martedì 21 luglio 2009

La Banca Centrale contro la tassa sull'oro


Utile netto della Banca d’Italia e sue destinazioni (milioni di euro)
La Bce ha dato parere negativo all'imposta sulle plusvalenze sulle riserve di metalli preziosi per uso non industriale, prevista nel decreto anticrisi. La norma metterebbe a rischio l'indipendenza finanziaria della Banca d'Italia, con ripercussioni negative sulla conduzione della politica monetaria dell'intero eurosistema. E potrebbe consentire l'aggiramento del divieto imposto dal Trattato al finanziamento dello Stato da parte della banca centrale nazionale. Un ripensamento sulla politica di riserve ufficiali potrebbe esserci alla scadenza del Gold Agreement.La Banca centrale europea ha espresso un parere negativo sulla norma, inclusa nel decreto anticrisi del governo, che introduce un’imposta sostitutiva, non deducibile dall’Ires, con un’aliquota del 6 per cento, sulle plusvalenze, iscritte in bilancio, sulle riserve di metalli preziosi per uso non industriale. Il parere è stato emesso perché in base al Trattato dell’Unione Europea la Bce deve esprimersi su norme che incidano sulla situazione patrimoniale delle banche nazionali che fanno parte dell’eurosistema. Anche se non è menzionata espressamente, la norma del decreto si applicherebbe quasi esclusivamente alla Banca d’Italia, le cui riserve auree, per effetto della rivalutazione, sono passate da 44,8 miliardi di euro nel 2007 a circa 49 miliardi di euro nel 2008; se valutate dall’inizio dell’Ume nel 1999, le plusvalenze sono pari a 29,6 miliardi di euro. Il successivo maggior investitore in oro in Italia è la Banca Etruria, per ciò in relazione alla sua attività con il comparto orafo dell’aretino (nel bilancio 2008 risultano circa 39 milioni di euro in oro).

UN PARERE DETTAGLIATO

Il parere negativo è dettagliato, con un’argomentazione puntigliosa sia su come un governo di un paese dell’Ume dovrebbe interagire con l’eurosistema e con la banca nazionale che ne è componente, sia sul merito contabile e fiscale del provvedimento. Le critiche, in sintesi, riguardano i rischi che la norma farebbe sorgere circa l’indipendenza finanziaria della Banca d’Italia, con ripercussioni negative sull’indipendenza nella conduzione della politica monetaria da parte dell’eurosistema, e il possibile aggiramento del divieto del Trattato al finanziamento dello Stato da parte della banca centrale.
L’utile della Banca d’Italia, al netto delle imposte sui redditi societari, si divide in base allo statuto, in tre componenti: una componente simbolica di remunerazione agli azionisti (banche, assicurazioni, enti pubblici), una quota pari a circa il 40 per cento al rafforzamento patrimoniale, con accantonamenti alla riserva ordinaria e straordinaria, e la parte restante (circa 3/5) retrocessa allo Stato (vedi tabella per il periodo Ume).
Il gettito di 1 miliardo di euro previsto dalla relazione tecnica al decreto legge per il primo anno di applicazione della nuova imposta è quasi pari alla somma delle retrocessioni che hanno avuto luogo dal 1999 al 2008, ovvero pari a un multiplo da 6 a 40 volte l’utile netto dal 2002. (1) Se questo non fosse capiente per pagare l’imposta sostitutiva, la Banca d’Italia, che non può stampare moneta, dovrebbe modificare la sua politica di accantonamenti a riserve o vendere attività per la parte eccedente i dividendi distribuiti e le retrocessioni allo Stato, intaccando così il proprio patrimonio e di conseguenza quello dell’eurosistema. Si realizzerebbe di fatto untrasferimento di risorse finanziarie allo Stato, in relazione a un’imposta che tassa plusvalenze non realizzate, e presumibilmente non realizzabili, dato il ruolo dell’oro nella politica sulle riserve ufficiali, in oro e in valute estere, della banca centrale.
L’Italia è al quarto posto nel mondo, dopo Usa, Germania, Fmi, quanto a tonnellate d’oro possedute: 2452, una quantità prossima a quella già posseduta nel 1968. Deriva dalla scelta strategica di disporre, a garanzia del rischio di credito del paese, di un’attività con rendimenti largamente indipendenti da quelli di attività finanziarie, tanto che nella crisi del 1976 l’Italia ottenne un prestito dalla Bundesbank dando in pegno il suo oro. Il 26 novembre 2009 scade l’accordo quinquennale, il cosiddetto Gold Agreement tra diciassette banche centrali e organismi internazionali come Fmi e Bri, in base al quale sono concordati tra gli aderenti piani di vendita dell’oro, con vincoli sulle quantità complessive e su quelle relative a ciascun anno, in modo da evitare bruschi cali nei prezzi, data la proporzione tra lo stock e la produzione corrente del metallo. Nel quinquennio 2004-2009 sono state vendute 1.428 tonnellate di oro da parte di alcune banche centrali della eurozona: 557 da parte della Francia, che ora ha quasi le stesse riserve auree dell’Italia. Ove si ritenesse opportuno un ripensamento sulla politica di riserve ufficiali del paese, il rinnovo dell’accordo potrebbe essere l’occasione in cui, con il pieno coinvolgimento e accordo della Banca d’Italia, potrebbe essere definito un piano di riduzione, realizzando le relative plusvalenze.

