andarsene e assumersene i costi?

Oppure potrebbero quantomeno smettere di finanziare quello stesso personale militare americano che ha violentato donne giapponesi e reso la vita miserabile a chiunque viva nelle vicinanze delle 38 basi USA a Okinawa. Questo è certamente ciò che gli abitanti di Okinawa sperano, e ciò per cui pregano fin dall’arrivo degli Stati Uniti nel 1945.

In effetti, ho un suggerimento per gli altri paesi che si stanno stancando della presenza militare americana sul loro territorio: denaro in contanti ora, prima che sia troppo tardi. O alzate la posta in gioco, o dite agli americani di andarsene a casa. Incoraggio questo comportamento perché sono convinto che l’impero delle basi americane presto manderà in bancarotta il nostro paese, e quindi – analogamente alla bolla finanziaria o a uno schema piramidale (un modello commerciale non sostenibile, in cui lo scambio di beni o servizi viene effettuato attraverso la continua affiliazione di nuovi membri all’interno dello schema, in forma piramidale appunto (N.d.T.) ) – se siete investitori, è meglio che recuperiate i vostri soldi fintanto che è ancora possibile.

Questo è, naturalmente, ciò che è successo ai cinesi e agli altri finanziatori del debito pubblico americano. Solo che loro stanno incassando silenziosamente e lentamente, in modo da non intaccare il valore del dollaro, fintanto che sono ancora in possesso di una tale quantità di valuta americana. Non commettete errori, però: che gli Stati Uniti si stiano dissanguando rapidamente o lentamente, ciò che conta è che si stanno dissanguando, e il fatto che essi continuino ad aggrapparsi al loro impero militare e a tutte le basi che ne conseguono, in ultima analisi segnerà la fine degli Stati Uniti, così come li conosciamo noi.

Contateci, le future generazioni di americani che viaggeranno all’estero tra qualche decennio non troveranno più un paesaggio costellato da “ambasciate” del valore di miliardi di dollari!

di Chalmers Johnson

Chalmers Johnson è uno storico e saggista americano; è professore emerito all’Università della California, ed è autore della trilogia “Blowback”, “The Sorrows of Empire”, e “Nemesis: The Last Days of the American Republic”

Fonte: http://www.atimes.com/

Titolo originale:

Baseless expenditures

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