venerdì 17 luglio 2009

La Mafia Balcanica cerca di creare una "Cupola"


Il rapporto della World Security Network ( Rete internazionale per la sicurezza) rileva come uno dei problemi principali di Paesi Balcanici è l'esistenza di gruppi di criminalità organizzata sempre più estesi ed evoluti. Come conferma l'autore del rapporto, Ioannis Michaletos, la crisi economica globale, insieme con una situazione instabile che dura già da anni, offre una piattaforma di lancio per i gruppi organizzati all'interno della regione per rafforzare le loro organizzazioni. Ciò che potrebbe costituire in futuro un vero pericolo, sono proprio quei gruppi che sono in grado di “fare le regole di gioco”, non soltanto nella zona balcanica, ma anche ad un più ampio livello internazionale e all'interno delle loro istituzioni. Sulla base di varie fonti locali e internazionali, i gruppi criminali stanno cercando di unirsi già da un po' di tempo. Lo scopo principale di tali entità è organizzare in maniera sistematica e settoriale i diversi soggetti coinvolti nelle varie attività illegali. L'idea più grande è stata proprio quella di organizzare le operazioni “multidimensionali”, e in altre parole formare dei gruppi multietnici che raggruppano persone di vari Paesi per poi essere coordinate all'interno delle diverse operazioni. Una metodologia già in atto, come dimostra l'esistenza di gruppi criminali rumeno-bulgaro oppure montenegrino-croato. Esistono anche i cosiddetti gruppi “jugoslavi”, costituiti da persone provenienti dai Paesi della ex Jugoslavia.Le associazioni criminali, di fatti, usano la loro gente per raccogliere informazioni sul territorio e per preparare così “il terreno” in maniera da facilitare il raggiungimento del mercato europeo. L`ultimo rapporto dello State Department US. , allo stesso modo, conferma che la criminalità organizzata che esiste nei Balcani potrà provocare gravi problemi ai Paesi dell'Unione Europea, e si proporrà come “sfida per i governi” che dovranno combattere insieme. Uno degli elementi che li rende così pericolosi è il fatto che questi gruppi criminali sono in possesso di una grande quantità di capitale e contate, che potrà essere facilmente impiegato in attività totalmente legali, riciclando il proprio denaro nel settore immobiliare, turistico o delle infrastrutture. Per fermare tale circolo vizioso, occorrerebbe agire spezzando il collegamento esistente tra le istituzioni bancarie e la criminalità, considerando che "le banche europee pretendono il rispetto delle loro regole e non permetteranno che entri una tale illegalità di massa". Tuttavia, messa su questo piano, la questione non sembra inquadrata in un'ottica a largo spettro, perchè tali rapporti pongono come presupposto iniziale il fatto che i Paesi della Comunità internazionale sono totalmente garantisti e rispettosi della legge, mentre gli Stati non integrati siano sempre un nido di criminalità organizzata e corruzione.

Cambia, in un certo senso, la moneta di scambio che viene chiesta ai Balcani come prezzo per l'integrazione, passando così da Karadzic e Mladic, a
Joca Amsterdam, Zeljko Milovanovic, clan di Zemun, clan Osmani e tutti i possibili clan che fanno più comodo a raggiungere determinati scopi. Ogni qualvolta si vuol dimostrare quanto sono “bravi e buoni Balcanici” si chiedeva la consegna di qualcuno o qualcosa. La visione di tale problema resta sempre miope, in quanto nello State Departement US. non si potranno mai trovare i conti bancari segreti svizzeri, grazie ai quali le più grandi reti criminali riciclano il denaro ottenuto dai traffici illeciti mediante progetti umanitari di associazioni non governative. Si fatti, la “mafia umanitaria” coesiste e si nutre delle risorse dei più grandi gruppi criminali che spacciano droga e trafficano materiale nucleare, per poi far cadere la colpa su quei piccoli criminali che hanno conosciuto in qualche bunker durante la guerra, offerti per “salvare il loro Paese e i propri interessi”. Così è accaduto in Croazia, Serbia, Montenegro, Albania, Kosovo, Macedonia, dove i Governi sono stati ricattati per le proprie idee nazionaliste e sono caduti nella trappola di un ragno che si muove in ogni parte del mondo. Oggi i Balcani ma domani Uganda, Kongo, Afghanistan, Iran, Korea del Sud, o qualsiasi altro Paese in cui poter favoreggiare e ampliare la piccola criminalità locale, per usarla a proprio piacimento fin quando serve, e poi gettarla perchè costituisce “un problema grave” che ostacola lo sviluppo del paese e la stabilità della regione.

