domenica 28 giugno 2009

America latina, il popolo prova a dire la sua


Oggi è una fredda domenica d’inizio inverno in sudamerica, ma è soprattutto una giornata di democrazia nel Río de la Plata e in Honduras dove si terrà il referendum per decidere se in novembre verrà eletta un’Assemblea Costituente che dovrà scrivere una Carta che metta fine a una lunga storia di disuguaglianza e ingiustizia sociale e fermare lo sfruttamento senza limiti del paese da parte delle multinazionali imposto dal Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti.

Tenere il referendum è la miglior risposta al tentativo di golpe messo in atto dall’esercito e dai poteri forti del paese centroamericano condannato dall’ONU, dall’Organizzazione degli Stati Americani (quindi Stati Uniti compresi), dall’Alba, ma non (stranezze della politica) dall’Internazionale Socialista o dall’Unione Europea. Quello honduregno sarebbe (ma la tensione è ancora alta) il secondo colpo di stato che fallisce nel XXI secolo in America latina per la reazione di massa della popolazione in difesa del governo democraticamente eletto dopo quello venezuelano dell’11 aprile 2002 ed è tanto più significativo che una reazione popolare così importante si registri nella regione più fragile, il centroamerica, della Patria grande che più lentamente del resto del Continente sta iniziando a cambiare.

Il perché il referendum di oggi abbia provocato addirittura un golpe è presto detto: sarà una pietra miliare nella storia del paese. In Honduras infatti ben il 30% del territorio nazionale è stato alienato a imprese straniere, soprattutto dei settori minerari e idrici. Le multinazionali quasi non pagano tasse in un paese dove tre quarti della popolazione vive in povertà. Così l’opposizione, al solo odore di una nuova Costituzione che affermi che per esempio l’acqua è un bene comune e che imponga per lo meno un sistema fiscale che permetta processi redistributivi, è disposta a spezzare il simulacro di democrazia rappresentativa che evidentemente considera utile solo quando sono i poteri di sempre a comandare.

Completamente diversa è la situazione in Argentina dove si svolgono elezioni parlamentari di metà mandato. E’ in ballo la maggioranza parlamentare per la presidente Cristina Fernández. Soffia un vento di destra, è stata una campagna elettorale particolarmente sporca dove i problemi reali del paese, la povertà estrema di troppi, restano sullo sfondo o sono banalizzati, tra un governo che si vanta di risultati migliori di quelli reali e un’opposizione che preferisce la deriva securitaria. La sfida più importante è a Buenos Aires dove l’ex presidente Nestor Kirchner si confronta con l’uomo della destra agraria più reazionaria, Francisco de Narváez, securitario a parole, narcotrafficante nella pratica. Dovrebbe farcela Don Nestor ma l’alternativa di sinistra tra il centro peronista e la destra arrembante è quella del Proyecto Sur di Pino Solanas, il grande regista da mezzo secolo testimone lucido della storia di un paese e di un continente.

Dall’altra parte del fiume, a Montevideo, un altro grande vecchio, José Mujica, el Pepe (nella foto), testimonierà la continuità delle ragioni di una vita di lotta. In Uruguay la metodicità delle regole democratiche è una religione. Tutti i partiti sono obbligati a tenere regolari elezioni primarie nello stesso giorno per scegliere un unico candidato alle presidenziali. El Pepe Mujica è il chiaro favorito nelle elezioni primarie del Frente Amplio (la coalizione di centro-sinistra al governo in Uruguay con Tabaré Vázquez che ha votato alle 8 di stamane nel quartiere popolare de La Teja) e sarà candidato del centro sinistra alle presidenziali di fine anno.

Guerrigliero tupamaro, fondatore di uno dei gruppi armati più interessanti al mondo le ragioni politiche e culturali del quale sono esaltate oggi, ostaggio della dittatura per 13 anni, vari dei quali passati in un pozzo con l’acqua alle ginocchia, non si è mai fatto piegare. Ministro, grande polemista, raffinato politico e antipolitico (fino a poco tempo fa già deputato continuava a vendere fiori al mercato per vivere) allo stesso tempo, ricorre da sempre in lungo e in largo la riva orientale del grande fiume venendo accolto come uno di famiglia anche nei casolari più isolati. E’ favorito su Danilo Astori, Ministro dell’economista di stampo liberale nel governo di Tabaré.

