lunedì 29 giugno 2009

Mir-Hossein Mousavi il macellaio di Beirut


La copertura unilaterale e propagandistica delle elezioni iraniane da parte dei media statunitensi ha trasformato il candidato perdente, Mousavi, in un eroe americano.

C'è da restare a bocca aperta, e domandarsi se qualcuno dei giornali nazionali o dei membri del governo ricorda ancora che Mir-Hossein Mousavi, primo ministro della Repubblica islamica iraniana dal 1981 al 1989 (il decennio successivo alla caduta del governo fantoccio americano ad opera di Khomeini), fu definito il Macellaio di Beirut e venne considerato la testa pensante dei sanguinosi attacchi contro l'ambasciata americana e la base dei marine nella capitale libanese all'epocadell'amministrazione Reagan , che fece a pezzi 241 marine, soldati e marinai.

Come ha scritto Jeff Stein in CQ Politics del 22 giugno 2009, Mousavi "aveva scelto personalmente come uomo di punta per la campagna terroristica a Beirut Ali Akbar Mohtashemi-pur, che diresse la cellula terroristica responsabile degli attentati".

Nella foto: L'allora primo ministro Mir-Hossein Mousavi a Ankara, Turchia nel 1985

Secondo l'ammiraglio a riposo James Lyons, all'epoca vicecapo delle Operazioni navali, la National Security Agency disponeva di una registrazione sull'ambasciatore iraniano in Libano. L'ammiraglio ha dichiarato a Jeff Stein che "l'ambasciatore iraniano aveva ricevuto istruzioni dal Ministro degli esteri di scegliere vari obiettivi tra il personale statunitense nel paese, e soprattutto di condurre un'azione spettacolare contro i Marine".

Stein afferma che Lyons "considerava Mousavi responsabile anche del camion bomba usato nel 1988 contro la base della flotta navale statunitense a Napoli".

Bob Baer, all'epoca responsabile della CIA per il Medio oriente, afferma che Mousavi "discusse direttamente con Imad Mughniyah", che organizzò entrambi gli attacchi.

Sono tutti fatti evaporati dalla memoria comune. I media e il governo statunitensi hanno trasformato Mousavi, il sanguinario macellaio dei militari americani, in colui che potrebbe liberare l'Iran dalla teocrazia.

Solo negli USA e tra i personaggi del profetico libro di George Orwell, 1984, possiamo trovare una tale ignoranza dei cittadini.

Ogni giorno negli Stati Uniti, o se vogliamo in Oceania (una delle tre potenze mondiali nel romanzo di Orwell, di cui faceva parte il continente nordamericano. NdT), constatiamo il crescente potere dei tre slogan del Grande Fratello: LA GUERRA È PACE, LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ, L'IGNORANZA È FORZA.

Dall'ignoranza nasce la forza per trasformare in eroe Mousavi, il terrorista nemico degli USA.

Dalla libertà nasce la protezione offerta dall'essere costantemente spiati, senza più i rischi della privacy che potrebbe impedire al Grande Fratello di scoprire un qualche complotto terroristico. E questo ci porta dalla libertà alla schiavitù di essere in stato di detenzione perpetua senza prove a carico. L'habeas corpus si è trasformato nel nemico della libertà, perché c'impedisce di essere protetti dai terroristi.

Il 23 giugno il Grande Fratello Obama, nel solco della tradizione dei Grandi Fratelli Bush e Cheney, ha dichiarato che Oceania e il "mondo intero" erano "sconvolti e indignati" per i violenti sforzi dell'Iran di porre fine alle proteste alimentate dalle interferenze straniere nelle elezioni del paese. Nel frattempo, Oceania porta avanti le sue guerre in Iraq, Afghanistan e Pakistan, uccidendo gente a destra e a manca, e si prepara a portare la pace in Iran. Nessuno si scandalizza per queste violenze: la guerra è pace, e chi non combatte le guerre non può elargire la pace. La pace si ottiene quando l'egemonia del Grande Fratello si estende su quelle regioni che non si rendono conto che la Guerra è Pace, la Libertà è Schiavitù, l'Ignoranza è Forza.
v "Il volto del Grande Fratello parve però indugiare per diversi secondi sullo schermo, come se l'impatto che aveva esercitato sulle pupille dei presenti fosse troppo intenso per poter essere eliminato all'improvviso. La donna dai capelli color sabbia, allungandosi al di sopra del sedile che aveva davanti, tese le braccia verso lo schermo e mosse le labbra in un tremulo bisbiglio nel quale parve di poter distinguere le parole "Mio Salvatore!", dopodiché nascose il volto tra le mani. Era chiaro che stava pregando.