IL PRECEDENTE DEL 2002

Il parere della Bce richiama le preoccupazioni espresse in quello a proposito del concambio di titoli pubblici suiniziativa dal Tesoro nel 2002. Nel dare un parere positivo, perché sul piano tecnico lo swap tra titoli non negoziabili con altri negoziabili migliorava la trasparenza della situazione contabile dell’eurosistema, la Bce esprimeva la preoccupazione che l'obiettivo potesse essere in realtà secondario rispetto a quello di realizzare per via contabile una riduzione una tantum del debito pubblico. La minusvalenza di oltre 21,5 miliardi di euro, corrispondente alla riduzione ottenuta sullo stock del debito pubblico, fu allora compensata nel bilancio della Banca d’Italia da una riduzione delle riserve per rivalutazione dell’oro fino all’inizio dell’Ume e intaccando altri fondi rischi. Inoltre, venne prevista la deducibilità della minusvalenza, da usufruire entro un periodo ventennale, iscrivendo imposte attive per un valore vicino ai 6 miliardi di euro (importo ottenuto applicando l’aliquota dell’Ires alla minusvalenza). Questa voce all’attivo è giustificata se, date le prospettive reddituali della banca centrale, è ragionevole presumere imponibili sufficienti a usufruire delle perdite fiscali pregresse. Nel 2005 la scadenza è stata eliminata, ma è stato posto un vincolo alla deducibilità sino alla metà dal reddito imponibile. Di fatto, alla fine del 2008, la posta delle imposte differite attive è rimasta pressoché invariata. Il valore attualizzato del beneficio fiscale è dunque ridotto rispetto al 2002, con un conseguente danno patrimoniale per la banca centrale. Questa inoltre non può compensare neanche parzialmente i nuovi oneri fiscali, vista la non deducibilità dell’imposta dall’Ires.
È comprensibile come questo precedente alimenti le perplessità della Bce sulla nuova imposta. Le perplessità non sono certo fugate dall’emendamento parlamentare proposto il 15 luglio, dopo la ricezione del parere. Non risponde infatti ai punti di merito sollevati dalla Bce, perché trasforma l’imposta da permanente a una tantum, riduce dal 6 all’1 per cento l’aliquota, riferita esplicitamente allo stock di plusvalenze alla fine del 2009, con un introito di circa 350 milioni di euro, tenuto conto anche delle plusvalenze maturabili nel 2009. Èstato dunque opportuno che il presidente della Camera abbia dichiarato non ammissibile l'emendamento, con una decisione analoga a quella presa nel 2002 da parte di un suo predecessore nei riguardi di un emendamento riguardante le riserve valutarie “in eccesso” della Banca d’Italia.

(1) L’aggettivo non deve ingannare: almeno per la parte relativa alla norma in esame è arduo raccordare le stime con i dati di bilancio della Banca d’Italia, così come indeterminate rimangono le caratteristiche dell’imposta. A titolo d’esempio, l’introito previsto di 1 miliardo nel primo anno viene calcolato applicando l’aliquota del 6 per cento a plusvalenze pari a 17 miliardi, indicate alcune righe prima in 19, quando quelle nel bilancio BI sono 29,6; nessuna previsione è fatta sugli anni successivi.

di Giuseppe Marotta

Link: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001214.html

«Dolphin», il delfino che mira l'Iran


Il Delfino è emerso dal mare di fronte ai villeggianti che facevano il bagno a Eilat, il porto israeliano nel golfo di Aqabah sul Mar Rosso. Non era però un cetaceo, ma un «Dolphin», uno dei sottomarini israeliani armati di missili nucleari. La notizia ha fatto sensazione.