In novembre Mujica si confronterà con due pessimi candidati della destra rappresentata dai partiti tradizionali. Il Partito Nazionale, los blancos, ripresenteranno il corrotto ex-presidente Cuqui Lacalle, simbolo di un rinnovamento impossibile dove Jorge Larrañaga, l’oppositore interno più presentabile e interessante è dato perdente. Ancor peggio il Partito Colorado, i tratti riformisti del quale si perdono oramai nella memoria delle vecchie generazioni e che presentano il figlio del dittatore, ieri ricorrevano 36 anni dal golpe del 27 giugno 1973, Juan María Bordaberry. Ma gli uruguayani, rispetto agli argentini, sembrano vaccinati.

di Gennaro Carotenuto

Link: http://www.gennarocarotenuto.it/8785-honduras-uruguay-argentina-domenica-di-democrazia-in-america-latina/


Cosa riceve l'Italia dalla Siria in cambio di Al Molky?


«L´Italia mi sta mandando alla forca». Youssef Maged Al Molky, 47 anni, è il capo del commando palestinese che nel 1985 sequestrò la nave da crociera Achille Lauro uccidendo un passeggero statunitense di origine ebraica, Leon Klinghofer. E ieri sera ha pronunciato queste parole prima di salire su un aereo che da Palermo lo ha portato a Roma. Dalla capitale, in nottata, un altro volo doveva portarlo in Siria. Dove rischierebbe la pena capitale. «Poiché alcuni reati legati alla vicenda dell´Achille Lauro furono compiuti nelle acque territoriali siriane - dicono i suoi avvocati Gianfranco Pagano e Maria Stella Cavallo - le possibilità che Al Molky possa essere condannato a morte sono molto alte».

ASCOLTA "Mi mandano verso la morte" di Marco Preve

Condannato a 30 anni dalla Corte d´Assise di Genova per quel sequestro e l´uccisione di Klinghofer, Al Molky ha scontato 23 anni e 8 mesi di carcere, pena ridotta per buona condotta. Poi è stato rinchiuso in un centro di permanenza temporanea e ieri, scaduti i 60 giorni di tempo massimo, è stato prelevato da agenti della questura per procedere all´estradizione. Un provvedimento deciso nonostante sia in attesa della sentenza del giudice di pace che deve pronunciarsi sulla sua richiesta di rimanere in Italia, dove ha sposato una donna piemontese.
All´improvviso, infatti, la Siria ha manifestato il proprio consenso ad accogliere il terrorista.

«Sono qui a Palermo con agenti dell´ufficio stranieri e poi devo partire per la Siria - ha detto al cellulare Al Molky alle 18 di ieri pomeriggio - Rischio la vita perché nell´85 la Siria è stata coinvolta nel caso Achille Lauro, quindi l´Italia mi sta mandando verso la forca e questo è vietato dalla Costituzione. Io ho pagato il mio debito con l´Italia e sono sposato con una cittadina italiana. Sono giordano da parte di mio padre e siriano da parte di mia madre. In questi casi si sa di cosa si tratta. Sono una merce di scambio. È strano che la Siria si sia fatta avanti.
L´Italia, scaduti i termini della permanenza nel centro, avrebbe dovuto rilasciarmi con un foglio di via e cinque giorni di tempo per lasciare il paese. Invece dicono che la Siria ha risposto, quindi c´è qualcosa di strano. Questa notte mi fanno andare in Siria. Hanno aspettato l´ultimo momento e adesso mi stanno portando via».