"In quel momento tutti intonarono una sorta di salmodia lenta, ritmata, solenne: Grande Fratello, Grande Fratello, Grande Fratello!", incessantemente, lentamente, con una lunga pausa tra la G e la F, un murmure sordo e in un certo senso selvaggio, nel cui fondo sembrava di udire il battito cadenzato di piedi nudi e le vibrazioni dei tam-tam. Continuarono a cantare per quasi trenta secondi, seguendo un rituale che si ripeteva quasi tutte le volte in cui l'emozione si faceva particolarmente forte. Si trattava in parte di un inno alla saggezza e alla maestà del Grande Fratello, ma soprattutto di un atto di autoipnosi, di un volontario ottundimento della coscienza, raggiunto per mezzo del ritmo" [1984]

Il volontario ottundimento della coscienza, raggiunto per mezzo del ritmo, riassume in modo perfetto la funzione del Ministro della Verità di Oceania.

Quanto manca agli Americani prima che Grande Fratello e il Ministro della Verità diano vita allo Psicoreato? "Che scrivesse o meno ABBASSO IL GRANDE FRATELLO! non faceva alcuna differenza. La Psicopolizia lo avrebbe preso lo stesso. Aveva commesso quel reato fondamentale che conteneva dentro di sé tutti gli altri. Psicoreato, lo chiamavano".

In America, i neoconservatori i neoconservatori hanno creato comitati di controllo dei Psicoreati tra i professori. I membri del mondo accademico che si allontanano dalla loro linea, o la rimettono in discussione, sono additati e sottoposti a campagne denigratorie: la carriera di Sami Al-Arian, un docente di scienza informatica della Florida University, è stata distrutta dal Dipartimento della giustizia [sic!] statunitense perché aveva difeso il punto di vista palestinese.

L'operazione di spionaggio accademico dei neoconservatori è stata rilanciata da Dennis C. Blair, direttore della National Intelligence. Su CounterPunch del 23 giugno , David Price segnala che Blair ha annunciato piani per addestrare funzionari dello spionaggio, la cui identità e attività saranno celate ai docenti e agli amministratori, destinati a condurre operazioni segrete nelle aule universitarie.

Ecco avverarsi le profezie di Orwell: pensare in modo indipendente sta rapidamente diventando un grave Psicoreato. Winston Smith era l'unico, tra gli schiavi del Grande Fratello, capace di un pensiero indipendente, ma il crimine venne scoperto e punito.

Già adesso vediamo che i media nazionali sono incapaci di pensare in modo autonomo, e anche nel mondo universitario, dove le carriere dipendono dall'elargizione dei fondi statali, l'indipendenza di giudizio è quasi scomparsa. E non la troviamo certo nei think tanks, che servono gl'interessi dei donatori. Negli USA il pensiero indipendente si sta velocemente trasformando in un atto anti-americano, e di conseguenza in un atto terroristico.

Il gergo giornalistico opera incessantemente per drogare e trasformare la realtà. Le nuove generazioni, nate nel nuovo sistema, non percepiscono la differenza, e non hanno quindi bisogno di essere messe a tacere. Quando le generazioni più vecchie saranno scomparse, la verità sarà qualsiasi cosa dica il Grande Fratello.