Il loro obiettivo è andare nei paesi “non stabili” per stabilizzare i governi, la politica, e la mappa mentale della popolazione locale. La nuova globalizzazione, utilizzando la frusta del crimine organizzato, getta su ogni cittadino il peso una tassa in più, privandolo poi della possibilità di rivalutare le proprie qualità per poter contribuire da solo alla ricostruzione del proprio Paese. Uno di più grandi esemplari nella destabilizzazione della regione - secondo il rapporto della Rete internazionale per la sicurezza - è l'Albania, descritta come il "nodo del traffico della droga" della regione, nonché il più grande produttore di cannabis esportata in Grecia e in Italia, per poi essere riesportata nei vari paesi dell'UE. Una simile situazione si ripete anche in Bulgaria, che distribuisce cocaina e droghe sintetiche. Invece la Bosnia è stata presentata come il Paese del traffico delle donne, della droga e degli immigrati. La Repubblica macedone si aggiunge al traffico degli immigrati provenienti dal Kosovo e delle armi. Un paese che non viene considerato “balcanico” e che comunque rientra nella giostra della criminalità organizzata è la Grecia, attraverso la quale passa il traffico degli immigrati provenienti da Africa e Asia nonché quello delle armi. Non a caso, Atene diventa sempre più protagonista delle cronache internazionali per le sue manifestazioni violente e gli attentati, dipingendo così l'immagini di un Paese che si avvicina all'instabilità, tipicamente balcanica. I re della eroina, ovviamente, sono i kosovari che, insieme con montenegrini e croati, gestiscono le rotte verso l'America latina, essendo così la “valvola di sfogo” per i Paesi UE. La Romania, secondo lo State Departement , è il Paese che sembra essere meno coinvolto nella criminalità organizzata, un giudizio anche questo discutibile, considerando i trascorsi di Bucarest, che viene così elevata al pari di un Paese europeo, forse per rispondere anche a certi interessi.
Inoltre, la Turchia è insieme con il Kosovo, un punto di distribuzione di narcotici del Paesi asiatici, verso il mercato europeo. I punti di riferimenti sono Milano, Zurigo, Vienna, Copenhagen e Londra, nonché persino Bruxelles e New York.

E' interessante che, il rapporto dello State Departement, considera il Kosovo come provincia serba, e non come Stato indipendente, nonostante gli Stati Uniti abbiano riconosciuto l'indipendenza del Kosovo: un riflesso quasi automatico quando si deve attribuire alla Serbia qualsiasi elemento negativo. La criminalità continua ad imperare in Kosovo, tra l'altro, nonostante le truppe della missione internazionale o la creazione di una delle più grandi basi USA nei Balcani, la base di Bondsteel. E' qui che la criminalità ha gettato ai margini della società le persone più deboli, spingendole a vendere il proprio corpo o la propria anima, ragazzi e ragazze, disposti a tutto, spinti dalla disperazione e dalla disoccupazione. Secondo i media internazionali, come il The Guardian e la BBC Spiegel, il sistema giuridico del Kosovo è fallito, e oggi esistono circa 300.000 casi nel tribunale nel Kosovo ancora non risolti, citando alcuni dati secondo cui i dipendenti delle forze dell'Onu hanno aperto le società insieme ai più grandi criminali. Anche questo sembra un motivo per screditare l'ONU e delegittimarlo definitivamente, insieme agli Stessi Governi dei Balcani. A questo punto, ci chiediamo cosa potrà fermare queste rete così pericolosa e articolata, che riesce a controllare anche i Governi, oltre che a destabilizzare la regione.