L´avvocato Pagano racconta che «l´Algeria si era dichiarata disposta ad accogliere Al Molky dopo l´interessamento da parte dell´Autorità palestinese. Ma lui non ha mai voluto accettare questa soluzione perché riteneva di aver ormai tutti i diritti, dopo aver scontato la pena e sposato una donna italiana, di poter restare nel nostro paese. Questo blitz è davvero assurdo».
Molky è l´ultimo dei dirottatori presenti in Italia. Pochi giorni fa nel carcere di Benevento era morto per un infarto Khalid Husayn, 73 anni, considerato uno dei registi dell´azione terroristica.

di Marco Preve

Per discendenza diretta




A parità di istruzione, genere, età, stato civile, area geografica e altri parametri, la probabilità di entrare nella pubblica amministrazione aumenta del 44 per cento per gli individui il cui padre lavora nel settore pubblico. Ma il nepotismo non è solo fonte di iniquità, ha anche costi rilevanti per le organizzazioni pubbliche, costrette a impiegare lavoratori meno competenti. E' essenziale un meccanismo che premi o penalizzi economicamente i responsabili delle selezioni sulla base della qualità delle scelte effettuate.I posti di lavoro nel settore pubblico sono particolarmente ambiti in Italia sia per un significativo premio salariale che pagano rispetto ai lavori nel settore privato, a parità di caratteristiche individuali, sia per la sicurezza dell’occupazione e le migliori condizioni di lavoro che garantiscono.

DI PADRE IN FIGLIO

Sulla base di tali considerazioni, è ragionevole pensare che molti pubblici dipendenti provino a usare la loro posizione, le informazioni privilegiate di cui dispongono e il network di relazioni sociali formate sul posto di lavoro per favorire – al di là dei loro meriti, attraverso raccomandazioni o richieste di favori – l’accesso al settore pubblico dei propri figli.
Suscitano periodicamente scalpore i casi di docenti universitari che favoriscono i propri figli nell’accesso alla carriera accademica, i politici che assicurano lauti incarichi ai familiari o le assunzioni clientelari alla Rai. (1) Ma probabilmente il fenomeno è più esteso di quanto si riesca a percepire e riguarda numerosi comparti della pubblica amministrazione.
In un recente lavoro, utilizzando dati individuali tratti dall’Indagine sui redditi e la ricchezza delle famiglie italianedella Banca d’Italia dal 1998 al 2004, cerchiamo di stimare la probabilità di ottenere un posto di lavoro pubblico, tenendo conto di una serie di caratteristiche individuali e delle condizioni dei mercati del lavoro locali, allo scopo di verificare se i figli dei dipendenti pubblici godono di un vantaggio nell’ottenere un’occupazione pubblica rispetto agli individui il cui padre non è dipendente pubblico. (2)
I risultati mostrano che la probabilità di entrare nella pubblica amministrazione aumenta di un considerevole 44 per cento per gli individui il cui padre lavora nel settore pubblico, a parità di istruzione, genere, età, stato civile, area geografica e così via. Nel campione considerato la probabilità di lavorare nel settore pubblico è di circa il 24 per cento. Se il padre è dipendente pubblico tale probabilità sale al 35 per cento, ceteris paribus. E aumenta ancora se anche la madre lavora nel settore pubblico, anche se l'effetto è meno forte.
In generale, la probabilità di lavorare nel settore pubblico dipende fortemente dagli anni di istruzione, sia per il tipo di lavoro svolto, sia perché un alto livello di istruzione consente di primeggiare nei concorsi pubblici. Il legame positivo emerge in tutte le aree geografiche, anche se con intensità diversa: per ogni anno aggiuntivo di istruzione la probabilità di diventare dipendente pubblico aumenta di 2,7 punti percentuali al Nord, di 3,2 al Centro e di 4,4 al Sud.
Il vantaggio goduto in qualità di figlio di dipendente pubblico corrisponde a circa tre anni di istruzione: così, per esempio, un diplomato il cui padre lavora nel settore pubblico ha le stesse chances di ottenere un posto pubblico di un giovane in possesso della laurea triennale, ma il cui padre lavora nel settore privato.