Paul Craig Roberts [contattatelo via email ] è stato assistente nella segreteria del ministero del tesoro durante il primo mandato del presidente Reagan. È stato coeditore del Wall Street Journal. Ha ottenuto numerosi incarichi accademici (tra l'altro la William E. Simon Chair, Center for Strategic and International Studies, Georgetown University,e la Senior Research Fellow, Hoover Institution, Stanford University), ed è stato insignito della Legione d'onore dal Presidente francese Francois Mitterrand. Ha scritto Supply-Side Revolution : An Insider’s Account of Policymaking in Washington ; Alienation and the Soviet Economy e Meltdown: Inside the Soviet Economy , ed è coautore con Lawrence M. Stratton di The Tyranny of Good Intentions : How Prosecutors and Bureaucrats Are Trampling the Constitution in the Name of Justice

Fonte: http://onlinejournal.com/
Link: http://onlinejournal.com/artman/publish/article_4842.shtml

L'iran reagisce ad un colpo di Stato


In questi giorni, a chi segue le notizie provenienti dall’Iran e cerca d’interpretare la portata degli eventi in corso, non sarà sfuggito il totale allineamento pro-“dimostranti” di tutte le opinioni ammesse dal sistema mediatico occidentale. Non solo quello “ufficiale” delle tv e dei giornali ad alta visibilità (garantita dal meccanismo delle rassegne stampa), ma anche di gran parte di quello per così dire “alternativo” dei siti e delle agenzie “pacifiste”. La voce unanime che accomuna tutti costoro è che le elezioni presidenziali iraniane sono state “falsate da brogli” e che gli iraniani vogliono “libertà e democrazia”. E tanto basterebbe per convincere un pubblico naturalmente distratto e non qualificato della bontà dei motivi per cui “gli iraniani” scendono in piazza per protestare contro “il regime”. Tra tutti i motivi messi in giro dalla macchina disinformativa ci ha colpito in particolare quello di chi è giunto – in una sede considerata “autorevole”, gestita da “accademici” - a definire "resistenza" un'organizzazione come quella dei “Mujahidin del Popolo” resasi responsabile di una catena ininterrotta di attentati in tutto l’Iran (v. il famoso "terrorismo" contro cui tutti dovremmo unirci). Forse costoro credono sia giunto il loro momento di gloria? Ci si può documentare facilmente sulle imprese di questa organizzazione e la scia di sangue che sin dall’inizio della Rivoluzione del ’79 ha colpito la Repubblica Islamica dell’Iran. Purtroppo per gli sponsor di questi "resistenti", accolti non molto tempo fa con grandi onori presso il Parlamento Europeo (!) dagli agenti che in quella sede ha il partito americano-sionista, la nuova "rivoluzione colorata" (di verde!) pare già abortita prima di condurre all'agognato abbattimento del "regime". Non ce la possono fare dall'esterno, militarmente, sia perché impantanati in Iraq e Afghanistan, sia perché l'Iran è inattaccabile, iperprotetto ed armato com’è fino ai denti, quindi hanno scelto di giocare la carta della sovversione interna, resa difficilissima però dall'assenza in loco delle ONG delle "rivoluzioni colorate" e delle tv private. La macchina della propaganda occidentale, come detto, va a tutto gas, sempre più patetica e dalla fervida immaginazione. Gli inviati-fotocopia che si dolevano di non poter più "informare" a causa della scadenza dei visti (hanno mai intervistato, questi "professionisti", un sostenitore di Ahmadinejad?) si sono ridotti a smanettare su Facebook e su qualche altro arnese simile alla ricerca dell’ultimo “video-verità”. S’è narrato d’un inesistente "attentato suicida" al mausoleo dell'Imam Khomeyni, sul quale ora, guarda caso, s’allunga postumo lo zolfo della “benevolenza” del Mossad nei mesi che precedettero la rivoluzione (“potevamo ucciderlo, ma non lo facemmo: ne siamo pentiti”, hanno messo in circolazione)... Si sparano cifre tonde di "martiri" senza uno straccio di prova: anche la "martire Neda" presto si rivelerà essere l'ennesima trovata mediatica da affiancare al mitico “cormorano iracheno” inzuppato di petrolio (del Mare del Nord). In apici di sbornia mediatica s’è gridato anche all’acido lanciato dagli elicotteri dei Basij!