Biljana Vukicevic

L'Arabia Saudita concede un corridoio aereo ad Israele, ormai imminente l'attacco all'Iran?


L'indiscrezione è passata per lo più inosservata ma potrebbe avere ripercussioni devastanti. Una fonte diplomatica israeliana ha rivelato al quotidiano britannico Sunday Times (gruppo Murdoch) che i servizi segreti di Tel Aviv hanno raggiunto un accordo informale con l'Arabia Saudita per il sorvolo della propria aviazione in quello spazio aereo.

Dopo mesi di trattative segrete il capo del Mossad, Meir Degan, avrebbe ottenuto lo straordinario risultato. Ora Israele ha un corridoio aperto e sicuro, per i propri caccia-bombardieri, che può arrivare attraverso la penisola arabica fino al cuore dell'Iran.

E non basta. Il quotidiano israeliano Yediot Ahronot scrive che per la prima volta un sottomarino nucleare da combattimento con la stella di David, classe Dolphin, ha avuto il permesso di attraversare il Canale di Suez, in pieno giorno e scortato da unità della marina egiziana. In caso di emergenza gli U-boat dello stato ebraico, dotati di testate atomiche, possono così raggiungere in 24 ore il Golfo Persico attraverso il canale contro la settimana necessaria se dovessero circumnavigare l'Africa.

L'intesa tra nemici storici, Israele e paesi arabi come Arabia Saudita ed Egitto, è ormai una realtà consolidata, confermata da molteplici segnali che si sono susseguiti negli ultimi mesi al punto da potersi ormai apertamente parlare di asse sunnito-sionista in funzione anti-sciita e anti-iraniana.
Sotto l'egida della precedente amministrazione statunitense, il dialogo arabo-israeliano era già venuto allo scoperto nel 2008. Verso la fine dell'anno Condoleeza Rice, in sede Onu, aveva presieduto un vertice senza precedenti tra potenze occidentali fortemente esposte nel contrasto al nucleare iraniano (gli stessi Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia) e un gruppo di paesi arabi tra cui appunto Arabia Saudita, Egitto, ed altre aristocrazie sunnite del Golfo Persico. Convitato di pietra Israele.

Intanto nel mese di novembre il vice-presidente Dick Cheney si era recato in visita ufficiale a Ryad stringendo per conto degli israeliani un patto con la monarchia wahabita. Il New York Times riportava che Re Abdullah si mostrò estremamente preoccupato dalla politica egemonica di Teheran e per l'espansionismo sciita nella regione. Col ritiro annunciato delle truppe americane dall'Iraq si paventava che gli scontri etnici tra sunniti e sciiti potessero divampare e coinvolgere l'Arabia Saudita dove pure risiede una inquieta minoranza sciita. In cambio della promessa americana di spingere Tel Aviv al dialogo sulla Palestina, re Abdullah acconsentiva a formare un blocco unico contro il nemico comune: l'Iran.

Per Israele, dal canto suo, deve essere forte la tentazione di innescare un conflitto inter-islamico tra componenti sunnite e sciite per portare avanti una guerra per procura contro l'Iran. Allo stato due sono gli epicentri possibili. Sicuramente il Libano dove la coalizione filo-occidentale e soprattutto filo-saudita guidata da Saad Hariri ha ottenuto il governo dopo le recenti elezioni. Se in questo primo scorcio è prevalsa l'unità nazionale, sarebbe sufficiente spingere Hariri a chiedere il disarmo di Hezbollah, il partito sciita filo-iraniano che governa de facto il sud, per sprofondare il Paese dei Cedri nella guerra civile.

Anche in Iraq la situazione è critica. Il disimpegno americano potrebbe portare le componenti sunnite del centro in collisione con gli sciiti del sud. Attentati terroristici terrificanti si sono susseguiti in tutti questi anni tra le due parti. I sauditi hanno già fatto sapere che in caso di conflitto inter-etnico si considererebbero trascinati in guerra a fianco dei fratelli sunniti.