LA RESPONSABILITÀ DEI DIRIGENTI

Ovviamente, la maggiore probabilità di accesso goduta dai figli dei dipendenti pubblici potrebbe dipendere dapreferenze o attitudini verso il tipo di lavoro comuni a padri e figli, dalla trasmissione di capitale umano di padre in figlio piuttosto che da pratiche nepotistiche e favoritismi. Una parte della correlazione tra tipo di professione dei padri e dei figli è sicuramente da imputare a questi fattori. Tuttavia, una serie di altri risultati empirici rafforzano l’ipotesi che una parte consistente della maggiore probabilità di ottenere un posto pubblico per i figli dei dipendenti pubblici sia legato al nepotismo.
Innanzitutto, mentre l’influenza del padre dipendente pubblico risulta piccola per i soggetti che si diplomano o si laureano con i migliori voti, il vantaggio risulta molto elevato per gli individui che ottengono voti bassi, cosicché il figlio di un dipendente pubblico non ha conseguenze negative da esiti scolastici mediocri mentre gli altri subiscono un notevole decremento della probabilità di accesso alla pubblica amministrazione. La probabile spiegazione è che i genitori dei figli meno bravi si prodigano di più per favorire la loro assunzione nella Pa, dal momento che le loro opportunità alternative nel settore privato sarebbero relativamente meno buone.In secondo luogo, la probabilità di accesso alla Pa varia poco a seconda del settore di lavoro dei genitori per i soggetti che lavorano in un posto diverso dal luogo di nascita; “l’effetto padre” è invece più forte per coloro che non si spostano. Tale evidenza indica presumibilmente che “raccomandazioni” e “favoritismi” hanno efficacia solo all’interno del network sociale di appartenenza. Ancora, “l’effetto padre” è molto più accentuato nelle regioni del Mezzogiorno, affette da un maggiore grado di “familismo amorale”.
Infine, la probabilità di trasmissione del posto di lavoro da padre in figlio riscontrata nel settore pubblico è stata confrontata con la probabilità di trasmissione del posto di lavoro per gli imprenditori, liberi professionisti e altri lavoratori autonomi. Per tali categorie, è plausibile pensare che avvenga trasmissione di capitale fisico, capitale umano e “reputazione familiare” che favoriscono il passaggio di professione all’interno della famiglia. Nonostante ciò, la probabilità di trasmissione per i dipendenti pubblici risulta addirittura più elevata di imprenditori e lavoratori autonomi.
Il nepotismo rappresenta un fallimento della meritocrazia: oltre a essere fonte di iniquità, produce rilevanti costi per le organizzazioni pubbliche, costrette a impiegare lavoratori meno competenti ma “connessi”, e disincentiva i migliori a investire risorse per l’accesso a tali occupazioni.
Una delle principali cause di questo fenomeno va rintracciata negli schemi retributivi adottati nel pubblico impiego, in particolare nel fatto che generalmente i dirigenti o responsabili non sopportano economicamente le conseguenze delle scelte effettuate nelle selezioni pubbliche: se si assume il figlio incompetente del proprio collega si ottengono favori/tangenti/riconoscenza/lealtà da parte di quest’ultimo, ma praticamente nessuna penalizzazione in termini di minore remunerazione, nonostante l’organizzazione registri performance peggiori come conseguenza delle cattive selezioni. D’altra parte, la scarsa presenza di meccanismi retributivi incentivanti non penalizza nemmeno il “raccomandato” anche se svolgerà male il suo lavoro.
La riforma della pubblica amministrazione verso una più diffusa adozione di remunerazioni legate alla performance potrebbe contribuire al miglioramento della selezione della forza lavoro, ma è essenziale un meccanismo che premi o penalizzi economicamente i responsabili delle selezioni in relazione alla qualità delle scelte effettuate.


(1) Si veda in proposito il libro diRoberto Perotti, L’università truccata, Einaudi, 2008 e l'articolo di Gian Antonio Stella, “E la Regione riassume i parenti dei politici”, Corriere della Sera, del 9-4-2009.
(2)Vincenzo Scoppa, “Intergenerational Transfers of Public Sector Jobs: A Shred of Evidence on Nepotism”,Public Choice, 2009, in corso di pubblicazione.