Non è però un mistero che i «Dolphin» incrocino nel Mar Rosso per tenere sotto tiro l'Iran: lo abbiamo scritto sette anni fa sul manifesto (5-4-2002). I primi tre sottomarini di questa classe, dotati dei più sofisticati sistemi di navigazione e combattimento, sono stati forniti a Israele dalla Germania negli anni '90, due sotto forma di dono. Su richiesta israeliana, ai sei tubi di lancio da 533mm, adatti ai missili da crociera a corto raggio, ne sono stati aggiunti in ogni sottomarino quattro da 650 mm, per il lancio di missili da crociera nucleari a lungo raggio: i Popeye Turbo, che possono colpire un obiettivo a 1.500 km. Sono missili derivati da quelli statunitensi, di cui l'israeliana Rafael e la Lockheed-Martin hanno realizzato congiuntamente anche una versione per aerei.

Nel 2010, ai tre sottomarini da attacco nucleare se ne aggiungeranno altri due, sempre forniti dalla Germania. Sono costruiti dai cantieri Howaldtswerke-Deutsche Werft AG per 1,27 miliardi di dollari, un terzo dei quali finanziato dal governo tedesco. Il Jerusalem Post conferma che anche i due nuovi sottomarini, la cui sigla è «U-212», vengono costruiti secondo le «specifiche israeliane»: hanno maggiore velocità (20 nodi) e un maggiore raggio d'azione (4.500 km) e sono più silenziosi, in modo da potersi avvicinare agli obiettivi senza essere individuati.
Secondo esperti militari, dei tre «Dolphin» forniti dalla Germania, uno viene tenuto in navigazione nel Mar Rosso e Golfo Persico, l'altro nel Mediterraneo, mentre il terzo rimane di riserva. Con l'aggiunta di altri due, il numero di quelli in navigazione, pronti all'attacco nucleare, potrà essere raddoppiato. E questa è solo una parte delle forze nucleari israeliane, il cui potenziale viene stimato in 200-400 testate nucleari, con una potenza equivalente a quasi 4mila bombe di Hiroshima, e i cui vettori comprendono oltre 300 caccia statunitensi «F-16» e «F-15» e circa 50 missili balistici «Jericho II» su rampe di lancio mobili. Queste e altre armi nucleari sono pronte al lancio ventiquattr'ore su ventiquattro.
Il governo israeliano, che rifiuta il Trattato di non-proliferazione, non ammette di possedere armi nucleari (la cui esistenza è riconosciuta dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica), ma lascia intendere di averle e poterle usare. Si spiega così perché il «Dolphin» sia apparso agli occhi dei bagnanti di Eilat e perché il Jerusalem Post dia notizia che esso è transitato dal canale di Suez di ritorno da una esercitazione nel Mar Rosso. Come scrive lo stesso giornale, è «un segnale all'Iran». In altre parole, un modo per far capire all'Iran e altri paesi della regione, i quali non possiedono armi nucleari, che Israele invece ce l'ha ed è pronto a usarle.

Un ulteriore «segnale di avvertimento all'Iran» è la notizia, riportata da Ha'aretz, che ieri anche due navi da guerra israeliane, la «Hanit» e la «Eilat», hanno attraversato il canale di Suez dirette nel Mar Rosso. La «Hanit» vi era già transitata in giugno insieme al sottomarino «Dolphin». Ciò implica un accordo israelo-egiziano in funzione anti-Iran. Le stesse fonti militari israeliane parlano di un «cambio di politica», che permette alle unità della marina di transitare liberamente dal Canale. Lo ha confermato il ministro degli esteri egiziano Ahmed Aboul Gheit, che ha definito «legittimo» l'uso militare del canale di Suez da parte di Israele, stabilito da «un accordo tra il Cairo e Gerusalemme». Vi è quindi un più stretto collegamento strategico tra Mediterraneo, Mar Rosso e Golfo persico.
E, mentre Israele si esercita all'attacco nucleare contro l'Iran, i leader del G8 (quasi tutti attivi sostenitori del programma nucleare militare israeliano) denunciano «i rischi di proliferazione posti dal programma nucleare iraniano», nei documenti approvati a l'Aquila l'8 luglio «nel corso della cena».