Le foto che circolano dalla rete anche nei tg dimostrano solo che c'è una “mobilitazione di piazza” dei sostenitori di Moussavi contro Ahmadinejad e quel che rappresenta, in politica interna ed estera. Dimostrano anche che c'è una "repressione". Ma la cosa finisce qui. Perché se i risultati delle elezioni sono veritieri (ed i "brogli" non possono essere dell'ordine dei 30 punti di scarto!), questa operazione si chiama "colpo di Stato". E come ad ogni latitudine le autorità non possono non intervenire per sedare ogni tentativo di questo tipo. Nel “democratico” Occidente, per molto meno, non succederebbe una carneficina (al di là del giudizio su quelle vicende, ci si ricordi di quel che accadde a margine del G8 di Genova)? Si assiste, inoltre, a tentativi di “colonialismo elettorale”; così, sulle prime, i “verdi” hanno sperato di far ripetere le elezioni alla presenza di "osservatori". Ma da quando un Paese sovrano accetta simili imposizioni? Ahmadinejad viene presentato sempre più come un "nuovo Hitler", mentre giganti eurasiatici del calibro di Turchia e Russia, a margine della riunione della Organizzazione della Conferenza di Shanghai gli riconoscono la rielezione (e poi sarebbero loro, due terzi d’Eurasia, che “si isolano”…). Un presidente che è amato dalle classi popolari perché incarna i valori della "tradizione", detestato dalle classi già agiate (simili a quelle mandate a ''spentolare' a Caracas nel 2002, aizzate dalla Cia e dalle tv private) che vorrebbero diventarlo sempre di più! Il Presidente iraniano – nella neolingua dei megafoni dell’informazione – sarebbe addirittura ‘reo' d'aver aumentato pensioni e stipendi, il che ha dato lo spunto, per i soliti in malafede, di dire che "è in campagna elettorale da 3 anni": insomma, non è importante cosa si fa, ma "chi fa cosa"! Quanto al posizionamento dell'Iran in politica estera, un'inversione di rotta farebbe molto comodo a Usa e soci. La linea seguita sin qui è quella giusta, compreso il "nucleare iraniano", che nasconde la vera posta in gioco, quella energetica (quindi, politica con la P maiuscola). Ecco cosa sono gli “studenti e gli operai” di cui vaneggiano vecchie ciabatte dell’”antimperialismo” totalmente a digiuno di geopolitica. Ma chiediamoci: perché tutta questa agitazione intorno all'Iran? Perché il risultato delle elezioni (alle quali ha partecipato l'85% degli aventi diritto, a differenza delle nostre elezioni, che ormai non entusiasmano più nessuno) dovrebbe essere "falsato"? Chi lo dice? Qualche istituto "indipendente"? E chi è che ha l'autorità per ficcare il naso in questo modo in casa d'altri? Noi lo sopporteremmo (in effetti lo facciamo, dal '45 in poi, passando per i "casi" Mattei, Moro, “misteri d’Italia”, servizi cosiddetti "deviati" e "terrorismo rosso” e “stragismo nero", Cermis, Mani Pulite, fino alle ultime uscite su "Papi&Noemi", e la cosa non ci fa molto onore come "popolo italiano"). Insomma, qual è il "problema" con l'Iran? Quale "pericolo" rappresenta per noi? Parliamone, magari in un confronto tra “punti di vista” divergenti così come piace alla retorica “democratica”, così vediamo di chiarire una cosa che altrimenti rischia di non assumere connotati chiari (le manfrine sui "diritti umani" lasciamole perdere, perché chi ne fa uno strumento di pressione in giro per il mondo è il primo che dovrebbe starsene zitto). La verità – oltre al dato geopolitico - è che non si vuol prendere atto da trent'anni che nel 1979 in Iran è avvenuto un evento di quelli che andrebbero studiati sui manuali di Storia, come l'89 della Rivoluzione francese o il '17 della Rivoluzione bolscevica, che a torto o a ragione sono considerate delle date-simbolo. Questo rifiuto di accettare che anche i non europei possano scrivere pagine di "storia universale" è uno dei tanti segni della boria della cosiddetta "civiltà occidentale" e dei suoi rappresentanti. Una cosa è certa: dall'esito di questa situazione in Iran dipenderà molto di quel che resta di speranza, per noi italiani ed europei, di affrancarsi dalla presa del dominio occidentale.

di Enrico Galoppini.

Link: http://www.cpeurasia.org/?read=27155

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