Honduras: "È in corso un colpo di stato nel paese"


"È in corso un colpo di stato nel paese". Questa la drammatica denuncia fatta poche ore fa dal presidente dell'Honduras Manuel Zelaya, parole subito conformate dal presidente dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Manuel D'Escoto: "Condanniamo fermamente il colpo di stato in Honduras contro il governo democraticamente eletto di Manuel Zelaya". La situazione è infuocata, anche se per ora il peggio pare scongiurato. Il pomo della discordia è il referendum di domenica prossima, che dovrà decidere se convocare o no l'elezione di un'assemblea Costituente voluta secondo i sondaggi dall'85 percento della popolazione. E i soliti noti non ci stanno: le élite, l'esercito, le alte gerarchie cattoliche, le casta politica, sono disposti a tutto purché nel paese neanche si parli di Assemblea Costituente.

"È bastato solo l'odore di una Carta costituzionale che per la prima volta mettesse nero su bianco diritti civili e strumenti per ottenerli, perché si mettesse in moto la macchina golpista che durante tutta la storia ha impedito giustizia sociale e democrazia in tutto il Centroamerica", spiega lo storico e giornalista Gennaro Carotenuto. Il presidente Manuel Zelaya, "Mel", di estrazione di centro-destra nel partito liberale ma che durante il suo mandato ha virato verso il centro-sinistra, aveva indetto per dopodomani domenica 28 giugno una consultazione con la quale si chiedeva ai cittadini se nel prossimo novembre si dovesse convocare o meno un'Assemblea Costituente, in contemporanea alle elezioni presidenziali, legislative e amministrative già previste.

"Quella per l'Assemblea costituente sarebbe stata la "quarta urna", una svolta che secondo i sondaggi è voluta da almeno l'85 percento del paese, ma indesiderata dalle élite tradizionali, dal sistema dei partiti incluso quello del presidente che oramai si oppone apertamente a Mel, dai media di comunicazione, che in Honduras come nel resto del continente sono dominio esclusivo del potere economico, dalla Corte Suprema e dall'esercito", aggiunge. Queste né vogliono una nuova Costituzione né accettano di verificare se la maggioranza della popolazione la desidera.

Ieri, la maggioranza dell'esercito, seguaci del Capo di Stato Maggiore Romeo Vázquez, si è rifiutata di mettersi in moto in vista della consultazione, e non ha eseguito i lavori di loro competenza, come la distribuzione delle urne. "E' un referendum illegale", ha commentato, adducendo che spianerebbe la strada alla dittatura di Mel Zelaya. Di qui la destituzione del generale Vázquez, non ratificata però dalla Corte Suprema, che ha così appoggiato la sedizione.

"A questo punto le informazioni sulla notte honduregna si fanno confuse - spiega Carotenuto - Di fronte al rifiuto di Zelaya di reintegrare Vázquez come Capo di Stato Maggiore parti importanti dell'esercito avrebbero occupato punti nevralgici del paese. I movimenti popolari, indigeni e sociali che appoggiano un presidente, divenuti unici riferimenti per Zelaya osteggiato da tempo dal proprio partito, sarebbero scesi al contrattacco, avrebbero occupato sotto la pioggia battente la base militare della Forza Aerea nell'aeroporto internazionale di Tocontín, sottratto a questa le urne e le schede referendarie con l'intenzione di distribuirle comunque nel paese".

Ma gli ultimi fatti fanno ben sperare. Zelaya ha parlato al paese, ribadendo che domenica gli honduregni saranno chiamati alle urne. Inoltre, le forze armate non si sono mostrate compatte: il comandante dell'Aviazione, Generale Javier Price, si è schierato con il presidente. Intanto, i movimenti sociali si sono stretti intorno a Mel, denunciando il silenzio dei mezzi di comunicazione sugli ultimi gravi fatti e invitando a far circolare le informazioni sul tentato golpe in modo da stimolare la solidarietà internazionale. Intanto l'Oea ha convocato per domani un'assemblea straordinaria per valutare la crisi in Honduras.

di Stella Spinelli

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/16389/Tentato+golpe+in+Honduras

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