di Manlio Dinucci - «il manifesto»

Comparso su http://www.megachipdue.info/

Link: http://www.megachipdue.info/component/content/article/42-in-evidenza/269-iran-nel-mirino-dei-delfini-war-game-nel-mar-rosso.html

Silvio e il suo autunno


I documenti sonori resi pubblici dall'Espresso dicono che Patrizia D'Addario, prostituta, ha detto la verità e Silvio Berlusconi, capo del governo, ha mentito. È giunto allora il momento di tirare qualche (temporanea) conclusione sull'affare che, nel "carnevale permanente" dell'Italia di oggi, rischia di uscirne sfigurato e invece ha un solo, ostinatissimo punto fermo: Silvio Berlusconi è costretto o a tacere o a mentire perché non è nelle condizioni di rispondere ad alcuna domanda. Non è che il Cavaliere non abbia provato a dare qualche risposta. Ci ha provato ripetutamente, confusamente, animatamente, affannosamente e sempre in condizioni protette (giornali di sua proprietà, il servile servizio pubblico della Rai), mai riuscendo nell'impresa di non contraddirsi. Di non ingannare. Di non smentire se stesso. Di non dover ammettere a collo torto quel che aveva già pubblicamente negato. Oggi, nel mondo rovesciato che lo protegge, frulla qualche argomento buffo: in difficoltà dovrebbe essere chi chiede la verità e non chi, impossibilitato a raccontarla ai pensanti, vive sotto tutela, in fuga da se stesso e dalla sua vita, nascosto anche al suo amatissimo pubblico al quale sempre chiede che lo applauda e gli voglia bene. È il mondo della verità rovesciata. Sono i prodigi di un'Italia con malattie organiche, impavidamente adulatoria, pronta a proclamare presto Berlusconi anche "correttore di terremoti, delle eclissi, degli anni bisestili e degli altri errori di Dio".

La scena diventa da farsa se soltanto si ricorda che, nel corso del tempo, il lavoro giornalistico (non solo di questo giornale e di questo gruppo editoriale) ha sempre meglio definito il "sistema di scambio sesso-danaro-potere" inaugurato da Berlusconi (Dominijanni, Manifesto, 14 luglio). Si dice: non ci sono più spine che pungono il Cavaliere, magari un po' ammaccato, Berlusconi l'ha fatta franca anche questa volta, ed è tutto un vivamaria. Come se si potessero dimenticare le "storie" note. È vero che "la memoria politica ha delle sincopi" (Franco Cordero), ma in questo caso i ricordi non sono ancora deperiti. Conviene riproporli in bell'ordine: Berlusconi premia con candidature al Parlamento le giovani donne che sono state gentili con lui a Palazzo o in Villa. Berlusconi frequenta minorenni, ne lusinga una (Noemi) sbirciando un portfolio procuratogli da Emilio Fede, le promette un futuro nello spettacolo o, in alternativa, a Montecitorio. Berlusconi fa sesso con prostitute che affollano le sue feste, qualcuna (come Patrizia d'Addario) diventa candidata. La politica può assuefarsi a questo varietà che disonora le istituzioni e le rende vulnerabilissime come osservano anche le teste meno ammobiliate che, mentre gridano "che schifo!", non si accorgono di aver detto che "il governo è ricattato da succhiatrici di capezzoli"? Può essere considerata ordinaria, nel mondo evoluto, una così smaccata debolezza di un premier all'estorsione, al ricatto? È un aspetto rilevante della storia perché quel che non mancano in quest'affare sono le testimoni, e quindi gli attori di una possibile coercizione delle volontà del capo del governo. Sono decine e decine le amanti senza amore, ricompensate bene o mediocremente, che si sono succedute nel serraglio del capo del governo. Festa dopo festino. Orgia dopo orgia. Nel taccuino del pubblico ministero di Bari ci sono diciannove nomi di giovani donne che hanno partecipato alle feste di Palazzo Grazioli o di Villa Certosa. Il pubblico ministero deve dimostrare che un ruffiano ha favorito la prostituzione. Ne sono state sufficienti quattro, di quelle diciannove giovani donne, per chiudere il cerchio. Il loro racconto è stato univoco: sono state pagate dal ruffiano, amico di Berlusconi, per andare a Palazzo e, in qualche caso, per fare sesso con il "sultano" o infilarsi in formazioni - diciamo - più eclettiche e animate nel "letto grande", dono stravagante (o intenzionale) di Vladimir Putin. Il ruffiano le ha pagate per le loro prestazioni e quattro fonti di prova sono sufficienti per il processo, pensa il pubblico ministero. Che mette punto. Non vuole scandali. Vuole un processo.