Un terzo scenario è da prendere in seria considerazione. Teheran ha più volte ammonito che in caso di aggressione occidentale o israeliana attuerebbe una risposta su larga scala. Se Tel Aviv portasse un first strike attraverso i cieli sauditi, gli iraniani potrebbero considerare la posizione di Ryad come un atto ostile, se non un vero e proprio atto di guerra. E se la distanza metterebbe relativamente al riparo gli israeliani dalla risposta di Ahmadinejad, il paese degli ayatollah e l'Arabia Saudita hanno centinaia di chilometri di coste che si fronteggiano divise solo da uno stretto braccio di mare. E per determinare una situazione esplosiva potrebbe essere sufficiente anche un inopportuno incidente tra le due forze armate nel Golfo persico, forse il mare più trafficato del pianeta da petroliere e unità militari sotto ogni bandiera.

Tra gli stati europei la Francia è sembrata la più pronta a non considerare questi scenari possibili come fanta-politica e predisponendo le opportune mosse sulla scacchiera a difesa dei suoi interessi nella regione. A maggio Parigi ha inaugurato una sua base integrata (navale, aerea, terrestre) nell'emirato di Abu Dhabi, da cui è possibile il controllo dello Stretto di Hormuz. Era da cinquanta anni, dalla perdita delle colonie africane, che la Francia non dislocava le sue forze armate in maniera permanente all'estero. Nel dare l'annuncio della creazione della base in territorio arabo il presidente Sarkozy dichiarava: "E' il segno che il nostro paese sa adattarsi alle nuove sfide, che è pronto a prendersi le sue responsabilità e a giocare per intero il suo ruolo negli affari del mondo [...] E' qui che si gioca gran parte della nostra sicurezza e di quella del pianeta". Fuori dal linguaggio celebrativo il messaggio era chiaro: se l'Iran attacca gli Emirati arabi è come se attaccasse la Francia.

La forza dissuasiva francese non si limita alla presenza militare. In base ad un accordo segreto con gli stessi Emirati, rivelato dal quotidiano Le Figaro, Parigi mette a disposizione l'opzione atomica in caso di aggressione, sia con i suoi sottomarini nucleari che con i bombardieri dislocati sulla portaerei Charles De Gaulle.

Che ci si trovi di fronte ad una accelerazione, dopo i drammatici fatti post-elettorali in Iran, è dimostrato anche dalle dichiarazioni del vice-presidente americano Joe Biden che in visita alle truppe in Iraq, rispondendo ad un esterrefatto cronista della emittente ABC, diceva: "Gli Stati Uniti non possono imporre a un altro Stato sovrano cosa può o non può fare [...] Israele può decidere da sola cosa è nel suo interesse e cosa fare nei confronti dell'Iran o in qualsiasi altra situazione [...] In ogni caso Israele ha il diritto di fare ciò che crede opportuno. Se il governo Netanyahu deciderà di scegliere una linea di azione diversa da quella attuale, la loro sovranità gli concede questo diritto [... specie se la sua...] sopravvivenza è minacciata da un altro Paese".

Il presidente Obama si è affrettato a smentire che le dichiarazioni del vice-presidente rappresentassero un "semaforo verde" di Washington per un attacco all'Iran. Gioco delle parti, gaffe diplomatica di Biden, o annuncio auto-avverantesi come nello stile del personaggio? Già durante la campagna elettorale presidenziale Biden aveva pronosticato imminente una crisi internazionale che avrebbe subito impegnato il neo-presidente per verificare di che "pasta fosse fatto". Nel gennaio successivo, quando l'insediamento di Obama non era ancora nemmeno ufficiale, Israele diede il via all'operazione "piombo fuso" a Gaza che provocò oltre mille morti, soprattutto civili.

Fonte: http://www.clarissa.it/esteri_int.php?id=1200.

di Simone Santini

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