Si sa come Berlusconi si scrolla di dosso la polvere: è vero, ho fatto sesso con Patrizia D'Addario, ma non sapevo che fosse una prostituta, ho invitato in casa un'ospite sbagliato, tutto qui. L'argomento del "sultano" è degno di Friedrich Durrenmatt: "Il caso è stato interpretato come intenzione, la sventatezza come proposito deliberato". In questa storia - è un domino, Veline, Noemi, D'Addario - affiora dunque una nuova tessera da vagliare: caso o intenzione, sventatezza o programma, la presenza di zambràccole nel "letto grande"? I documenti sonori dell'Espresso sono la risposta inoppugnabile all'interrogativo. Berlusconi sa che Patrizia è una prostituta (lo sa perché deve pagarla "con una busta"), lo sa per i giochi multipli che propone alla signora. È una realtà così caparbia che non lascia margini all'avvocato del presidente (quello dell'utilizzatore finale). Nicolò Ghedini deve negare alla radice che quella realtà ci sia; deve dire che è inventata nella pretesa - si potrebbe dire totalitaria - di eliminare in un colpo solo ragione, memoria e finanche l'udito.

A quasi tre mesi dal viaggio a Casoria per i diciotto anni di Noemi, un provvisorio rendiconto deve concludere che Silvio Berlusconi ha in questi mesi attraversato, senza pudicizia, tutta intera la fenomenologia della menzogna. Nella sua classificazione, Vladimir Jankélévitch distingue la menzogna in base al rapporto che intrattiene con la verità. E dunque c'è la dissimulazione, quando ci si limita a nascondere la verità (Berlusconi ha detto: "Non ho mai voluto candidare veline, non frequento minorenni"). L'alterazione, quando si modifica la natura del vero (Berlusconi ha detto: "Non sapevo che Patrizia fosse una prostituta"). La deformazione, quando se ne ingrandisce o se ne rimpicciolisce il formato (Berlusconi ha detto: "Ho visto tre, quattro volte Noemi e sempre con i genitori"). L'antegoria, quando si dice l'assoluto contrario (Berlusconi ha detto: "Non ho mai pagato una prostituta"). La fabulazione, quando invece di mascherare la verità, la si inventa di sana pianta (Berlusconi ha detto: "C'è un progetto eversivo contro di me").

Verità e menzogna. Etica pubblica. Fiducia tra eletto ed elettori. Tra i pifferi e le grancasse di un'Italia ingaglioffita o pavida, di questo ci parla uno scandalo, da cui il capo del governo non riesce a venir fuori. Non c'è bisogno di ripetere quanto hanno scritto qui Carlo Galli (L'etica della democrazia, 22 giugno), Stefano Rodotà (L'etica pubblica perduta, 10 luglio; Il dovere della chiarezza, 13 luglio), Edmondo Berselli (Verità finte e bugie vere, 15 luglio). Dovrebbe essere ormai chiaro che "chi mente - non importa su che cosa - è un pericolo per la libertà e la democrazia" e diventano "parole al vento" gli "assennati appelli alla concordia e al dialogo senza il parallelo, anzi preliminare, appello alla chiarezza della verità" (Gustavo Zagrebelsky, Quando il potere teme la verità, 17 luglio). A meno di non voler pensare, come il patriarca di Marquez: "Non importa che una cosa non sia vera, che cazzo, lo diventerà col tempo".

Quel tempo non arriverà fino a quando rifiuteremo di credere vero ciò che sappiamo falso, fino a quando continueremo a chiedere al patriarca di turno di rendere disponibile la verità in un dibattito pubblico. Finanche Berlusconi, all'alba della sua avventura politica, era d'accordo: "La gente deve fidarsi solo di chi dice la verità" (2 marzo 1994). E dunque, presidente, adesso che è al suo autunno, come ci si può fidare di lei?

di GIUSEPPE D'AVANZO

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